Passa al contenuto principale

Becoming Jake. Viaggio da un genere all’altro

Appena entro nel locale in cui ci siamo dati appuntamento, il mio sguardo inizia a scrutare i volti di chi è seduto ai tavoli finché non si posa sulle spalle di un ragazzo intento a leggere. Lui è Jake, Giacomo Arrigoni Gilaberte, classe ’91, nato in Brasile ma cresciuto in Italia. Jake è un giovane transessuale FtM (Female to Male, sigla per la transizione da un corpo femminile a uno maschile), che da circa due anni ha iniziato la terapia ormonale sostitutiva (TOS) per diventare colui che ha sempre sentito di essere: un uomo.

Durante l’inesorabile susseguirsi degli anni, ognuno di noi è soggetto al continuo rimodellamento della propria identità. Cruciale è il periodo a fine scuola elementare, quando dal corpicino di bimbo cominciano a spuntare i primi segni di una prosperosa femminilità o di una muscolatura virile. Jake non possiede un nitido ricordo che condusse colui che una volta era conosciuto come Jessica al desiderio di vivere come Giacomo. Ricorda tuttavia di essersi posto tantissime domande alle quali non trovava risposta: «A dodici anni non mi piaceva nulla del mio corpo. Pensavo comunque di essere un’adolescente come tante che si sentiva troppo grassa o troppo brutta… Ma con il passare degli anni mi sono accorto che non riuscivo a mostrarmi». Assieme alle prime esperienze, Jake si crede una donna e lesbica, incapace però di sentirsi a proprio agio nell’intimità sino ad arrivare al punto di considerare il sesso sopravvalutato.

La svolta avviene durante una puntata de “Il Testimone”, il programma di MTV Italia firmato da Pif, dove un gruppo di ragazzi si svela alle telecamere raccontando la propria transessualità. Sin da subito, Giacomo si ritrova nelle esperienze e parole degli intervistati e pian piano, assieme ai primi Pride e ai primi incontri, inizia cautamente a farsi strada l’uomo che c’è in lui. «Una sera, in discoteca, una mia amica mi presenta a un ragazzo transessuale (FtM come Jake, n.d.r.): mentre lui mi mostrava i vergini muscoli che si erano appena rafforzati su braccia e spalle (grazie alla terapia ormonale, n.d.r.), io rimasi rapito dal suo entusiasmo e capii che quella poteva essere la mia strada».
Una volta giunto allo Sportello ALA Milano Onlus, Giacomo incontra l’attivista e Responsabile Antonia Monopoli, che lo invita a iniziare un percorso psicologico: «Grazie alla bravissima Chiara Caravà, ho iniziato ad aprirmi e a parlare di tutto sino al fatidico giorno in cui mi ha detto “Per me, sei pronto”». Jake ha circa 22 anni quando si reca per la prima volta all’Ospedale Niguarda di Milano.

http://www.youtube.com/watch?v=4DOV0BWSNsE

Giacomo ha fatto molti coming out nella sua vita. Il primo è stato per lo più taciuto: «Decisi di vivermi la mia identità da lesbica fregandomene del pensiero altrui, per poi scoprire che non mi bastava. Ciò che ero non rappresentava il vero me stesso… dovevo fare di nuovo coming out». E così Jake si è affidato al canale YouTube, grazie al quale l’involucro Jessica si è spezzato per far apparire per la prima volta Giacomo. Il timore maggiore era la paura che gli altri non riuscissero ad accettare il fatto che Jessica fosse stata sempre e solo mero rivestimento. Come a rimarcare il ruolo che i Social media detengono nella nostra società, Giacomo afferma che «condividendo il video sul mio profilo Facebook, mi sono tolto il peso di dover andare da ognuno e iniziare con “Ti devo dire una cosa”. Dopo la condivisione, invece, molte persone sono venute a chiedermi di parlarne assieme». In famiglia, Jake non ha fatto fatica a essere accettato e anzi, si ritiene fortunato poiché non pochi sono stati i casi di ragazze o ragazzi trans allontanati da casa.
«Il coming out lo vivo tutt’oggi – continua Giacomo – soprattutto con persone che ho appena conosciuto e in situazioni che non posso evitare. Ad esempio, se siamo in giro e mi scappa la pipì, non posso dirigermi in un angolo come qualsiasi uomo, quindi devo spiegare a chi ancora non mi conosce il perché debba cercare un bagno. E comunque anche nei bagni maschili ho le mie difficoltà: spesso le porte non si chiudono».

Non sono dunque i familiari o gli amici ad aver deluso Giacomo di fronte al suo presentarsi non più come ragazza ma come uomo: «Sono state le istituzioni e la burocrazia. Per iniziare la cura ormonale devi aver superato un percorso psicologico e avere l’approvazione dal Tribunale. Un giorno vado quindi in comune per ottenere l’atto di nascita da consegnare al Tribunale e inizio a compilare dei moduli di richiesta appositi per la transizione assieme alla signora dello sportello… la quale continua a chiamarmi “signorina”. Un’altra volta invece sono andato a fare i prelievi del sangue e un infermiere, leggendo la mia cartella e poi guardandomi, mi fa: “Ma sei un uomo o una donna?”. O ancora il medico di base, che durante il solito controllo della pressione, sdraiato sul lettino, mi alza i pantaloni e mi dice: “Ma sei sicura? È proprio un peccato”. Ma se ho bisogno di assistenza medica a chi posso far affidamento se non a un medico?!». Questi sono solo alcune delle violenze di genere che Jake ha dovuto subire da parte delle istituzioni pubbliche al servizio del cittadino.

In Italia non è difficile accedere alla procedura di transizione, mi confessa Jake, sebbene l’iter sia tremendamente lungo e lento. Giacomo iniziò il 3 dicembre 2013 le punture di testosterone e da allora un po’ di cose sono cambiate.
Nel successivo frizzante video, i cinque cambiamenti più significativi dei primi 9 mesi di terapia ormonale:

http://www.youtube.com/watch?v=QYNy28RfGho

Ma a che punto siamo con il rispetto dei diritti delle persone transessuali in Italia? «Sulla carta sono sì rispettati, ma poi la realtà è ben diversa. C’è molta ignoranza in materia! Senza contare che la comunità trans italiana non si è ancora affermata definitivamente e questo è un peccato poiché potrebbe far tanto per sopperire alle lacune delle istituzioni. Certo è che ognuno di noi fa coming out quando può ed è pronto».

Dopo gli ultimi due sorsi di birra, lascio Jake partendo dalla prima domanda che gli feci: come stai? «Ah! Da due anni a questa parte sono solo gioie! Mi sveglio benissimo, sempre proiettato verso il futuro: domani è sicuramente un giorno migliore perché è un giorno in più verso quello che voglio essere. Verso Giacomo».

Fotografie di Giacomo Arrigoni Gilaberte

Casa e co-abitazione: la Edinburgh Student Housing Co-Op

Quando sei studente in una città straniera, la casa si può rivelare un grosso problema. È difficile trovarne una in una posizione comoda per l’università, è difficile trovare buoni coinquilini e bisogna stare attenti a non superare un certo budget.

Adriano ha quasi 25 anni, vive a Edimburgo da un anno e mezzo, ed è riuscito a trovare tutte queste cose in un posto unico nel suo genere: La Edinburgh Student Housing Co-Op. «Quando cercavo casa ad Edimburgo, su Google la co-op è stata una delle prime opzioni che ho trovato, ho curiosato sul sito e mi è sembrato subito un posto molto interessante» mi racconta Adriano, che sta finendo un Master in Traduzione dal cinese all’inglese nella città scozzese. Nella co-op vivono 106 studenti, in diversi appartamenti che possono ospitare dalle tre alle cinque persone. Ci sono molti inglesi, scozzesi, spagnoli, polacchi: la demografia della città di Edimburgo è ben rappresentata nei vari appartamenti. L’affitto è molto basso e diverse volte l’anno si può fare richiesta per entrare a far parte della co-op, venendo scelti dai membri che già ci abitano.

Non ci sono padroni di casa, funziona tutto in autogestione: gli studenti sono divisi in diversi gruppi che si occupano di ogni aspetto della vita in comune. Puoi unirti al gruppo che preferisci a seconda delle tue inclinazioni e su base volontaria. Il gruppo Places, per esempio, si occupa di tutti i lavori di manutenzione di tutti gli appartamenti: pitturare i muri, riparare elettrodomestici rotti e persino comprare scorte di carta igienica o di sapone. Ogni cosa che deve essere comprata, viene comprate in blocco per tutti.

«Per me, la cosa più importante della co-op è la partecipazione, e se tutti collaborassero sarebbe la situazione perfetta» mi spiega Adriano «Il problema è che spesso ad importanti riunioni decisionali ci troviamo in 30-35 persone, quindi la partecipazione non è alta come vorrei. E non essendoci una gerarchia, spesso il processo è molto macchinoso». Gli chiedo qual è la cosa che ama di più di questa sua casa, in cui ormai abita da un anno e mezzo: «Ti ritrovi a condividere una soluzione abitativa con una comunità vibrante di persone, di diverse nazionalità e in un ambiente dal quale puoi imparare moltissimo. Nella co-op abitano studenti di tutti i tipi, ma tutti con una passione o una battaglia a cui tengono particolarmente: c’è chi si batte per i diritti LGBT, chi è un convinto vegano, chi è molto attivo in politica o nel quartiere, quindi ogni discussione è utile per imparare qualcosa di nuovo».

Certo, a volte questa cosa può diventare un problema, mi spiega, perchè vivendo insieme così tante persone con idee così radicali, spesso tra i membri della co-op si creano discussioni molto accese non sempre di facile risoluzione.
Il ruolo di Adriano è anche quello del facilitatore in questo tipo di conflitti, facendo parte del gruppo Welfare, che si occupa del benessere fisico e mentale dei membri della co-op.
«Sono un Welfare coordinator», mi racconta, «ogni persona, se ha bisogno, può richiedere assistenza su diversi problemi. Crediamo molto nell’integrazione, qui, e nella co-op ci sono anche persone con problemi psicologici piuttosto seri, come disturbo dell’attenzione o bipolarismo. Per noi è importante che tutti i membri si sentano protetti e al sicuro, ed entriamo in gioco ogni volta che un conflitto non facilmente risolvibile si verifica nei diversi gruppi di lavoro».

Un altro gruppo di lavoro si occupa anche di organizzare feste, eventi, gite, condivisione di cibo e ogni aspetto più sociale. Lo spreco di cibo è bandito: alcuni membri del gruppo si occupano di cercare nei cassonetti cibo perfettamente integro ma magari scaduto il giorno stesso. Adriano stesso, che lavora in un negozio, porta a casa cibo scaduto non più vendibile e lo condivide con i membri del gruppo. È una vera atmosfera di collaborazione, in cui tutti pensano al benessere dalla co-op.
Adriano mi spiega inoltre che i vari appartamenti sono divisi a seconda delle esigenze dei membri: esistono appartamenti che fanno feste scatenate tutte le sere,  appartamenti più tranquilli, appartamenti LGBT. Quando entri a far parte della co-op, ti viene anche chiesto in che tipo di appartamento vorresti stare, a seconda dello stile di vita che conduci. «È capitato che i vicini si lamentassero quando c’è troppo casino. La co-op non è sempre vista di buon occhio dal quartiere. Cerchiamo di rispettare la libertà di tutti ma allo stesso tempo fare in modo che le persone attorno a noi possano vivere civilmente».

Gli chiedo come è vista questa scelta dalle persone intorno a lui, e Adriano mi presenta diversi punti di vista. Per la comunità giovane, alternative e underground di Edimburgo è vista come un sogno: condividere un appartamento e una missione comune con tanti studenti giovani come te, pagando un affitto basso, è l’obiettivo di molti. Altre persone la vedono come una scelta non condivisibile, perché l’immagine più comune è quella degli squat, di situazioni di degrado e sporcizia.
Adriano è felice di vivere in un posto che gli da così tanti stimoli, pur riconoscendo i limiti dati dalla co-abitazione di persone molto giovani e spesso poco organizzate: «La co-op è una bellissima utopia, che è molto vicina ed essere perfetta».

Case galleggianti sui laghi dell’Asia

Tra i primi messaggi inviatimi da Anna durante il suo viaggio in Cambogia, c’è la fotografia di lei stesa al sole su quella che sembra essere la prua di un’imbarcazione. Ad accompagnare l’immagine, la didascalia: «Arrivate a Siem Reap via fiume!».
Ritrovo l’entusiasmo del sorriso immortalato nella fotografia, ancora impresso sul viso di Anna, quando al suo rientro racconta della gita lungo uno dei corsi d’acqua che portano al lago Tonle Sap, che con i suoi 2700 km², appare come un mare a chi si affaccia sulle numerose foci che lo alimentano. Partite in tre ragazze alla volta della Thailandia, Anna e le sue compagne di viaggio hanno scelto di approfittare degli scali imposti dall’itinerario, per estendere gli orizzonti e visitare alcuni paesi dell’Indocina; tra le mete prescelte, i corsi cambogiani, raccolti sotto il nome di Tonle Sap in virtù della destinazione comune, diventati riserva della biosfera dell’UNESCO nel 1997, che ospitano complessivamente una sessantina di comunità galleggianti .

Lago Tonle Sap, Cambogia
Una comunità galleggiante sul Lago Tonle Sap, Cambogia

«L’escursione verso il lago Tonle Sap era comoda perché ci permetteva di spostarci verso Siem Reap, dove eravamo dirette; essendo arrivate nella stagione delle secche, però, molti dei corsi di fiume più gettonati durante la stagione turistica non erano percorribili. Noi abbiamo dovuto prendere un pick-up per arrivare al punto d’imbarcazione più vicino a dove ci trovavamo, nei pressi di Battambang, e per i primi 45 minuti di navigazione ci spostavamo senza motore, attraverso pali usati per fare leva, perché l’acqua era troppo bassa».
La scelta del percorso si rivela fortunata, perché permette ad Anna di immergersi nella realtà cambogiana e scoprire uno stile di vita totalmente nuovo: l’imbarcazione su cui si trova a viaggiare è un mezzo pubblico via mare, con fermate previste per far salire e scendere i passeggeri, che abitano e lavorano in edifici galleggianti, attraccati sulle coste del fiume. «La prima cosa a stupirmi è stata proprio l’abilità di identificare il punto esatto d’attracco! Non riuscivo a capire con quale criterio stabilissero di fermarsi in un determinato punto, all’interno di quello che a me sembrava un paesaggio tutto uguale, anche se straordinario».

L’imbarcazione su cui ha viaggiato Anna a una delle fermate
Abitazioni galleggianti sul Tonle Sap

Straordinaria è la scelta di vivere in un ambiente naturale così atipico, che costringe la fantasia a pensare architetture che si adattino all’elemento acqueo e siano funzionali alle attività che esso impone: «Pur essendo sempre lo stesso, il paesaggio ha una varietà di strutture che incuriosiscono lo sguardo di chi lo visita: molte aree sembrano degradate, soprattutto quelle che ospitano villaggi di case modeste, baracche in lamiera issate su piccole barche; altre hanno invece immobili grandi, imbarcazioni ampie attraccate attorno a palafitte ben organizzate. Anche le tecniche di pesca, che è l’attività principale se non l’unica, contribuiscono a rendere vario il paesaggio, con reti intrecciate in forme particolari o issate su grandi strutture».
Non da meno è l’influsso che l’ambiente ha sullo stile di vita dei suoi abitanti, vincolati ad attività marittime, sulla loro crescita e conformazione fisica: «Ero stupida dell’abilità a navigare anche dei bambini più piccoli, lasciati liberi di muoversi da soli sul corso d’acqua. Ho però anche notato che assumono presto una postura incurvata, probabilmente dovuta al fatto di trascorrere molto tempo in barca e camminare poco».
Nella memoria di Anna, il viaggio lungo il Tonle Sap porta con sé il brivido di un’escursione immaginifica, un’immersione nell’incontaminato confermata dalla reazione dei suoi abitanti: «Chi vive nelle comunità è disturbato dal passaggio di imbarcazioni a motore di grandi dimensioni, perché smuovono l’acqua in modo innaturale, spezzando i ritmi dettati dall’ambiente e confondendo i pesci».

Tra le tecniche di pesca, caratteristiche in Cambogia sono le reti a forma di cilindro
Un’altra tecnica di pesca, prevede l’uso di strutture in rete e bambù, come quella in fotografia

Completamente diverso è l’approccio a imbarcazioni a motore e flussi turistici da parte degli abitanti del lago Inle (72 km²) , in Myanmar. Beatrice, di rientro da un viaggio organizzato tramite agenzia in terra birmana, racconta del tour previsto in questa riserva naturale, da cui sono banditi tanto l’uso di sostanze chimiche quanto l’ingresso a lance di portata superiore ai cinque passeggeri: «L’attività turistica attorno al lago Inle è molto sviluppata: vi si affacciano molti torrenti navigabili, alcuni dei quali portano a località vicine, altri a monumenti come la pagoda delle cinque statue d’oro del Buddha (portate annualmente in processione a bordo di una sfilata di lance), altri ancora permettono l’accesso diretto agli alberghi costruiti su palafitta, che solitamente hanno un doppio ingresso, via acqua e via terra. Quasi tutte le strutture, abitazioni private o luoghi pubblici che siano, sono costruite su palafitte, a volte nettamente separate dalle strade d’acqua che attraversano i villaggi, altre volte collegate tra loro da ponti o parzialmente ancorate alla terra ferma».

