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Parigi in DUE GIORNI: breve visita sensoriale

In soli due giorni di visita Parigi si può conoscere solo di striscio, come se si fosse seduti su una trottola, che girando girando ti permette di vedere solo le potenzialità di questa città.

Perciò va vissuta con i cinque sensi bene all’erta.

 

Da VEDERE

Il centro di Parigi è dominato delle tonalità che vanno dal grigio/azzurro dei tetti con abbaini, al grigio/verde della Senna, al grigio/beige dei marmi dei monumenti gotici.

Questa città è spesso descritta come pittoresca: ebbene, un pittore può dipingerla avendo sulla tavolozza non più di tre o quattro colori.

Quartiere latino.
Quartiere latino.

Quest’idea però si smentisce quando si entra nelle cattedrali.

L’esempio più calzante è la Sainte-Chapelle con i suoi 680 metri quadrati di superficie ricoperta da vetrate in cui le storie bibliche dalla genesi all’apocalisse sono raccontate a vivide tonalità di blu, giallo, rosso e verde – entrandoci sembra di stare dentro un caleidoscopio. Venne costruita nel 1246 come Cappella  palatina pei il volere di Luigi IX.

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Sainte Chapelle.

Da SENTIRE

Sentire Parigi può essere fastidioso. Significa prestare attenzione ai rumori del traffico che è notevole anche nelle strade del centro, stranirsi per il suono delle sirene delle ambulanze e della polizia che è diverso da quello a cui siamo abituati.

Sentire Parigi può essere  scioccante. Se vi capita di affrontare il freddo parigino il 31 gennaio recatevi nel quartiere di Belleville:oltre che essere il quartiere del protagonista “pennacchiano” Benjamin Malaussène, è una delle due Chinatown di Parigi. In quel giorno vi capiterà di sentire i festeggiamenti del capodanno cinese: tamburi che battono il tempo senza sosta e accompagnano le mirabolati acrobazie di atleti travestiti da dragoni e sentirete esplosioni a catena di petardi che annunciano l’inizio del nuovo anno.

Belleville.
Belleville.

Sentire Parigi è bello. Per esempio nella Métropolitain  (che si distingue dalle altre metropolitane europee per le sue insegne in stile liberty e perché con le sue 14 linee è praticamente una città sotterranea) dove si possono incontrare musicisti  egregi. Può capitare di incappare in vere e proprie feste sotterranee con centinaia di passanti che si fermano per ballare ed ascoltare le performance.

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Da ANNUSARE

In questo senso (gran freddura!) non ho molto da condividere, poichè essendo cresciuta nella natura, tutte le grandi città puzzano. Hanno davvero un cattivo odore un miscuglio di inquinamento, escrementi, sudore.

Ma Parigi ha almeno la Senna che, nonostante non profumi e non appaia per niente limpida, rende però l’aria umida e densa, fresca nei polmoni, regalando profumo d’inverno.

Da GUSTARE

É proprio il caso di rimanere nei cliché quando si decide di gustare qualche specialità.

Pochi giorni e pochi soldi forse non consentono di gustare esempi di nouvelle cuisine, ma tutti possono e devono assaggiare almeno un croissant e una baguette.

Persino i cornetti serviti come colazione all’ostello erano fragranti e sì, non c’è nulla da fare, la lotta per il primato di bontà nella cucina mondiale è giustamente conteso con i nostri cugini francesi.

Ci sono migliaia di posti che preparano baguette di tutti i tipi, ma tra il V e il Vi arrondissement dove si estende il quartiere latino di Parigi, in una viuzza perpendicolare alla Sorbonne si trova questa una minuscola trattoria che merita una visita.  É un locale a tema marinaresco: ha quadri con barche e velieri, orologi a forma di faro e persino una gondola di plastica argentata sul bancone.Immaginate un ambiente casalingo gestito solo da un indiano dai capelli canuti e il sorriso sempre in volto che prepara con la proverbiale seraficità buddista panini indimenticabili.

Da TOCCARE

Nel film Le Fabuleux destin d’Amélie Poulain tra i piccoli piaceri della vita di cui godeva la protagonista c’è l’immergere la mano in una cesta di legumi. Per gli amanti/feticisti di questo film è possibile replicare la scena recandosi al 56 di Rue des Trois Frères dove si trova proprio  il  fruttivendolo Marché de la Butte.

Amelie.
Amelie.

Un’esperienza tattile che si può fare sempre nell’affascinante quartiere di Montmartre è recarsi in uno dei mercati di vestiti che si trovano per strada. Qui potrete infilare mani e braccia in montagne di vestiti caldi, acrilici pelosi e ..chi più ne ha più ne metta. I prezzi vanno dai 0,99 euro al pezzo per calze fino ai 14,99 euro per reperti di abiti alla moda anni ’90. Un’esperienza imperdibile.

"Au revoir, Pequod!"
“Au revoir, Pequod!”

QUE VIVA EL PERU’, CARAJO!

Viva il Perù, cazzo!

Basta solo questa scritta, che a caratteri cubitali campeggia sul versante della montagna, per farmi capire che questa non è una domenica come le altre. E’ il 29 luglio 2012 e il Perù ha appena compiuto 191 anni. Tutta la nazione blanco – roja è in fermento per i festeggiamenti patrii che si protrarranno per  oltre una settimana. Un tripudio di bandiere biancorosse assediano ogni angolo di strade:  tutto il popolo peruviano è chiamato a raccolta per dar vita ai festeggiamenti per la tan querida patria, la tanto amata patria.  Scuole chiuse, sfilate, parate militari e civili e spettacoli di ogni genere animano l’intero paese, dalla capitale Lima agli angoli più remoti e sperduti delle province andine e della selva.

E nella provincia di Huarochirì, a est di Lima, dove incominciano a innalzarsi le poderose Ande, lo spettacolo principale non può che essere la Corsa dei cavalli. Macchine, corriere, mototaxi assediano già dalla mattina i pendii delle montagne. E’ una corsa per accaparrarsi i posti migliori, per cui presto lo scenario del villaggio montano di Cashahuacra diventa una fiumana di gente assiepata su tetti, strade e rocce. Tutti lì per godersi un giorno intero di corse per i ripidi pendii delle montagne dove i fantini diventano le vere star dei vari villaggi di provincia. Ancora più celebri delle star del calcio o della tv, questi giovani o anziani intrepidi si avventurano per malconce mulattiere a bordo di ancor più malconci ronzini.

La corsa prevede varie batterie di tre fantini ciascuna che si sfideranno in un percorso di circa 4-5 chilometri giù per le montagne.

Vige un’unica regola: arrivare vivi e in sella al proprio cavallo.

Potrebbe sembrare cinico umorismo ma non lo è. Ad ogni corsa si prevedono almeno 3 feriti portati via in ambulanza se va bene, qualche deceduto se va male. Ma anche questo mi dicono, fa parte dello spirito della competizione.

Dopo essermi assicurato una postazione di tutto rispetto, attendo col fiato sospeso che arrivino i primi fantini. Come un fiume che travolge gli argini, le grida della folla si fanno sempre più forti quasi volessero accompagnare sino al traguardo i loro beniamini che arrivano chi gioendo per la vittoria, chi quasi spiccando il volo, chi dando di frusta e chi invece dandoci dentro tra spintoni, frustate tra fantini, strattonamenti e tentativi di disarcionamento.

Lasciato il mezzo ai box nelle esperte mani degli uomini, o meglio donne della scuderia, la gara termina e i corridori usciti miracolosamente illesi potranno dedicarsi all’attività preferita del post – gara, la fase borrachera, dove casse e casse di cerveza crystal scompariranno negli intrepidi e mai domi fegati peruviani.

A gara finita la gente rimane assiepata sui monti. Il motivo è sempre lo stesso. Finché la cerveza rimane a far compagnia la gente non si schioda.

Con questa immagine si chiude la giornata, immersa nel folclore dei festeggiamenti per l’anniversario patrio peruviano, spericolate corse coi cavalli lungo pendii per cuori forti e gente che si ferma a bere e mangiare ignorando il sole che se ne va e il freddo e il buio che iniziano ad avvolgerli.

Ma qui è così e si dice che del resto senza la birra Crystal, che festa sarebbe??

E del resto va bene così, si stappa e ci si unisce ai cori «QUE VIVA PERU’ CARAJO!»

7:30 l’ora dell’abbandono: ex-cotonificio Cantoni di Saronno

Fotoreportage di Stefano Banfi, Lorenzo Caimi e Riccardo Schiavo

Correva l’anno 2002. Dopo 91 anni di onorata attività il cotonificio Cantoni ufficializzava la sua fine.

Gli immensi spazi della ditta vennero gradualmente abbandonati lasciando sporadiche tracce del passaggio della recente vita industriale. Registri di vendite, scrivanie, materiale tessile, manichini rimangono ancorati all’ormai ex-cotonificio quasi a ricordare a cosa furono adibiti quegli spazi.

E poi gli sterminati paesaggi lunari offerti dai vari capannoni, dove fanno capolino le colonne portanti e i fatiscenti neon che pendono dai soffitti. L’atmosfera è quella di un film horror di Romero, ti aspetti di essere assalito da inquietanti presenze ad ogni minimo rumore ma in realtà le uniche presenze son quelle dei piccioni che, numerosi, assediano i lucernari sfondati da cui filtra quel poco di luce presente. L’umidità la fa da padrona. Pozze che potrebbero esser facilmente scambiate per stagni costellano la pavimentazione dell’edificio. Qua e là spuntano, testarde ed insistenti, piante e felci verdi che cercano di dare un poco di colore alla monocromia grigio – muffa che caratterizza gli spazi.

Con i suoi cupi e tetri torrioni che svettano oltre il muro di cinta, la “ex – Cantoni” rappresenta quasi uno sberleffo, una provocazione, una sfida a chi trasforma e plasma il territorio sotto la dura regola di cemento e betoniera.

Complice l’immobilismo delle amministrazioni comunali che si sono avvicendate, i progetti per trasformare l’area dismessa in centri commerciali o palazzoni popolari sono stati, fortunatamente, sempre sventati. I caseggiati della vecchia fabbrica così resistono e persistono da 11 anni. Al loro interno sembra che il tempo si sia fermato. I calendari segnano ancora il 2002. I registri di vendita ammonticchiati sopra le scrivanie parlano di affari del medesimo anno. Tutti gli orologi ancora appesi segnano la medesima ora, le 7:30.

Le uniche cose in grado di mutare in questo piccolo mondo fermo a inizio anni 2000 sono l’umidità e la vegetazione che agendo in simbiosi conquistano ogni giorno piccoli pezzi dell’ex industria.

Dopo 11 anni di abbandono forse la testarda resistenza di questi caseggiati è destinata a finire. Secondo il nuovo Piano di Governo del Territorio difatti al loro posto sorgeranno case, giardini e parchi.

E così l’ex area industriale scomparirà senza lasciar traccia dietro di sé.

E il tempo, fermo alle 7:30 di un giorno di inizio millennio, forse anche lui, tornerà a correre.

 

La loro Africa

Fotografie di Flavia Serafini;

Flavia e Davide, italiani d’Italia, si sono conosciuti tre anni fa in Africa, durante un progetto di scambio tra specialisti in veterinaria tra Italia e Namibia. A farli incontrare non solo la passione per il continente africano, ma soprattutto l’incontenibile amore per gli animali. Ed è stato proprio tale sentimento a volerli di nuovo in Namibia quest’estate.

 

Il deserto, la riserva dell’Etosha Park in Namibia, le cascate Vittoria nello Zimbabwe e i parchi in Botswana, tra tutti quello del Moremi sul delta dell’Okavango, meta prediletta per i documentaristi, e il Nxai Pan, con i suoi baobab secolari. In mezzo alla natura primordiale, gli animali: «Il safari è stancante perché puoi girare per 12 ore e non vedere niente; ma se verso la fine della giornata riesci ad avvistare un predatore, la sua maestosità ti ripaga di tutta la fatica».

 

Ma non solo le gite in macchina. Il safari si vive anche durante il campeggio serale: per il pernottamento ci si può affidare alle piazzole, distanti le une dalle altre numerosi chilometri, e talvolta visitate da iene incuriosite che si aggirano attorno alla macchina per poi allontanarsi con passo disinvolto una volta illuminate con la torcia. Nelle ore notturne la presenza degli animali è per lo più percepita attraverso l’udito. State pensando al ruggito dei leoni? Non solo, anche gli ippopotami dicono la loro. E per finire, gli elefanti e i loro branchi, composti da 30/40 esemplari… meglio non tagliargli la strada e spegnere subito il motore, a meno che non si voglia giocare con loro a rincorrersi nella savana.

 

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La vita di Liegi: le sue stazioni e lo Shamrock

«Gli aeroporti sono freddi ed impersonali, le stazioni invece possiedono il carattere e raccontano le storie della città in cui si trovano», diceva Terzani.

Chi vedrà Liegi per la prima volta dal treno avvertirà un senso di straniamento: ai panorami di piccole case di mattoni degne dell’immaginario più mainstream si sostituisce poco a poco la cassa toracica di un mostro bianco e freddo: è la Gare Guillemins, stazione centrale di recentissima fattura (ha solo quattro anni), ennesimo capolavoro di Calatrava e, come non di rado accade con le opere dello spagnolo, l’ennesimo esempio di edificio male inserito in un contesto. Ai turisti convince, alle loro macchine fotografiche colpisce, ai liegesi fa vomitare ma pare che ai valloni non dispiaccia dato che ne è in costruzione un’altra nella più piccola città di Mons. Chi è stato a Valencia, a Lione, Toronto, Reggio Emilia, o è pratico del periodo organico dell’ingegnere, è come se l’avesse già vista. Per fortuna o purtroppo sono mancati i fondi per realizzare l’intero progetto, che voleva far partire dalla stazione un fiumiciattolo che poi sarebbe sfociato nella Moisa.

Fino allo scorso anno i tossici si riempivano le tasche di erba e rientravano dalla vicinissima Maastricht al binario uno con il regionale. Ora sono aumentati i controlli della polizia ferroviaria e la regione olandese del Limburgo ha decretato che solo i residenti possono accedere ai coffee shop. Così i fattoni hanno abbandonato la stazione in favore delle biciclette. Fa freddo ma nelle giornate giuste se ne vedono molti che si avventurano lungo la pista ciclabile.

Stazione di Liegi

 Nonostante la città ardente si trovi nel cuore dell’Europa che produce, la sua situazione economica non è delle migliori. Il declino dell’industria, cominciato negli anni Sessanta, non ha più conosciuto arresto; le fabbriche son presto diventate vecchie e non ci sono mai stati i soldi per svecchiarle. La crisi ha aggravato la situazione e quindi il bianco della Guillemins contrasta ironicamente con il nero della cattedrale gotica e delle chiese da troppo tempo lasciate all’incuria. Qualcuno sostiene che manchino persino i soldi per innaffiare le aiuole e una passeggiata per i giardini del Parc de la Boverie aiuta a consolidare questa convinzione. Una persona su quattro è disoccupata e gli abitanti della capitale della Vallonia ci scherzano sopra: bevono le loro birre speciali allo Shamrock e sfoggiano il loro temperamento, più mediterraneo che nordico, che li rende felicemente poco inclini al lavoro. La signora che pulisce i bagni fa entrare un barbone senza pretendere i cinquanta centesimi necessari ad accedere alla toilette.

Parc de la Boverie

Funziona così: le poco stipendiate donne delle pulizie hanno il diritto di far pagare l’accesso ai cessi da loro ramazzati. Anche da Burger King, anche nei centri commerciali. Nelle stazioni, figuriamoci. Nei bei tempi andati certe politiche così aggressive erano inimmaginabili. Nella vecchia Guilemins non si pagava per pisciare. Però c’era l’amianto, oltre ad altre seccature (poca praticità per raggiungere i binari e spazi mal gestiti in generale). La vecchia gare, in vetro e cemento secondo l’estetica avveniristica della fine degli anni Cinquanta, dialoga con il Palais des Congrès (ancora in piedi) e denota la volontà da parte di Liegi di dare di se stessa un’immagine accattivante ed in continuo aggiornamento. Per i bagni a libero accesso di quasi un secolo fa passavano nefandezze di ogni genere. Questo deve aver favorito la creazione della fama della città, che vanta di essere tra le più pericolose d’Europa (anche se mai quanto la vicina Charleroi, bisogna proprio stare all’occhio con ‘sti valloni). I liegesi, tuttavia, se ne fottono, Amelie stacca dal lavoro allo Shamrock alle tre, a volte alle quattro di notte e non ha paura di girare per le strade. Prostitute, alcolisti e spacciatori, presenti in buona dose nel territorio, non sono poi così temibili. Basta schivarli quando si cammina, o assecondarli se rivolgono la parola.

The Shamrock, il locale irlandese dove i liegesi si ritrovano e rinfrescano il loro senso di appartenenza alla Vallonia

Posto piccino ma accogliente, adatto a chi ama buona birra e musica live, voilà lo Shamrock, tra i posti più bazzicati nell’ambito della movida di Liegi. E’ nato con un po’ di anticipo rispetto alla stazione. Prima, al numero uno della rue Louvrex, c’erano stati, in ordine sparso, un negozio di cappelli, un altro bar, un falegname e chi più ricorda cos’altro. Sarebbe interessante scoprire cosa ci fosse prima del 1958, quando la stazione appariva come un tenero baluardo ottocentesco.