Ingresso affacciato sul Lago Inle, Myanmar
Abitazione su palafitta nel Lago Inle, Myanmar

Fondamentale, anche qui, è acquisire, fin dalla più tenera età, abilità e disinvoltura nella navigazione, di cui gli abitanti locali danno prova in età adulta nella perizia con cui si spostano tra i canali del lago Inle: «Per superare i numerosi dislivelli – spiega Beatrice – sono state costruite dighe in bambù che permettono la creazione di gradinate d’acqua, formate da scalini bassi e lunghi, attraverso cui le lance riescono tanto a scendere, evitando di cascare in modo brusco, quanto a salire, affrontando il cambio di livello progressivamente. I passaggi attraverso le dighe sono molto stretti, esattamente quanto le lance, e la forma a imbuto non agevola la prospettiva, ma i locali li affrontano con sicurezza».
Ancora più maestria, poi, serve per la realizzazione di quella che Beatrice descrive come la più affascinante delle attività svolte sul lago Inle: «Tutta la distesa d’acqua è intervallata da orti galleggianti, composti da zolle dalla forma stretta e allungata e attraversati da strade d’acqua, che permettono l’accesso ai contadini. Sono i contadini stessi a creare l’orto: raccolgono le radici dei fiori di loto che proliferano nel lago e, ancorandole con pali al fondale, creano zolle alte una trentina di centimetri, di cui la metà immersa in acqua; marcendo, il fiore di loto si trasforma in humus fertile per coltivare. Il lavoro negli orti è davvero faticoso, sia perché tutte le attività sono svolte accucciandosi e sporgendosi dalla lancia, sia perché la zolla ciclicamente si consuma e va ricostituita raccogliendo nuove radici».

Diga sul Lago Inle; lo stretto spazio lasciato al centro dai tronchi di bambù è il passaggio per le imbarcazioni
Orto galleggiante sul Lago Inle, Myanmar

Proprio la fragilità delle zolle è il motivo del divieto d’accesso al lago a imbarcazioni di grandi dimensioni, il cui passaggio potrebbe danneggiare l’ancoramento degli orti e, quindi, rendere impossibile un’attività che si sviluppa in perfetta sintonia con l’habitat in cui si svolge e rappresenta, pur nei limiti delle sue dimensioni ridotte, un modello di sviluppo ecosostenibile.

 

Orto galleggiante con magazzino su palafitta sul Lago Inle, Myanmar
Contadino intento alla raccolta delle radici di fiore di loto sul Lago Inle, Myanmar

Fotografie di Anna Innocenti e Beatrice Bortolotti

Diritto al tetto: solidarietà attiva di Unione Inquilini

A Castelli Calepio, fedeli a un principio, stavamo barricati in un appartamento al secondo piano, difesi da un armadio trascinato a impedire l’ingresso. Tutt’attorno l’assedio: quattro volanti in strada, Carabinieri e Digos come fanteria dall’altra parte della porta; in prima linea il fabbro e i suoi arnesi, sotto esortazione d’un ufficiale giudiziario, fungevano da ariete d’espugnazione. Lo stridere del flessibile sul corpo del serramento annunciava il caos, i pianti, la disfatta imminente. Questa volta stavano andando fino in fondo.

Qualche minuto prima eravamo un presidio solidale di venti persone, scudo contrapposto ad un’ordinanza di sfratto ai danni d’una giovane famiglia di origine tunisina. Tre bambini e un lavoro perduto qualche tempo prima gravavano sulla coppia, che, da mesi, si trovava nell’impossibilità di continuare a saldare affitto e spese.

Da una parte loro, umili e onesti, con la fatica di ricostruirsi una vita in terra straniera, dall’altra il proprietario dell’immobile: un signore del paese sui 70 anni, che aveva acquistato il bilocale per destinarlo ai figli qualora ne avessero avuto necessità. Nel frattempo, affittarlo pareva essere la soluzione per reintegrare la spesa. Senza la riscossione delle mensilità, però, si è ritrovato a dover pagare di tasca propria acqua, luce, gas e altre spese per svariati mesi, sino alla decisione per sfinimento di ricorrere allo sgombero. Che gli si può rimproverare? Con la pensione giusto giusto ci campa.

E qui scocca il dardo infame che scatena la lotta tra poveri: il problema risulta essere lo sventurato che non paga l’affitto e non l’incapacità dello Stato di far fronte con efficacia a una crisi del lavoro e alle sue dirette conseguenze.

L’esempio sopra citato, in cui “l’extracomunitario” se la vede con un possidente privato, è solamente una tra le svariate tipologie di panorami quotidiani in cui ci si imbatte; drasticamente numerosi sono i casi di sfratto di cittadini di ogni colore ed etnia da alloggi popolari. Un fenomeno imbarazzante in un paese civile come dovrebbe essere il nostro.

Il logo di Unione Inquilini.

I protagonisti dell’episodio descritto sono in gran numero attivisti del sindacato Unione Inquilini, un’associazione che da quasi 50 anni si batte per il diritto all’abitazione in molte province italiane. Di fronte a questo scenario le istituzioni come rispondono? Dove finiscono un uomo, una famiglia, se privati del tetto? Quale assistenza è riservata loro?  A queste domande, Unione Inquilini replicherebbe con una risposta concisa e diretta: «Madri e minori vengono solitamente indirizzati in case famiglia, per tutti gli altri il consiglio è di rivolgersi ai centri d’accoglienza (come Caritas e simili), ovvero di arrangiarsi. In questo modo la problematica viene debolmente tamponata e maldestramente celata, mentre nel suo fulcro il cancro continua a crescere, producendo disperati e senzatetto».

Unione Inquilini si costituisce nel ’68, a Milano, per iniziativa di comitati di base delle case popolari che si battono per il risanamento dei quartieri e per l’affitto ridotto; negli anni ’70 diventa il movimento che occupa case e fabbricati sfitti a viso aperto, alla luce del sole e addirittura in diretta TV. Lotte dure, le prime, contro la privatizzazione e i saccheggi del patrimonio residenziale pubblico, in difesa del canone sociale. Negli anni assume la forma di organismo di rappresentanza e organizzazione degli inquilini, con lo scopo di costruire un movimento unitario per l’attuazione del diritto d’ogni uomo ad un’abitazione idonea e dignitosa; diritto che per altro è sancito anche dall’art. 25 della dichiarazione universale dei diritti umani.

Quella di Unione Inquilini è una solidarietà sociale attiva che ha l’obiettivo di marcare, agli occhi di popolazione e istituzioni, l’esistenza e la persistenza di regolamentazioni del tutto inappropriate per la gestione della questione abitativa. Ne abbiamo parlato con Fabio Cochis, segretario dell’Unione Inquilini Bergamo: «Oggi, in piena crisi del lavoro, in un momento in cui il fenomeno della morosità incolpevole si propaga enormemente, la presenza del sindacato è più necessaria che mai: sono centinaia, quotidianamente, i nuclei familiari che si rivolgono a noi per una risposta effettiva e pratica. Nelle sedi (più di 50 sul territorio nazionale) i volontari sono attivi su più fronti: si indica come leggere bollette e altri documenti, si insegna a calcolare correttamente l’ISEE, si accompagnano i richiedenti nel percorso di assegnazione di una casa popolare, si fornisce assistenza legale e si organizzano seminari informativi e manifestazioni. Solo in una piccola provincia come quella bergamasca gli sportelli di consulenza sono 4 e perennemente affollati».

Un gruppo di attivisti e inquilini in un presidio anti-sfratto in provincia di Bergamo.

Oltre all’indefessa attività d’ufficio, tuttavia, il tratto distintivo di Unione Inquilini è l’azione sul campo sotto forma di picchetti anti-sfratto e occupazioniLa forte rete di affittuari, attivisti e sindacalisti che si è creata permette la formazione, in caso di necessità, dei sopra menzionati scudi umani a salvaguardia degli sfrattati di turno. Ce lo spiega meglio Fabio Cochis: «La formula è quella del presidio permanente; impedire “fisicamente” l’esecuzione dell’atto giudiziario se necessario, richiamando possibilmente l’evento all’attenzione dei giornali; quest’ultimi potranno così riconoscere la gravità della situazione abitativa e informarne la comunità. Io aiuto te e tu aiuti me. Così tutti aiutano tutti, dando voce risonante ad un disagio reale».

Tuttavia, le conseguenze di questo modus operandi possono essere spiacevoli: «I picchetti ci espongono quotidianamente al rischio di denunce per interruzione di pubblico servizio e, nei casi peggiori, allo sgombero prepotente da parte delle forze dell’ordine. Ciononostante, crediamo nella battaglia che portiamo avanti e di fronte al rischio ci facciamo forti dei nostri ideali di giustizia sociale».

Il picchetto, ad ogni modo, è un atto strategico eclatante che, per essere componente efficace di lotta, necessita dell’accompagnamento di un assiduo lavoro sul fronte politico e di trattativa con le istituzioni. Solo così sarà possibile raggiungere gli obiettivi di Unione Inquilini, che si possono riassumere in questo motto: basta case senza persone, basta persone senza casa!

Le precarie condizioni in cui versano alcune case popolari.

In copertina: un gruppo di attivisti e inquilini in un presidio anti-sfratto in provincia di Bergamo.

Tutte le foto sono di proprietà di Unione Inquilini / Tutti i diritti riservati.

10 everyday objects that can’t be missing from homes around the world

Ever wondered what daily life looks like in other countries? From cooking equipment to fortune charms, we have drawn a list of the most characteristic objects and rituals that shape everyday living in homes around the world.

1. Italy, Bidet Mon Amour

Italians are quite demanding when they move abroad. When looking for a house to rent, the first thing they will want to check is the bathroom. The reason is always the same and can be explained with the term bidet. Why is this French word so important to the people of spaghetti, pizza and sunny villages? Well, even though it appears to be a French invention of the 17th century, the bidet has over time become essential in Italy, and is the thing that makes most Italians who live abroad want to move back to their home country: it’s not their mums’ lasagne or the Italian art heritage, but the beloved and too long missed bidet.

Bidet / photo by Lazienka / via Wikipedia / Some Rights Reserved / CC BY-SA 3.0

2. Senegal’s satala

The satala can be thought of at the same time as the Senegalese version of the bidet and as a portable shower. A large water pot with a rounded shape, it is found everywhere in Senegal, from houses to shops and even public places, and is mainly used for ablutions before prayers. Satalas are also found in toilets, where more often than not toilet paper is substituted by a tap for pouring water in one of the traditional pots. Toilets in Dakar’s airport have small satalas fixed to the walls with chains.

Satala / photo by Sara Ferrari / All Rights Reserved

3. United Kingdom, nothing tea can’t solve!

Brits believe tea is the solution for everything: black tea, strictly served with milk and sugar, is seen as the go-to drink for breakfast, work breaks and days out, for welcoming somebody in your home or for comforting them when something bad happens. It comes as no surprise then that the staple of British houses is the kettle: a pot designed for boiling water and equipped with a lid and a handle. Kettles used to be heated on a stove but now come with their own convenient electric heating element and plug, and they can be found everywhere in the United Kingdom: hotel rooms always have one and kitchen spaces within offices get windows clouded by steam in winter, as the kettle is switched on and on again to make tea.

Kettle / by Your Best Digs / via Flickr / Some Rights Reserved / CC BY 2.0

4. Poland’s national drink, herbata

When in Poland, do as the Polish do. Contrary to common stereotypes, this doesn’t mean drinking vodka, or more precisely wodka, but sipping loads of tea, known as herbata. Poles are really obsessed with it and offer it to everybody. Not only do they prefer it to any other warm beverage, but they also drink it with their meals instead of water. In every Polish home there is always a kettle ready to boil water to make tea, but, unlike Brits, Polish people won’t judge you for adding something other than milk to it: they are more democratic when it comes to tea, and will gladly respect any choice as long as you drink herbata when you’re offered it!

Herbata / via Pixabay / CC0 Public Domain

5. Bosnia and Herzegovina, come have a coffee!

Just as important as tea for Brits and Poles, is coffee for people in the Balkans. Social gatherings in Bosnia and Herzegovina rotate around the habit of coffee-drinking and talking, and the drink is consumed at all times of the day and sometimes of the evening. A lasting trace of the Ottoman domination, Bosnian coffee is a slight variation of Turkish coffee, and is prepared through the simmering of finely ground coffee beans in a special pot, which is then placed back on the stove to reach boiling point and left to settle for a few minutes before serving. The cream that forms on the surface of the drink is collected with a teaspoon and placed in cups first, and only after this is the liquid poured. All Bosnian houses must therefore have at least one Bosnian coffee pot, or džezva, and traditional coffee cups, fildžani.

Bosnian coffe / Photo by Raffaello / via Wikipedia / Some Rights Reserved / CC BY-SA 3.0

6. The Netherlands, cheese please…

The object you will always find in a Dutch home is the kaasschaaf, or cheese slicer. Netherlanders have a deep love of cheese, as suggested by the many varieties produced: Gouda, Edam, Maasdammer, Leidsekaas and Komijnekaas are some of the most popular ones. Dutch cheeses can be differentiated on the basis on their aging process, for example Graskaas only ages one week while Extra Eleven takes between seven and eight months. The majority of Dutch cheeses are covered in wax, and are bought in large triangular slices weighting around 200gr each. The wax is removed with the kaaschaaf before eating, and the slicer is then used to cut vey thin slices of cheese, most of the time enjoyed on a piece of bread with salted butter.

A Ducth cheese slicer, or kaaschaaf / Photo by Alessandro Ausenda / All Rights Reserved

7. Romanian polenta, mămăligă

Better known as an Italian recipe, polenta is also a common food in Romania, where it is known as mămăligă. Traditional Romanian polenta is made by adding corn flour and salt to water in a cast iron pot called ceaun or tuci, then bringing the mixture to boil and stirring until the consistency becomes sufficiently thick. Just like in Northern Italy, once the polenta has been served on plates, the thin and crunchy crust is taken off the sides of the pot with a knife to be eaten. In some areas of Romania polenta is served slightly less dense and accompanied by the most popular cheese in the country, Cașcaval.

Mămăligă / by Meaduva / via Flickr / Some Rights Reserved / CC BY-ND 2.0

8. Russia, shoes outside, pozhalujsta!

If you visit a Russian friend you’ll better remember to wear your good pair of socks. Why? Because you won’t be allowed to enter the house with your shoes on. In most Northern and Eastern countries wearing shoes in a house is considered bad manners. In Russia this is probably the case because of the amount of snow in winter, which makes roads wet and dirty most of the time: keeping your shoes on when inside would mean carrying all the dirt from the streets to the floor. The upside is that you will be offered a generous choice of slippers to make you feel at home whenever visiting somebody. It is very uncommon to find a Russian house where there are no spare slippers for visitors…

Slippers / Photo by Piccolo Namek / via Wikipedia / Some Rights Reserved / CC BY-SA 3.0

9. Israel’s mezuzah

A mezuzah is a decorative case containing a small parchment roll, the klaft, inscribed with specific Hebrew verses from the Torah. It can be found on the doorposts of Jewish homes as a means to designate the house as Jewish and remind those who live in it of their connection to God and to their heritage. Additionally, the mezuzah is believed to have the power to protect Jewish homes and their inhabitants, who usually touch it for protection before leaving the house.

Mezuzah / Photo by Lauri Rantala / via Flickr / Some Rights Reserved / CC BY 2.0

10. China, fortune on your doorstep

In China it’s common to see upside down signs affixed to the outside of doors. The most common one is the character “福” fu, which means fortune in Chinese. This sign is often hung upside down because the Chinese word for “upside down”, 倒 dao, sounds like the Chinese word for “arrive”, 到 dao, so when you hang the 福 sign upside down it means that “Fortune has Arrived”.

Chinese Fudao / via Wikipedia

Ricordi di case d’Europa

La prima volta che mi è capitato di essere ospitata in una casa straniera avevo diciassette anni. La mia classe al liceo partecipava ad uno scambio culturale con una scuola superiore di Bayonne, città a sud-ovest della Francia, al confine coi Paesi Baschi. La mia gentilissima ospite si chiamava Stephanie ed abitava in una sorta di fattoria un po’ fuori mano. Da brava italiana avevo pensato di portare in dono ai padroni di casa una moka e un pacco di caffè. Non sto neanche a spiegare quanto mi sono sentita imbarazzata quando ho scoperto che le loro cucine erano già provviste di caffettiera! A casa di Stephanie la cucina era il fulcro della casa: al grande tavolo di legno sedeva tutta la famiglia e ad ogni pasto non mancavano mai fragranti baguette su cui spalmare del gustoso foie gras. Di sera, quando noi ragazze rincasavamo dopo un’intensa giornata, spesso trovavamo lo zio di Stephanie seduto in poltrona intento a degustare un bicchiere di pastis, il tipico liquore francese all’anice. Aroma di baguette e profumo di pastis – sono queste le sensazioni che ricollego ai miei giorni francesi.

Un bicchiere di pastis

Qualche anno dopo, passati i primi tre anni di università, realizzo il sogno di vivere per qualche mese nella mia amata Russia e mi trasferisco a Belgorod, in un dormitorio studentesco. Se è vero che gli studentati si assomigliano un po’ in tutto il mondo, gli appartamenti del miei amici russi, dove spesso venivo invitata per cena, li associo ad un’accoglienza e un calore difficili da trovare altrove. Le case in cui sono stata non erano ricche di mobili o suppellettili; in effetti non c’era molto più di una scrivania, un letto, un piccolo armadio e una cucina. Due cose però non mancavano mai negli appartamenti in cui sono stata ospitata: un bollitore per il tè, per offrire qualcosa di caldo agli ospiti infreddoliti appena varcata la soglia, e un piccolo divano-letto. L’ospitalità infatti per il popolo russo non è soltanto un valore fondamentale, ma spesso anche una necessità: la mia amica Katja, studentessa di lingue, ospitava un paio di volte all’anno la madre che veniva a trovarla dalla lontana città russa di Magadan, al confine con l’Alaska. In un Paese grande come la Russia, avere un posto per i parenti venuti da lontano è fondamentale, anche in un piccolo appartamento per studenti.