Se quell’edificio avesse potuto parlare avrebbe raccontato dell’expo del 1905, delle noie della prima metà del Novecento, della presa di coscienza sempre più forte e politicizzata dell'”essere valloni”, dell’humor noir e dell’ironia che caratterizzano gli abitanti di quella che chiamano la città ardente. Se avesse potuto parlare probabilmente avrebbe anche accennato a tutta l’acqua che ha bagnato la città negli anni, e a tutti i cittadini che usano il proverbio vallone: «fai come a Liegi: lascia piovere».

Gare des Guillemis ai primi del Novecento

Due anni fa, la galleria d’arte contemporanea Jean Michel Uhoda ha chiesto a diversi artisti locali di creare delle opere partendo da un salvadanaio a forma di teschio. Durante l’esposizione, la gente (che non pagava l’entrata) inseriva monete nelle finte teste di morto e le spiegazioni annunciavano che il ricavato sarebbe andato ad un’associazione che raccoglie fondi per salvare Gaelle, una quindicenne invalida all’80% che deve prendere una serie di medicinali pagati solo in parte dalla mutua. Forse questa è una immagine emblematica: si decide di affrontare una difficoltà con uno spirito positivo che sfiora il cinismo.

Si potrebbe obiettare che molti luoghi si sono creati nomee stereotipate, ma forse il caso liegese è davvero diverso. Lo si capisce alla festa della musica (a giugno) o nelle altre occasioni comunitarie, in cui senzatetto e signore impellicciate ballano assieme, quando la lesbica squattrinata che gira tutti i vernissages per mangiare gratis saluta i conoscenti con la sua dentatura autunnale (e col cavolo che lascia i centesimi nei teschi), alla paninoteca della stazione centrale che espone un annuncio in cui si legge che si sta cercando una ragazza da assumere che sia puntuale, flessibile e… coraggiosa. Forse la brutta Gare des Guillemins è davvero simbolo di una città piena di agrodolci contraddizioni. Anne Lise è stata lasciata di nuovo e piangendo allo Shamrock offrirà birra a chiunque finga di ascoltarla anche stavolta. Che poi tanto lo sanno tutti che si scopa il proprietario.

Le due aquile d’Albania

DONG!!!

Non si può che iniziare da qui. Se fosse un video o una registrazione questo dong lo si individuerebbe subito e facilmente come un suono di campana. Uno solo, forte e profondo che invade tutti gli spazi della piazza semideserta.

Campana della pace e piramide, ex mausoleo per Enver Hoxha

Tirana, 23 luglio, ore 00:37. Dopo aver approfittato abbondantemente del cambio euro-leke (mezzo litro di birra costa tra gli 80 centesimi e 1euro) nei vari baretti del quartiere Blokku (quello della movida insomma) ci dirigiamo verso il monumento dedicato a Enver Hoxha, il vecchio dittatore comunista che era riuscito a trasformare questo piccolo paese mediterraneo in un vero e proprio inferno socialista.

Il monumento è un enorme mausoleo, nei pressi del centro di Tirana, dove inizialmente fu seppellita la salma del “padre – padrone” della patria. Oggi i suoi resti riposano dimenticati in un’altra parte della città e l’immenso mausoleo è ormai un edificio abbandonato con vetri rotti e odore di piscio sulle pareti. La piramida, come qui viene chiamata è scalabile con facilità e sicurezza e dall’alto dei suoi circa 20 metri si può godere un’ottima vista sulla Tirana by-night scarsamente illuminata.

Come numerose altre cose la piramida è un po’ il simbolo di quest’Albania dove poco più di 20 anni fa cadeva uno dei regimi più terribili della storia e che cerca ora di correre verso la modernità, tentando di recuperare il tempo perduto. «Sì, l’Albania corre veloce ma il problema di fondo è che non sa bene dove vuole andare». Quante volte ci è stata detta questa frase, durante la nostra permanenza; e chissà che sia un po’ così: un paese dove quasi nessuno parla della recente dittatura terminata e dove il mausoleo al suo dittatore è ancora in piedi, sebbene in disuso. In realtà, dicono, qui sorgerà il nuovo parlamento. O meglio, lo ripetono da 2-3 anni. I tempi sono già lunghi di per sé, senza contare corruzione, clientelismo e soprattutto un cambio di governo che ha portato al potere i socialisti a fine giugno. Per inciso, socialisti che sono i pieni ereditari della tradizione comunista, e che ovviamente si oppongono all’abbattimento della piramida. Vederla ancora in piedi provoca così un certo effetto, ed anche contribuire a riversare parte del contenuto della birra ingerita sotto forma di piscio sulle sue pareti contribuisce a farti sentir parte, seppur in misura minuscola, della storia albanese.

Poco distante dalla piramida c’è una passerella che porta sotto una massiccia campana appesa ad almeno 2 metri d’altezza. È la campana della pace, ricavata dai bossoli dei colpi di fucili mitragliatori e benedetta da Giovanni Paolo II. Dopo alcuni tentativi andati male, all’ultimo salto riesco ad afferrare il batacchio con la mano e atterrando con un colpo di reni gli imprimo la forza giusta per muoversi. Il risultato ci galvanizza e rimaniamo lì a goderci il DONG. Un unico colpo che si spande nella piazza indifferente dei tre giovini italiani che se la sghignazzano allegramente dopo aver sconsacrato il mausoleo di uno degli uomini più terribili della storia e dopo aver fatto risuonare la campana della pace.

Cattedrale Ortodossa della Resurrezione di Cristo [ph. Daniel CC BY-SA 2.0/Wikimedia Commons]

Indifferenza e velocità. Il paese delle due aquile sembra percorrere senza indugi questa strada verso l’integrazione all’interno dell’Unione Europea. Veloce, perché nel giro di vent’anni si è scrollato di dosso una terribile dittatura cinquantennale, nonché la guerra civile di fine anni ’90 dopo il crollo dello stato. Crollo che fece seguito a quello demografico iniziato a fine regime con i celebri barconi della speranza. Indifferente, perché per gli albanesi la bandiera blu con dodici stelle non significa nulla, o quasi. I problemi della vita quotidiana e l’accesa lotta politica tra il Pse (Partito Socialista d’Albania, centrosinistra) e il Pd (Partito Democratico d’Albania, centrodestra) catalizzano tutte le attenzioni dell’albanese medio. È un continuo noi contro di voi, ex-comunisti contro anticomunisti, socialisti contro democratici, tradizionalisti contro modernisti.

In mezzo a tutto questo vi è una rinascita religiosa, seppur limitata, che cerca di mediare tra le parti e di andare semplicemente oltre. Sì perché in un paese dove la conflittualità politica e sociale è alle stelle convivono, per ora senza scontri, ortodossi, cattolici, musulmani tradizionalisti e bektashi (una setta minoritaria di orientamento moderato presente quasi unicamente in Albania). Ma anche qui l’indifferenza la fa da padrona, anche perché dopo 23 anni di ateismo di stato (La Repubblica Popolare d’Albania si dichiarò il primo stato ateo nel 1967) e i 20 precedenti di repressione, la religione è considerata dagli albanesi un elemento decisamente secondario.

Così, le due aquile, a testa bassa, veloci e nell’indifferenza generale, sfrecciano verso quella bandiera blu stellata che significa integrazione europea, approdo individuato, in ipotetica data, nel 2015. E mentre le due aquile si dirigono verso l’Europa, quelli che andarono a cercare “l’America” nella vicina Italia negli anni ’90 fanno il percorso inverso, in fuga da un Europa povera e impaurita dal futuro. Con l’economia che cresce la situazione sociale e politica, anche se a fatica e con alcuni strappi, si stabilizza lentamente. Non è difficile capire le parole di Nik, emigrato in Italia dove ha fatto fortuna ma pronto a tornare al suo paese d’origine: «No, in Italia ormai c’è poco o niente da fare. Il futuro è qui. Io all’Italia devo tanto, ma il mio, il nostro futuro sarà qui», ci dice ridendo.

Sì, lui ride, sa dov’è casa sua e sa bene che a casa sua il futuro lo stanno costruendo adesso, con fatica ma anche con grande speranza e ottimismo. Ma noi, sorvolando l’Adriatico, non ridiamo, anzi. Guardiamo sconsolati casa nostra. Un’Italia che sembra aver perso la bussola, dove la parola ottimismo è sepolta sotto metri di terra, dove chissà quale sarà il nostro di futuro.

Italia-Albania. Un lembo di mare che ci divide come un universo. Così vicine, eppure così lontane. Paesi a due velocità: uno che spicca il volo e l’altro che accoglie e fa da traino, tanto negli anni ‘90, quanto nei prossimi decenni. E chissà che in futuro le parti non si invertiranno.

Cimitero dei martiri

In copertina, Piazza Skanderberg

Nuove mobilità: il ride sharing in Germania e in Italia

Articolo di Matteo Oufti e Francesca Gabbiadini

Un viaggio come un altro, ma con il ride sharing
a cura di Matteo Oufti

Stoccarda, novembre 2007. Decidere di cambiare vita trasferendosi a Berlino. Programmare un trasloco cercando di evitare di spendere centotrenta euro di biglietti del treno. Tre valige sono fardelli troppo gravosi per pensare di imbarcarli in un aereo. Come fare? La soluzione arriva da un amico di un coinquilino ed è conosciuta con il nome di mitfahrgelegenheit.de: chi intraprende un viaggio da solo decide di mettere a disposizione i sedili della propria auto in cambio di un contributo alle spese del viaggio. Basta inserire un annuncio online (lo può fare, previa iscrizione gratuita, sia chi offre un passaggio sia chi lo cerca) e lasciare il numero di telefono. Il proprietario dell’auto di solito specifica se e quanto spazio ha nel bagagliaio e se durante il viaggio è possibile fumare. Organizzare l’incontro insomma non è difficile: si salpa alla volta della capitale tedesca al costo di 35 euro. Appuntamento alla stazione dei treni alle ventitre.

Non è troppo difficile riconoscere un furgoncino, soprattutto in orari in cui c’è poco traffico. Altrettanto facile è riconoscere un ragazzetto tutto pieno di bagagli. Ci sono solo due posti nel veicolo e tanto spazio per le valige. Alla guida, un cinquantenne delle parti di Francoforte che lavora portando la posta da una grande città ad un’altra. Si sale in auto, l’autista si assicura che la musica che passa alla radio piaccia ad entrambi. Si parte.

Durante le ore successive, come sarà facile indovinare, non è successo niente di esilarante. L’auto scivolava lungo l’autostrada, i fanali fendevano la notte e a momenti di rilassato silenzio si alternavano conversazioni riguardo alla composizione delle reciproche famiglie, al costo della vita prima che arrivasse l’euro, all’inverno alle porte e a tutta una serie di discorsi da persone senza niente da dirsi, ma che sono contente di trascorrere il proprio tempo con una compagnia tanto cortese. L’autista raccontava di viaggiare raramente da solo grazie a mitfahrgelegenheit e faceva anche notare che molte donne usufruivano del servizio in piena sicurezza.

Arrivare poco prima dell’alba in un posto nuovo e sconosciuto assieme alla posta. Il compagno di viaggio chiede in che parte della città deve scaricarmi, ma come si può rispondere a una domanda del genere quando non si conosce niente di Berlino? Pare non ci sia un centro propriamente detto e la stazione dei treni si potrà visitare con calma. Un libro parlava di uno zoo, non sarebbe male visitarlo. E Bahmhof Zoo sia. Così, con tre valige su un marciapiede che nelle aspettative doveva appartenere ad un sobborgo degradato e che in realtà è nel pieno di un quartiere residenziale, si apre una nuova fase della vita.

BlaBlaCar.it: il ride sharing in Italia
a cura di Francesca Gabbiadini

Nel 2007 Olivier Bremer si trovava proprio in Germania quando scoprì il mezzo di trasporto preferito degli studenti universitari: esasperati dai costi troppo alti del treno, il passaggio in auto condiviso divenne un’attività notevolmente diffusa e realizzata tramite l’affissione di annunci svolazzanti sulle bacheche accademiche. Una volta rientrato in Italia, Bremer decise di importare la nuova modalità di viaggio attraverso la fondazione, nel febbraio 2010, di postoinauto.it, una community di ride sharing che permettesse anche agli italiani il risparmio sulle spese di viaggio e la scelta di uno spostamento ecosostenibile.

Appena un anno dopo i numeri dei posti in auto condivisi si aggiravano attorno ai 30 mila, per raggiungere i 100 mila nei dodici mesi successivi. Così, nel marzo 2012, postoinauto.it decide di entrar a far parte del network internazionale BlaBlaCar, e di cambiare il nome in BlaBlaCar.it, adattandosi ai siti gemelli internazionali. La rete europea BlaBlaCar (Comuto SA), fondata in Francia con sede a Parigi, nel 2006, ha cominciato ad operare quasi da subito, attraverso siti web, in Italia, Spagna, Germania, Regno Unito, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Polonia. Dunque, non è stato Olivier a rivoluzionare il sistema di domanda-offerta riproponendo la bacheca accademica in rete, come si suggerisce tra le righe di alcuni articoli. Di certo, però, non possiamo che ringraziarlo per aver contribuito, con il suo progetto, a svecchiare il senile pensiero italiano, a scalfire – coscienziosamente, tramite un sito organizzato – le raccomandazioni della mamma di non accettare passaggi dagli sconosciuti.

Che cosa si intende, invece, per ride sharing?

Il ride sharing avviene quando un automobilista decide di mettere a disposizione i posti liberi della sua auto, in una tratta di viaggio medio-lunga, per motivazioni economiche, di sostenibilità o per passare in compagnia un viaggio altrimenti solitario (il sito di BlaBlaCar, come lo stesso nome suggerisce, permette agli utenti di definire il loro grado di loquacità, scegliendo fra “Bla”, “BlaBla” e “BlaBlaBla”). Il ride sharing si differenza dal car sharing, che permette ai clienti un autonoleggio a ore, e dal car pooling, tramite il quale i colleghi di una stessa azienda si dirigono a lavoro con una sola auto, alternando l’utilizzo delle loro auto, per tratte di viaggio brevi e regolari. Il sito è di facile consultazione e l’iscrizione, gratuita, ancora più semplice: la sezione “Come funziona” è difatti molto esplicativa, con tanto di video per i più pigri.

Di maggior interesse, invece, sono i dati relativi ai suoi fruitori: qual è l’identikit del viaggiatore tipo?

La community BlaBlaCar ha più di 3 milioni di iscritti e decine di migliaia di destinazioni in tutta Europa. L’Italia contribuisce con il 10% sul numero di utenti globali, ma tale percentuale è in continuo aumento. Secondo i dati elaborati da BlaBlaCar.it, nell’estate 2013 le offerte di passaggio sono triplicate rispetto alla stagione precedente, indicando in tal modo come il ride sharing sia una valida alternativa al treno e all’aereo. La fascia d’età è under 35, ma nel sito si riscontra la presenza di utenti attivi over 65. Le donne italiane rappresentano un terzo degli iscritti, anche se usufruiscono maggiormente del sito, soprattutto per viaggi di lunga percorrenza (Corriere della Sera, Autostopdigitale: record di donne iscritte, 21 dicembre 2012). Inoltre per le donne che non si sentono del tutto sicure a viaggiare con sconosciuti, la community europea ha introdotto “Ladies Only, in italiano “Viaggio Rosa”, opzione in cui conducente e passeggero appartengono esclusivamente al gentil sesso. I dati evidenziano come, solitamente, dopo un periodo di prova di viaggi in rosa, la viaggiatrice è più propensa a condividere l’esperienza con conducenti e passeggeri maschili.

A meno che non si abbiano problemi relazionali per cui non si riesce a fare amicizia se non in spazi angusti che obbligano l’interazione, il portafoglio è uno dei motivo principali per cui una persona opta per il ride sharing. La tabella sottostante, relativa ad alcuni esempi di costi di viaggio inserite dagli utenti nel portale italiano, mostra difatti un palese risparmio:


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*fonte: viamichelin.it, ** calcolato rispetto ai prezzi base di Trenitalia

Durante l’organizzazione del viaggio è il sito stesso a suggerire al conducente il prezzo da richiedere ai suoi passeggeri: se state cercando uno strappo, è importante accertarsi che l’autista non tragga guadagno dalla tratta che vi offre poiché, in caso contrario, la sua Assicurazione potrebbe rifiutarsi di coprire eventuali imprevisti. Di conseguenza, sarebbe il conducente a doversi far carico delle spese di risarcimento per un eventuale incidente. Il servizio di BlaBlaCar si basa innanzitutto sulla fiducia dei propri utenti e il ride sharing è sicuramente una modalità di spostamento che, per sua natura, non attrae cervelli chiusi a doppia serratura, ma la consapevolezza previene le seccature.

Il progetto non propone solo un modo diverso di percorrere gli stessi itinerari: tra le varie richieste di viaggio, le nuove conoscenze e il continuo aumento d’utenza, BlaBlaCar vuole promuovere il consumo collaborativo e sostenibile. In Italia il numero di auto circolanti supera i 37 milioni, con una media di 1,2 persone per veicolo. Se il ride-sharing iniziasse a diffondersi a tutte le fasce di popolazione, si risparmierebbero 55 miliardi di euro e 40 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno (ANSA.it: EarthDay, con car-sharing -40mild ton CO2 all’anno, 22 aprile 2013).

L’idea del viaggio condiviso sta, a poco a poco, insinuandosi nelle piccole realtà, mettendo in discussione i vecchi disegni di mobilità urbana e suggerendo spostamenti sempre più indirizzati all’ecosostenibilità. Milano non è da meno, con la prima edizione di Citytech, alla Fabbrica del Vapore il 28 e 29 ottobre 2013, durante la quale si discuterà di Mobilità Nuova sondando le opportunità offerte dal Bikenomics l’Economia della bicicletta, Smart Mobility, Car sharing e Smart Parking.

I giornali del carcere: L’Oblò e Oltre gli Occhi del San Vittore di Milano

«Fermare la fantasia»: questo l’imperativo con cui Goliarda Sapienza, scrittrice riscoperta solo dopo la sua morte, si ammonisce all’ingresso del carcere di Rebibbia. «Da oggi per me la fantasia è nemica», perché troppo frustrante sarebbe stato, poi, affrontare il silenzio innaturale e gli spazi claustrofobici della cella.

Era il 1980 quando la Sapienza trascorse un breve periodo di reclusione per furto di gioielli. Solo cinque anni prima in Italia si approvavano le “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” (legge 354/75) nella convinzione che la tutela della democrazia e della dignità umana passasse anche per la riforma delle carceri, ora luoghi per attuare «un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale». «Il proprio paese si conosce conoscendo il carcere, l’ospedale e il manicomio», disse la Sapienza a un perplesso Enzo Biagi.

A guardar bene, oggi il carcere diventa “notiziabile” solo se si parla di sovraffollamento suicidi.

L’attenzione discontinua dei media, che alterna senza mezze misure l’allarmismo a lunghi silenzi, porta alla radicalizzazione di stereotipi negativi sulla vita carceraria, rafforzandone la distanza dalla società civile.

Per rompere questo circolo vizioso era necessaria un’inversione di rotta: se i quotidiani non si avvicinano ai detenuti, saranno i detenuti a riappropriarsi della scrittura per comunicare al di là delle mura. Così sono nate le prime riviste a circolazione interna e così oggi possiamo leggere i periodici distribuiti in città e i rispettivi blog.

La sintesi non inganni: è la partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa a garantire un rapporto più equo tra informazione sul carcere e comunicazione dal carcere.

 

Sul territorio nazionale, Milano spicca per numero e novità di iniziative. Pensiamo alla “Carta di Milano”: presentata nel 2011, è dal 2013 un protocollo deontologico obbligatorio per i giornalisti italiani, affinché i detenuti non siano identificati con il reato commesso, ma con il percorso che affrontano.

Al contempo, i penitenziari milanesi producono diverse riviste di informazione che aprono la realtà carceraria al mondo esterno. Non è un caso che la prima sala stampa per la redazione di giornali venne aperta nel carcere di San Vittore (1989); sempre al San Vittore nasce il primo net magazine delle carceri italiane, Ildue.it, che vanta una gran varietà di rubriche e approfondimenti.

 

Tra gli ultimi progetti editoriali della Casa Circondariale, conquistano visibilità le pagine de L’Oblò e la neonata rivista Oltre gli occhi, testimonianze del desiderio non solo di scrivere, ma di comunicare. Che si tratti dei propri trascorsi o di opinioni sul mondo del e dal carcere, in queste redazioni la scrittura è sempre diretta a un ideale lettore, detenuto o cittadino libero che sia. Mettere al centro l’altro aiuta a migliorare se stessi e a sfuggire al vittimismo.

Questa è la dichiarazione d’intenti del blog de L’Oblò, il mensile della “Nave”, reparto a custodia attenuata per il trattamento di ex tossicodipendenti e alcolisti. Inevitabile pensare che, tra poesie e pensieri sulle attività del reparto, ospiti soprattutto riflessioni sull’assunzione di stupefacenti, filtrate dalle esperienze passate e dal nuovo senso di responsabilità maturato alla Nave.

Ma si parla anche di legalizzazione e della legge Fini-Giovanardi, temi di interesse pubblico sui quali anche gli esterni si fanno un’opinione.

Guardando da un oblò, infatti, i detenuti lasciano aperta una finestra sul proprio mondo, quello più intimo e quello lontano e segreto della reclusione, coscienti di essere osservati da chi legge i loro racconti. Il giornale del carcere è quindi strumento per riaffermare la propria umanità, offesa dagli eventi della vita e da una parte della comunità esterna, e la partecipazione alla vita sociale, sancita nel 2005, con la pubblicazione della rivista per l’editore Apogeo e la distribuzione presso sei punti vendita Feltrinelli a Milano. «Un passo decisamente importante nella storia del giornale» – dichiara Renato Pezzini, giornalista de Il Messaggero e direttore de L’Oblò, che segue dagli esordi con Paolo Foschini (Corriere della Sera), perché l’incontro con la città motiva, responsabilizza e gratifica i detenuti.

 

Le nuove edizioni si aprono con “finte elezioni”-sondaggio che hanno coinvolto 45 su 1500 detenuti: «Elezioni in fac-simile a San Vittore: l’Italia dietro le sbarre è radical shock». L’idea è nata dopo la diffusione dei dati sull’alto astensionismo delle ultime amministrative e riportavano alla memoria «un passato più o meno recente in cui – spiega Alberto Oldrini, uno dei detenuti-redattori – in cui ognuno poteva partecipare liberamente al più classico dei reality-show, che periodicamente vanno in onda sul grande schermo democratico a suffragio universale».

È la provocazione di uomini che con ironia allontanano ogni tentazione vittimistica per avvicinarsi a un altrove reale, spesso cercato nei sogni. Come nell’incontro onirico con papa Giovanni Paolo II, in cui Luca Negri si sente dirgli: «Caro Papa, non ti preoccupare di me, le tue parole non sono state ascoltate, non solo in parlamento, ma in tutto il mondo e a tutti i livelli […] Tieni duro Carol e ricordati che il Papa è un po’ in ogni uomo […] Il tuo pianto è uguale al mio».

Come nel sogno di Sabrina, che riassapora l’Egitto in un buon tè verde e in un piatto di tajin: «Com’è bella la vita nella sua semplicità».

Sabrina e Cinzia, Mirna, Dana, Patricia, Violeta e altre ancora sono le detenute del reparto femminile del San Vittore che nel 2011 iniziano a frequentare il laboratorio di giornalismo tenuto da Simona Salta, editor di La7, e a progettare un giornale che possa rappresentarle. La loro è una storia ancora poco conosciuta, ma dal 2013 il bimestrale Oltre gli occhi sembra aver trovato le risorse per confrontarsi con il pubblico.

Grazie alla piattaforma web Quartieri Tranquilli arrivano la visibilità, l’incontro con Marco Predari e  Chiara Bramani e quindi i fondi necessari per l’impaginazione, la stampa e la distribuzione presso la libreria Feltrinelli di piazza Duomo.

Una sfida, ammette Renata Discacciati, responsabile editoriale di Oltre gli occhi, perché non si tratta di un giornale di attualità, ma di «una raccolta di racconti», versi o riflessioni su temi diversi, dal cibo ai ricordi d’infanzia alla vita in cella, difficile in queste “carceri a misura d’uomo”.

Oltre gli occhi, allora, permette un doppio riscatto: dalla monotonia del carcere, spesso raccontato con amarezza, e da un sistema che tende ad appiattire la percezione di sé, per attenersi «solo ai gesti e ai pensieri che mi possono aiutare a superare tutto con il minimo di sofferenza».

Così scrisse la Sapienza, un tempo detenuta come loro, che nel carcere scoprì un’Università di vita, un grande bisogno di emozioni, ma soprattutto «persone come noi».

In copertina: immagine dal sito oblodelanave.blogspot.com

LaDogana del Comune di Milano: una fucina di idee per il giornalismo universitario

C’erano molti degli atenei milanesi, dalla Statale alla Bocconi, dal Politecnico alla Cattolica, all’incontro “Giornalismo universitario on line: prospettive e problematiche” che giovedì 29 maggio ha riunito molte delle testate giornalistiche universitarie di Milano in occasione della festa di apertura de LaDogana, il nuovo spazio in via Dogana da poco sede dell’Informagiovani del Comune.

La tavola rotonda ha infatti visto uniti titoli vecchi e nuovi che hanno conosciuto gli altri nel comune intento di condividere un progetto che fugga il tranello dell’autoreferenzialità: erano presenti “Tra i leoni”, storico cartaceo della Bocconi con una nuova piattaforma blog, “Universi”, giornale on line fondato un anno fa da alcuni studenti di orientamento cattolico della Statale,“Inside”, mensile cartaceo della Cattolica dotato di un sito web e di una web radio, “Revolart”, periodico on line di approfondimento culturale fondato una anno fa dagli studenti della Bocconi, “Lo Sbuffo”, quotidiano on line, “Il vizio”, giornale letterario nato un anno e mezzo fa in Statale, “Lanterna”, giornalino cartaceo del Politecnico, “Vulcano”, storico cartaceo della Statale e “L’Urlo”, nato in Cattolica 42 anni fa per sparire un anno e mezza fa ed essere rifondato da due mesi grazie all’appoggio de “Lo Sbuffo”. Non poteva infine mancare il nostro “Pequod” che, rappresentato dalla direttrice Francesca Gabbiadini e dalla vicedirettrice Clara Amodeo, ha partecipato attivamente alle proposte lanciate dalle altre realtà cittadine, dimostrandosi una rivista attenta alla condivisione dei contenuti per una qualità dell’informazione sempre più alta.

Tante le criticità emerse durante la serata: dalla necessità burocratica, in Statale, di essere rappresentati da un giornalista iscritto all’ordine per ottenere dei rimborsi dall’università alle carenze di chi si getta, senza esperienza pregressa, in progetti tanto ambiziosi, dal rischio di emorragie inaspettate di collaboratori alle inevitabili nottatacce dei capi alla caccia di redattori inadempienti. Annoso problema è infine quello del reperimento di fondi: gli atenei non ne forniscono, le testate non ne hanno, i redattori non sono pagati, e in alcuni casi l’unico modo per “fare cassa” è quello di accostarsi agli sponsor, come alcuni giornali presenti all’incontro hanno raccontato di avere fatto in passato.

E proprio per porre rimedio a queste problematiche comuni, due sono state le proposte avanzate su cui ogni testata si è impegnata a collaborare: la fondazione di un’associazione riconosciuta legalmente che riunisca tutti i titoli coinvolti e il loro inserimento in una piattaforma di mutuo soccorso gestita on line per colmare eventuali buchi nel timone. Lo scopo è proprio quello di aiutarsi a vicenda laddove sorga qualunque problema di sorte, un po’ come hanno fatto, nel mondo del giornalismo professionale, i gruppi Rcs, L’Espresso e 24 Ore. E anche noi di Pequod, come i “big”, crediamo che l’unione faccia davvero la forza.

TAV e sfratti: un’esperienza umana

Pequod vi propone un’intervista che tenta di approfondire l’esperienza dello sfratto, dell’“espropriazione per pubblica utilità” che nel concreto significa abbandonare forzosamente la propria casa, in virtù della realizzazione di un progetto più grande. Anche quando non si condivide tale progetto.

Ne abbiamo parlato con Alessandra Zanini, dietista di 25 anni che ha sempre vissuto in un’abitazione di via Toscana, a Brescia, fino a quando le hanno comunicato di dover lasciare la sua casa per la realizzazione di una tratta ferroviaria ad alta velocità.

Ciò che spesso sfugge tra le pagine dei quotidiani è la dimensione umana di tali esperienze, che tocca tutti al di là delle personali posizioni ideologiche e dei tecnicismi.

 

Alessandra, partiamo dall’inizio: la tua famiglia come ha saputo dell’esproprio? Sul Giornale di Brescia (26 luglio 2012) leggo le parole di Maurizio Zanini, tuo padre: siete stati informati solo dai giornali?

«Tutto è iniziato nel luglio 2012, quando da un articolo del Giornale di Brescia si parlava di lavori in città che nei prossimi anni avrebbero recato disagi al traffico e alla cittadinanza; tra questi c’erano quelli previsti per il TAV a Brescia, con l’abbattimento di alcune palazzine. C’era la foto di casa nostra. Solo in via Toscana si tratta di 23 abitazioni; si aggiungono le 4 di Villaggio Violino e i giardini privati di via Roncadelle, per un totale di circa cento persone coinvolte direttamente. Abbiamo chiesto informazioni alle amministrazioni, ma nessuno sembrava saper nulla. Ad agosto arrivano le prime comunicazioni di Italferr [ditta incaricata dei lavori per la tratta bresciana del TAV, n.d.A], che chiede di formulare una proposta di indennizzo per l’esproprio della propria casa, ma cercando sul sito di Italferr apprendiamo che l’ammontare degli espropri era già stato fissato. Intanto nessun politico o ente competente ci ha dato informazioni, lasciando che si generasse il panico totale. Considera che la maggior parte dei coinvolti sono anziani che vivono in casa loro “da tutta una vita” e lì hanno cresciuto tutta la famiglia.»

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Le case di via Toscana che dovrebbero essere abbattute per la costruzione del TAV.

Quali sono state le risposte del comune di Brescia?

«Dopo una pressante richiesta mediatica, il 2 ottobre 2012 riusciamo ad avere un incontro con il sindaco di Brescia (ai tempi Adriano Paroli) e Italferr, che ribadisce di non voler modificare il progetto per evitare di abbattere le case coinvolte.

A fine anno si ha solo la certezza che le case dovranno essere lasciate entro fine 2013, ma a febbraio Italferr comunica che chiede la disponibilità delle case entro gennaio 2014. Essendo vicino alle elezioni amministrative, Paroli, sindaco PDL in carica, fa promesse di ogni tipo agli abitanti di via Toscana: parla di salvare una palazzina, di ricostruire una “piccola via Toscana” in una zona vicina… ma la realtà è diversa. La gente era spaventata, le mie vicine di casa più anziane si auguravano di morire prima di dover lasciare casa. Intanto Italferr fa un vero e proprio ricatto: o accettate i soldi dell’indennizzo o subentra l’esproprio coatto e venite sbattuti fuori senza prendere niente.

Gli abitanti di via Toscana, uniti in un comitato per tutelarsi, riescono a ottenere un incontro con i principali candidati sindaci e proiettano il video Tav – Storie di espropri a Brescia, per far capire a tutti che la casa non è solo mattoni, soldi e nulla più. La casa è ricordi, emozioni, sentimenti. In questo penoso incontro i candidati si dimostrano completamente disinformati sulla questione TAV a Brescia, fatto seriamente vergognoso visto il costo e l’impatto ambientale che ha sulla città. Con l’aiuto di un tecnico il comitato obbliga Italferr a riconsiderare il valore effettivo di ogni abitazione e così l’indennizzo diventa più congruo al valore della casa, ma non permette di ricomprarsene una di uguali caratteristiche e soprattutto non considera il danno morale alle persone, costrette ad abbandonare abitudini e ritmi di vita consolidati. Da settembre 2013 iniziano le prime cessioni obbligatorie delle abitazioni, che tra pochi giorni saranno completamente vuote.»

Come pensavate sarebbe cambiata la vostra vita e come è realmente cambiata, nel quotidiano?

«Abbiamo passato un anno e mezzo devastante, pieno di sofferenza, rabbia e frustrazione per non essere riuscite a far nulla per le nostre case e a far capire che il passaggio del TAV creerebbe danni a tutti: inquinamento, devastazione ambientale e disagi dovuti ai lavori. Molte persone ancora non sanno, o forse fingono di non sapere. Come i negozianti e i cittadini che fingono di non sapere che si troveranno i cantieri davanti alle attività, sotto le finestre di casa. Per ora non c’è, quindi non è un problema. La storia della Val Susa e di altre città già segnate dal TAV purtroppo alla popolazione “media” non è arrivata nel modo giusto. Credo che in questo caso i mass media abbiano creato lo stereotipo del No Tav = Black Block che spaventa chi non conosce i motivi e le modalità di questa lotta.»

 

È da quel momento che hai deciso di partecipare attivamente nel gruppo NoTAV di Brescia oppure eri già coinvolta nelle iniziative?

«Da agosto 2012, conoscendo gli attivisti della Rete Antinocività Bresciana, decidiamo di creare un gruppo, inizialmente composto da 3-4 persone tra cui io e mia sorella Valentina, per fare informazione sul TAV nella nostra città. Il gruppo cresce e creiamo varie iniziative: spettacoli di teatro, presidi, volantinaggi, presentazioni di libri, proiezioni di video, dibatti ecc. Partecipiamo anche a livello nazionale a una lotta che negli ultimi tempi è emersa non solo come lotta contro un treno, ma contro un modello di sviluppo che non funziona.

Essendo parte di Rete Antinocività per noi la questione ambientale di Brescia è un punto fondamentale per far emergere come i soldi pubblici vengano spesi per grandi opere i cui i profitti vanno a pochi, mentre l’ambiente e la salute dei cittadini sono all’ultimo posto nell’agenda della amministrazioni.»