A casa del mio amico Gosha, mentre ci insegnava a preparare i ravioli russi (Belgorod, 2012)

Tre anni fa in estate mi è capitato di andare a trovare la mia amica Ali a Madrid, dove vive con i genitori e la sorella. Io e Ali ci siamo conosciute in Polonia e l’ultima volta che ci eravamo viste era febbraio e a Lublino, città polacca dove entrambe abbiamo fatto l’Erasmus, la temperatura era di -18 gradi. Quando sono andata a casa di Ali nella capitale spagnola invece era luglio e di gradi ce n’erano quasi 40. Appena arriviamo a casa Ali apre il frigorifero ed estrae quello che all’inizio credo essere del succo di frutta ma che si rivela essere del freschissimo gazpacho, la zuppa fredda di pomodoro tipica della Spagna. Mi spiega che nella loro dispensa non manca mai, anche se preferisce quello preparato da sua madre, la regina del gazpacho. In quei giorni fa davvero troppo caldo per uscire prima del tardo pomeriggio, perciò quando il sole è alto rimaniamo in casa a chiacchierare in salotto, la stanza che mi ha colpito di più. La libreria è colma di libri, molti sono del padre, insegnante di filosofia; Ali mi mostra delle vecchie fotografie di suo papà con gli amici negli anni Settanta, quando ancora c’era Franco e i giovani intellettuali erano spesso considerati dei dissidenti… Mi sembra strano, ma effettivamente spesso dimentichiamo che in Spagna il regime è durato più a lungo di quanto si possa credere. Storia, politica, ma anche tradizioni: nel salotto di Ali ci sono colorati souvenir dalla Costa Brava, fotografie della casa natale della madre, nella verde Galizia e, mio oggetto preferito in assoluto, una piccola statuina dorata raffigurante l’eroe di Cervantes, Don Chisciotte, con il suo fidato Ronzinante e accanto, neanche a dirlo, un mulino a vento.

Don Chisciotte, Ronzinante e un mulino a vento (Madrid, 2014)

Meno calda ma anch’essa ospitale, sebbene in modo diverso, è la casa del mio amico Matteo, italiano espatriato a Berna da qualche anno. Quando quest’estate sono andata a trovarlo era la prima volta che visitavo davvero una città svizzera, essendomi limitata fino a quel momento a transitare per il Paese per raggiungere altre parti d’Europa. L’idea che mi ero fatta degli abitanti e delle loro abitazioni era una sorta di miscuglio fra l’ordine e la precisione tedesca farciti da un pizzico di snobismo alla francese. Inutile dire che la facilità con cui mi ero lasciata andare ai pregiudizi non ha fatto altro che raddoppiare l’effetto sorpresa che mi ha colpita quando sono arrivata da Matteo. “Questo è l’indirizzo, io sono al lavoro, se arrivate prima di me entrate pure, la porta è aperta”. Questo è l’sms che mi ha mandato il mio amico prima che arrivassi fuori dal suo palazzo, in centro città, nell’elegante quartiere dove si trovano consolati e ambasciate. Gi svizzeri, mi spiega, sono molto rilassati e capita spesso che lascino aperti i portoni o che non leghino le biciclette nei cortili. Le case in cui abitano i giovani poi sono l’emblema di questo atteggiamento aperto e senza preoccupazioni: non è raro che si organizzino feste in cui gli inquilini aprono la porta delle loro case a chiunque voglia ascoltare della musica e bere birra. A casa del mio amico Matteo queste serate hanno spesso dei risvolti artistici che a volte lasciano anche il segno, come testimonia l’opera d’arte apparsa dopo una festa sul muro della sua cucina…

La cucina di Matteo (Berna, 2016)

In copertina ph.congerdesigner (cc0)

I giovani italiani senza casa e senza soldi

Secondo i dati Istat del 2016, i giovani tra i 18 e i 34 anni che abitano ancora con i genitori in Italia sono il 62,5%, quasi sette milioni. Questi risultati non sono certo una novità e confermano una tendenza ormai storica: i giovani italiani lasciano il tetto di mamma e papà molto più tardi rispetto a molti dei loro coetanei stranieri. Ciò ha valso loro diversi appellativi da parte del mondo degli adulti, dal classico “mammoni” al più recente “bamboccioni”, immaturi a cui risulta più comodo starsene a casa piuttosto che farsi una propria vita autonoma assumendosi le proprie responsabilità.

Ma, andando oltre questi giudizi tanto assoluti quanto superficiali,  cosa pensano davvero i giovani di questa situazione? Ne abbiamo parlato con Alessandra, Giulia, Laura e Stefania, quattro ragazze poco meno che trentenni, tutte con uno o più lavori (per lo più saltuari), di cui solo una, Giulia, vive fuori casa. Al sentire la parola “bamboccioni”, le reazioni sono diverse. Stefania ammette di vedere «una grande mancanza di coraggio» nella sua generazione, che, «intimorita da un futuro che sembra non dare prospettive, non rischia». Tuttavia, non vede come responsabili i suoi coetanei, ma piuttosto «una società che non offre possibilità, che costringe a lavori schiavisti, a spese insostenibili, a perenni insicurezze». I giovani si trovano quindi a dover fronteggiare questa realtà, che non era quella che si aspettavano: «siamo stati cresciuti con l’illusione di nascere in una società in cui alcuni fondamentali diritti (famiglia, casa e lavoro) dovrebbero essere garantiti, quando invece non c’è alcuna certezza in merito”. Giulia, si oppone con forza all’etichetta di “bamboccioni”: «questa è una definizione che veicola la politica italiana, che non brilla certo per investimenti in formazione e opportunità lavorative per giovani. Fuori dai palazzi del potere, però, il pensiero è decisamente diverso: i giovani italiani sono come tutti i giovani del mondo, vogliono spiccare il volo e cercare la loro indipendenza». Vista la situazione, tuttavia, non tutti sono pronti a farlo e Giulia non li biasima: «Tanti preferiscono aspettare “il momento giusto”, che tradotto significa il raggiungimento di una cifra rassicurante sul conto corrente, o una qualche apparente forma di stabilità che, se non trovata in ambito lavorativo, si concretizzi nelle relazioni d’amore».

Foto di Francesca Gabbiadini – Pequod Rivista

Ma questo “aspettare il momento giusto” e continuare nel frattempo a vivere con i genitori significa anche allontanare il momento del proprio ingresso nell’età adulta, con tutte le responsabilità e preoccupazioni che ne derivano? Le ragazze su questa risposta sono concordi: no. «Mi sembra molto triste che si consideri l’uscita dal nucleo familiare quale unica forma di attestazione della propria autonomia, come se diventare adulti significasse soltanto non dipendere economicamente dai propri genitori», afferma Stefania, che crede invece «che una persona dovrebbe essere capace di sviluppare la propria indipendenza proprio all’interno del contesto familiare, prima ancora di uscirne». Anche Laura è dello stesso parere: «[uscire dall’età adulta] è una fase naturale della crescita impossibile da non sentire dentro se stessi. E’ una scelta personale ed è un momento che avviene a prescindere dalla variante di avere una casa propria o vivere ancora con i genitori».

Se per i figli è dura lasciare la casa di famiglia, però, anche per i genitori il momento del distacco non è per niente facile, non per niente si parla della “sindrome del nido vuoto”. Laura lo sa bene e conferma: «Quest’anno mi trovo nella fase cruciale del “cerco casa” e recentemente accennavo a mia madre il fatto che forse ho trovato una casa in cui stare. La risposta è stata il mutismo, seguito dalla frase “Io non sono contenta che te ne vai”. Questo in realtà mi ha spiazzato abbastanza, perché non è un argomento “nuovo”, ma che ultimamente affrontiamo spesso». Anche Alessandra ha riscontrato questa difficoltà da parte dei suoi genitori in passato: «Essendo figlia unica, vedo quanto soffrono appena lascio casa. A mia madre si è fermato il cuore quando ha scoperto che partivo per sei mesi in Erasmus». Tuttavia, i genitori l’hanno sostenuta e continuano a farlo: «i miei non mi hanno mai imposto dei paletti per quanto riguarda la mia sete di viaggio, di sperimentare posti nuovi e approcciarmi a culture differenti».

Foto di Francesca Gabbiadini – Pequod Rivista

Stefania, che era uscita di casa diversi anni fa per poi essere spinta da eventi personali a farvi ritorno, racconta: «Nella mia famiglia c’è un solo genitore, mia madre, quindi sicuramente per lei non è stato facile lasciare uscire di casa i suoi figli e ritrovarsi sola; nondimeno, ci ha sostenuti entrambi il giorno che siamo usciti di casa, sia moralmente sia economicamente». Più che la sindrome del nido vuoto, quello che secondo lei spaventa i genitori oggi sono le difficoltà economiche dei figli e l’assenza di certezze per il loro futuro. «Non è facile vedere i propri figli arrancare per saldare in tempo tutte le bollette o saltare qualche pasto per poter pagare l’affitto», commenta amaramente. Anche Giulia, che vive fuori casa nonostante la precarietà della sua situazione lavorativa, è dello stesso parere: «Come me, tanti preferiscono non raccontare le quotidiane difficoltà, e allora ai genitori dici che va tutto bene, che comunque le tue spese non sono eccessive. Poi però scopri che, guarda caso, tua madre ha comprato una bottiglia di olio in più (“era in offerta!”) o un maglioncino (“l’ho preso per me ma mi sta stretto”) e tuo padre ti fa trovare il pieno in auto (“così non devi uscire di casa apposta”)». Giulia sorride con affetto nel parlare di queste attenzioni e conclude: «[I genitori], se vogliono il meglio per te, sanno che il momento del distacco arriverà e il loro compito, che nell’infanzia era quello di darti tutto quello che potevano per farti crescere sano e felice, ora dovrà ridimensionarsi. E’ in questi piccoli gesti che i miei mi ricordano che continuano a preoccuparsi per me e che posso contare su di loro».

Nessuna delle ragazze con cui abbiamo parlato ha, né ha mai avuto in passato, un posto fisso a tempo indeterminato e, per molte di loro, nemmeno uno a tempo determinato, ma solo contratti a chiamata o lavori saltuari pagati con voucher o addirittura in nero. Tuttavia, ognuna di loro, se non ha già lasciato la casa della propria famiglia in passato, ha a breve progetto di farlo, pur senza garanzia di un lavoro duraturo, né un mercato lavorativo che induce ottimismo. Se vi sembra un comportamento da “bamboccioni” questo…

 

In copertina: Blu, Un tetto per tutti, dipinto in via Monte Grigna, Bergamo.

Davide, l’artigiano delle scarpe da settant’anni

Piove a dirotto quando entriamo nel laboratorio di Davide, calzolaio classe 1932 di Ranica, un paese di quasi seimila anime in provincia di Bergamo. Il calore ci avvolge da subito, sebbene da qualche anno la bottega non venga più usata quotidianamente. Le fotografie appese alle pareti, la legna per il camino e il tavolo al quale l’artigiano e la moglie Anna ci fanno accomodare lasciano intendere che fra le mura di quella piccola stanza è passata la storia di una famiglia, oltre che quella di un antico mestiere.

Anna è una signora di quasi ottant’anni, anche se non si direbbe. Comincia lei a parlare del marito, orgogliosa ci racconta gli esordi di Davide all’età di undici anni. «Era la vigilia della Quaresima quando la madre di Davide aveva chiesto al calzolaio del paese se avesse bisogno di un ragazzo. All’epoca funzionava così, tutti i giovani apprendevano un mestiere da un artigiano». Davide continua il racconto: «Dopo una settimana di prova ho iniziato ad andare a lavorare tutti i giorni, da mattina a sera. Il lavoro mi piaceva, sono stato fortunato».

E così cominciano gli anni della gavetta per il giovane calzolaio che, fra una bottega e l’altra, vede scorrere la storia dell’Italia e quella del suo piccolo paese: «Ricordo che in tempo di guerra venivano i tedeschi a far mettere il ferro al tacco degli stivali». Si lavorava molto in paese; del resto, specialmente negli anni della guerra, non c’erano molte persone che potessero permettersi delle scarpe nuove, quindi ci si accontentava di farle riparare per farle durare il più possibile. Nonostante ciò Davide voleva imparare tutto delle calzature e la sera, dopo il lavoro, si recava da un artigiano più anziano che faceva le scarpe a mano.

«A diciassette anni lavoravo già per conto mio» ci spiega Davide. Certo, in quegli anni era più facile aprire un’attività, come ci fa notare Anna: «Chiedevi il permesso e aprivi la tua attività. Quando passava il daziere si pagava, non c’erano molte altre formalità da sbrigare». Così, dopo tanti sacrifici, il calzolaio Davide continua la sua carriera da artigiano in proprio, tenendo attiva la bottega fino a pochi anni fa. Gli strumenti che ci mostra hanno dieci, vent’anni, ma sono ancora funzionanti. Basta un attimo a Davide per mostrarci in modo sapiente come piegare il filo per cucire le scarpe, o come far funzionare gli attrezzi del mestiere. La manualità è rimasta, così come il luccichio negli occhi quando racconta del suo lavoro.

«Ha lavorato tanto mio marito, ma grazie ai suoi sforzi abbiamo cresciuto sei figli, siamo stati in grado di dare loro una casa. Certo, non siamo stati una generazione molto fortunata, noi dovevamo soltanto lavorare, non avevamo scelta. Se avevi una qualche dote non veniva assecondata, venivi subito mandato dall’artigiano del paese o, peggio ancora, in fabbrica» ci spiega Anna. «Un tempo nel nostro paesino c’erano tantissime botteghe di artigiani. Eravamo poco più di tremila abitanti, ma avevamo quattro calzolai, quattro fornai, poi macellai, salumieri…i ragazzi andavano da loro ad imparare il mestiere. Poi sono arrivate le fabbriche e per i genitori la cosa più importante era che i figli, i miei coetanei, trovassero posto da operai». Il racconto di Anna è infarcito di amarezza, nonostante la fierezza con cui parla della carriera di Davide e della famiglia che hanno costruito insieme: «A differenza dei nostri genitori noi abbiamo supportato i nostri figli nelle loro scelte, li abbiamo fatti studiare quando hanno voluto. La loro generazione ha avuto la libertà, a differenza della nostra, la generazione dei fantasmi».

Anna ci saluta, è ora di preparare il pranzo. Ed è quando rimaniamo soli che Davide ci dice: «Io nella mia vita sono stato davvero fortunato. La chiamo fortuna, non saprei come chiamarla altrimenti. Non solo ho trovato un mestiere che davvero mi ha appassionato. La mia vera fortuna è stata mia moglie, una donna che ha saputo stare al mio fianco e ha supportato le mie decisioni. Del mio mestiere non dico che sono innamorato, anche se mi è piaciuto molto, perché è di una donna come Anna che ci si innamora!». Con queste parole, pronunciate dal cuore e con una sincerità disarmante, usciamo dal laboratorio e torniamo sotto la pioggia. Salutiamo Davide e lo ringraziamo, mentre lui, dubbioso, si interroga se le nostre scarpe di fattura industriale siano davvero impermeabili…

Fotografie di Martina Ravelli

Testo di Margherita Ravelli

Liuteria e banjos, l’arte antica di Alioscia Alesa

A Romano di Lombardia, docile paese adagiato sulle sponde del fiume Serio, in provincia di Bergamo, si trova un piccolo garage che invece che dar riparo a macchine o motociclette, offre le proprie mura al laboratorio di Alioscia Alesa Ferrara, il liutaio bergamasco dal nome russo specializzato nella lavorazione di banjos. Noi di Pequod, attratti dal richiamo di una professione antica, siamo andati a incontrarlo per farci raccontare la sua storia. E capire come sopravvivono al giorno d’oggi gli artigiani, in un mondo sempre più improntato all’automatismo e alla riproduzione meccanica.

Dopo gli studi liceali nell’ambito artistico, Alioscia è indeciso fra lo studio delle lingue scandinave e l’Accademia delle Belle Arti di Brera, a Milano. D’improvviso, l’illuminazione arriva da un amico: “Ma perché non ti iscrivi a una scuola di liuteria? Potresti così crearti una chitarra a forma d’ascia!”. Spinto da questa nuova sfida, Alioscia si iscrive alla Scuola Civica di Liuteria a Milano, in via Noto, dove incontrerà finalmente la sua vera passione: il banjo. «Fra tutti gli strumenti ho scelto proprio il banjo perché mi sono sin da subito innamorato del suono. Un suono antico e atavico, che mi conduce fino a mete lontane, capace di trasmettermi un senso di distanza». Il tipo di banjo preferito da Alioscia è l’Old Time Banjo. «Mi piace il suono di questo strumento e mi piace visivamente. Rapportarmi con il banjo mi dà due emozioni diverse: costruirlo mi appassiona – a volte ho la sensazione di partorire – mentre suonarlo, per me, è come giocare».

La firma di Alioscia è la lettera “A”, un richiamo alla mezza Luna innestata sulla paletta dei suoi strumenti.

Conoscere e scegliere artisticamente il legno per i propri banjos sono altre caratteristiche del liutaio di Romano, che dà vita agli strumenti senza essere vincolato dai parametri preesistenti sulla costruzione degli stessi. Le tipologie di legno predilette, e di conseguenza più utilizzate, sono il mogano, l’acero, il noce e il ciliegio. Il timbro e il suono che si vogliono trasmettere a uno strumento dipendono invece da vari elementi e dalle sottili combinazioni tra essi. Un esempio è la parte circolare su cui poggia la pelle: può essere in legno o in metallo, la scelta di uno o dell’altro dipendono prima di tutto dal tipo di timbrica che si sta cercando. E per quanto riguarda il tipo di pelle che si vuole applicare allo strumento? «Normalmente la scelta ricade sulla pelle sintetica perché più resistente e più pratica rispetto a quella animale – risponde Alioscia -, non subisce troppo gli sbalzi di temperatura e umidità oltre che risultare più “collaborativa” nella fase di installazione. Accadono invece casi di sostituzione della pelle sintetica con quella animale, sempre per una questione legata alla ricerca di una determinata sonorità timbrica, legata altresì al tipo di musica che si sceglie di suonare».

Affascinato dalle sonorità semplici e dirette, Alioscia si dedica anche alla costruzione di dulcimer (in foto). Ma non solo Old Time Banjo e dulcimer, il nostro liutaio si dedica altresì a banjo-ukulele, banjo-chitarra e banjo a 4 e 5.