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Una delle prime iniziative organizzate da Alessandra Zanini all’intero del gruppo No TAV.

Se l’ “espropriazione per pubblica utilità” è un provvedimento giuridico che sacrifica il bene privato per il bene della collettività, quali considerazioni puoi fare, considerando le specifiche problematiche di Brescia?

«“Bene della collettività”? Sia l’attuale sindaco Del Bono che la dirigente Italferr della tratta bresciana, a questa domanda hanno saputo rispondere solo: «Un guadagno di più di 10 minuti di tempo tra Milano e Brescia». A che costo però? 2 miliardi di euro e capannoni, case, campi espropriati e distrutti… e un biglietto che sarà inaccessibile a tutti. Pensa che a Brescia questa bretella non doveva nemmeno passare… l’ha voluta, per il prestigio della città, l’ex sindaco PD Corsini, amico di partito della Lorenzetti, arrestata per il traffico illecito di rifiuti legato al TAV. In generale, Brescia è in uno stato di emergenza ambientale. L’acqua è contaminata da cromo esavalente, sostanza cancerogena, tanto che in alcune zone l’acqua del rubinetto è non potabile. Anche l’aria è molto inquinata; nelle scorse settimane oltre a PM10 è stata rilevata una concentrazione di PCB inspiegabile. E poi la contaminazione del suolo con materiale radioattivo, amianto… Viviamo in una città letale e le cose non cambieranno finché la gente non cambierà mentalità.»

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Denuncia del ritrovamento di amianto sul Giornale di Brescia del 4 aprile 2014. Nella foto, a destra, Valentina Zanini.

Tu e tua sorella state realizzando un video per raccontare la vostra esperienza e la difficoltà anzitutto umana di affrontare l’allontanamento forzoso dalla propria casa…

«È un’idea di mia sorella, che ha scritto delle frasi su emozioni e pensieri riferiti a ogni stanza della nostra casa. Questo per comunicare quello che abbiamo provato e stiamo provando: dolore, rabbia, rancore… Perdiamo non una casa, ma i ricordi di una vita, i ricordi di nostra madre, di noi piccole… e in tutto questo ci sentiamo solo giudicate, da una parte come “ribelli” e dall’altra come “vendute”. Questo non ci demotiva, anche se portare avanti questa lotta è stato difficile. Per noi la lotta No TAV non finiva terminata una riunione; per mesi si è parlato solo di quello in casa, ogni pranzo e ogni cena. Con le difficoltà che un nucleo famigliare può avere nell’affrontare la cosa. Noi vivevamo solo con nostro padre, che essendo in pensione e avendo due figlie disoccupate, ha deciso di proteggere la sua famiglia accettando l’esproprio. Noi invece avremmo lottato con le altre famiglie.»

Con quale stato d’animo ti sei avvicinata alla “consegna delle chiavi” di lunedì 7 aprile?

«Abbiamo cercato di non pensarci fino all’ultimo. Sarà difficilissimo, significherà arrendersi, mettere da parte i propri ideali… ma non ci fermerà. Questo è successo a noi, ma non dovrà più accadere! La gente ha il diritto di essere informata! Pensa che alcune persone di via Toscana avevano comprato casa da poco e nessuno li aveva avvisati di quello che sarebbe successo. Questo non è accettabile! Tutti devono capire che dietro a quest’opera si nascondono corruzione, devastazione dei territori, pericoli per la salute dei cittadini e le generazioni future. Consegnare le chiavi sarà perdere una parte di questa battaglia, perdere una parte della nostra vita

Universo Università

Dati inquietanti che si aggirano sul web sostengono che i laureati italiani sono quelli che hanno in percentuale minori probabilità di impiego tra tutti i colleghi europei. La notizia non è certo sconvolgente, basta guardarsi attorno per capire che è davvero così: molti laureati se ne stanno a casa senza riuscire a trovare non solo un lavoro adeguato al proprio titolo di studio, ma neppure un qualunque altro tipo di lavoro. Alla faccia del ministro che sosteneva che i giovani italiani sono “choosy”, capita molto spesso che un laureato, qualora si presenti, mettiamo il caso, per un posto di cassiere al supermercato, si senta dire che avrebbe avuto più possibilità di impiego se si fosse presentato con il diploma o addirittura la licenza media!

Secondo la fonte che ha pubblicato il sondaggio sull’impiego post lauream, il divario esistente tra la situazione dei laureati italiani rispetto agli altri europei sta nel fatto che l’università negli altri paesi d’Europa come ad esempio Francia, Germania e Inghilterra, includa obbligatoriamente dei percorsi di tirocinio o di alternanza studio-lavoro che consentono allo studente di immettersi nella realtà lavorativa del settore che ha scelto prima ancora di aver terminato gli studi e di poter così vantare nel proprio curriculum questa esperienza.

Purtroppo la realtà universitaria nostrana non incentiva questo tipo di percorsi: forse ciò deriva da un pregiudizio che considera a teoria superiore alla pratica, il sapere fine a se stesso preferibile rispetto a quello applicato. Se questo è un discorso che può essere corretto per le scuole superiori, che, infatti, sono tra le più quotate in Europa e nel mondo, nonostante la condizione di svilimento economico e sociale a cui è sottoposta la classe docente da politiche di tagli indiscriminati alla scuola, per la formazione universitaria risulta controproducente. «La pratica senza teoria e cieca, come è cieca la teoria senza la pratica» afferma un aforisma di Protagora. La cultura classica è certamente importante e basilare per la formazione del cittadino, ma, come dimostra questo aforisma, è altrettanto necessario trasporne in pratica gli insegnamenti.

La mia esperienza personale, presso una facoltà umanistica come quella di Lettere della Statale di Milano, mi ha mostrato un mondo asfittico, sterile. Ciò che maggiormente mi ha deluso è stato proprio l’abisso che si è voluto scavare tra la realtà universitaria, il mondo della letteratura, e la società odierna con le sue dinamiche e le inevitabili questioni che ci pone di fronte. Purtroppo molto spesso l’università diventa l’arena in cui i docenti si mettono in competizione fra loro, il palcoscenico in cui fanno mostra di se, non il luogo principe della formazione delle nuove generazioni. E ancor di più mancano adeguati spazi in cui gli studenti possano mettere in pratica le nozioni acquisite, mettendo alla prova se stessi in percorsi extrauniversitari lavorativi o di apprendistato. L’università, per di più, non solo non incoraggia tali esperienze, ma anzi, sembra addirittura ostacolare quegli studenti che, al di fuori dell’ambito universitario, decidono di lavorare, ponendo sul loro cammino continui ostacoli che vanno dalla difficoltà di ottenere colloqui con i docenti al di fuori dei consueti orari di ricevimento (sia inteso, ci sono anche docenti molto disponibili in questo senso che fanno di tutto per venire incontro alle esigenze, ma, purtroppo, non sono la maggioranza), alla penalizzazione che spesso emerge in sede d’esame degli studenti non frequentanti.

La congiuntura economica attuale e l’elevata disoccupazione giovanile mette in primo piano la necessità di una riforma strutturale del sistema universitario che deve maggiormente aprirsi al mondo del lavoro: rischia di produrre schiere di disoccupati senza futuro se dovesse restare ripiegato su se stesso, nel proprio piccolo universo, appunto l’universo università.

Pellegrinaggio fra le ipocrisie di Lourdes

E’ una serata di metà maggio. Io edalcuni amici stiamo organizzando, con della fresca birra, una grigliata per il weekend successivo quando, improvvisamente, Sara ammutolisce: «Io non posso ragazzi. Quattro anni fa avevo promesso a mia nonna che un giorno l’avrei accompagnata a Lourdes… parto venerdì prossimo».

Lourdes, città situata nella regione degli Alti-Pirenei, è divenuta famosa in tutto il mondo grazie all’apparizione mariana del 11 febbraio 1858 alla quattordicenne Bernadette Soubirous. Successivamente ci furono altre diciassette analoghe visioni e assieme ad esse arrivarono numerosi cambiamenti che, nel tempo, trasformarono il piccolo paesino ottocentesco di 4 mila abitanti nella terza città alberghiera di Francia. Oggi la popolazione ammonta a 15.400 residenti con un afflusso di circa 6 milioni di persone l’anno; la città, inoltre, ha un bilancio di 18 milioni di euro, di cui il 90% deriva da offerte, doni e lasciti .
Sara, ragazza di 24 anni non credente, ha un solo motivo per passare quattro giorni in uno dei luoghi di culto cristiani più conosciuti al mondo: trascorrere un po’ di tempo con la nonna, ma grazie all’ottimismo lo spirito del viaggio si traduce nell’intramontabile carpe diem.

«Sembrava di essere allo Sziget, ma invece dei palchi c’erano la Grotta e le Chiese; e invece dei concerti le messe e i rosari. Ah, poi c’era un cinema: ogni ora riproducevano la storia di Bernardetta in una lingua diversa».
Nel centro di Lourdes non ci sono case, ma innumerevoli alberghi, quasi 400, con nomi nella direzione di Hotel du Calvaire, Hotel Concorde oppure Christ-Roi, che perdono stelle man mano che si allontanano dal Santuario di Nostra Signora di Lourdes e, a quanto pare, anche clienti visto che molti rimangono abbandonati. Nonostante la poca presenza degli abitanti del luogo, di certo la città non è morta. Il Santuario è composto da tre chiese, una superiore, una centrale e infine una sotterranea; quest’ultima, in particolare, è grande «come un campo da calcio», tutta di cemento armato, con l’altare al centro e due maxi schermi per vedere la messa.

Accanto si ergono la Cappella dell’Adorazione Perpetua, dove i fedeli posso pregare 24 ore su 24, e un’altra cappella in cui alla domenica si svolge la Messa Internazionale. Tutte le sere, inoltre, Lourdes è illuminata dalla fiaccolata della processione serale e il Santuario permette l’adorazione sino alle 2 di notte.

Una curiosità: camminando per la città può capitare di vedere una striscia sottile blu ai lati della strada che collega il Santuario alla Casa di Bernadette, sempre a Lourdes.

La Santa ha trascorso un certo periodo della sua vita a Bartrès, per aiutare la zia ad accudire le pecore, e proprio qui Sara farà una gita in pullman. Il posto è magnifico, i Pirenei abbelliscono il verde dei prati. La tranquillità del posto potrebbe trasmettere ai suoi visitatori il primo e unico attimo di raccoglimento, se non di preghiera, almeno di silenzio meditativo, ma il prete, dal canto suo, sente il bisogno di fare un raccoglimento di gruppo. Perché tutto, a Lourdes, dal Santuario alle cappelle, dalle processioni alle messe e in accordo con l’ortodossia cristiana, tutto deve essere condiviso e vissuto assieme.

Di fronte a ciò, l’unico pensiero autentico è probabilmente quello della mia amica, la quale, di fronte allo spettacolo dei Pirenei e delle casette isolate, non può che paragonare il paese a ciò che Lourdes stessa era una volta e a come l’attività di culto l’abbia definitivamente cambiata.

Il weekend riserva a Sara un’altra sorpresa: è il Pellegrinaggio Internazionale dei Militari.
Mentre si camminava per strada, mi racconta Sara, improvvisamente capitava di essere travolti dalle loro parate e ritrovarsi circondati da cori e preghiere di tutte le lingue, piume colorate e mantelli di varie dimensioni, accostamenti di ritmi di marcia ai ritmi della processione.

Chiedendole di raccontarmi un evento significativo del pellegrinaggio militare, Sara mi descrive i distributori di ceri posizionati nel Santuario: sorgono accanto ai baldacchini con candele di varie misure – tre dimensioni diverse – spesso troppo pieni; così, per posizionare la propria candela, si deve lasciarla agli addetti che ogni tot liberano i posti.

Davanti a questi negozi, i militari sono soliti acquistare i ceri per addobbarli di bandiere e fotografie dei loro caduti, dimostrazione del fatto che non sono solo a Lourdes a seguito di un comando imposto, ma anche per loro libera iniziativa: «Pensare al legame Chiesa-Esercito, personalmente, mi mette i brividi».

Ora però i viaggi devozionali a Lourdes sono stati bloccati: «Non è solo un’alluvione, ma una catastrofe!», ha dichiarato Nicola Ventriglia, cappellano coordinatore dei fedeli di lingua italiana, a Radio Vaticana, di fronte al disastro naturale. A voi il video tratto dal sito del Santuario di Lourdes: eccovi.

Perù: numeri su numeri

Santa Eulalia (Perù)
30/03/2012
Ora: 9:32
Manana

Un po’ di numeri. 4.534. 210. 06:20. 1036. 3408. 3398 prima e 3398 dopo. 3374. 18:15. 3660. 1492, o più precisamente 1524.

4534. I metri, altezza violata, raggiunta, conquistata. Verdi prati sotto le cime innevate dei ghiacciai e branchi di lama che corrono lungo i pendii delle montagne. Mai stato così tanto vicino al cielo in vita mia, il record d’altezza del Blindenhorn dell’estate passata, con i suoi 3374 metri, è ampiamente superato e non so se sarò mai ancora così tanto alto in futuro. Ma andiamo per ordine, una descrizione così sommaria non rende giustizia ai paesaggi e alla gente incontrata lunedì.

06:20. L’ora. Il retro del pick-up è carico di bolsas rosse, contenenti un po’ di tutto: matite, spaghetti, pennarelli, tolle di fagioli, quaderni e pacchi di riso. Destinatari i bambini del progetto SOS NINOS, piccoli ramini che vivono nelle comunità campesine al di sopra dei 3000 metri. La carrettera è un’altra rispetto al viaggio di sabato, ma la sostanza non cambia, affidamento cieco e totale all’autista, Pascual, e tante curve e sobbalzi per stomaci forti (il mio incredibilmente reggerà all’urto per l’intera giornata).

210. I minuti, di viaggio, tra un sobbalzo e lo spostamento di pietre dalla carreggiata per far passare il pick-up. 3 ore e 10 minuti ed eccoci. Acobamba, venti case di pietra con il tetto in lamiera che si stagliano su prati verde smeraldo, rigogliosissimi e zuppi di acqua (come scopriranno loro malgrado i miei poveri piedi) per via dell’elevato tasso di umidità e delle continue piogge. Aria rarefatta e grossa fatica a respirare, faccio una corsa e a momenti mi viene un infarto; Silvia, una delle instancabili volontarie, mi avvicina e mi dice che è una locura, una pazzia.

Acobamba

A 4534 metri, le venti case per trenta abitanti di cui almeno dieci tra ragazzi e bambini. Le domande su come delle persone possano vivere a certe altitudini, qui si amplificano. E si amplifica anche il mio stupore alle risposte del tutto naturali dei volontari peruviani abituati a vedere queste cose. Lana di alpaca e lama, papas e queso; tutto ciò che basta per vivere,tsè!

Consegna dei pacchi, foto di rito con i bambini inquadrati che non mi sorridono neanche a pagarli e la comune credenza che io sia un fotografo vista l’attrezzatura, e tutti mi fanno complimenti ancor prima di aver visto le numerose foto bruciate che verranno fuori. I bambini qui sono lievemente diversi, al contrario delle città, dove aspetto, colore della pelle e taglio degli occhi varia notevolmente, qui hanno più o meno tutti la stessa fisionomia, con gli occhi leggermente allungati, di uno scuro intenso, e la pelle della stessa tonalità, rame molto scuro, con le guance fortemente arrossate che sembrano quasi rigate.

E’ il freddo e il sole mi dicono, chi vive qui ha una pelle molto dura che tende a scurirsi, che sopporta il gelo e il vento e il sole qui più forte che mai. Il sole già, bastano dieci minuti perché la mia faccia assuma quella tonalità di colore che varia dal rosso aragosta al viola uva ben maturata. Tonalità che tutt’ora porto sul viso creando l’ilarità di chi incontro. Ma i bambini son differenti non solo per l’aspetto fisico, son chiusi, non sorridono e son più timidi che mai, i miei classici tentativi di pagliacciate non sortiscono alcun effetto. E qui entrano in campo altri numeri.

1492 o più precisamente 1524. Il primo è l’anno della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, il secondo è l’anno in cui lo spagnolo Francisco Pizarro da al via alle spedizioni che miravano alla conquista dell’impero Inca. Entrambe le date si riveleranno foriere di sventura per i popoli indigeni della zona. La “civilizzazione” porterà a quello che tutti noi conosciamo come un genocidio di massa, civiltà floride e secolari destinate a scomparire. Ma che c’entra con un viaggio in pick-up ad alta quota nel 2012? C’entra, c’entra eccome. Alla mia domanda sul perché i bambini e gli abitanti si siano rivelati così freddi mi rispondono in due maniere, innanzitutto perché non sono abituati a vedere un gringo da quelle parti, e poi, soprattutto perché per loro, ancora oggi, a così tanti anni di distanza, il blanco è colui che è venuto e ha distrutto tutto. Portatore di sventura. Non ci può essere una buona visione di lui, la diffidenza impera.