Dopo aver ascoltato una strimpellata e qualche accordo, chiediamo ad Alioscia quale sia il suo tipo di clientela ideale per scoprire come l’originalità sia il punto chiave della sua arte: «I miei clienti giungono sino a Romano attratti dal passaparola. Non vendo nei negozi perché non mi conviene e, soprattutto, perché preferisco un mercato di nicchia. Per scelta personale, preferisco creare strumenti unici e peculiari, considerati al pari di oggetti d’arte». Nonostante uno strumento di liuteria sia tendenzialmente più caro rispetto allo strumento che si può acquistare in negozio, il banjo rimane tuttavia in una sfera che possiamo definire di «liuteria semplice». Il banjo è difatti soggetto a un percorso di lavorazione meno lungo e complicato rispetto a strumenti come la chitarra o il violino.

Cinque anni fa, Alioscia ha cominciato altresì ad avvalersi del sito “Alesa Banjos” per diffondere la sua arte, consapevole della portata di Internet, una vera e propria finestra sul mondo in generale e sul mercato dei banjos in particolare. «Specialmente tramite i profili Social media, come ad esempio Facebook, dove puoi mostrare ai tuoi clienti cosa si cela dietro la tua attività o metterti in contatto con altri artisti. Questa rete, mi permette persino di mostrare come si costruisce uno strumento musicale».

Ma cosa significa essere un artigiano all’inizio del XXI secolo? È un mestiere destinato a scomparire pian piano? Lo abbiamo domandato ad Alioscia, che subito smentisce le nostre grezze deduzioni: «In verità ci sono più liutai oggi che in passato. In questi anni ho notato come le persone si stiano riavvicinando al lavoro manuale e all’unicità di un prodotto, come se volessero allontanarsi dalla velocità dell’industrializzazione e del lavoro alienante in favore di una maggior qualità di impiego e di stile di vita».

Articolo di Sara Alberti e Francesca Gabbiadini. Fotografie di Francesca Gabbiadini.

I messaggi nascosti nei colori dei tessuti africani

Sbarcare sul continente africano significa anzitutto lasciarsi avvolgere da un tripudio di stimolazioni sensoriali: primo solleticato è l’olfatto, invaso di un’aria pregna di spezie, gas di scarico, incensi e sudore umano misto a profumi dolci; segue l’udito, come martellato da un accavallarsi di idiomi diversi, di suoni nuovi pronunciati da labbra carnose; infine la vista, che s’apre su orizzonti privi di confini, ma ricolmi di colori che il sole caldo accende in tonalità sempre più vivaci.

Quei colori restano impressi nelle iridi, grazie alle movenze sinuose che le donne africane nascondono tra le fantasie dei loro pagne e ai gesti ampi delle braccia con cui gli uomini agitano il boubou, sullo sfondo di un cielo d’una limpidezza unica, che incontra una terra asciutta e ramata.

Inevitabile è innamorarsi del wax (o ankara), tessuto per antonomasia attribuito dagli europei alla popolazione africana, che nasconde una storia molto più complessa: le sue origini risalgono infatti all’isola di Java, in Indonesia, dove nell’Ottocento i coloni olandesi inviarono un esercito composto in maggioranza di guerrieri ghanesi; affascinati dalla tecnica a noi nota come batik, tipica delle regioni indonesiane e consistente nel ricoprire di cera (wax, appunto, in olandese) le parti di tessuto che di volta in volta si sceglie di non tingere, i soldati la importarono in patria, dove ben si adattava all’uso che le popolazioni africane facevano degli indumenti. Un abito in wax non è infatti solo una copertura del corpo, ma un messaggio che chi lo indossa sceglie di trasmettere; ogni colore ricalca uno stato d’animo, che abbinato alle forme di volta in volta impresse sulla stoffa, comunica un contenuto specifico: così, ad esempio, un abito molto colorato con motivi a spighe di mais può simboleggiare ricchezza e abbondanza oppure le difficoltà della vita matrimoniale; il motivo della chioccia coi pulcini sottolinea il ruolo della madre nella coesione domestica; gli uccelli in volo sono invece di buon auspicio per chi si mette in viaggio. Nella loro capacità comunicativa risiede il successo di queste stoffe, diffuse in tutto il continente africano, spesso con varianti locali nelle tecniche di tintura: in Sud Africa, ad esempio, è popolare lo shweshwe, tessuto di cotone stampato a rullo; sulla costa orientale gli abiti tradizionali (kanga o kitenge), composti da due drappi di stoffa quadrata, sono spesso in bark, un tipo di tessuto stampato in cui sono inserite frasi e aforismi, per lo più in lingua swahili; dall’altra parte del continente, in Benin, è invece possibile ammirare l’abomey apliqué, una tecnica che permette stampe floreali e faunistiche in colori sgargianti.

Esempi di wax o ankara

Ben prima dell’invasione coloniale, si attestano nell’Africa subsahariana tecniche di confezionamento dei tessuti, che prevedevano l’imprimitura del colore tramite immersione nei pigmenti colorati, previa la copertura delle parti che si voleva lasciare intonse. A spopolare sono i toni del blu e dell’azzurro, che prendono forma nei cosiddetti indigo clothes, diffusi soprattutto negli stati centrali; due etnie, dislocate per lo più in Nigeria, spiccano nella produzione di questi tessuti: gli Igbo realizzano gli ukara, stoffe decorate con simboli rituali detti nsibidi; gli Yoruba applicano invece una tecnica simile al wax per ottenere i tessuti adire, in cotone o raffia con stampe geometriche. Forme simili e simili simbologie si ripetono in numerosissime stoffe della tradizione africana più ancestrale; in tutto il continente, infatti, materiali economici e resistenti come la canapa o la raffia, sono intrecciati e tinti con terra e argilla, per realizzare arazzi e vestiti pesanti vivacizzati dal variegato sfumare di marroni, dal nero ebano all’ocra sabbioso, passando per il rosso ramato.

Maestri indiscussi di questa tecnica di tintura sono i membri dell’etnia Bakuba, discendenti di un antichissimo impero dell’ Africa centrale, nell’attuale Congo; le donne di questo popolo producono i tessuti kuba, decorati con forme geometriche ripetute, spesso non progettate, ma spezzate da variazioni sul tema date dall’ispirazione del momento. La personalizzazione dei tessuti è fondamentale tanto per chi li indossa quanto per il produttore, ma la maggior parte dei segni impressi su stoffa ha un significato simbolico decodificabile in gran parte del continente; per questo motivo tanto i colori, quanto le texture di alcuni indumenti si ritrovano pressoché invariati in stati tra loro molto distanti. Simile nell’aspetto, nei materiali e nei disegni delle stoffe kuba, è ad esempio il bogolan (letteralmente: “vestito di terra”) prodotto dall’etnia Bambara, insediata sulla costa occidentale e originaria del Mali; a sud, in Botswana, si possono invece ammirare i tessuti mashamba stampati dalle donne WaYeyi, discendenti dell’etnia Bantu.

Una donna vestita con uno shuka maasai mostra un kanga dal Kenya, recante la scritta in swahili “Mama ni malkia hakuna atakae mfikia”, letteralmente “La mamma è una regina che nessuno può eguagliare”

 

Altrettanto antica in Africa è la tradizione della tessitura, come attestato dai reperti trovati in tutto il continente; interessante è il preservarsi di alcune tecniche di tornitura e intreccio nel corso di secoli e imperi: il tessuto kente, ad esempio, è prodotto dall’etnia Akan almeno dai tempi dell’impero Ashanti e della sua sostituzione all’impero del Ghana, caduto nel 1200. Il kente si ottiene dall’intreccio simmetrico di fili di cotone, le cui colorazioni vivaci ancora una volta trasmettono un messaggio o un augurio: il marrone, colore della terra, simboleggia ad esempio la salute; il giallo regale richiama fertilità e bellezza; il blu è segno di pace e armonia. La tecnica degli Akan è stata assimilata anche nei paesi limitrofi a quelli di insediamento dell’etnia, in cui si trovano tessuti in tutto somiglianti al kente: molto diffusi sono djerma e hausa, prodotti in Niger; gli Yoruba della Nigeria lavorano la stoffa aso oke; mentre in Mali l’etnia Fulani produce i khasa blankets, in cui i fili colorati sono sovrapposti a una base bianca, e i monocromatici dogon.

Simili a quest’ultimi sono i filati etiopi, tra cui spiccano gabior gabi, tessuto pesante usato per abiti e coperte, e natella, una stoffa leggera simile alla garza, decorata con bordi colorati. Sulla stessa costa, tra gli altopiani di Kenya e Tanzania, il popolo Maasai ha ereditato dai soldati inglesi la tradizione di avvolgersi nei kilt, coperte in cotone rosso, blu e nero, che qui sono filati e tessuti artigianalmente e prendono il nome di shuka.
Nel profondo sud del continente africano, infine, i discendenti dell’etnia Bantu ancora cardano le fibre dei baobab e le intrecciano nei tessuti gudza, diffusi soprattutto in Zimbabwe; mentre nel vicino Oodi Village, in Botswana, l’abilità artigianale delle donne sul telaio è tale che sulle loro stoffe è possibile ammirare splendidi ricami, lavorati direttamente nella trama del tessuto.

A sinistra sullo sfondo: un bogolan dal Mali; al centro e in basso a destra: due filati senegalesi; in alto a destra: una natella dall’Etiopia

Seconde generazioni queer – Così ho ucciso mia madre

Ho chiesto a molti di raccontare la propria storia. È giusto che anche io vi parli della mia. Per voi, che state leggendo e cercate un confronto.

Sono nato in una casa di sole donne, posta all’estremità di una collina, in un Marocco rurale. Una piccola repubblica rosa, capeggiata da mia nonna. Fin da piccolo, ho sempre avuto a che fare solo con donne: mia madre, le mie sette zie, la sorella di mia nonna, le mie 11 cugine e tutte quelle che passavano per le telenovelas. Gli uomini erano tutti lontani, sparsi per l’Europa a cercar fortuna. Compreso mio padre.

A 4 anni arrivai per la prima volta in Italia. Salto un po’ di anni e arrivo ai miei 12, quando presi realmente consapevolezza della mia omosessualità, che accettai fin da subito, con tranquillità estrema. Ciò che non accettai fu la mia identità araba e tutto ciò che aveva a che fare con quel mondo, ormai così lontano ai miei occhi, e così violento. La consuetudine vuole che si litighi con se stessi a quell’età.

“Sarò malato? Perché sono diverso? Perché mi piacciono gli uomini? Devo cambiare? Dio vuole questo per me?’’: nulla di tutto ciò mi ha mai toccato. Ho iniziato, piuttosto, a prendere le distanze dal mio Marocco e dalle persone che lo compongono. Questo rifiuto non ha una sola dimensione, ne ha molteplici e riguarda anche l’aspetto linguistico, culturale e tradizionale del Marocco. L’aspetto religioso non mi ha mai interessato: elaborai fin da piccolo un agnosticismo embrionale che pian piano prese forma.

Per anni mentii alla mia insegnante di francese, che certa del fatto che i miei genitori sapessero il francese – mentre erano e sono completamente analfabeti – mi prendeva sempre in causa nelle sue lezioni. Mi vergognavo della verità. Non accettavo l’analfabetismo dei miei genitori.

Eppure vedevo lo sforzo di mia madre nel capire le cose, la sua voglia di conoscere il mondo, vedevo come i suoi occhi scrutavano gli oggetti, vedevo come si accostava a me mentre facevo i compiti e l’unica domanda che mi poteva e riusciva a fare era se poteva aiutarmi a colorare qualcosa, qualche scheda o qualche disegno già iniziato. Mia madre con quei suoi occhi attenti, vispi. Una lingua che non si fermava mai e un corpo sempre in movimento per un dove. Vivevo a stretto contatto con un’altra bambina, mia madre.

Il periodo liceale è stato un susseguirsi di scoperte, amicizie, i primi sentimenti che prepotenti uscirono fuori. La voglia di affermarsi e di dichiararsi a tutti quanti, con la mia elezione a rappresentante di istituto. Mi costruivo nel dubbio e in quel dubbio iniziai a capire il mio naturale modo di esistere nel mondo. Mentre, dall’altra parte, andavo sempre di più isolando i miei genitori dal mio mondo. Non volevo che iniziassero a capire chi fossi realmente.

E a conclusione della quinta liceo arrivò il difficile: spiegare ai miei genitori cosa fosse l’università e a cosa servisse. Mancarono le parole. Io con il mio arabo singhiozzante e loro con quella manciata di italiano fra i denti e la lingua. Che contrasto. Che lotta. Che guerra continua. Ancora oggi quella lotta di definizioni non è finita.

Quando pensavo a un mio probabile coming out con mia madre, cercavo le parole più corte e quelle più comprensibili. Pensavo che “Mamma, mi piacciono i ragazzi” fosse una frase troppo lunga e che potesse richiedere una spiegazione altrettanto lunga. L’unica parola che conoscevo, attribuibile alla mia sessualità, era “zamel”, ovvero: frocio, finocchio, ricchione. Ma non volevo parlare di me in questi termini. E quindi? Dove stavano tutte quelle parole che sembravano voler sfuggire da me?

Solo dopo scoprii le parole di cui avevo bisogno, attraverso la lingua lirica di Abdellah Taïa e dei suoi romanzi [Il Grande Colibrì]. C’è una terminologia tutta recente, coniata nei primi anni del 2000 per indicare l’omosessualità in una realtà neutra: “mithli” (مثلي) per omosessuale e “mithliya” (مثلية) per omosessualità.

Pare una barzelletta: proprio ora che avevo le parole giuste, non ero sicuro che i miei genitori le conoscessero, visto l’utilizzo così recente di queste parole. Ridono di me queste parole, tanto ricercate quanto inutili nel mio caso. Non riempirono mai una stanza, ma rimasero sempre scritte nel mio diario. Temevo di dimenticarle.

Sento di aver ucciso mia madre. Sì.

L’ho uccisa perché come un dittatore l’ho sempre lasciata in uno stato di minorità intellettuale, creandole attorno una barriera anticulturale. Ciò, se prima mi serviva a impedirle di far parte del mio mondo, ora è diventata una condanna. Ostracismo. Un peso morto che grava sulla mia coscienza. Invece di darle gli strumenti giusti per farle capire chi fossi e chi sono ora, le ho sempre regalato sentenze assicurate e senza via d’uscita.

Cara madre, hai lo stesso nome della moglie del profeta: Khadija. Ma il tuo nome sembra quasi anticipare una tua condanna. Un marchio di minorità. Khadija significa “figlia nata prematura”. Pare quasi che le parole ci siano avverse. Hanno sempre le carte giuste. Ora non possiamo vincere. Hanno la meglio contro di noi. E come una figlia nata prematura, non hai avuto le forze per ridestarti.

Noi, che siamo a digiuno di parole. La mia è stata una ricerca filologica che non ha avuto pubblico. Voglio quindi fermare questa ricerca di parole e dare a questo insieme di lettere e di suoni un reale lettore, farle finalmente vivere. Lo faccio qui, ora. Anche se queste parole non arriveranno a mia madre, so che arriveranno a voi. Tutte quelle parole ricercate e trovate avranno almeno un senso.

Sento di dover fare questo passaggio. Sento di dovere e di potere partecipare al dibattito culturale e interreligioso che riguarda noi seconde generazioni LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) cresciute o nate in Italia. Non possiamo solo subire passivamente. Sento di dover contribuire, con una mia parola, con un mio verso. Questo dibattito è già presente in Francia, Inghilterra o Spagna perché c’è chi ha saputo e avuto il coraggio di urlarle, quelle parole. Se la comunità LGBTQIA araba in Marocco, Algeria, Libano, Tunisia, eccetera, non ha paura di emergere e sfida con coraggio le autorità locali [Il Grande Colibrì], perché noi non possiamo fare lo stesso qui, in Italia?

Con gli anni ho notato come la generazione dei miei genitori, e non solo, fosse decisamente improntata a una logica della conservazione. Quando ci si sente minoranza, quando si è lontani da casa propria, quando come nel caso dei miei genitori si è portati a essere fuori dalla realtà in cui si vive, per via dell’assenza di strumenti, si tende a salvare ogni piccola tradizione identitaria del proprio paese, si tende a diventare, quindi, dei conservatori. Questo conservatorismo è ancora più accentuato quando l’integrazione viene a mancare.

E mentre il dibattito su diritti civili, laicismo e ateismo inizia a prendere piede in alcuni paesi arabi e vediamo una iniziale apertura, notiamo al contrario conservatorismo e immobilismo da parte di chi vive nella bella Italia. Si è creato uno stato nello stato, con regole e moralità proprie. Non dobbiamo e non possiamo fare lo stesso noi. Siamo la generazione liquida, quella che non può avere timore di parlare di laicità e di ateismo nelle comunità dei fedeli musulmani o in qualsiasi altra comunità, da quella cinese a quella senegalese.

Molti di noi provengono da paesi nel quale essere omosessuali è un crimine. Dove questo tema, assieme a quello dei diritti civili, è difficile che venga ben rappresentato da televisione e giornali, o non viene rappresentato affatto. Il web è e sarà il luogo naturale dove avverrà la nostra rivoluzione, la nostra primavera. Parlare di noi sarà lo sgarro verso chi fa finta di non vederci.

Siamo in tanti e molti di noi hanno paura a firmarsi, perciò inizierò io, certo del fatto che arriveranno al Grande Colibrì altre storie e altro coraggio. Scrivete a questo indirizzo: info@ilgrandecolibri.com. Raccontatevi! Svelatevi! Amatevi!