3408 e 3660. Il viaggio continua, si passa a consegnare i sacchetti ai bambini delle comunità di Huanza (3408) e Laraos (3660). Nel viaggio di ritorno arriva la neblinda, la nebbia, le nuvole che ogni pomeriggio assediano queste quote. Più che banchi di nebbia si potrebbero definire banchi di acqua vaporizzata, in quanto se ci sei in mezzo ne esci fradicio senza che ti abbia piovuto addosso. Ora i miei piedi comprendono perché i prati sono così inzuppati d’acqua.

3398 prima e 3398 dopo. Il dislivello. Salire e scendere così tanto metri porta a giramenti di testa, nausea e senso di debolezza. Rimedio? Uno solo, coca. Che sia un tè agli estratti di foglia di coca, foglie di coca da masticare o sia coca-cola non importa, l’importante è assumerlo prima o dopo la salita. Padre Joachin, che si fa in media ogni settimana i suoi buoni 2000-3000 metri di dislivello, si spara mezzo litro di coca-cola all’andata e mezzo al ritorno. Dice che il rimedio glielo ha consigliato una monaca, non sa bene perché ma funziona.

18:15. Il ritorno. Pascual dopo aver guidato praticamente per 5-6 ore su strade decisamente improponibili impreca per il dolore alle gambe, Silvia, Jordie e German, la mia compagine sudamericana, arrivano stannchi ma pronti a ripartire; mercoledì li aspetta un nuovo viaggio in altre comunità al di sopra dei 3000 metri. Io son devastato dal viaggio e in più martedì sto in giro tutto il giorno, al che mercoledì rinuncio ad andare; mi sento un po’ una sega e in effetti credo di esserlo un po’, quando vedo tornare Pascual e Silvia la sera di mercoledì: facce stravolte e retro del pick-up vuoto, borse consegnate.

Acobamba, mi siedo per respirare meglio, sono in un vicolo e mi si presenta una gucciniana immagine al femminile e peruana., La vecchia e la bambina, si preser mano e insiem andavan incontro alla sera.

Due vite agli antipodi: una che vira verso l’inesorabile tramonto e una che sta sbocciando ora, incontro alle difficoltà che comporta vivere in questi posti. Perfetto. Grazie Acobamba.

Acobamba 4534
Acobamba 4534

Frammenti di una Berlino ante-spread

Berlino. Ci son stato nel novembre 2011, durante gli ultimi sussulti del governo Berlusconi IV, in piena atmosfera di ancien régime: non ci fregava niente di spread, della “culona” Merkel, della Banca Centrale Europea, e i tecnocrati ancora non sapevamo bene cosa fossero (dal cilindro di Napolitano, stava per uscire un bel coniglio).

Berlino non era ancora diventata la tana del Lupo tedesco, una grotta di austerità e inflessibilità europeista, efficientemente antipatica, ma continuava a essere la città-utopia dei giovani italiani delle belle speranze: grafici, artisti, musicisti, dottorandi emigrati lassù in cerca di uno stipendio dignitoso.

Ci andavo dunque curioso e spensierato, quasi incosciente, come una piccola Cappuccetto Rosso italiana alla ricerca del genius loci. Del Lupo, nessuna traccia visibile.

Berlino e il Novecento, Berlino e il muro, Berlino e la Wende.

Come non farsi aspettative, come partire a mente lucida? A differenza di tante altre città, a Berlino non arrivi mai neutro. Sei, anche involontariamente, carico di un bagaglio di storie. Cerchi i riflessi di queste storie negli edifici, nei visi delle persone, nei residui di un passato ingombrante. Inutilmente. Berlino non si lascia raccontare.…

Puoi affidarti a Benjamin, che ti parla della sua infanzia a Charlottenburg, lo storico quartiere ovest, rifugio dei borghesi. Ti riempie dei suoi ricordi, trasporta il lettore su una giostra proustiana – la Siegessäule coperta di neve come un dolcetto natalizio, i parchi, la vita lenta di un tempo, le buone maniere –, ma nulla rimane di quel mondo. Leggendo le pagine di Benjamin impari una prima lezione: la dimensione di Berlino è il tempo. Dopo l’azzeramento del dopoguerra e più di qualsiasi altra città al mondo, Berlino ha dovuto fare i conti, più che col suo passato, col suo futuro.

Tutte le guide, come per tacito accordo, parlano male dell’architettura di regime. Come non dar loro ragione? Criticano l’impersonalità degli enormi edifici della DDR (Alexanderplatz e la Fernsehturm), biasimano le scelte di regime: i restauri (la parte est di Unter den Linden ne è un esempio), le demolizioni (il vecchio Berliner Schloss), le ricostruzioni (l’immenso set cinematografico del Nikolaiviertel) – e nello stesso tempo si affrettano a cantare le lodi dei neubauten postmoderni, sorti come funghi dalle ceneri di una città depressa, firmati dai più grandi architetti mondiali.

Al centro della nuova luccicante Potsdamer Platz, ai piedi di grattacieli colorati, non mi senso meno spaesato di prima. E il viale di Ku’damm, questo immenso cugino teutonico degli Champs-Élyseés, non mi pare meglio della comunista Berlino est. Ma neppure l’intellettuale Museuminsel, così chic, così demodé, assicurata alle fotocamere dall’UNESCO, riesce ad evocarmi i neoclassici disegni originali del suo creatore, Schinkel, e rimane come sospesa in quella aura posticcia da sito turistico che noi italiani conosciamo bene.

Potsdamer Platz
Come verranno giudicati questi nuovi edifici tra 50 anni? Saranno ancora di moda, o scivoleranno inesorabilmente verso l’obsolescenza? Non potrebbero forse correre lo stesso rischio dei loro speculari comunisti? La ricostruzione di una città deve tenere conto del suo passato, o può permettersi di scavalcarlo per reinventarsi?
Cammino per lo Scheunenviertel, il vecchio quartiere ebraico, a nord del Mitte, appena dopo la Sprea. Sotto una sinfonia quasi parigina, si possono apprezzare squarci gotici, improvvisazioni popolari anni ’50, nonché esotiche rivisitazioni come la Neue Synagoge. Procedo ammirando i negozi, pensando all’incredibile capacità che hanno avuto queste persone di reinventarsi un futuro da grande paese.

Inciampo. Guardo a terra: un piccolo sanpietrino dorato, leggermente più grande degli altri attira la mia attenzione. Scoprirò solo più tardi che si tratta delle Stolpersteine, le “pietre d’inciampo” che ricordano gli ebrei sterminati dai nazisti. È raro che un’opera d’arte (come chiamarla altrimenti?) riesca nell’ingrato tentativo del ricordo senza cadere nel banale e senza essere troppo personale o univoca. Le piccole lapidi dorate rimangono come un monito, silenziose e discrete. La memoria come inciampo, come errore collettivo che interessa anche il turista distratto; presenza permanente e diffusa.

Un’altra presenza, bella quanto inquietante, è la Fernsehturm. Questo immenso totem priapico auto-elogiativo, simbolo di un regime al suo apogeo, orienta la città. Appare improvvisamente agli occhi del visitatore: minacciosa, come dietro al Berliner Dom, misteriosa, eterea nelle nebbie notturne. È come l’ago della bussola per chi si è perso. Una Tour Eiffel tedesca: pulita, essenziale, funzionale, lontana dall’eleganza frivola e dalla leggerezza della sorella francese.

 

Alle 9 di mattino non c’è nessuno al cimitero di Dorotheenstadt. Percorro un vialetto in terra battuta, gli alberi sono spogli, scheletrici. In fondo una statua di Martin Lutero. Non potrebbe esserci nulla di più gotico. Il silenzio è impressionante: sono al centro del quartiere alla moda di Berlino, a due passi dall’affollata Oranienburger Straße, e il cimitero è piccolo. Non si sente nulla. Percorro i sentieri interni, percorro la storia di Berlino: qui c’è Schinkel, l’architetto ufficiale della grande Prussia classica; qui, sotto una semplice pietra ruvida, trovo Brecht e consorte, testimoni del primo Novecento tedesco: dai fermenti degli anni ’20, per le follie del nazismo, fino alla divisione.

Ma la tomba di Hegel non riesco a trovarla. Giro e rigiro, torno sui miei passi: trovarlo è più difficile che leggerlo. Finalmente compare, in un vialetto secondario oscurato da abeti, una tozza forma squadrata, in marmo rossiccio – sembra quasi la torre degli scacchi. Una magnifica ghirlanda votiva della Humboltd Universität ai suoi piedi. La semplicità sconcertante della tomba del più grande (e più egocentrico) filosofo classico tedesco risalta sulla ridicola pomposità di quella di Fichte, al suo fianco. Un obelisco mangiato dal tempo, nome e viso, scolpiti sulla pietra bianca, ormai illeggibili. Per ironia della sorte, si capisce che è Fichte solamente leggendo la tomba della moglie, alla sua sinistra.

Tomba di Hegel, cimitero di Dorotheenstadt

Ne Il cielo sopra Berlino Marion, la trapezista dice che a Berlino non ci si può perdere, perché «alla fine si arriva sempre al muro». Oggi il Mauer non c’è più, ci si perde molto più facilmente ed è difficile capire dove finisca la vecchia Berlino Est e dove cominci la Ovest. Il Muro come esercizio di relativismo: da una parte lo chiamavano muro, Mauer; dall’altra antifaschisticher Schutzwall, barriera di protezione antifascista.

Infine il Muro come reliquia. Conservato, curato, neutralizzato, può svolgere la sua funzione istituzionalizzata di ricordo collettivo. «La più grande mostra all’aperto di arte di strada!», acclamano le guide. Ma se il Muro, per essere visto, deve essere mostrato, allora vuol dire che non esiste più, è solo un’invenzione.

La pace di Viktoriapark, assonnata collinetta nel cuore di Kreuzberg. Ancora una volta il disegno è di Schinkel: i sentieri all’inglese cedono il posto nella salita ad una simmetria più nordica, fino ad arrivare alla sommità, dove le linee s’incontrano, il progetto si palesa e si apre davanti agli occhi il grande sipario della città. Il sole si riflette sulle guglie lontane, indora il tempietto gotico pieno di eroi e di allegorie, esalta la silhouette marziana della Fernsehturm.

A Kreuzberg ovest, la parte più agiata del grande quartiere turco, entro in questo famoso negozio di dischi, Spacehall. Dovrebbe essere il maggiore centro di spaccio della nuova produzione elettronica tedesca. Mi aspetto di trovare anche un nutrito reparto dedicato al krautrock. Niente. Sotto l’etichetta un po’ slavata dal tempo rimangono solo, quasi fossero anch’essi residuati bellici, un classico dei Popol Vuh, una raccolta di b-sides dei Can, e lavori minori dei Cluster. Chiedo alla commessa, magari c’è qualcosa in più in magazzino. Mi guarda in modo strano, risponde che quello che c’è, è tutto in mostra.

Le chiedo allora di indicarmi la sezione della nuova elettronica tedesca: mi accompagna davanti a dieci scaffali ricolmi degli artisti più sconosciuti e improbabili, in eleganti edizioni cartonate, minimaliste, vinili e ristampe di lusso. Capisco che il tempo del krautrock, il tempo della kosmische musik è finito. Allora, in una nazione divisa e occupata, la necessità era forse quella di evadere: uscire dai propri limiti, assaggiare il cosmo attraverso musiche “progressive”, sperimentali, suites infinite e allucinate. Oggi il suono di Berlino (New Sound of Berlin, come è fieramente scritto sul divisorio) è quello delle discoteche, delle sperimentazioni in laboratorio, figlie del lavoro – artistico e scientifico – di Stockhausen, dei Kraftwerk e di Schulze.

Un suono pulito, rivolto al futuro, fatto di rumori e ritmi sghembi, ricalcato sulla nevrosi della grande città. Oggi lo Zeitgeist è sul cavallo di Alva Noto: nervoso, frenetico, eccitante. Una selva di fischi, di rumori, di richiami, come in un grande tiergarten meccanico.

A un anno dall’Expo: c’era una volta il software antimafia

Tempo fa leggendo Il Fatto Quotidiano mi sono imbattuto in un pezzo di Gianni Barbacetto dal titolo Expo e il software antimafia scomparso. Una storia strana. Storia di ordinaria (pubblica) amministrazione. Ma andiamo con ordine. Mancano trecentocinquantaquattro giorni all’inizio dell’esposizione. Tra maggio e ottobre del prossimo anno a Milano sono attese milioni di persone ogni giorno, un grande giro d’affari. Un’enorme opportunità per tutti i settori economici. Ma a meno di un anno dall’evento, ci tocca parlare di una nuova tangentopoli e delle, ahime! Solite, infiltrazioni mafiose nei cantieri edili.

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A proposito di cemento e ‘ndrangheta, circa un paio d’anni fa venne presentato il Sogiexpo, uno straordinario strumento tecnologico in grado di incrociare dati e analizzare ogni singola impresa, rilevando eventuali condizionamenti o ingerenze della criminalità.
Bellissimo, stupendo, meraviglioso! Il progetto suscitò grande entusiasmo nei palazzi delle istituzioni. E in effetti questo strumento avrebbe potuto rivelarsi preziosissimo al fine di tenere lontano dai cantieri personaggi e aziende poco raccomandabili.

Nel 2012, la creazione e successiva gestione del software viene affidata a trattativa privata (in cui l’azienda o le aziende vengono scelte direttamente dall’ente pubblico che appalta i lavori, senza un bando pubblico quindi) per complessivi 500.000€ a “Opera21” una società che fa riferimento alla Compagnia delle Opere (costola di Comunione e Liberazione). Peccato però, che la suddetta società in quel periodo abbia già grosse difficolta economiche e nel 2013 porta le carte in tribunale.
Fallita, viene rilevata dalla società romana TopNetwork che dunque dovrebbe prendersi carico di tutte le commesse, compresa quest’ultima, che è anche la più importante. Ma qualcosa va storto. Scrive Barbacetto nell’articolo del 29 marzo scorso: «I tecnici che stavano lavorando al software per Expo si sono licenziati e sono passati ad un’altra società la “Wiit” di Alessandro Cozzi. Fuori di sé quelli della TopNetwork, che hanno rilevato un’azienda senza ciò che la rendeva appetibile». A quel punto la TopNetwork pensa bene di chiudere la sede milanese e licenziare i lavoratori dell’ex Opera21.

expo 3

Nel frattempo, l’organizzazione di Expo decide di affidare l’appalto alla Wiit, in attesa di trovare un nuovo appaltatore. Mentre, ad oggi, non si hanno notizie di operazioni anticrimine portate a termine con l’uso di questo preziosissimo (e costosissimo) mezzo informatico.

Introduzione alla LIS e alle sue criticità

La lingua dei segni italiana  (LIS) è il sistema visivo gestuale delle persone sorde caratterizzata da una specifica struttura fono-morfologica, lessicale e sintattica (es. Segue ordine SOV come il latino, il basco, il giapponese..) . É un codice complesso costituito da espressioni facciali, segni delle mani e movimenti del corpo; il segno diventa parola e il significato è recepito con la vista.

Le lingue dei segni esistono sin dall’antichità ma iniziarono ad essere studiate con approccio educativo in Francia solo alla fine del ‘700. Dalla fine dell’800 gli studi si diffondono in tutto il mondo e vengono a istituzionalizzarsi varie lingue dei segni:  «Il database internazionale delle lingue Ethnologue, consultabile on-line, enumera 121 diverse lingue dei segni» (Enciclopedia Treccani).  Negli ultimi decenni a scopi pratici si è sviluppata una lingua segnata ad uso allargato, per esempio all’ultimo convegno mondiale dei sordi (Sudafrica 2011) era presente un interprete internazionale.

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Quest’accenno al panorama internazionale delle lingue dei segni è utile per capire come si sviluppano alcune delle criticità a cui si farà riferimento nelle successive righe.

Il 13 dicembre 2006 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità nei cui articoli si stabilisce il dovere di tutelare l’identità culturale e linguistica delle persone sorde. L’Italia nel 2009 ha ratificato questa convenzione pertanto la LIS  ad oggi dovrebbe avere un riconoscimento giuridico -almeno come lingua minoritaria- che garantirebbe una serie di fondamentali servizi alla comunità sorda, così com’è avvenuto in altri paesi. Ad oggi, ancora nulla si è concretizzato se non una vasta polemica.

La stessa comunità sorda ha avuto delle scissioni interne: tra sostenitori della lingua dei segni come lingua naturale per i sordi e coloro che mirano a progressi medici e all’apprendimento della lingua parlata grazie ad ausili tecnologici.

A promuovere la battaglia per i riconoscimenti è in primo luogo l’ Ente nazionale preposto alla protezione e l’assistenza dei Sordi in Italia: Ente Nazionale Sordi (ENS) che ha l’espresso scopo, tra gli altri, di avviare i sordi alla vita sociale, aiutandoli a partecipare all’attività  produttiva ed intellettuale, di agevolare, nel periodo post-scolastico, lo sviluppo della loro attività e capacità alle varie attività professionali, di agevolare il loro collocamento al lavoro, di collaborare con le competenti Amministrazioni dello Stato, nonché con gli Enti e gli Istituti che hanno per oggetto l’assistenza, l’educazione e l’attività dei sordi, nonché di rappresentare e difendere gli interessi morali, civili, culturali ed economici dei minorati dell’udito e della favella presso le pubbliche Amministrazioni (Dalla pagina “Chi siamo” del sito ENS).