Articolo di Anas Chariai

Fonte: Il Grande Colibrì

PUTIA | sicilian creativity, quando l’artigianato fa rete

Bottega: luogo reale e ideale, che identifichiamo con l’artigiano intento sui suoi prodotti, con l’odore del legno e i ferri sul tavolo.
“Bottega”, una parola dal sapore antico. Figuriamoci se la pronunciamo con la cadenza calda e accogliente di un dialetto italiano. In Sicilia, ad esempio, suonerebbe come “putìa”. Ma quella che vogliamo raccontarvi è una putìa dei nostri giorni, che la tradizione vuole circoscriverla e amplificarla al tempo stesso: benvenuti in PUTIA | sicilian creativity, piccolo negozio di Castelbuono (Palermo) e network in espansione; progetto imprenditoriale che valorizza l’artigianato indipendente ma anche gli artisti che sperimentano materiali locali.

«PUTIA nasce un po’ prima del mio arrivo», anticipa Stefania Cordone, art director e responsabile della selezione dei fornitori. Ma lei questa storia l’ha seguita fin dall’inizio, con lo stesso entusiasmo con cui, oggi, racconta ad ogni turista le origini dei prodotti esposti in negozio. Era il 2014 quando Giuseppe Genchi e Michele Spallino, esperti di marketing e comunicazione, decidono di orientare il proprio lavoro sulla valorizzazione degli artigiani locali. Affittano uno spazio incastonato tra le pietre del cortile Poggio San Pietro, accanto al Castello dei Ventimiglia, principale attrazione del paese. L’intuizione arriva presto: l’ufficio è grande e centralissimo, sarebbe un peccato sacrificarlo solo alle riunioni di lavoro. PUTIA diventa una vetrina dell’artigianato e dell’arte.

PUTIA_PequodRivista

Stefania si innamora del progetto e ne sposa la causa: «L’obiettivo è raccontare una Sicilia diversa da quella che intuiscono i turisti filtrando dagli stereotipi. Vogliamo raccontare la Sicilia di chi resta, della resistenza e della resilienza: gli artigiani con cui collaboriamo abitano quasi tutti in Sicilia oppure, se non restano, la portano con sé e la raccontano nei loro manufatti».
Un altro criterio di selezione dei prodotti è la materia prima: «Un racconto della Sicilia attraverso i suoi materiali: ceramica, pietra lavica, corallo, legni autoctoni come il frassino e l’ulivo, e soprattutto la manna, fiore all’occhiello di Castelbuono».

Ne risulta una mappa della nuova creatività siciliana, che trova letteralmente forma nel pannello sagomato sulla forma della Sicilia all’interno del negozio-laboratorio, dove sono indicate le località di provenienza dei diversi produttori, suggerendo un altro modo di vedere e viaggiare in questa regione. «Quello che esponiamo e vendiamo è un pretesto per raccontare tutto quello che di bello c’è in Sicilia, nonostante sia una terra difficile. E io lo so» sottolinea Stefania «perché ho scelto di vivere qui».
Capiamo subito l’obiettivo profondo del team di PUTIA, ossia Michele, Stefania e Cinzia Venturella: scardinare antichi cliché con parole e azioni nuove, come consumo critico e km 0, filiera di qualità e slow life.

E poi ci sono le parole di Stefania, cantastorie che dà voce ai racconti di cui le opere sono testimonianza muta. «Sono il nostro valore aggiunto. Lo faccio ogni giorno e non mi stanco, perché scopro sempre qualcosa di nuovo». E così ci racconta la storia dei taccuini a marchio Edizioni Precarie(in copertina): la fornitrice è Carmela Dacchille, pugliese d’origine e siciliana per vocazione, che con la linea Conserva la tua freschezza! riutilizza la carta alimentare che nei mercati di Palermo avvolge carne, pesce e formaggi, per conservare, stavolta, la freschezza dei pensieri.
Ci sono le ceramiche Don Corleone di Taormina, i gioielli di Roberto Intorre, gli Animalberi di Vera Carollo… ma vogliamo parlare anche del discorso sull’arte sviluppato da PUTIA. E qui ritorniamo al momento in cui Stefania si unisce all’impresa.

 

PUTIA_RobertoIntorre_PequodRivista
Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Palermo, Stefania si divide tra PUTIA e il suo studio di disegno e incisione. «Al mio arrivo abbiamo pensato a un restyling del progetto, specificando il tipo di artigianato selezionato, più inusuale e innovativo, e dell’allestimento, per valorizzare PUTIA non solo come negozio ma come esperienza artistica». Inoltre, il livello sottostante, prima dedicato alle riunioni, diventa un’art gallery.
Sede di mostre personali e di una “collezione permanente”, «perché l’arte ha bisogno di un raccoglimento diverso dall’attenzione riservata all’oggettistica», ma anche presentazioni di libri, dischi e workshop. Con PUTIA Gallery l’educazione alla bellezza si unisce all’obiettivo più strettamente commerciale: avvicinare un flusso di visitatori che, attirato dai prodotti, torna periodicamente per partecipare alle iniziative culturali. «Anche di quei turisti che, attratti dai prodotti in vetrina, possono avere un approccio involontario all’arte».

PUTIA_artgallery_PequodRivista

«In realtà non è stata pensata come strategia commerciale», ammette Stefania, «è una conseguenza delle nostre relazioni con artisti e artigiani: creatività genera creatività». L’input iniziale, insomma, è più genuino, ma la formula funziona: il franchising è un obiettivo ancora futuribile e prematuro, ma il network del “made in Sicily” sta prendendo piede grazie ai nuovi media, una risorsa in più per le nuove realtà artigianali. «Per ora la nostra unica vetrina online è stata la pagina Facebook, poi si è aggiunto Instagram e ora stiamo progettando l’e-commerce».

PUTIA_artgallery2_PequodRivista
Il lavoro non è semplice, ma può dare nuovi stimoli per riflettere sul proprio essere artigiano oggi. «Proporre una visione culturale e politica è un modo importante per noi giovani per dichiarare di esserci, soprattutto oggi che per vendere non sono necessarie delle sedi fisiche e non basta più il passaparola».
Creatività e strategia, queste le due parole chiave per l’artigiano di oggi. «E tanta caparbietà: torno alla parola “resilienza” ». Oggi su TripAdvisor PUTIA è la terza attività di Castelbuono dopo il Museo Civico al Castello: «Questo significa che stiamo lavorando bene e che le persone lo riconoscono. L’esserci su questo territorio, un piccolo paese, ha una gestazione lenta, come la lavorazione artigianale richiede la lentezza del fare. Ma i risultati ci ripagano».

Pillole di handmade: piccole idee, grande talento

Originalità e qualità sono i due pilastri che permettono alla cultura del “fatto a mano”di registrare negli ultimi anni un interesse sempre maggiore sia da chi l’artigianato lo produce sia da chi lo acquista e ne apprezza l’unicità. Inutile sottolineare quanto la crescita sia stata favorita dalle nuove tecnologie che aiutano ed invogliano chi possiede le doti di fantasia, energia e passione a diffondere e rendere a portata di click la propria Arte.

Etsy.com in questo contesto raccoglie l’interesse di migliaia di venditori che utilizzano questa piattaforma per aprire il proprio negozio e far conoscere il proprio talento.

Siamo partiti da qua per selezionare quattro negozi davvero originali ed avvicinare i visitatori alla bellezza di oggetti creati con mani e cuore e chissà carpire i segreti di un’efficace autopromozione.

Una pochette che ama viaggiare: Pattern Thetravellobag. Michela ha sviluppato il suo brand l’anno scorso, volendo creare qualcosa che racchiudesse le sue passioni: i viaggi, la grafica e il conoscere nuove persone e culture. Tutte le bag che realizza sono disegnate personalmente da lei al computer, ogni grafica è unica ed ogni bag rappresenta un viaggio che ha fatto o vorrebbe fare.

«Ho capito che ero sulla giusta strada dopo la partecipazione al primo Market a Milano, dove ho venduto quasi tutte le bag che avevo, ed ho iniziato ad essere richiesta per varie collaborazioni, ricevendo molte mail da ragazze da tutta Italia che mi chiedevano informazioni. Ad oggi lavoro più di 8 ore al giorno per far crescere questo progetto, che mi sta dando tante piccole, grandi soddisfazioni».

Essendo grafica, autopromuoversi sui social per lei è davvero la cosa più semplice ed immediata. Le chiedo quindi di raccontarmi qualcosa sulle attenzioni che bisogna avere nella vendita online: «metà del mio lavoro é appunto la postproduzione delle immagini dei miei prodotti e la creazione dei contenuti da postare su Instagram, Facebook, Etsy. Nella vendita dell’handmade si ricerca una coccola in più, non solo un prodotto. Molte ragazze dopo aver ricevuto il pacchettino che confeziono con cura, mi scrivono solo per dirmi grazie per come era confezionato e per il bigliettino scritto a mano. […] i clienti che acquistano prodotti handmade sono molto esigenti, attenti ai particolari, sensibili e interessati a conoscere la storia di come nasce ciò che acquistano. Sta nascendo qualcosa di nuovo e fresco tutto intorno al mondo dell’handmade in Italia. Tra Bergamo e Milano ci sono dei Market molto validi a cui partecipare per farsi conoscere».

photo credits: Pattern Thetravellobag

    

Rimaniamo nella Bergamo online di Etsy per scoprire Momonde . Erica è una persona che per sua stessa ammissione non riesce a stare con le mani in mano. Per lei avvicinarsi al mondo dell’handmade è stato un processo spontaneo dettato dall’esigenza di continua sperimentazione. «Su piattaforme come Etsy a livello internazionale e come little market a livello nazionale con alcune mie creazioni ho avuto molto successo e complimenti da persone che non mi conoscevano. Ogni persona nuova che conosco o luogo che visito può diventare sempre uno spunto per buttarmi in qualche nuova tecnica o per dare forma ad un nuovo bijoux!». Erica mi fa notare come alle volte bastano passione ed un’idea originale. I social network aiutano ma non bisogna mai dimenticare che occorre tempo, grinta ed intraprendenza.

«Il commercio delle nuove tecnologie è il commercio dell’immagine: ci si aspetta originalità, possibilità di personalizzazione e cura estrema per le esigenze del cliente. Curare la pagina instagram è un ottimo modo per incuriosire possibili clienti da indirizzare poi al proprio shop online con un link diretto in bio. Il blog può essere utile in misura differente, molto dipende dalla tipologia di prodotti che si propone; può essere un’occasione per far conoscere e far affezionare le persone all’artigiano, cosa molto difficile al giorno d’oggi».

 

photo credits: Momonde

Spostandoci a Milano, è impossibile non notare la bellissima realtà di Natura Picta. L’avventura su Etsy per Diego & Lucia principia nel 2011 ma il concept del loro brand affonda le radici nella loro adolescenza.

«La nostra storia è cominciata con l’dea di proporre al pubblico la nostra forma d’arte legata al concetto dell’upcycling ovvero il recupero di vecchie pagine di dizionario e libri, trasformati in opere d’arte ecosostenibili. Siamo artisti in grado di utilizzare materiali destinati allo scarto e non più in uso, trasformandoli in oggetti di decorazione e arredo per le case, per questo motivo ci definiamo eco-friendly crafters».

Diego & Lucia hanno suggellato i valori di Natura Picta intorno la sigla C.H.I.P.: costanza, handmade, idee, passione. Chiedo loro come hanno fatto a costruire un così saldo interesse intorno la loro Arte:

«Ci sono due filosofie di pensiero su come suscitare interesse. La prima è farsi tanta pubblicità, la seconda è realizzare prodotti unici che sappiano parlare da soli. Noi apparteniamo alla seconda categoria. Abbiamo suscitato interesse e curiosita’ da parte di siti, blog, riviste nazionali e internazionali adottando questa scelta. Le persone, in un prodotto handmade, cercano l’unicità, la bellezza e la funzionalità del prodotto. Nel nostro negozio offriamo anche un’altra caratteristica importante, la personalizzazione. Abbiamo deciso di seguire un approccio diversificato per ogni social network. Su Facebook e Twitter miriamo alla presentazione dei prodotti creati nell’arco della settimana, le ultime novita’ e tendenze, promozioni ecc.  Su Instagram invece ci è piaciuta subito l’idea di presentare al pubblico il “dietro le quinte” di Natura Picta : la nostra filosofia di vita, le nostre abilita’ artistiche ecc…»

 

photo credits: Natura Picta

Concludiamo con Milano, consigliandovi una visita ad Abstractales. Maki viene dal Giappone ed è un’illustratrice, una vera e propria artista del pennello. Maki racconta quanto nella vendita online sia importante l’esposizione del prodotto e quanto sia importate dedicarvici la massima cura possibile. Nel suo negozio si possono trovare le riproduzioni dei suoi dipinti, carta da lettere, biglietti, cartoline, accessori … tutte decorate con il sapiente utilizzo della tecnica dell’acquarello.

«La gente valorizza i lavori artigianali molto più di qualche tempo fa, ma in una maniera diversa da prima. Penso che in Italia il mercato dell’handmade sia ancora poco seguito forse perché è diffuso ancora da pochi anni rispetto agli altri paesi come il Giappone, dove risiedono una grande quantità di pubblico e creatori. L’aspetto positivo del negozio online è l’avere un pubblico diffuso un po’ tutto il mondo. La maggior parte delle mie vendite proviene da USA, Nord Europa e Australia. Etsy, inoltre, è un’ottima piattaforma di presentazione poiché è visitato frequentemente anche dai buyer e designer professionali alla ricerca di nuovi talenti provenienti da diversi paesi».

photo credits: Abstractales

Nei mercati di Dakar tra ebano senegalese e bijiouterie

A restarmi impressa dal mio primo viaggio a Dakar, c’è un’osservazione che trova conferma a ogni ritorno in città, quasi a rassicurarmi che a ogni rientro ritroverò sempre la stessa umanità accogliente: qui sembra che tutto avvenga in strada, alla luce del sole.
Il pensiero mi ha sopraffatta alla prima delle passeggiate chilometriche che riempiono i miei giorni senegalesi, una volta riuscita a sbucare dal fitto intrico creato dalle bancarelle del Marché HLM e avviatami in Boulevard du General de Gaulle, su cui si affaccia Place de l’Obelisque e che sbuca nei pressi della Grande Moschea, attraversando longitudinalmente il centro della capitale.
Lungo tutta l’estensione del viale, di per sé ampio, i marciapiedi sono ingombri delle più svariate attività: dallo sfrigolare della carne d’agnello dalle macellerie dove sta appesa, ai pianti delle bambine sedute a farsi intrecciare i capelli dalle abili dita delle coiffures; dai beni come straripati dalle stipatissime boutique, agli pneumatici di ricambio dei meccanici. A colpire il mio sguardo furono soprattutto i mobili d’arredo, venduti anch’essi ai margini delle strade, adagiati sulla nuda terra dei marciapiedi; a calamitarmi fu la vista del lavoro, svolto alle spalle del mobilio già finito: i falegnami trasportano, infatti, grandi pezzi di legno dalle forme già abbozzate direttamente in centro città, dove le intagliano e piallano secondo le richieste degli acquirenti, che personalizzano così forme e colori dell’arredo di casa.
Ai miei occhi europei, la possibilità di avere un mobilio su misura sembra uno straordinario lusso, ma qui anche nella più umile delle case è possibile trovare un letto o un divano intagliato a mano, mentre alle tipiche sedie africane, diventate un must nell’arredo etnochic, è riservato lo stesso trattamento destinato in Europa alle sedie pieghevoli: usate in spiaggia, nei cortili o come sedute di scorta, rappresentano infatti il mobilio povero del paese.

Il legno, usato in Senegal fino ai giorni nostri nella costruzione di strutture che richiamano le forme delle capanne tradizionali, destinate principalmente alle adunanze collettive o a soddisfare le aspettative dei turisti, è una delle risorse di cui il paese è più ricco. Moltissimi oggetti, anche di uso quotidiano, sono tutt’oggi fabbricati in questo materiale: oltre a sedie e sgabelli, numerosissimi sono gli utensili da cucina tradizionali, come mortai e pestelli rigorosamente in legno, o le immancabili calebasses, ciotole ottenute dalle zucche svuotate.
Accanto alle elastiche palme bentamaré e al resistente bambù, alle acacie resinose e agli antichi baobab, cresce qui il granatiglio nero, l’ebano senegalese, in cui al tipico colore nero si intrecciano fibre che vanno dal bianco al rosso. Impiegato principalmente a scopi estetici, è il materiale più diffuso sulle bancarelle destinate ai turisti: nel Village Artisanal Soumbédioune, affacciato sull’oceano, è ad esempio possibile ammirare l’arte d’immaginare maschere variopinte e imprimerne le espressioni nel materiale legnoso, conservatasi dalla tradizione animista e trasposta in oggetti moderni. Statue e gioielli, scatole e oggetti d’uso sono intagliati, lucidati e laccati da gesti rapidi, nascosti tra le capanne chiuse nel cuore del mercato, dove il legno entra grezzamente ricamato di venature policrome ed esce con forme lisce ben definite.

Sono gli stessi artigiani/artisti di Soumbédioune a raccontarmi che i loro lavori d’intaglio più ispirati sono riservati a una categoria di oggetti che di moderno ha poco, se non la capacità di reiterare nel tempo il richiamo dei ritmi che risuonano nelle terre d’Africa: le loro cure più attente sono dedicate agli strumenti musicali tradizionali, la cui vibrazione si muove a tutte le ore nel vento di Dakar. Accanto a una batteria di percussioni difficili da distinguere per occhi e orecchi inesperti (ad esempio: sabar, neunde, tama, thiol), la musica tradizionale senegalese, tra cui spicca l’intramontabile mbalakh, è caratterizzata dalle armonie di kora (arpa a 21 corde) e balafon (xilofono con lamine di legno ricoperte di cuoio), entrambi ricavati dalle calebasses.
Perché questi strumenti della tradizione possano emettere il suono della loro vibrazione, è necessario che al lavoro degli intagliatori si accosti l’opera di un’altra categoria di artigiani, altrettanto versatile e intramontabile: quella dei lavoratori del cuoio, la cui maestria fa mostra di sé fin dall’esalazione dell’animale, spesso un montone ucciso reiterando i gesti di Abramo all’atto di sacrificare il figlio, da scuoiarsi prima che la pelle si raffreddi indurendosi. Quasi in un unico gesto, lo scuoiatore recide il capo dal corpo, apre il ventre, taglia i tendini e separa lo spesso strato cutaneo dai muscoli fibrosi, stendendolo ad asciugare al sole. La produzione ricavata dalla lavorazione delle pelli non è diversa da quella di qualsiasi conceria: oltre agli strumenti musicali, borse e calzari, selle e finimenti.

Tra i compiti dei conciatori, vi è anche quello di predisporre la pelle a un uso squisitamente africano, che ha radici nella tradizione vudù: moltissimi senegalesi indossano, infatti, i gri-gri, ossia amuleti costituiti da buste di piccole dimensioni, braccialetti o cinture rivestiti di cuoio, da tenere a contatto con la pelle per godere della loro protezione. Recentemente, l’abilità artigiana di lavorare il cuoio in gioielli e monili è stata applicata anche a ornamenti privi di poteri esoterici e alternata all’uso di stoffe colorate che imprimano uno stile esotico.
Come per l’arte povera in legno, gli acquirenti prediletti per questi monili, venduti sui banchi dei mercati artigianali da Sandaga a Colobane, sono senegalesi nostalgici migrati all’estero e, soprattutto, turisti stranieri; i senegalesi, infatti, pur possedendo spesso di questi manufatti, scambiati come beni di poco valore, prediligono gioielli in metallo a ornare le loro pelli scure. Enormi orecchini dorati, pesanti bracciali laccati, collane di perle intrecciate con rame e argento, da cingere al collo e alla vita, straripano dalle boutique dei mercati meno turistici come Ouakam, Parcelles Assainies e HLM. Tra una bancarella e l’altra di bijiouterie scadente, si affacciano le piccole botteghe artigianali che lavorano i metalli di valore, cui la popolazione locale commissiona gioielli, spesso dotati degli stessi poteri mistici dei gri-gri. Caratteristici sono i bracciali d’argento incisi con il nome del portatore o gli anelli molto alti, finalizzati a contenere piccole inscrizioni; tradizionalmente destinati agli uomini, spesso servono a proteggere chi si mette in viaggio e ad assicurarsi che torni a casa.

Welcome to Padanialand

 

Palme, busti classici, colonnati, a volte anche piramidi. Non siamo in un paese lontano o sperduto nel tempo, siamo nella provincia bergamasca.

In realtà, chi come me è cresciuto in paesini all’ombra del Duomo e dei grandi grattaceli del capoluogo lombardo, sarà certamente abituato ad alcuni topoi estetici così diffusi e radicati nella provincia padana da non farci quasi più caso. Oltre a prefabbricati, aziende e ettari di terreni coltivati, che descrivono indubbiamente lo spirito che anima la regione lombarda, ci sono molti altri elementi visivi che si ripetono e delineano l’aspetto di questa provincia. Le villette pastello hanno giardini popolati da statue, sparse qua e là all’ombra di alte palme oppure affacciate su fontane in pietra; la palette di colori che dipingono le case sembra essere stata scelta appositamente per riuscire a contrastare il grigiore di capannoni e spiccare nella nebbia. Agli occhi di un forestiero, queste scelte estetiche appaiono come tentativi di creare un mondo a sè a cui poter tornare ogni sera dopo il lavoro, una piccola oasi sotto la coperta di nebbia in cui fingere di essere lontani pur restando sempre al sicuro dei nostri confini.

L’artista Filippo Minelli ha provato a raccontare la MacroRegione (come la chiama ironicamente lui) proprio a partire da una ricerca estetica sul territorio: il risultato è un lavoro fotografico intitolato Padania Classics, che ha preso prima la forma di un blog e successivamente quella di un libro, l’Atlante dei Classici Padani, con tanto di testi, grafici e coordinate geografiche dei luoghi fotografati. 
Questo lavoro, come altri degli interventi compiuti dall’artista in diverse zone del mondo, utilizza il paesaggio come escamotage per poter raccontare la storia delle persone che lo abitano: a partire dall’osservazione del territorio in cui lui stesso è cresciuto, Minelli racconta con ironia la Padania, facendo leva su alcuni cliché estetici ricorrenti e stereotipi sui suoi abitanti.

Sono proprio alcuni di questi cliché i soggetti del nostro fotoreportage, immortalati nel tentativo di dare un volto alla nostra provincia. La nostra amata, bella (e a volte un po’ kitsch) provincia.

 

Paesaggi e storie della provincia italiana

C’è una leggenda nel paese cui sono legate le radici materne di Sara, a spiegazione di una buffa donazione che dal 1500 a oggi fa mostra di sé, non senza polemiche e dispute teologiche, nel Santuario della Madonna delle Lacrime, all’ingresso di Ponte Nossa, nascosto tra le montagne bergamasche: la leggenda del coccodrillo. «Il coccodrillo appeso in Chiesa- racconta da anni la nonna di Sara ridendo -viene dall’Adriatico e ha risalito il Po prima, il fiume Serio poi, arrivando fino a qui. Ma mangiava solo giovani vergini e a Ponte Nossa è morto di fame».
Straordinario è che trovi il racconto divertente, anziché offensivo; Antonella, sua figlia, spiega così le origini di un pensiero tanto emancipato: «Il paese è formato soprattutto da forestieri, persone nate in paesi più o meno limitrofi e arrivate qui per lavorare nelle industrie fiorite ai margini del fiume. Quando ero bambina, Ponte Nossa era limitato alla via del centro e poche altre case sparse, circondate da distese di campi e boschi; negli anni ’60 sono apparsi i primi condomini e il paese ha iniziato a trasformarsi in un villaggio operaio, anche se un po’ atipico per via della dislocazione montana».
La fissità che gli occhi di Sara hanno sempre attribuito al paesaggio di Ponte Nossa è molto meno datata di quanto avesse supposto: «Dagli anni ’50 il paese è cambiato molto. –continua Antonella- Pensa alla strada provinciale, su cui le case un po’ vecchie si affacciano a strapiombo: da ragazza vedevo passare soprattutto carretti, le macchine erano poche e lente; oggi le sue due corsie non bastano più e quotidianamente è intasata dal traffico».

Ponte Nossa (BG), area industriale [ph. Ago76 /CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons]

A preservare Ponte Nossa è il suo isolamento, la distanza da grandi centri urbani e la collocazione geografica che ostacola una cementificazione eccessiva; negli stessi anni in cui esso assumeva le sembianze di un ameno centro abitativo montano, altri paesi di provincia perdevano il proprio aspetto caratteristico, inglobate da un’urbanizzazione incipiente. «La zona dove abitavo a Mestre, nei pressi di via Garibaldi, è ora parte del centro, ma all’epoca, negli anni ‘60, era quasi in periferia, proprio al limitare della città. –racconta ad esempio Raffaella Rossin- La mia realtà era un misto di città e campagna. Abitavo in un condominio, ma appena dietro casa mia iniziavano i campi, dove andavamo sempre a giocare.
Diversi ragazzini del centro venivano apposta nella nostra zona il pomeriggio o la domenica, attirati dai grandi spazi che permettevano più libertà di movimento e di svago; la maggior parte dei nostri giochi si svolgeva all’aperto e in gruppo: mosca cieca, pescatore (una sorta di “lupo”, ndr), campanon, calcio. Spesso ci facevamo dare delle cassette vuote dal fruttivendolo del quartiere e le usavamo di volta in volta come fortino, casa, negozio, a seconda del gioco che si faceva.
Da questi campi in cui da bimba scorrazzavo, oggi passa la tangenziale interna».
Della stessa drastica trasformazione, Raffaella racconta quando parla della campagna ferrarese, dove da bambina trascorreva le vacanze, ospitata dai nonni: «I miei nonni materni vivevano in un’enorme casa nei pressi di Ro Ferrarese, piuttosto isolata e vicina a un pioppeto, concessa loro in usufrutto per il lavoro di mio nonno, che faceva il taglialegna. La casa era poco funzionale, non aveva elettricità, né acqua corrente, con il bagno in cortile e la stufa a legna per riscaldarla, ma per noi bambini era stupenda, piena di stanze misteriose e con tutto lo spazio per giocare e correre. C’erano inoltre pulcini e conigli da rincorrere e cui dare da mangiare, nonché i giochi in legno costruiti da mio nonno, semplici, ma che a noi bastavano. Gli animali non mancavano anche nella casa dei miei nonni paterni, che abitavano in un borgo di campagna ed erano agricoltori. Qui davamo da mangiare a galline e maiali e spesso aiutavamo i nonni nei campi, raccogliendo la frutta, il frumento e dando una mano nella stagione della vendemmia.
Tutti questi luoghi oggi non esistono più: l’enorme casa patriarcale dei miei nonni e il pioppeto sono stati rasi al suolo e rimpiazzati da abitazioni moderne; il borgo agricolo è abbandonato e in rovina.
Quando ritorno nei luoghi della mia infanzia, mi si stringe il cuore e non li riconosco più: restano solo i miei ricordi, che mi tengo ben stretti».

Tangenziale di Mestre (Autostrada A57) [ph. Luca Fascia via Wikimedia Commons]

Una campagna che si preserva uguale a se stessa è, invece, quella che descrive Pacifico parlando della casa dei nonni, in provincia di Benevento: «Il casolare è ancora lo stesso in cui è cresciuto mio nonno e io giocavo da bambino, circondato da distese di campi; il terreno andrebbe tenuto meglio, coltivato e organizzato, così come andrebbe ristrutturata la casa, ma per farlo servono soldi che noi eredi non abbiamo. Un amico ha investito un piccolo capitale che aveva da parte in attività di questo tipo: acquista i casolari sparsi nella campagna beneventina e li rimette in funzione, sia recuperando le attività tradizionali sia integrando con il turismo».
Ben preservato è anche il paese di Faicchio, dove Pacifico ha trascorso la sua infanzia, che dal monte Acero si affaccia su queste campagne, conservando memoria delle origini sannitiche nella cinta muraria che ne cinge la vetta: «Nel corso del Novecento, il numero di abitanti e case è ovviamente aumentato anche qui, ma fino alla fine del secolo ha mantenuto pressoché lo stesso aspetto, caratterizzato da monumenti delle diverse epoche storiche: dall’acquedotto romano in cui da bambino mi infilavo per attraversare il centro del paese, al Castello Ducale, con le sue cappelle affrescate e gli arredi settecenteschi».
Le nuove normative edilizie hanno però comportato rimaneggiamenti per la messa in sicurezza di alcune aree, portando a restauri talvolta molto discussi; Pacifico riporta l’esempio del Ponte Fabio Massimo: «Era un ponte bellissimo, basato su una struttura fatta dai sanniti: qui i sanniti hanno respinto l’attacco dei romani, Fabio Massimo ha frenato l’avanzata di Annibale e la stessa strategia è stata adottata in uno scontro tra un contingente tedesco e una divisione statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 2008 un architetto l’ha restaurato e adesso è orribile: ha una copertura moderna che nasconde tutto il fascino della struttura in pietra, che mostrava i restauri stratificati delle diverse fasi della repubblica romana».

Ponte Fabio Massimo, Faicchio (BN) [ph.Adam91 /CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons]

Di un’attenzione particolare alla conservazione dello stile del proprio paese racconta Gabriele, nato a Polizzi Generosa, Comune alle porte di Palermo: «La Soprintendenza alle Belle Arti impone una certa attenzione a qualsiasi rimaneggiamento del ricchissimo patrimonio artistico e culturale del paese, per il quale però spesso mancano risorse. Negli ultimi anni si nota una concentrazione degli sforzi su alcuni punti di maggior interesse: piuttosto che far poco per tanto, si è scelto di fare tanto per pochi. L’esempio più lampante sono i lavori di restauro della Chiesa Madre, che hanno permesso di completare la pavimentazione (assente da che ho memoria), rinnovare la sacrestia e creare un piccolo museo, e quelli del Palazzo Comunale, che hanno riportato alla luce i resti di una necropoli greca, oltre che fatto emergere il vecchio cortile. Dal punto di vista dell’attività edilizia, il paese sembra invece essersi fermato con l’avvento del nuovo millennio: non ci sono più cantieri e anche l’economia sembra aver subito un brusco rallentamento».
Il paese di Polizzi, figlio di ventisette secoli di storia, fondato dai sicani e influenzato poi dalle dominazioni greca, araba e normanna, ha fatto della preservazione del proprio patrimonio un baluardo, forse memore di un episodio storico che Gabriele dice tramandato nella memoria popolare fino ad oggi: «Fino al Settecento, il fonte battesimale della Chiesa Madre era retto da una statua della dea Iside ritrovata in uno scavo; nel 1771 il vescovo di Cefalù, ritenendola blasfema, ne ordinò la distruzione, nonostante le proteste degli abitanti, che fino a oggi ne conservano ricordo nell’etimologia di Polizzi: la Polis Isis, la Citta di Iside».

Polizzi Generosa (PA) [ph. Neekoh.fi /CC 2.0 via Wikimedia Commons]
Articolo scritto da Sara Ferrari e Lucia Ghezzi
Si ringraziano per la disponibilità Antonella Ferrari, Raffaella Rossin, Pacifico Ciaburri, Gabriele Brancato.

[In copertina: Faicchio, vista panoramica da monte Erbano
(ph. Adam91/CC BY-SA3.0 via Wikimedia Commons)]

La provincia: leggende bergamasche

La provincia è luogo di superstizioni e leggende da sempre. Quella bergamasca non fa eccezione, con leggende che spaziano dal soprannaturale alle classiche storie di briganti, eroi e paladini della giustizia.

La caccia del diavolo

Una delle storie più interessanti della bergamasca è quella della cosiddetta “caccia morta” o “caccia del diavolo” lungo la Mughera, il monte di fronte al Pizzo di Spino, tra Ambria e San Pellegrino. Con qualche variante, la leggenda è narrata da una parte e dall’altra della provincia e sono tanti i testimoni convinti che sia assolutamente vera.
La leggenda narra degli spiriti dannati di cacciatori atei e blasfemi, che saltavano la Messa per rincorrere uccelli e selvaggina.

Nel paese di Santa Brigida, dall’apertura della caccia in poi, si dice che questi spiriti si raccogliessero in una cascina di mandriani della solitaria valle di Guei e la sera, dopo l’Angelus, sguinzagliassero i loro cani. Tutta la notte, fino all’Ave Maria del mattino seguente, si sentiva, di roccia in roccia, da un bosco all’altro, un abbaiare agghiacciante di cani invisibili, che sembrava stessero inseguendo la selvaggina, e i fischi dei cacciatori dannati.
Si dice che una volta, a Costa Serina, un tale osò urlare contro questa muta di cani fantasma. Il giorno dopo trovò appesa alla porta una gamba umana sanguinante. Spaventato, l’uomo andò dal parroco, che gli consigliò di urlare di nuovo contro i cani la notte seguente. Lo fece, e la gamba sparì dalla sua porta.
A Gandino invece si pensa che la “caccia morta” sia guidata da una donna terribile, una sorta di orchessa. A Clusone, la leggenda si fa ancora più evocativa ed inquietante: qui la “caccia morta” era costituita da una muta di cani dalle forme mostruose e dagli occhi infuocati, seguiti da ombre umane col fucile al collo.
Ad Ardesio, nelle sere buie, si vedrebbe vagare una bara preceduta da quattro enormi cani neri che portano in gola candele accese.
Insomma, cosa ci portiamo a casa? Ricordatevi di andare a messa, altrimenti potreste ritrovarvi ad infestare le valli e a spaventare tutti!

Le streghe

In tutta Europa, in epoca medievale, si parlava di streghe e la bergamasca non era da meno: in tutta la provincia si attribuiva alle streghe la capacità di trasformarsi in volpi, gatti, capre e molti altri animali.
Sembra che nella frazione di Cà del Foglia, a Brembilla, abitassero molte streghe. La gente del luogo racconta che, una volta, un cacciatore aveva ferito una volpe con un colpo di fucile, e la vide fuggire verso il paese. Poco dopo, una vecchia del paese si ritrovò in fin di vita e iniziarono a girare le voci che la volpe ferita fosse la stessa vecchia moribonda.
A Stabello si racconta di un uomo che stava andando a Bergamo per il mercato del lunedì, di notte, e si trovò seguito da un grosso gatto. Spazientito, l’uomo tirò un calcio fortissimo all’animale, che sparì. Quasi istantaneamente venne colpito da un ceffone così forte sul volto, che gli si gonfiò tutta la faccia e fu costretto a tornare a casa.
A Valnegra vi diranno che in certe ore notturne una strega sotto forma di maialino passeggia su e giù per la strada provinciale, nelle vicinanze del Ponte di Borgogna, dal quale cade grugnendo e trasformandosi in una palla di fuoco.
A Villa d’Almè si diceva con grande serietà che non si dovevano portare i bambini alle fiere o alle sagre di paese, perché tra la folla poteva trovarsi una strega che, col suo potere malefico, tramite una carezza, l’offerta di un dolcetto o una sola occhiata, avrebbe potuto stregare i bambini e farli morire di qualche male incurabile. A meno che, sfidando la scomunica che sarebbe arrivata dal Vaticano, la madre del bambino non avesse fatto bollire gli abiti dei suoi figli insieme ad un crocifisso. Sentendo un dolore intenso nel corpo, la strega era costretta a presentarsi per chiedere perdono e guarire il bambino.
Come quelle di tutto il mondo, anche le streghe bergamasche avevano il loro Sabba. La notte del giovedì si facevano trasportare sul Monte Tonale, in groppa agli spiriti infernali, dopo essersi truccate per sembrare più giovani. In una grande grotta in cima rimanevano tutta la notte a ballare con folletti e stregoni. Prima dell’Angelus del mattino, erano di nuovo a casa loro, come se niente fosse.

Il Pacì Paciana, padrone della Val Brembana

Quando la leggenda si mischia a fatti realmente accaduti, ecco nascere la storia più famosa della bergamasca. Parliamo del famoso brigante Vincenzo Pacchiana, detto Pacì Paciana e soprannominato “padrone della Val Brembana”, vissuto a fine del 1700.