I colpi più recenti di questa battaglia sono stati agli inizi di febbraio 2014 presso l’aula dei gruppi parlamentari, in occasione di un convegno “Obiettivo Lis” voluto dall’ENS. In questa giornata è stata distribuita a tutti i parlamentari una proposta di legge formulata dall’ente

Il segretario nazionale Ens, Costanzo Del Vecchio, ha chiarito il valore della proposta: “Noi riteniamo che la lingua italiana dei segni, una volta riconosciuta, possa essere un progetto di vita per i sordi. Sono cittadini che purtroppo non sono pienamente integrati perché hanno un’oggettiva problematica di non poter interloquire con chi non conosce la lingua dei segni. Ecco che la LIS consente piena integrazione e interazione” (Lingua dei segni, un progetto di legge per il suo riconoscimento, Repubblica).

Per concludere meritano un accenno anche altre problematiche, di natura puramente linguistica:

la lingua italiana dei segni è un campo di ricerca molto appetibile per i linguisti perché permette l’osservazione dei processi di nascita ed evoluzione di una lingua naturale. In quanto tale però risulta soggetta a moltissime variazioni diatopiche soprattutto poiché manca una forma scritta che affermi che una specifica varietà sia quella corretta. Inoltre la standardizzazione della LIS risulta ostacolata dall’assenza dell’insegnamento nelle scuole.

Le criticità evidenziate hanno ripercussioni etico-civili poiché la LIS è lo strumento comunicativo della comunità sorda che in questo modo ha la possibilità di trasmettere una propria cultura e, in quanto tale, le istituzioni dovrebbero tutelarla e dare la possibilità ai non udenti di scegliere il metodo di comunicazione a loro più consono.

un bell’esperimento artistico:

SperimentaLIS è un progetto che vuole far convivere l’arte visiva e la lingua dei segni. Attraverso la LIS vuole sia raggiungere i sordi sia avvicinare gli udenti alla loro cultura. L’utilizzo delle luci e delle immagini sincopate è per esso il mezzo migliore per dare il senso del ritmo unendo la lingua dei segni e il montaggio visivo. È una bella sfida: creare un linguaggio universale che riesca a raggiungere chiunque lo osservi e lo ascolti … lo “guardi” con le orecchie o lo “ascolti” con gli occhi.

Come si dice ‘Ndrangheta in milanese?

Questa rubrica nasce con l’intento di approfondire maggiormente il fenomeno della ‘Ndrangheta, le sue connessioni fra nord e sud Italia, le assonanze di storie poco – molto poco – differenti, in una prospettiva che nega il discernimento tra due realtà apparentemente diverse, ma ordinate dalle stesse regole.

San Michele Arcangelo a Piazza Affari

Le cronache narrano che, quando a ferragosto del 2007 a Duisburg (Germania) furono rinvenuti i corpi senza vita di alcuni ‘ndranghetisti vittime della faida tra le famiglie Nirta-Strangio e Pelle-Vottari (entrambe originarie di San Luca, nella locride), gli inquirenti trovarono nel taschino di un ragazzo appena maggiorenne un’immagginetta bruciacchiata raffigurante San Michele Arcangelo.

Gli inquirenti italiani, che già da tempo collaboravano con la polizia tedesca sul fronte antimafia, capirono subito che all’interno del  ristorante di fronte al quale giacevano i corpi si era appena svolto un rito di affiliazione.

Nella società ‘ndranghetista l’immagine bruciata e le gocce di sangue dell’affiliando che cadono su quell’effigie sanciscono il patto d’onore; momenti scanditi dalle parole con cui si dichiara solennemente che, da quell’ istante, la propria vita apparterrà solo ai “mammasantissima”.
I riti della tradizione arcaica sono imprescindibili dallo spirito imprenditoriale delle cosche. Meccanismi diversi, ma complementari: riti ancestrali che fanno il paio ad operazioni finanziarie di proporzioni enormi.

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Attivisti antimafia con il testimone di giustizia Pino Masciari.

La‘Ndrangheta al nord. In che termini?

La parola ‘Ndrangheta deriva dal greco andranghathos ovvero “uomo valoroso”.
In Calabria e nel resto del mondo il termine non ha traduzione. E non cambiano neppure i metodi criminali con cui i clan si fanno largo, a Platì come in Piazza Duomo.

Affermare che gli ‘ndranghetisti del nord agiscono in modo diverso rispetto alla terra d’origine, cercando e trovando spazio solo in certi piani di certi palazzi è sbagliato e pericoloso. Indagini vecchie e nuove hanno portato alla luce uno scenario inedito per questi luoghi. Persone armate che entrano nei retrobottega delle attività commerciali, a volte minacciano, altre sparano.Automezzi delle cosche che si muovono indisturbati nell’area dell’ortomercato, dove si trova anche qualche immigrato pescato sulle spiagge calabresi o in qualche istituto per essere sfruttato.

Sono i padroni dell’ Hinterland e di interi quartieri della città di Milano. Sono coloro i quali gestiscono l’ordine e la sicurezza nella maggior parte delle discoteche della città. L’influenza dei clan non riguarda solo il settore economico e finanziario. Il problema sta diventando sociale. Le guerre intestine si sono spostate dai paesini della Calabria con più alta densità mafiosa, alle strade dell’hinterland e tra le vie delle periferie milanesi. A questo punto, anche al nord, come in passato in altre regioni, è giunta l’ora della scelta; voltare lo sguardo altrove rimane sempre l’opzione più facile e deleteria.

Russia terraferma. Notizie dal sistema carcerario russo

Dai tetti ai campi, dall’anonimato alle luci della ribalta in poco più di due anni: la storia del gruppo punk-rock russo Pussy Riot è oggi seguita dalle redazioni internazionali, per aggiornarci sulle vicende giudiziarie di tre giovanissime componenti più che sulle loro rocambolesche artistico-politiche. Di Maria Alyokhina, Yekaterina Samutsevich e Nadežda Tolokonnikova – accusate di teppismo e offesa al sentimento religioso dei credenti (ortodossi) e condannate a due anni di reclusione in campi di lavoro per aver intonato una sorta di preghiera punk alla Beata Vergine Maria contro la campagna di Putin, il 21 febbraio 2012, nella Cattedrale di Cristo Salvatore (Mosca) – s’è tanto detto e scritto, dalle reazioni ufficiali di Putin e del patriarca Cirillo I alla solidarietà del popolo russo e di star come Paul McCartney e Madonna; dalle rivelazioni dello Spiegel sulla presenza di infiltrati per manipolare il processo ai ritorni pubblicitari (con tanto di offerta di un servizio fotografico su Playboy a Nadežda).

Alla luce di questa esposizione mediatica e della conseguente aspettativa per cui ci si debba schierare da un lato o dall’altro della barricata, a sostegno di cause non sempre appropriate alla situazione (una tra tutte, quella femminista, come testimoniato anche dalle recenti manifestazioni italiane in occasione del 25 novembre), si apre una prospettiva diversa, a tratti sorprendente, con la lettura del carteggio tra il filosofo Slavoj Žižek e Nadežda Tolokonnikova sulle ultime pagine del nuovo numero di MicroMega (8/2013). L’ostacolo della censura ha rallentato la corrispondenza ma ha portato Tolokonnikova a evitare espliciti riferimenti alla propria quotidianità carceraria e a presentare le azioni del collettivo russo come atti di una strategia culturale precisa, espressioni di una «solida convinzione etico-politica».

I due si confrontano sulla deriva del capitalismo contemporaneo, che per il filosofo sloveno si è appropriato della dinamica rivoluzionaria e «trasforma la vita “normale” in un continuo carnevale», ma Tolokonnikova smonta questa avvincente montatura pubblicitaria per parlarci di un mondo nascosto (d)allo sguardo dell’Occidente consumista. L’incrollabile “normalità” della legge della produzione centralizzata e gerarchica domina su milioni di lavoratori, ai quali non è certo concessa alcuna stravaganza. L’obiettivo dei militanti (e l’invito agli intellettuali), allora, sarà smascherare questo inganno globale dall’interno, per tentare di alterarne la natura e volgerla verso le proprie convinzioni; per liberare le «zone economiche speciali» dei paesi in via di sviluppo dalle logiche dello sfruttamento. Affinché i «territori liberati» di cui parla Žižek possano dirsi davvero tali.

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Nadežda Tolokonnikova.

Lo sguardo della Tolokonnikova è in questo senso privilegiato, se così si può dire, come quello di altri “carcerati eccellenti” – tra gli ultimi, l’avvocato Aleksej Naval’ nyj, simbolo della protesta antigovernativa grazie al suo seguitissimo blog, dal quale ha denunciato scandali finanziari legati a grandi aziende a partecipazione statale e la disparità economica nella società caucasica. Naval’ nyj è stato condannato per appropriazione indebita, ma non verrà beneficiato dall’amnistia che Putin intende varare per il 20° anniversario della Costituzione russa, soprattutto dopo l’annuncio della sua candidatura come leader d’opposizione alle elezioni comunali di Mosca, nel 2014, e alle presidenziali del 2018.

Come gli Artic 30 di Greenpeace, anche le ormai due componenti delle Pussy Riot verranno coperte da questa amnistia (la Samutsevich è stata scarcerata perché non coinvolta direttamente nei fatti), ma dell’esperienza di reclusione rimangono i numerosi scritti della Tolokonnikova, tra cui la lettera aperta del 23 settembre scritta dalla colonia penale n° 14 del paese di Parts, in Mordovia, prima di essere trasferita in Siberia proprio per la denuncia pubblica delle condizioni cui era sottoposta.

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La colonia penale in Mordavia, esterno recintato con alti muri e filo spinato.

 

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La colonia penale in Mordavia, interno di una camerata.

Il Codice Penale della Federazione Russa prevede solo «villaggi-colonie» e, per i reati più gravi, «colonie correzionali a regime comune» (sezione 3, art. 58), in cui il regime di reclusione sembra più blando di quello in vigore nei campi maschili, ma le circa 46 colonie penali femminili riportano all’immagine dell’arcipelago gulag staliniano. Turni di lavoro massacranti e paghe misere per cucire le uniformi della polizia e dell’esercito russi; camerate sovraffollate e locali scarsamente puliti; difficoltà delle madri a stare con i figli più piccoli (due ore al giorno, sempre che la donna sia reclusa in uno dei 13 campi con orfanotrofio). Ma soprattutto l’umiliazione, l’isolamento e le pressioni psicologiche spesso esercitate indirettamente, aizzando l’odio tra le detenute, cosicché siano loro stesse a punire una donna per il suo comportamento, picchiandola o ostacolandone il lavoro. Questo tipo di convivenza impedisce di essere premiati per buona condotta, così come il collaborazionismo, che permette ad alcuni di godere di un trattamento nettamente migliore o addirittura una scarcerazione anticipata pagando la polizia penitenziaria.

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Detenute nel campo di lavoro in Mordovia, nell’estrema parte orientale della Russia, dove la Tlokonnikova ha scontato il suo primo periodo di detenzione.

Negli anni Novanta sono state approvate le prime riforme del sistema penitenziario dai tempi del regime sovietico, con due specifici obiettivi: la riduzione del numero di detenuti, per il quale la Russia ha mantenuto per anni un triste primato, e l’adesione ai regolamenti internazionali. La depenalizzazione di reati come i piccoli furti, molto frequenti all’epoca di Gorbačëv e della prima, traumatica liberalizzazione del mercato, ha diminuito considerevolmente le condanne, ma già nel 2012 la Russia si riconfermava lo Stato europeo con il tasso di popolazione carceraria più alto. Gli organi internazionali per la tutela dei diritti dell’uomo e le ONG russe lamentano l’assenza di politiche per affrontare gli squilibri sociali e continuano a sollevare preoccupazioni su abusi, tentate rivolte e morti inspiegabili all’interno delle strutture, in cui le condizioni dei carcerati sono descritte in termini di “tortura”.

Quella dell’odierna Russia è una realtà sociopolitica difficile e problematica, anche perché legittimata dal tacito assenso dei paesi occidentali, che non hanno ancora dato una prova della volontà di cambiare la situazione politica ed economica attuale. Potrebbe esserlo, suggerisce la Tolokonnikova, il boicottaggio delle Olimpiadi 2014, che si svolgeranno a Soči. «A mio modesto parere – scrive – i paesi “sviluppati” danno prova di un conformismo eccessivo e di una lealtà esagerata nei confronti di governi che opprimono i propri cittadini e ne ledono i diritti».

E mentre la Russia di Putin cerca di proteggere la sua immagine internazionale, l’Unione Europea non si è ancora posta l’obiettivo di definire con chiarezza i suoi rapporti con il vicinato, uno dei paesi più grandi del mondo, leader nei settori di punta di gas e petrolio. Una terraferma, scossa da proteste sempre più condivise nelle piazze di tutto il mondo.

Essere transgender. Esserlo a Milano

Donne e uomini che vivono il proprio corpo come una gabbia, qualcosa che ostacola la piena espressione di se stessi. Persone che avvertono un disagio così violento da decidere di iniziare un percorso verso l’adeguamento di genere. Gli individui che mutano dal genere maschile a quello femminile vengono definiti MtF (maschio transizionante femmina); FtM (femmina transizionante maschio) quelli che intraprendono il percorso opposto. Nell’immaginario collettivo, chi cerca di far corrispondere identità di genere e sessualità fisica; si immette in un cammino fatto di terapia ormonale sostitutiva, supporto psicologico, andrologi. Il transgenderismo è molto più di tutto questo. Cambiare vita significa ricominciare da capo: a una nuova identità deve corrispondere una nuova carta di identità e questa è una bazzecola se rapportata alla lunga serie di problemi che si incontrano lungo un percorso che è delicato tanto sotto l’aspetto fisico, quanto sotto quello psicologico e socio/culturale.

Innanzitutto adeguare il genere costa. Dieci, quindicimila euro tra medicinali, dottori e quant’altro. Le asl supportano la transizione solo dopo aver ottenuto il benestare dello psichiatra, ovvero nel momento in cui il paziente non riscontra altri disturbi mentali oltre alla condizione di transgender, la quale rientra nell’elenco nel DSM V, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Chi non si trova in questa categoria deve arrangiarsi. Si sarà notato che il numero di persone transgender che lavorano al panificio, che prendono le ordinazioni al bar, che consigliano il modello di scarpe più adatto ai clienti di un negozio è bassissimo. La discriminazione nel mondo del lavoro ai danni di chi vive una disforia di genere è assai elevata. Di conseguenza diverse persone transgender ricorrono alla prostituzione come unica possibilità per pagare il percorso di transizione o semplicemente per tirare a campare. Questo non deve indurre al luogo comune, largamente diffuso, che associa la transessualità all’esercizio del mestiere più antico del mondo: un simile finto binomio porta alla pericolosa idea che una trans non meriti o, peggio ancora, non desideri altro che mettersi al servizio di uomini che fruiscono il sesso con loro come qualcosa di trasgressivo, esotico. Lavorare su un marciapiede è spesso una scelta imposta da un sistema a due variabili fisse che non accetta l’esistenza di altre realtà di genere se non per relegarle all’interno di fantasie erotiche. Se per un studente universitario una grossa preoccupazione è quella di non trovare un lavoro, una persona transgender laureata convive con la paura di finire a prostituirsi per mancanza di alternative .

Monica Romano Palermo pride 2013
Monica Romano, Palermo Pride, 2013.

Il muro più difficile da abbattere, dentro e fuori dall’ambiente lavorativo, rimane quello sociale. Una femmina si sente un uomo e viene derisa per modi ed atteggiamenti che non rispondono ad un ideale convenzionale. Quella stessa persona, una volta acquisita l’identità maschile, continuerà ad essere giudicata, stavolta per l’effeminatezza o per via delle tracce che rimangono della sua precedente vita. Per evitare derisioni un uomo biologico deve nascondere il suo lato femminile prima e reprimere quello maschile poi. Al giorno d’oggi le persone transessuali sono oggetto di scherno e discriminazione tanto prima quanto dopo la transizione. In altre parole: se rispondi a determinati criteri sei uomo o donna, sennò, qualsiasi cosa tu faccia, sei guardato come un deviato e la tua diversità costituisce un pericolo. Di recente la compagnia teatrale Atopos, che attraverso le arti sceniche affronta argomenti di genere, ha portato sul palcoscenico alcune testimonianze di persone transgender. Tra queste quella della donna che viene aggredita e va a denunciare l’accaduto alla polizia. Un agente guarda la sua carta d’identità e commenta: “Ah beh, ma allora…”.

La legge 164/82 rappresenta una importante vittoria per la rivendicazione di identità di genere. La strada verso la parità, tuttavia, è ancora lunga. Fino a cinque anni fa non esistevano a Milano realtà né punti di riferimento per persone transgender. Se le cose sono cambiate, e se ora esistono luoghi di ascolto, orientamento ed accompagnamento, è grazie all’impegno di Monica Romano e Antonia Monopoli. Antonia è, dal 2009, responsabile dello Sportello TransALA Milano Onlus, mentre Monica oggi collabora con l’associazione di cultura lgbt Harvey Milk, che si occupa, oltre che di questioni di genere, anche di sessualità. Le due cose non vanno confuse: il transgenderismo è altro rispetto all’omosessualitàun uomo transgender gay non deve meravigliare. Adeguare il genere significa volersi relazionare al prossimo con un corpo adeguato e non invece conformare il proprio corpo ad un modello di eterosessualità. Prendere coscienza del fatto che i generi non sono due e le identità sessuali sono infinite, oltre ad essere un enorme passo non ancora compiuto, deve essere un esercizio da parte di tutti.