Era nato a Zogno e divenne una spia del governo veneto. Possedeva un’osteria nei dintorni del paese natale, dove si riunivano tutti i farabutti del tempo. La sua carriera inizia con un furto con scasso in una casa parrocchiale, per il quale verrà arrestato la prima volta. Starà in carcere qualche mese, fino a quando la rivoluzione francese non gli concede la grazia. Uscito di galera, si dedicherà a furti su furti per tutta la vita, finché il suo socio, brigante come lui, volendo incassare la taglia che c’era sulla sua testa, lo uccise nel sonno e portò la testa a Bergamo, che venne esposta sotto la ghigliottina della Fara, all’inizio dell’agosto 1806. Un brigante come tanti altri, insomma. Questa è la storia.

Ma la leggenda ci racconta una storia completamente diversa. Il Paciana veniva descritto come un uomo forte e coraggioso, che non sopportava le ingiustizie nei confronti della popolazione più povera.

Si dice che l’inizio delle sue disgrazie avvenne nel 1804, quando il Pacì ospitò in casa sua due conoscenti sorpresi da un temporale. Cedette ai suoi amici il suo letto, e andò a dormire su della paglia in cucina. La mattina dopo, i conoscenti se ne andarono e portarono via un orologio, un caro ricordo della mamma del Pacì. Il Pacì si arrabbiò molto, li inseguì e nei dintorni di San Pellegrino li convinse a farsi ridare l’orologio, ferendo uno dei due.

Si dice che pochi giorni dopo gli venne intimato di presentarsi davanti al giudice di San Giovanni Bianco, con l’accusa di furto e di ferimento. Entrato in Tribunale, il Pacì si trovò faccia a faccia con i suoi accusatori, e quando i poliziotti si avvicinarono per mettergli le manette, impazzì, prese una sedia e la spaccò sulle schiene dei poliziotti, per poi fuggire.

Nelle credenze popolari diventò quindi un uomo che ha subito un’ingiustizia, e aveva solo cercato di difendersi, e da allora fece di tutto per portare la giustizia ovunque andava. I teatrini e i burattini di provincia, cominciando a rappresentare le sue storie, lo resero l’eroe che è conosciuto adesso in tutta la bergamasca.

 

Shakespeare è tra noi, Shakespeare is now!

Shakespeare is now, ora e sempre: la grandezza di un autore che, da tempi lontani e da testi ormai classici, riesce a comunicare alla nostra società con forza invariata.
Shakespeare is now, soprattutto in questi giorni: Shakespeare is now è la prima rassegna di drammaturgia contemporanea di Bergamo, che dall’1 al 23 aprile 2017 porta il teatro fuori dal teatro, proponendo al pubblico letture e rappresentazioni di testi nuovi della scena drammaturgica attuale. Dietro le quinte, tra direzione artistica e organizzazione troviamo la compagnia bergamasca Teatro Ex Drogheria, che della drammaturgia contemporanea ha fatto uno dei suoi filoni di ricerca centrali, insieme all’indagine sociale in strada, che attraverso installazioni nella città permette alla compagnia di lavorare su testimonianze vive, e alla progettazione di rassegne, appunto.
ShakespeareIsNow_PequodRivista
Ha le idee chiare Sara Pessina, a sua volta drammaturga della compagnia, diplomatasi alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano: «Vogliamo portare a Bergamo testi di drammaturghi viventi che qui in città non sono conosciuti, ma che hanno una circuitazione in Italia e anche all’estero. Nel tempo vorremmo far sì che questa rassegna diventi un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea», racconta. «Abbiamo proposto due tipi di fruizione del testo teatrale: da una parte le letture, realizzate dai giovani allievi del Teatro Prova di Bergamo, dall’altra gli spettacoli di compagnie giovani che ci hanno colpito, che porteremo all’Auditorium “Benvenuto e Mario Cuminetti” di Albino».
E così nei giorni scorsi il pubblico bergamasco ha potuto conoscere, negli spazi non convenzionali di bar e locali della città, due testi e due nomi già noti agli appassionati di teatro: La cosa brutta di Tobia Rossi, testo premiato con una Menzione Speciale al premio Hystrio – Scritture di Scena e letto per la prima volta davanti ad un pubblico proprio in questa occasione, e Plastic Doll di Ana Candida De Carvalho Carneiro, testo commissionato dal Festival de Curitiba (Brasile).
Stasera il via agli spettacoli di drammaturgia contemporanea, scritti da autori giovani e interpretati da attori emergenti. Il Servo Muto aprirà le danze con Polvere, pluripremiata scrittura di Marzia Gallo e Michele Segreto; venerdì 7 aprile andrà in scena Ommioddio! di Luca Serafini, con Francesca Franzè e Davide Pini Carenzi ad affrontare lo scenario apocalittico e futuribile della fine del mondo, mentre sabato 8 aprile una chiusura potente con il “monologo/melologo per drag queen solista” Vedi alla voce Alma delle Nina’s Drag Queen.
Due compagnie bresciane, l’ultima milanese: anche nel cartellone degli spettacoli Teatro Ex Drogheria cerca di portare una ventata di freschezza tra gli spettatori bergamaschi, proponendo produzioni giovani ma già acclamate, puntando sulla qualità artistica delle rappresentazioni.
Il faro che illumina la strada, dopotutto, è pur sempre Shakespeare.

«Shakespeare è visto come il più grande drammaturgo della storia, è senz’altro il più rappresentato, ma anche oggi ci sono drammaturghi viventi che parlano del nostro contemporaneo, quindi perché non dar loro la giusta importanza?». Una rassegna che valorizza gli artisti emergenti, in cui – cosa non da poco – la compagnia promotrice non sfrutta l’occasione di proporre un proprio spettacolo, “rubando la scena” alle altre compagnie ospiti. Federica Falgari, che insieme a Sara ha fondato Teatro Ex Drogheria e al suo interno si occupa di organizzazione, crede nel valore degli artisti presentati e ci parla dell’importanza di proporre alcune delle ultime novità drammaturgiche a Bergamo.
Si tratta di portare in scena urgenze, desideri e aspirazioni di una generazione spesso esclusa dalla circuitazione dei teatri stabili; storie che riescono a raccontare qualcosa del presente con toccante verità, delicatezza e sana ironia.
«A Bergamo ci sono spettacoli che girano in varie rassegne anche più grandi di questa, ma non c’è un focus specifico tra le proposte», continua Sara. «Partiamo da Shakespeare perché è l’autore di cui tutti conoscono qualcosa, anche solo un frammento di un testo, nonostante siano tanti i drammaturghi della storia. Non a caso chiuderemo il festival, domenica 9 aprile, con Otello di Tournèe da bar: anche loro girano tantissimo in Italia e con il loro spettacolo presentano un vero e proprio progetto in cui il teatro è ancora più contemporaneo, portando il loro spettacolo nei bar».
Le proposte della rassegna sono state ben accolte da tutti i luoghi coinvolti, racconta Federica: «In queste prime serate hanno partecipato in molti, ma sembra che una parte del pubblico non sia ancora abituata alla forma della lettura teatrale». «Ma per tutti i lavori presentati nel festival», aggiunge Sara, «il complimento è stato sempre lo stesso: che i testi che abbiamo portato in scena sono molto attuali e mai pesanti».
Una sfida, quella di ampliare gli orizzonti culturali e teatrali di una città e della sua provincia, che Sara Pessina e Federica Falgari sembrano voler affrontare. Sotto l’ala protettrice di Shakespeare, naturalmente.

Bergamo, what a babe! Discover beauty in Italy’s province

One of the reasons low-cost airline companies allow you to reach European capitals for just a handful of euros (or pounds) is that their airports are usually located quite far from your final destination, in areas generally uninteresting for tourists. This is not the case for Orio al Serio, the main stopover for low-cost companies flying to Milan, Italy, situated just a couple of kilometres away from the fascinating town of Bergamo. With its medieval Upper Old Town, the romantic cobblestone alleys, the charming tower houses and the old walls that mark its perimeter, Bergamo makes for a perfect stop on the way to or back from Milan. Pequod’s editorial team have drafted a few recommendations on what to see in Bergamo if you have only a few hours to spend in the town, along with some practical advice to help you plan your visit.

Our tour starts from the square in front of the funicular station in Bergamo’s Upper Town, Piazza Mercato delle Scarpe. In the 15th century a shoe market used to be held here, and the place was aptly named after it (the square’s name literally translates as Shoe Market Square). From here, take the small alley underlying a building and leading to Piazzetta Angelini, where you will be able to admire a beautiful sundial adorning the wall of a 16th century tower house. A little further on, you will find the 19th century Lavatoio, an elegant public washhouse built by Bergamo’s municipality in 1881, in an effort to improve the hygienic conditions of the town and combat the spread of typhus and cholera epidemics. Turn right after the Washhouse and make your way up to Piazza Mercato del Fieno, where you will find the impressive 13th century tower houses, built by some of the city’s most powerful families to display their power over rivals and as a means of protection during the frequent battles against them.

Photo by Andrj15 / CC BY-SA 3.0 / via Wikimedia Commons

You can now go back to the main alley, via Gombito, which leads straight to the heart of the Old Town – Piazza Vecchia. Built exactly where the ancient Roman forum once was, this is a lovely and unexpected opening amidst the surrounding alleys and streets, and it’s definitely Città Alta’s most representative spot. When the Swiss-French architect Le Corbusier visited Bergamo, he is known to have said about the square: “you can’t move a single stone, it would be a crime”. The main building here is the 12th century Palazzo della Ragione, which was the centre of the political life of the city at the time. Towering above the square is the Campanone, or Civic Tower, the highest and most famous tower in Bergamo. The Campanone used to be the seat of the Podestà, the most important office in the city between the 12th and the 13th century, and it hosts the biggest bell in the entire Lombardia region. Every night at 10pm, the bell still chimes a hundred times, a warning that once signalled the closure of the four entrance gates of the town. The bell is so loud that the Teatro Sociale (the Social Theatre of Bergamo) nearby has to plan a break during its shows at that exact time, as otherwise it would be impossible for the audience to hear the actors’ voices! From the top of the tower – which you can access paying 5 euros either via the elevator or by climbing a narrow staircase – you can enjoy a wonderful view of Città Alta and its beautiful surroundings.

Colleoni Chapel and Basilica of Santa Maria Maggiore / © 2009, Photo by Pilise Gábor / License GFDL 1.2  or CC BY-SA 3.0 / via Wikimedia Commons

Behind Palazzo della Ragione, you can admire the two most precious gems of the Old Town: the Basilica of Santa Maria Maggiore and the Colleoni Chapel. Santa Maria Maggiore was erected by Bergamo’s citizens after the plague of the 12th century, and is renokwn for its beautiful frescoes, stuccos, tapestries and, most importantly, for the incredible wooden marquetry designed by the famous Renaissance artist Lorenzo Lotto. The adjacent Colleoni Chapel, with its red and white marble façade and its rich interiors, is a real Italian Renaissance masterpiece built by Bartolomeo Colleoni, a mercenary captain from Bergamo that fought for the Republic of Venice. The building of the chapel was strongly opposed by the city’s clergy, but Colleoni solved the problem by sending its soldiers to destroy the old sacristy of the Church, thus making room for its chapel and silencing the protest at the same time. Before leaving the Chapel, don’t forget to touch Colleoni’s three-testicles-shaped coat of arms on the gate, which is said to bring good luck.

After visiting Piazza Vecchia, you can now make your way back to the main alley and keep going uphill until you leave the centre of the Old City and find yourself at the border of the town, in Colle Aperto. Make sure you enjoy a creamy gelato or a delicious pastry at “La Marianna”, the most famous cakery of Città Alta. With a full belly, you can now start thinking about how to get back to the airport or the station. Depending on how much time (and strength!) you have left, you can either take the bus back (see the instructions below) or walk. Whenever possible, I strongly recommend the second option, which will reward you with a beautiful view of the Lower Town and the surrounding mountains from the Venetian Walls. To get there from Colle Aperto, stand with your back turned towards the Old Town and make a left turn: you will reach the beautiful park on the walls in a couple of minutes. Thanks to the beautiful panorama, the city’s walls are one of the most romantic spots in Bergamo, so if you have time and a special person with you, you may want to take a seat on one of the many benches and enjoy the view and the company. To return to the Lower City simply follow the street downhill until you reach the magnificent San Giacomo Gate. The beauty of this gate lies in the romantic stone bridge that departs from it. Lean on the balustrade and enjoy, on one side, a stunning view of the Venetian fortification, and a fantastic panorama of the Lower Town on the other one. At the end of the bridge take the stairs on your left and turn left again at the first fork going back to the funicular station in the Lower Town. From here you can take the bus back to the airport or to the train station.

Photo by Ago76 / License GFDL or CC BY-SA 4.0-3.0-2.5-2.0-1.0  / via Wikimedia Commons

From Orio al Serio airport to Bergamo Old Town

The best option to reach Città Alta from the airport is to take bus number 1A, which takes you to the Old City in 20-30 minutes. I personally recommend getting off at the funicular station, where, with the same ticket, you can board the funicular running up the side of the hill: it is a unique experience – nothing to do with the bus, although it tends to be very crowded during weekends. Alternatively, if you enjoy walking and are not afraid of steep climbs, you can take the stairs that start from the funicular station and lead you to the magnificent San Giacomo Gate.

You can’t buy tickets on the bus, so remember to purchase them from the automatic vending machine at the bus stop of the airport before boarding, and to validate them at one of the machines on the bus, situated near the driver or at the back of the vehicle. If you don’t want to carry your luggage with you, you can leave it in the Lower City at the 24/7 left luggage service of the Urban Centre building just in front of the train station (one of the stops of the 1A bus).

From Milan to Bergamo

You can easily reach Bergamo from Milan by train, it takes roughly one hour each way. Trains leave relatively frequently from Milan’s main stations: Milano Centrale, Lambrate and Porta Garibaldi. The train running between the two cities is regional, so no reservations are required, but remember to buy your ticket and to validate it before boarding or you may incur in a fine. From Bergamo train station you can take bus number 1A and follow the same instructions as above.

Cover Photo: Piazza Vecchia by Andrea Bertinotti / CC BY-SA 3.0 / via Wikimedia Commons

Tropico dei colli: la startup che ti porta ai tropici

Oggi più che mai il mondo delle startup è in forte crescita. Sempre più giovani decidono di mettersi in proprio ed avviare una loro attività che, talvolta, li porta ad un grande successo. Le iniziative non mancano di certo neanche in Italia ed in Lombardia, a Bergamo, è nata nel 2015 Tropico dei Colli. La giovane attività si occupa di produrre e vendere frutti esotici biologici poco conosciuti e non diffusi sul mercato e nasce da un’idea di Giulia Serafini e Mirko Roberti.

Entrambi esperti del settore agricolo, Mirko perché ha studiato architettura ambientale ed ha lavorato per diversi anni nel settore vivaistico, Giulia perché laureata in agraria, dopo gli studi hanno deciso di intraprendere questa bella avventura. «Quando io e Mirko ci siamo conosciuti abbiamo deciso di soddisfare la nostra comune esigenza, ovvero dar vita ad un’azienda agricola che vendesse un qualcosa di nuovo ed innovativo, partendo dalla nostra terra», spiega Giulia. Questo “qualcosa di nuovo” ed innovativo sono, appunto, frutti esotici non molto conosciuti nella Penisola, ma che nel resto del mondo godono di un buon mercato. «Mirko già da tempo stava compiendo delle ricerche su alcune varietà di frutti esotici e, una volta che abbiamo deciso di avviare l’attività, abbiamo riscontrato che alcuni di essi si sarebbero potuti coltivare nelle nostre zone», racconta sempre Giulia.

Con frutti esotici Mirko e Giulia non si riferiscono ai classici mango e papaya, per citarne alcuni, perché il clima lombardo non è assolutamente adatto alla loro coltivazione. Alla ricerca di una coltivazione compatibile con il territorio dell’Italia settentrionale si sono imbattuti in tre prodotti particolari, che sono poi divenuti il marchio di fabbrica dell’azienda: il Kiwi Arguta, un piccolo kiwi rosso e dolcissimo con la buccia liscia, la Feijoa, frutto ad alta concentrazione di iodio dalla polpa dolce e fresca, ed infine l’Asimina, caratterizzato da una consistenza cremosa e da un retrogusto tostato, un vero e proprio super food ricco di sostanze nutritive e consigliato per gli sportivi. Questi tre frutti vengono coltivati nell’impianto sperimentale della startup a Valtesse, sui colli bergamaschi, dove è stato costruito un vero e proprio frutteto. Da notare la caratteristica fondamentale delle coltivazioni del Tropico dei colli«Nessuno dei frutti è nato da sperimentazioni OGM ma hanno tutti origine completamente naturale. In altre aree del pianeta crescono spontaneamente, qui invece li abbiamo portati noi».

Tropico dei colli è una realtà innovativa anche per quanto riguarda la vendita ed il rapporto con il cliente, come ci spiega Giulia: «Abbiamo intenzione di creare alcuni frutteti produttivi in diverse aziende agricole dando vita ad una rete di produttori di frutti esotici, in modo da poter vendere i nostri prodotti su larga scala». Ma non solo: «Attualmente siamo ancora all’inizio, ma siamo comunque riusciti ad organizzare alcune degustazioni per presentare i frutti e a partire da quest’anno inizieremo a vendere i nostri prodotti ad alcune imprese italiane», spiega sempre Giulia. Per il futuro l’intenzione è quella di allargare l’attività coinvolgendo sempre più persone, ma la vera intenzione di Mirko e Giulia è quella di ampliare l’offerta sul mercato aggiungendo al loro catalogo altri frutti tropicali da commerciare, come per esempio mango e banane, da acquistare da altre aziende agricole vista l’inadeguatezza del territorio lombardo alla coltivazione di queste varietà esotiche.