Congo: l’arruolamento spontaneo dei bambini e dei giovani

A inizio mese, il 7 novembre, apparve sulle homepage dei maggiori siti di informazione internazionale la notizia della resa del Movimento 23 marzo, conosciuto ai più con la sigla M23, gruppo di ribelli composto da ex militari dell’esercito congolese che ammutinarono nell’aprile 2012; la scelta del nome cadde sulla data 23 marzo 2009, momento in cui avvenne un accordo di pace fra milizie e forze armate che quest’ultime violarono.

Subito dopo questa resa, il pensiero dominante fu prevalentemente ottimistico, ma la realtà è che tale risoluzione è l’ultimissimo tassello di una rete di conflitti internazionali e di guerre civili che, sin degli anni Settanta dell’Ottocento, momento in cui avvennero i primissimi tentativi di colonizzazione da parte di Henry Morton Stanley, ha distrutto completamente la società civile del Paese. Difatti, il fallimento delle idee di sviluppo e modernità da un parte, portate avanti da coloni e missionari prima e dalle Ong dopo, e il collasso della cultura e dell’organizzazione sociale tradizionale dall’altra hanno creato un vuoto istituzionale che negli anni è stato colmato da modelli inediti di organizzazione economica e politica: i Signori della Guerra.

La maggior conseguenza di questa situazione è stata ed è tuttora la «democratizzazione della violenza» (Generazione Kalashnikov, Luca Jourdan) portata avanti su due livelli della società: in primo luogo fra le diverse comunità locali, dove i differenti gruppi etnici competono per le risorse, e in secondo luogo fra giovani e bambini, che si arruolano volontariamente nelle milizie per essere accettati nella società civile. Seguendo questa prospettiva, la dicotomia vittima/carnefice relativa al mondo dell’infanzia ingannato e sfruttato dal mondo degli adulti, comincia a perdere consistenza, a sfuocarsi, in favore di un’analisi più approfondita del fenomeno.

Secondo l’antropologo Jourdan, difatti, l’arruolamento spontaneo è da imputare alla volontà da parte dell’adolescente di uscire da una condizione di marginalità. In Congo le scuole vengono chiuse o distrutte e il mondo del lavoro è quasi del tutto assente poiché la competizione per la coltivazione della terra è un problema che dura sin dagli anni ’80 – causando numerosi conflitti civili – e l’industria è completamente assente. Di conseguenza, i giovani si mettono a fare i mestieri più disparati, dai cercatori d’oro ai trafficanti di diamanti, per poi trovare come unica soluzione l’entrata nelle milizie: «sono entrata […] a tredici anni perché gli ugandesi invadevano e saccheggiavano il mio villaggio. […] Sono entrata perché volevo magiare senza lavorare, volevo andare in macchina e fumare la chanvre (canapa indiana)» (Generazione Kalashnikov, Luca Jourdan, p. 93).

La testimonianza riportata, oltre a sottolineare come anche le bambine aderiscano alla ribellione, è significativa in quanto mostra come il periodo da combattente non sia stato vissuto come un periodo negativo, ma anzi, esaltante, di indipendenza e riconoscimento sociale, tramite il quale il combattente, da disoccupato, diventa consumatore di quegli oggetti materiali caratteristici della modernità.

3- infanzia negata dei bambini soldato, immagine sito UNICEF

In Congo, difatti, la violenza è diventata un’opportunità: il pillage, il saccheggio, ne è uno degli esempi più significativi. Siccome i combattenti non ricevono stipendio dai loro Signori della Guerra, quest’ultimi lasciano che i loro miliziani saccheggino le abitazioni delle popolazioni civili, come una concessione paternale, altro atto di violenza funzionale al loro potere di capi. Una volta concluso il pillage, spesso i combattenti vendono subito il bottino ai mercati, ma in altri casi tengono i beni acquisiti per farne sfoggio: così il saccheggio possiede anche il valore simbolico di accesso alla modernità e ai suoi simboli. Solo in questi termini si potrebbero dunque spiegare i cellulari appesi alle cintole in luoghi in cui non c’è un’effettiva copertura di rete.

In questo contesto l’immagine del bambino soldato vittima degli adulti perde parte del suo significato poiché  i kadogo, i bambini soldato, diventano attori sociali attivi. Ma non solo. In Congo è avvenuta una sovversione di ruoli sociali, nella quale il mondo dell’infanzia riesce a prevalere su quello degli adulti: «Ho visto un piccolo Mayi-Mayi (una delle milizie più potenti nel Kivu, regione orientale del Congo, n.d.r.), era alto così [con la mano indica un’altezza di circa un metro e venti], ha fatto inginocchiare un papà, gli ha legato le mani dietro la schiena e lo ha portato via» (Generazione Kalashnikov, Luca Jourdan, p. 97).

Un’ultima importante riflessione dell’antropologo Jourdan riguarda la storia della concezione occidentale dell’infanzia. Nel Medioevo, il bambino veniva considerato un adulto in formato ridotto, mentre dal Rinascimento si cominciò a porre le prime attenzioni sull’educazione dei giovani. In questo modo cambiarono anche i rapporti affettivi fra genitori e figli, dove i primi si predisponevano a diventare modelli spirituali e morali per i secondi. Durante l’Ottocento, invece, avvenne la rimozione del bambino dal mercato del lavoro, mentre nel Novecento il mondo dell’infanzia si accosta all’ambito del diritto (ad esempio, nel 1989 la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia). Da questo breve excursus Jourdan afferma come la storia dell’infanzia occidentale sia caratterizzata da una «progressiva perdita di autonomia», dove il bambino viene considerato un soggetto da tutelare e dove, in caso contrario, si parla di infanzia negata.

Ma tale prospettiva è una categoria morale e occidentale, formatasi dalla nostra storia sociale e non adatta ad essere attribuita alla realtà africana, non adatta ad essere una categoria universale. Difatti, in Africa lo status di bambino viene attribuito alle persone che non si sono sposate e non hanno avuto figli (di conseguenza anche un anziano può appartenere al mondo dell’infanzia); mentre l’adulto è colui che è «dotato di potere generativo», e quindi in grado di trasmettere l’essenza vitale tramandatagli dagli antenati.

 

In copertina, fotografia di Ed Ou pubblicata su SETTE CORSERA, vincitrice del premio giornalistico internazionale ”Mario Luchetta ”.

Alla scoperta di: Marco Bartoletti

Carta d’identità

Nome: Marco

Cognome: Bartoletti

Età: 51 anni

Provenienza: Calenzano (FI)

Professione: Imprenditore

Ogni giorno siamo investiti di notizie, dati e statistiche che evidenziano sempre più quanto gli ultimi 6 anni di dura recessione stiano logorando questo Paese. E sempre più spesso ci viene l’istinto di fuggire da queste notizie che non fanno altro che aumentare la nostra depressione e il nostro scoraggiamento. La delocalizzazione, la mancanza di posti di lavoro e la difficoltà economica non sembrano lasciare spazio alle piccole aziende che da sempre tengono in piedi l’economia italiana.

In mezzo a questa desolazione però ci sono piccole stelle luminose che permettono alla nostra speranza di restare a galla. Una di queste è sicuramente l’azienda di Marco Bartoletti, 51 anni, imprenditore di Calenzano in provincia di Firenze.

Andiamo con ordine: Bartoletti ha iniziato a lavorare nel 2000, quando la sua “azienda” consisteva in: due operai (oltre a lui), torni recuperati dalla discarica e tanto lavoro. Producevano oggettistica di lusso per automobili costose. Poi, ad un certo punto, la svolta: una casa di moda molto prestigiosa ha incaricato la sua azienda di produrre piccoli oggetti hi-tech di lusso con quella cura e quella qualità che solo il vero made in Italy artigianale sa creare. Da lì la produzione ha iniziato ad aumentare e l’azienda a crescere, fino a che i dipendenti sono diventati 250 e il fatturato si è moltiplicato.

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Sede dell’azienda BBS.P.A.

Fino a qui, un bell’esempio di successo imprenditoriale raro di questi tempi, ma non così unico. Ciò che rende questa storia veramente speciale è che questo successo imprenditoriale ne nasconde uno umano ancor più straordinario e importante: nella sua azienda il signor Bartoletti assume, tra gli altri, anziani, stranieri (circa un terzo dei dipendenti), donne (il 50% dell’organico), ma soprattutto malati oncologici.

La sua filosofia è talmente semplice che risulta disarmante: “ Se nella società esistono i malati di cancro, come si può pensare che non ci siano in un’azienda?”. E così ad una ragazza che, presentandosi in lacrime al colloquio di lavoro, perché le era stato diagnosticato un tumore il giorno prima, si scusava per non poter accettare il lavoro, Bartoletti ha risposto che essere malati è un buon motivo per lavorare e l’ha assunta.

Non si tratta di buonismo, infatti, come qualsiasi altro imprenditore, Bartoletti tratta i malati come gli altri dipendenti: li assume, se crede che abbiano un curriculum adatto, e li promuove quando e se se lo meritano; eppure dà loro la cosa più importante: la dignità e un motivo in più per continuare la loro lotta contro la malattia. Ed è proprio questa attenzione all’aspetto umano e alla persona che fa la differenza; per esempio l’imprenditore fiorentino ha introdotto nel suo team una psicologa per dare sostegno a chiunque in azienda ne abbia bisogno.

A chi pensa che il successo dell’azienda ne risenta, Bartoletti risponde che “non è una soluzione antieconomica, non provoca danni all’attività. Anzi, una volta trovata la modalità d’impiego adeguata al singolo caso, ho dei vantaggi perché queste persone s’impegnano di più, fanno ogni giorno del loro meglio. E finiscono per essere dei lavoratori migliori rispetto a chi è sano ma svogliato”. E c’è da credergli visto che la sua azienda mantiene un fatturato di 40 milioni di euro e 250 dipendenti!

Il suo sogno ora è quello di creare un’azienda con solo persone malate come soci, gestori e operai, e a noi non rimane che augurarglielo e augurarcelo, sperando che qualcuno segua il suo esempio.

 

In copertina: Veduta di Calenzano [ph. Marco Niccoli CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons]

“Ovunque ci sia una cucina lì è la mia casa. E quando sforno un piatto sento il profumo della felicità”. Zarina, 19 anni, Russia.

 

Da quella tragica notte del tre ottobre scorso sono negli occhi di noi tutti: donne, bambini e uomini avvolti nelle coperte termiche dorate, protesi verso i paramedici nella speranza di uscire da un inferno galleggiante che li ha resi prigionieri per giorni, impauriti dalla morte scampata e costata la vita ai 339 compagni di viaggio. Per non parlare, poi, di ciò che li aspetta una volta approdati: chi li ospiterà? Dove potranno rifarsi una vita? Come riscatteranno un passato di guerre e maltrattamenti? Domande, queste, cui dal 22 maggio 2006 cerca di dare risposte il Centro di Accoglienza Sammartini del Comune di Milano, gestito, dal 2007, dalla società cooperativa sociale Farsi Prossimo Onlus promossa da Caritas Ambrosiana: una struttura che offre ospitalità temporanea a donne straniere, con o senza figli, che abbiano chiesto la Protezione Internazionale (ossia lo status di rifugiato) e versino in condizione di bisogno. Le ospitate sono infatti donne che spesso hanno subito maltrattamenti e violenze, che possono essere fuggite da contesti di guerra o da situazioni in cui hanno patito persecuzioni per motivi politici o religiosi e che necessitano di un inserimento lavorativo: una sfida non facile, che prevede il delicato compito di perseguire lo sviluppo integrale di soggetti non solo deboli ma anche emarginati in un contesto urbano alienante, quale spesso si ritrova a essere la città di Milano.

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foto di Roberto Morelli

Ma assistenti sociali, educatori, infermieri, custodi e volontari non si sono arresi: nel 2011 hanno infatti dato vita a un Laboratorio di Cucina per l’integrazione delle donne del centro, un’attività educativa e ricreativa che, negli anni, ha riscontrato notevole successo sia a livello personale e motivazionale delle donne rifugiate, sia a livello qualitativo dei piatti proposti; come succede nelle piccole realtà, la voce circola e il menu multietnico viene apprezzato da chi col tempo ne ha fruito, dapprima solo i vicini ma ben presto anche enti e aziende che hanno cominciato a chiedere il supporto del Centro per i propri eventi. Un successo, insomma, che da un anno a questa parte ha spronato la cooperativa sociale a giocarsi il tutto per tutto: creare una vera e propria attività imprenditoriale di rifornimento di cibi etnici completamente al femminile e chiamata, non a caso, M’AMA Food – Catering dal mondo. Sono 100 le donne che, con i rispettivi figli, partecipano annualmente a questo progetto, proponendo le ricette del proprio paese e reinterpretandole in chiave mediterranea: nascono così gustosissimi menu a base di crocchette di amaranto, sambousa, fataya, falaffel con crema allo yogurt, tempura di tofu, yalaci dolma, pinzimonio di verdure fresche con crema tzatzichi, riso rosso alla thailandese e curry di uova solo per gli antipasti, per passare ai primi di riso basmati con agnello dal Senegal, zighini con crema di lenticchie e verdure, mafè, ndolè, cuscus varii, yassa, dejè e koshari, senza dimenticare le bevande che, tra le altre, annoverano succo di baobab, spremute di frutta tropicale, ginger caldo o freddo, bissap e selezioni di thè, caffè e vini. Le pietanze così realizzate vanno a riempire i tavoli di battesimi, comunioni, cresime, matrimoni, cene, feste ed eventi aziendali che non solo propongono un giro del mondo in (ben più di) 80 piatti, ma che vanno anche a sostenere economicamente un progetto sociale di fondamentale importanza.

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foto di Roberto Morelli

M’AMA Food non è tuttavia l’unica proposta sociale che usa il cibo come mezzo di integrazione: nel Comune di Taino, in povincia di Varese, è infatti operativa dal 2005 la comunità alloggio La Casa di Taino che, come succede a Milano, ospita donne singole o madri con figli (questa volta anche italiane) che hanno subito situazioni di maltrattamento o abuso, vittime della tratta e provenienti da situazioni socio – economico – abitative di precarietà e deprivazione. A loro si rivolge il laboratorio Eurosia, attivato ancora una volta dalla società cooperativa sociale Farsi Prossimo Onlus con l’intento di osservare, aiutare e sostenere le donne nelle loro capacità genitoriali e lavorative: sono 30 le cuoche che, tramite il laboratorio, sfornano ogni giorno marmellate, vellutate, mousse, composte per dolci, salse e gelatine, cristalli di sale, biscotti e addirittura crostate. Come nel caso di M’AMA Food, anche Eurosia si è data l’obiettivo di creare una vera e propria attività imprenditoriale al fine di formare professionalmente le donne, arredare e attrezzare definitivamente il laboratorio, acquistare macchinari sempre più sofisticati e avviare un’attività remunerativa a tutti gli effetti. A noi non resta che augurare loro “Inshallah”!

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foto di Roberto Morelli

Costruire se stessi. Riflessioni sulle reti sociali a partire da Foucault

Facciamoci tentare da un’analogia. Lasciamo che siano i due termini accostati a chiarirsi l’uno con l’altro: da un lato la riflessione filosofica di Foucault, dall’altro le reti sociali e le comunità digitali. Cerchiamo di capire come il primo termine spieghi il secondo e, viceversa, come il secondo verifichi il primo. La posta in gioco filosofica è la costituzione del soggetto.

Foucault ha dedicato tutta la sua vita allo studio della genealogia del soggetto. Ha smascherato il falso protagonismo della nozione di “soggetto” rivelandoci come esso sia sempre un risultato, un divenuto e mai un punto di partenza, con buona pace degli esistenzialisti e degli umanisti. In principio non è il soggetto, ma il potere che lo plasma, che lo forma; sotto una maschera che portiamo per essere accettati dalla società e che, d’altro canto, la società ci impone di portare, non vi è nulla se non un “in fieri”.Il compito dello storico della soggettività è quindi quello di studiare archeologicamente i modi di costituzione del soggetto, siano essi imposti dall’esterno o auto-diretti. La riflessione di Foucault si snoda proprio attorno a questi temi.

Già ne La storia della follia nell’età classica (1961) si cerca di capire come il soggetto moderno abbia marcato il discrimine tra sé e il diverso, tra saggezza e follia, e di come questo gesto di reclusione abbia in fondo contribuito alla costituzione della normalità stessa. La ragione si è costituita a partire da una s-ragione, dalla déraison, attraverso una violenza fatta ai danni di chi, per convenzione storica, si è giudicato diverso. Il soggetto razionale illuminato si è potuto costituire, per Foucault, solo pagando un duro prezzo: il silenzio forzato della follia all’interno della zona d’ombra degli istituti per alienati mentali.

La forza assoggettante, ovvero la forza che impone, che istituisce e che costituisce in ultima analisi il soggetto socialmente accettabile, ha molteplici forme: dalla forza bruta che materialmente rinchiude, al sapere dello psichiatra che epistemologicamente in-forma la malattia mentale. In quest’ultimo caso, il dispositivo assoggettante non sarà la clinica, la prigione, ma il sapere che giustifica la clinica, il sapere che dà il potere di imprigionare.

Ne Le parole e le cose (1966), lo studio di Foucault si concentra attorno ai dispositivi discorsivi, alle teorie e alle scienze che hanno storicamente determinato il corso della costituzione del soggetto. Ogni epoca storica è caratterizzata dalla sua episteme, ovvero un retroterra pre-discorsivo, pre-scientifico che condiziona non solo la possibilità ma anche la struttura della scienza stessa.

Semplificando la tesi di Foucault, si è passati da una episteme del Medesimo, che ha segnato il corso del Rinascimento fino a circa la metà del secolo 17, a una episteme del Diverso, che ha condizionato l’avvento dell’epoca che definiamo moderna, segnata da nuove scienze quali la biologia, l’economia e la grammatica generale. Solo grazie e all’interno di questi nuovi dispositivi discorsivi è comparso il soggetto inteso come lo intendiamo oggi: “Prima della fine del 1700 (…) non esisteva la coscienza epistemologica dell’uomo in quanto tale”. Foucault chiosa il suo controverso saggio scrivendo:

L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima.

 

È a partire dagli anni ’80, forse risentendo del riflusso internazionale, politico e sociale, che la riflessione filosofica di Foucault cambia temi e linguaggio. Si passa dalla archeologia dei poteri assoggettanti alla storia delle tecniche di soggettivazione. L’obiettivo e l’attenzione critica risalgono dagli autori della modernità europea all’antichità classica: Foucault riscopre un soggetto tanto eterodiretto quanto, in un certo limite, capace di auto-formarsi.

Studiando gli esercizi mentali e spirituali delle scuole filosofiche ellenistiche (stoici, epicurei e cinici in primo luogo), si scopre un nuovo modo di intendere il soggetto: ancora una volta, non un punto di partenza ma un punto d’arrivo, un’obiettivo da conseguire a prezzo di faticose meditazioni, di lunghi studi filosofici guidati da un maestro di vita. Un soggetto non immediato, ma che si costituisce attraverso una ferrea disciplina dedicata alla cura di sé (epimeleia heautou, secondo la dizione antica).

L’obiettivo di queste scuole era appunto quello di riappropriarsi di sé stessi, meditando su se stessi per diventare autentici e autosufficienti: in sintesi, di formare un soggetto autentico, ovvero filosofico, capace di controllare le proprie passioni, e di privarsi del superfluo, a partire da un soggetto inautentico, ovvero quotidiano, perso nelle piccinerie della vita comune ed eterodiretto.

L’emergenza del soggetto avviene dunque per l’ultimo Foucault all’incrocio di due diversi poteri: un primo potere, quello della società, dei dispositivi esterni che determinano la formazione di un soggetto accettabile; un secondo potere che è quello del discorso filosofico, della pratica spirituale regolata e autonoma, volta alla produzione di un soggetto autentico, capace di agire “bene”, autosufficiente. Un potere esterno, il dispositivo, e un potere interno, diretto su noi stessi da noi stessi – l’enkrateia, come la chiamavano gli stoici.

Questo intreccio di poteri è quantomai attivo e presente anche nella formazione di un soggetto che ancora non esisteva al tempo di Foucault, ma che sta diventando importante quanto il soggetto “tradizionale” e materiale: il “soggetto digitale”. In verità si parla più spesso di “identità digitale”, formula che si può preferire a “soggetto digitale”, ma che non cambia la sostanza dell’argomentazione: come per il soggetto, anche l’identità è una nozione convenzionale, un artificio costituito tanto da poteri esterni quanto auto-prodotto; mai totalmente libero, né totalmente assoggettato.

Non siamo infatti liberi come soggetti digitali, checché se ne possa pensare. La rete non ci rende affatto liberi, né pensanti, come qualche apologo del web sembrerebbe indicarci. Tanto è vero che non siamo nemmeno liberi di non partecipare: ciò, più che un rifiuto sterile, significherebbe abdicare alla propria soggettività digitale, lasciarla alla mercé delle rete, non tanto sopprimerla.

La rete sociale non dà quindi libertà infinita: pone regole più o meno codificate proprio come la società materiale: dirette per quanto riguarda il comportamento del singolo “nodo”; e indirette, formando comportamenti e incoraggiando abitudini. In ogni rete sociale abbiamo norme e codici di comportamento che, se trasgrediti, portano al “blocco” del soggetto digitale, ovvero all’esclusione forzosa dalla società stessa.

Ciò che materialmente viene definito “manicomio” o “istituto penitenziario”, assume digitalmente la forma del blocco della propria soggettività digitale – o, in altre parole del sequestro coatto della propria identità. Prendiamo come esempio il caso di Facebook (non dissimile dalle norme di comportamento di Google+).

Addirittura le modalità e le cause dell’arresto ricordano quelle materiali: si va dalla violenza pura e semplice contro altri soggetti, all’autolesionismo (automutilazione, disturbo alimentare, uso di droghe pesanti); da atti di intimidazione e disturbo a scopo commerciale alla segnalazione (e al limite col blocco) per pubblicazione di materiali offensivi, che vanno dall’incitamento, all’odio razziale, fino alla pornografia. Interessante anche notare come non siano permessi, almeno in linea di principio, “falsi” soggetti: sono accettate solamente identità reali, in una rigida quanto utopica corrispondenza tra realtà e virtualità.

Così come il folle era denunciato all’autorità pubblica, che provvedeva a rinchiuderlo lontano dagli sguardi disturbati e dai cuori dolenti della comunità, la rete ripropone la stessa logica delatoria tipica delle società moderne, così ben delineata da Foucault: chiunque può “segnalare” altri soggetti digitali all’autorità competente, con potere assoluto di decisione circa il blocco del soggetto incriminato, sia stata trasgredita o meno una norma di comportamento del tutto convenzionale, sempre in nome della sicurezza della comunità.

Le reti sociali verificano, in ambito digitale, i meccanismi assoggettanti che Foucault ha descritto a livello materiale, e li ripetono su due livelli: internamente, ovvero tra i membri della stessa comunità digitale, in quanto i soggetti vengono dis-posti e “disciplinati” da parte di un potere più alto; ed esternamente, nella vita materiale, poiché possedere una soggettività digitale è diventato ormai requisito necessario per non restare esclusi da alcuni diritti (informazione e partecipazione sociale in primis).

Ma non è tutto qui: occorre anche analizzare l’aspetto autonomo della formazione del soggetto digitale. Le reti digitali sono una formidabile palestra di “cura di sé”, certamente non filosoficamente intesa; una “palestra di comunicazione”, si potrebbe chiamare. Il soggetto digitale, sebbene nei limiti di una normatività convenzionale, è libero di formarsi come meglio crede; può decidere cosa far vedere di sé e cosa no; può reinventarsi, seppur virtualmente.

Vediamo come il fenomeno delle reti sociali ripeta in chiave moderna la cura sui tipica delle culture ellenistiche, con un’unica, grande, differenza. Se per il soggetto ellenistico si trattava di costituirsi in un Sé autentico, di arrivare all’autarchia, all’atarassia – in breve, si trattava di formare un soggetto che trovava in sé il proprio centro – oggi si tratta piuttosto di costruire un soggetto digitale appetibile e “comunicativamente competitivo”, che trova negli altri il proprio centro, la propria ragione costitutiva.

L’enkrateia, il potere del soggetto diretto su se stesso, è nella maggior parte dei casi indirizzata al fine di costruire un’identità digitale che corrisponda al desiderio della comunità. Attraverso le reti sociali non costruiamo noi stessi, quelli che davvero siamo; non si tratta di un esercizio di autenticità – a pensarci bene, un nodo, seppur autentico, continua ad aver senso solo all’interno di una rete.

Si tratta piuttosto della costituzione di un soggetto che risponda al meglio ai requisiti della rete stessa: comunicativo, veloce, recettivo, collegato, adatto alla vita “in comune” tipica del mondo digitale; antitetico al modello ellenistico di “ritorno a se stessi”, immerso com’è nel paradigma dell’apertura totale, della trasparenza.

Si è cercato di far parlare l’analogia, notando come nelle reti sociali si ripetano i meccanismi di soggettivazione e assoggettamento descritti da Foucault: in primo luogo, per far parte di una rete sociale, occorre rispettare dei modelli comportamentali, accettando un potere che contribuisce alla formazione del soggetto digitale; in secondo luogo, quella parte di potere “privato” che possiamo esercitare su noi stessi viene per lo più impiegato nella formazione di un soggetto digitale che risponda alle richieste della comunità.

E soprattutto, l’esempio digitale conferma, quasi fosse una lente d’ingrandimento, quanto sostenuto da Foucault per il mondo materiale: non esiste nessun soggetto a priori, ma sempre e solo una costruzione in fieri, che possiamo solo parzialmente condurre da noi stessi. L’uomo (digitale) è un’invenzione recente.

Come tutti i francesi, a Foucault piaceva scandalizzare. Le sue posizioni divennero celebri in tutta Europa; divenne un maître à penser per i movimenti studenteschi, un alleato prezioso della contestazione, dedito alla denuncia dei poteri assoggettanti, delle violenze di un potere che non è pericoloso solo perché capace di annichilire il soggetto, quanto piuttosto di formarlo. Ma questa è storia nota.

Alla scoperta di: Muhammad Yunus

Lo chiamano «il banchiere dei poveri», ma è semplicemente un uomo che ha messo la sua professione a servizio degli altri, che in realtà è ciò che ognuno di noi dovrebbe fare con il suo lavoro e le sue competenze.

Muhammad Yunus è un economista e un professore universitario bengalese di economia.

A seguito di una forte inondazione, una grave carestia colpì nel 1974 il Bangladesh e Yunus, analizzando l’economia dei villaggi rurali colpiti, scoprì che la povertà di quelle persone non derivava dalla loro scarsa alfabetizzazione o dalla loro inattività, ma dal carente sostegno delle strutture finanziarie del paese. La difficoltà di accedere al prestito bancario a causa dell’inadeguatezza o della mancanza di garanzie reali o delle piccole dimensioni imprenditoriali, non consentiva a migliaia di famiglie di avviare e sviluppare le loro piccole imprese agricole, vitali per la loro sussistenza, senza finire nella rete dell’usura.

Yunus decise così di “sfruttare” l’economia per aiutare la popolazione bengalese: cominciò a prestare piccole somme di denaro (la prima fu di 27 dollari a un gruppo di donne che producevano mobili in bambù) alle famiglie e alle comunità rurali perché servissero ad attuare iniziative imprenditoriali. Era nato il microcredito moderno.

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La sua opera prese sempre più piede, fino a che nel 1976 Muhammad fondò la Grameen Bank, la prima banca mondiale in assoluto che concedeva prestiti alle persone bisognose sulla fiducia e non sulla solvibilità!

Il successo della Grameen Bank si estese presto in molti altri paesi, anche con economie solide e avanzate e il modello del microcredito viene applicato in più di 20 paesi in via di sviluppo, con attenzione soprattutto alle imprese femminili, che più frequentemente sono destinate al sostentamento di tutta la famiglia.

Lo scorso 5 Giugno Yunus è stato premiato anche dalla prestigiosa rivista Forbes, ecco il video della premiazione e del discorso: youtube.

Il riconoscimento internazionale più prestigioso è però arrivato nel 2006, quando Muhammad Yunus ha vinto il Premio Nobel per la Pace e ha avuto così l’opportunità di far conoscere a tutto il mondo la realtà bengalese e di tutti i paesi in via di sviluppo.

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Per ulteriori approfondimenti:

  • Yunus Muhammad, “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, 2003.
  • Yunus Muhammad, “Un mondo senza povertà”, Feltrinelli, 2010.
  • Yunus Muhammad, “Si può fare! Come un business sociale può creare un capitalismo più umano”, Feltrinelli, 2012.

Perché “Un Uomo” della Fallaci è ancora attuale

«Ascoltami, cacasentenze! Chi non ha coglioni si rifugia sempre sotto l’ombrello dei motivi ideologici! Chi non ha fede si nasconde sempre dietro il paravento del raziocinio!»

(O. Fallaci, Un uomo)

Parole che appartengono ad Alexandros Panagulis, protagonista del romanzo di Oriana Fallaci, urlate di rimando all’ennesimo rifiuto, all’ennesimo diniego di fronte alla richiesta che caratterizzò la sua intera esistenza: l’azione. Capacità critica e azione. Azione, soprattutto, portata avanti in prima persona, iniziata con il mancato attentato a Georgios Papadopulos, il 13 agosto 1968, e terminata il Primo maggio 1976, quando la Primavera, soprannome della sua verde automobile, andò a schiantarsi contro il garage Texaco a causa di più tamponamenti provocati da altre due auto – incidente tutt’oggi dichiarato misterioso solamente dalle perizie greche.

Due attentati, dunque, a segnare quella che per molti, se non tutti, viene considerata una vita da eroe, rivoluzionario, anarchico sottomesso dagli eventi e dall’indifferenza, ma mai vinto o piegato alla rassegnazione. La prima parte del libro si snoda tra il filo troppo corto delle due bombe destinate al tiranno, alla cattura e all’interrogatorio portato avanti dall’Esa, la Sezione Investigativa Speciale della polizia militare, durante il quale Alekos fu sottoposto a infinite torture, fisiche e psicologiche, al fine di farlo confessare – ma dovettero cedere loro, non parlò mai – sino alla sua carcerazione, durata cinque anni, di cui gli ultimi tre in una cripta, una cella sotterranea con tanto di cipresso all’uscio, costruita conseguentemente ai suoi numerosi tentativi di evasione.

In questa prima parte la scrittura magistrale ed estremamente minuziosa della Fallaci assorbe il lettore, identifica gli ideali del pubblico con la lotta di Panagulis, con il costante bisogno di difendere la Libertà e di ricostituire la Democrazia nella Grecia degli ultimi anni Sessanta. Una lotta, in realtà, universale, trascendente i secoli e le nazionalità, che inizia con la prima famosa testimonianza di Socrate – sicuramente però non la più antica – una necessità radicata nell’uomo, quella libertà tanto cercata nelle poesie.

 

 

Dalla seconda parte del romanzo, la narrazione della straordinarietà del protagonista viene affiancata dalla sua umanità e quotidianità: è il momento dell’incontro tra Alexandros e Oriana, tra le loro passioni, tra due solitudini che, incontrandosi, si riconoscono. La Fallaci, inviata ad Atene per intervistarlo, entra nella vita di Panagulis nel 1973 e sino alla sua morte gli resterà a fianco:

«Io non voglio una donna con cui essere felice. Il mondo è pieno di donne con cui si può essere felici […] voglio una compagna. Una compagna che mi sia compagno, amico, complice, fratello. Sono un uomo in lotta. Lo sarò sempre».

L’ordinarietà dell’uomo, compagno di vita di Oriana, si fa largo tra le righe delle pagine, e ora di Alekos vengono narrate le avventure istrioniche, le sue violenze e i suoi eccessi, i sogni premonitori – sempre disseminati da pesci, simbolo di malaugurio –  e le sue passioni soprattutto, tra cui quella irrefrenabile per la tecnologia, allora rappresentata principalmente dal telefono, mezzo con il quale si teneva in contatto con il mondo. Dolcissima è la descrizione di lui che, insistentemente, le chiede quando andrà a fare l’inviata in Giappone, solo per poterla chiamare: là, purtroppo, non conosce ancora nessuno.

Le bizze da poeta, dunque, vengono descritte. Poeta e non eroe, così la Fallaci lo ricorderà sempre nelle numerose interviste che le fecero dopo la morte di lui, dichiarando che il suo eroismo era solo una diretta conseguenza del suo essere poeta.

Panagulis non era un agitatore di folle. Possedeva sì una tenace determinazione, ma di fronte alle distese di persone che incontrò durante i suoi comizi per la campagna elettorale, che lo vide poi entrare a pelo in Parlamento, fu introverso e poco incisivo. La sua natura era quella di un poeta ribelle,

 un individuo senza seguaci: non trascina le masse in piazza, però le prepara. Anche se non combina nulla di immediato e di pratico, egli muove le acque dello stagno che tace. […] Perfino una frase interrotta, un’impresa fallita, diventa un seme destinato a fiorire.

L’obiettivo di Un uomo è il proseguimento di questo scopo: lo smuovere delle acque, azione resa immortale dalla letteratura, resa indelebile come solo un’opera letteraria può fare. Per questo le critiche portate avanti dalla madre di Panagulis sul romanzo non furono e non sono accettabili; alla Fallaci non interessò mai creare una biografia, si limitò a riportare tramite inchiostro l’incisività di un uomo che dedicò la sua vita alla democrazia. Alekos si mosse per noi, Oriana scrisse per noi. Nel tentativo di poter smuovere negli anni a venire le coscienze dei più, in modo tale che, se la natura non ci concede le forze per poterci ribellare, almeno ci servano le sue parole a emergere dall’indifferenza.