Un inizio promettente quello di Tropico dei colli, che per ora ha già collezionato un secondo posto, nel 2016, a Start Cup Lombardia, una competizione organizzata dalle università lombarde e promossa dalla regione Lombardia che premia le migliori idee in ambito imprenditoriale. Tuttavia gli ostacoli per una nuova attività sono molti, soprattutto dal punto di vista burocratico. Ma Giulia è ottimista: «Devo dire che esistono numerosi bandi e concorsi rivolti alle startup come la nostra e che rappresentano un’opportunità di crescita non indifferente: prepararsi per partecipare ci spinge a migliorare sempre e ad avere idee nuove. Ed i premi in denaro, quando arrivano, ripagano le fatiche e ci aiutano ad andare avanti».

Fotografie di Tropico dei colli

Provincia mia, ti lascio e vado via (o forse no)

La provincia, croce e delizia. Vivere lontani dalle grandi città, nella dimensione placida e rassicurante dei paesi e delle cittadine italiane, ha sicuramente un che di poetico e rétro. Parlando con gli anziani della città lombarda di provincia in cui sono cresciuta, il tipico luogo cosiddetto “a misura d’uomo”, mi accorgo che nel loro immaginario Milano è dipinta come un gigante di cemento e palazzoni pronto ad ingoiare le ingenue creature provenienti dai rassicuranti paesi della provincia. Capisco che la grande città incuta soggezione a chi ha sempre vissuto in un contesto diverso, provinciale. Del resto, si teme ciò che non si conosce, o ciò che si conosce per sentito dire.

Il discorso è un po’ diverso per i più giovani. Oggi i ragazzi di provincia si abituano a conoscere la città fin da piccoli, imparano che spesso quello che non trovano nel loro paese lo potranno facilmente reperire in città. Nel mio piccolo, quando ero più giovane e gli acquisti online non li faceva nessuno, andavo mensilmente in pellegrinaggio a Milano per comprare gli album dei miei cantanti preferiti, che nella mia città non vendevano da nessuna parte. Che fortuna, pensavo, potersi comprare i cd sotto casa! Poi si cresce e la consapevolezza delle possibilità offerte al di fuori del microcosmo provinciale aumenta: le università delle grandi città offrono più indirizzi, più corsi. Gli sbocchi lavorativi in città sono nettamente superiori a quelli nel paesello, così come gli stimoli culturali e le occasioni di conoscere nuova gente. Io stessa mi sono spesso trovata ad invidiare lo stile di vita dei miei coetanei che si sono trasferiti in città e a non capirne le lamentele quando si dicono stressati dal traffico, dalla gente, dalle cose da fare. In cuor mio qualche volta mi sono detta che chi si lamenta delle grandi città non si merita di viverci e di avere tutte quelle opportunità; l’abusatissima citazione di Samuel Johnson when a man is tired of London, he is tired of life riecheggia nella mia mente rafforzando la mia convinzione sul primato della città. Poi, però, quando la sera esco nel mio tranquillo capoluogo di provincia e per raggiungere i miei amici dall’altra parte della città impiego dieci minuti, confesso che la mia fierezza da wannabe-cittadina vacilla. Dove riesco a vedermi davvero realizzata e nel contesto adatto ad una persona della mia età?

Ho deciso di confrontarmi con chi un’idea chiara sul luogo della sua vita ce l’ha per comprendere davvero il significato che noi giovani attribuiamo alla difficile scelta fra città e provincia. Cristian ha trent’anni, di cui ventisette trascorsi in un paese della provincia bergamasca. Da tre anni si è trasferito a Milano e mi racconta il perché della sua scelta. «Avevo ventisette anni e attraversavo un periodo un po’ di passaggio, ero insoddisfatto e volevo riprendere in mano la mia vita. Nonostante avessi già una casa di proprietà e un contratto a tempo indeterminato, non ero più così sicuro di trovarmi nel posto giusto per me. L’illuminazione è arrivata all’improvviso, in una serata estiva: stavo guidando in autostrada e a un certo punto mi sono detto che era ora di cambiare aria. Impulsivo come sono, in poco più di tre mesi ho organizzato tutto e traslocato la mia vita». E nonostante Milano sia a poche decine di chilometri dal suo paese d’origine, la vita di Cristian è cambiata radicalmente, a detta sua in meglio. Quando gli chiedo cosa apprezza in particolare della vita nella metropoli, Cristian mi spiega che a Milano è tutto a portata di mano.

Vista dal vecchio appartamento milanese di Cristian. Fotografia per gentile concessione di Cristian

Cerco di capire se il suo amore per la vita cittadina si contrapponga ad una sorta di disprezzo verso la provincia che ha scelto di abbandonare. Rispondere non è facile per Cristian, che non riesce ad elencarmi qualcosa che davvero odiasse della sua vita precedente: «Faccio una fatica enorme a ripensare in modo razionale al luogo in cui sono cresciuto. Il cambiamento mi ha travolto in modo talmente intenso e soddisfacente che, quando cerco di fare un confronto tra il mio passato e il mio presente, mi rendo conto di essere davvero ingeneroso nei confronti di quelle che sono e rimarranno le mie radici e il mio punto di partenza. Credo che ciascuno abbia una dimensione ideale e, semplicemente, la mia non era lì».

C’è chi invece ha la fortuna di sapere fin dall’inizio dove sia la propria dimensione ideale: Adriano, ventisettenne della provincia bergamasca, riesce a dedicarmi qualche minuto di tempo nella sua frenetica vita di provincia per raccontarmi il suo percorso. Dopo diciotto anni trascorsi serenamente in provincia e senza alcun desiderio represso di cambiare aria, decide di iscriversi al Politecnico di Milano: «Io, in realtà, non volevo uscire dalla valle in cui sono cresciuto. Sono andato a Milano contro me stesso, per sfidare i miei limiti. Ho fatto anche esperienze di studio in America e in Sudafrica. Ho voluto aprire i miei orizzonti». Dopo la laurea in Ingegneria Gestionale arriva la proposta, un contratto da ingegnere informatico. In quel momento avviene la decisione, la conferma che Adriano conosce bene quale sia il suo luogo della vita: rifiuta il lavoro e inizia a seminare un ettaro di mais spinato di Gandino, una varietà antica di granoturco. «Volevo qualcosa che mi tenesse legato alla mia terra, ho cercato il modo di valorizzare il mio territorio e, partendo da questo forte desiderio, ho costruito la mia azienda agricola».

Adriano al lavoro nella sua azienda agricola. Fotografia per gentile concessione di Adriano (www.agrigal.com)

La forza del progetto di Adriano è proprio il luogo da cui proviene e il legame viscerale con il suo paese, con la sua provincia. E la fedeltà alla sua terra lo ha ripagato: oggi la sua azienda vende in tutta Italia e la sua esperienza è talmente riconosciuta da essere oggetto di convegni specialistici e laboratori didattici. Adriano non nega che le esperienze fatte a Milano o all’estero siano state fondamentali, ma ora l’obiettivo è sempre quello di rafforzare ancora di più il rapporto con la sua provincia.

Due storie diverse quelle di Cristian e Adriano, ma con un aspetto in comune: la convinzione di avere preso la decisione giusta, di aver trovato la propria dimensione. E dalle loro parole quello che percepisco è che forse non ci sono luoghi più giusti o più sbagliati di altri, ma che probabilmente il luogo che cerchiamo, città e provincia che sia, è quello che davvero ci rappresenta.

 

In copertina: uffici a San Donato Milanese (ph. Marcuscalabresus CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons).

SCONFINAMENTI – We can all pass from here! La solidarietà con Progetto20k

Migrazioni, accoglienza, frontiere e libertà di movimento. Saranno questi i temi protagonisti dell’evento Sconfinamenti – We can alla pass from here! proposto e organizzato da Progetto20k, che si terrà venerdì 31 marzo e sabato 1 aprile 2017, presso gli spazi del c.s.a Pacì Paciana a Bergamo.

In apertura a questa due giorni vi accoglieranno un aperitivo e una cena di autofinanziamento, durante i quali verranno proiettati video ed esposti vari materiali che raccontino al meglio la realtà del confine e di Ventimiglia. Ad allietare la serata ci sarà l’orchestra balcanica Caravan Orkestar.

La parte calda dell’evento partirà la mattina del sabato con un’introduzione del programma previsto per la giornata e un momento collettivo di riflessione sulle frontiere, le nuove politiche migratorie europee e l’accoglienza nei paesi ospiti. In particolare, viene proposto un dibattito sull’intervento solidale a Ventimiglia, arricchito dai racconti e dalle testimonianze di Progetto20k e Presidio Permanente No Borders – Ventimiglia.

Nel pomeriggio saranno aperti a chiunque voglia parteciparvi i tre tavoli tematici di lavoro:

AGIRE IL TERRITORIO: Come raccontare la frontiera e con quali mezzi? Come eludere e fare pressione sul regime dei confini? Come interagire con i/le migranti? Come riconoscere e resistere ai molteplici confini nelle nostre città? Come intendere e costruire “accoglienza degna”?

COSTRUIRE SOLIDARIETÀ: Quale differenza tra carità e solidarietà? Cosa significa fare “assistenzialismo”? Come mettere in atto pratiche di aiuto concreto? Cosa vuol dire garantire il diritto all’autodeterminazione? Come rivendicare la libertà di movimento?

CONDIVIDERE SAPERI, PRATICHE E INFORMAZIONI: Quali modalità utilizzare per la raccolta e il trattamento di dati, informazioni ed esperienze? Come creare reti territoriali efficienti che abbiano obiettivi condivisi? Come costruire linguaggi comuni, integrabili e di supporto alle azioni di solidarietà? Come relazionarsi e confrontarsi con le altre realtà magari non presenti sul territorio?

Un’assemblea plenaria all’ora del thè cercherà infine di unire e amalgamare al meglio tutti i risultati e le idee prodotte da ogni singolo tavolo. Una cena di autofinanziamento verrà proposta grazie a Comitato Zingonia e a seguire la musica senza tempo di Pink Violence Squad.

Ma non solo tavoli e danze! Durante la due giorni resterà attiva una raccolta solidale di cibo (scatolame, pasta, riso, cous cous, alimenti a lunga conservazione, bevande), vestiti (magliette, felpe, pantaloni, scarpe dal 38 in su), cellulari + caricatori, prodotti per l’igiene personale, utensili da cucina, cancelleria. Il ricavato andrà chiaramente a supportare i/le migranti transitanti a Ventimiglia.

Infine, parteciperanno all’evento moltissime realtà sensibili e attive su tali tematiche:
Presidio Permanente No Borders – Ventimiglia, Kascina Autogestita Popolare, Bologna NoBorders, Tpo, Accoglienza Degna, Popoli in Arte, LUME laboratorio universitario metropolitano, Bios Lab, Black Panthers FC, Medici Senza Frontiere, Melting Pot Europa, Casa Madiba Network, Casa Andrea Gallo Rimini #perlautonomia, Barrio Campagnola, BgReport, Onebridge Toidomeni.

“Un momento di discussione per incrociare e rilanciare esperienze e rivendicazioni nei territori e ai confini. Una due giorni di contaminazione e partecipazione con l’obiettivo di trovare percorsi solidali comuni dandosi prima gli strumenti per farlo” – Progetto 20k

“Ai Pioppi”, il Luna Park ad elettricità zero

A Nervesa della Battaglia, in provincia di Treviso, si nasconde un piccolo gioiello artigianale di nome “Ai Pioppi”, un’osteria dedita alla cucina veneta che propone un digestivo del tutto inusuale: il parco divertimenti ad elettricità zero!

Bruno Ferrin è la mente del parco e dell’osteria, sebbene affermi con affetto che «quando si inizia un’attività con la famiglia, ci si sente più motivati e supportati nelle proprie scelte». Pequod incontra Bruno durante la prima domenica di apertura, 26 marzo, sotto un pallido ma temerario primo sole di primavera: «L’idea è nata un po’ per caso. Quando ero un venditore di lieviti per fare il pane, avevo praticamente tutta la giornata libera perché finivo verso mezzogiorno. Un bel giorno ho pensato di aprire una frasca (“osteria di campagna” in dialetto veneto, n.d.r.) con mia moglie Marisa, proponendo salsicce e vino… Nel 1969 abbiamo capito che l’attività poteva fiorire ulteriormente e così abbiamo comprato il pioppeto circostante, in cui ho poggiato la prima altalena».

E proprio un’altalena diede il via al tutto: «Un giorno andai dal fabbro di paese per aggiustarne i ganci, ma mi sentii rispondere di non aver tempo per simili sciocchezze. Iniziai così ad arrangiarmi con la saldatrice» e a costruire a mano i primi giochi. Sebbene all’inizio si sentisse un po’ impacciato, Bruno è riuscito nel tempo a perfezionare la sua arte, aumentando negli anni il numero di attrazioni, sino alle 50 di oggi, tra altalene, pendoli, scivoli, catapulte, trampolini, ruote e montagne russe… il tutto rigorosamente azionato dai muscoli dell’uomo: le giostre non utilizzano infatti l’energia elettrica!

 

Ogni singola giostra nasce dall’accorto sguardo del suo costruttore. «Della natura ne osservo i movimenti e quando ne scorgo qualcuno più singolare, cerco di riprodurlo nelle mie attrazioni. Ad esempio, vedo un sasso che rotola o una foglia che cade, e da qui prendo spunto». In più, i visitatori fanno la loro parte: negli anni Bruno ha potuto perfezionare le proprie attrazioni attraverso i riscontri dei partecipanti: «Man mano perfezionavo le giostre seguendo i desideri della gente», continua il proprietario, sottolineando altresì l’importanza della partecipazione nel parco divertivertimenti “Ai Pioppi”. «Esistono tantissimi parchi divertimento», spiega Bruno, «in cui le persone si spostano da un seggiolino all’altro, facendosi trasportare da attrazioni a motore. Qui “Ai Pioppi”, devi muoverti un poco per divertirti e azionare le giostre! Io e la mia famiglia vogliamo difatti proporre un tipo di parco partecipato, dove ognuno si possa sentire attivo nello svago».

Il parco non è visitato solamente da curiosi italiani: “Ai Pioppi” ha fama internazionale, grazie anche ai loro profili Social. Annualmente si contano dai 30 ai 50 mila visitatori, di cui alcuni provenienti da Australia, America, Brasile… e Cina! Bruno ci racconta ridacchiando di quando un uomo proveniente da Shanghai gli chiese suggerimenti per aprire un parco simile nel suo Paese, chiedendogli consulenza e invitandolo a un futuribile incontro coi finanziatori.

Per scendere dallo scivolo, i tappetini sono altamente raccomandati!

Prima della loro inaugurazione, tutte le attrazioni vengono naturalmente testate e garantite da un ingegnere che ne studia i progetti. Negli anni non è mai successo nulla di grave, ci spiega sempre Bruno, sebbene qualche livido bisogna metterlo in conto, essendo tutte le attrazioni in metallo. Tuttavia, le giostre sono munite di protezioni e misure di sicurezza, mentre il procedere dei giochi è monitorato da attenti vigilanti.

Quanto costa l’ingresso al Parco? Tutto gratuito, a patto che cibo e bevande vengano consumati in osteria. Aperto il sabato e la domenica, “Ai Pioppi” è un’iniziativa della famiglia Ferrin e ancora familiare è la sua conduzione: alla prima cassa dell’Osteria, troviamo difatti il nipote Francesco che a soli 25 anni amministra a tempo pieno l’attività come manager, come ama definirlo nonno Bruno.

 

Bruno e Francesco all’ingresso dell’osteria

Welcoming spring in Eastern Europe

Last month I visited Sofia, Bulgaria’s capital. It was the end of February and the weather was still cold but sunny, and it was lovely to spend time walking the streets of the city. At every corner I could find stalls selling nothing but red and white wrist bands, sometimes adorned with two small dolls made of combined red and white yarn. Not the typical postcards, magnets, been-there-done-that t-shirts that can be found in any touristic place, just red and white woven threads, sold in buy-ten-pay-one deal packages. You could see people of all kinds stopping at the stands; business men, school boys, young girls and grandmothers, all purchasing the tiny bracelets.

Even though I didn’t buy my own bracelet, I found out what they were and why everybody was buying one. They are called Martenitsi and are the symbol of Baba Marta Day, a Bulgarian holiday celebrated on the first of March to welcome spring. On that day people give each other these wrist bands, which are to be worn until a blossoming tree is seen. Only then people can take off their Martenitsa and hang it on a tree. That’s why throughout March in Bulgaria you can see a lot of trees festooned in red and white threads, symbolising rebirth or a new beginning.

Photo by Nicubunu / License GFDL or CC BY-SA 4.0-3.0-2.5-2.0-1.0 / via Wikimedia Commons

 

A tree with Martenitsi in Bulgaria / photo by the author / all rights reserved

On the same day of Baba Marta, not far from Bulgaria, Romanians and Moldovans celebrate Mărțișor (Little March), the beginning of spring, with red and white strings given to each other to bring strength and health to the person wearing them. Both women and men keep the string pinned to their clothes until the end of March, when they tie it to a fruit tree. In some regions, instead of the string people wear red and white necklaces with a hanging coin as a charm. After some time, they use the coin to buy red wine and sweet cheese which are intended to keep them healthy and joyful. Even if today the string is no longer considered a powerful talisman like in the past, people maintain the tradition, which is seen as a way to show friendship, love, respect and appreciation to others.

The Balkans are not the only Eastern European area where spring is welcomed with particular symbolism. Some years ago I happened to be in Russia at the beginning of March and I wasn’t happy to discover that I had just missed Maslenitsa, the Russian carnival. The celebration anticipates Great Lent and coincides with the end of winter and the beginning of spring. Maslenitsa takes place over a whole week and each day of the celebration has its own rules. What doesn’t change is the food: the typical thin Russian pancakes called blinys are in fact the protagonists of the celebration. On Monday, the day called vstreča (meeting), people meet and start preparing food for the festivity. On Tuesday, single boys and girls get to know each other and eat blinys together, while on Wednesday mothers invite their daughters’ boyfriends over to have the homemade pancakes. On Thursday the most important thing is to have fun: clowns entertain children while adults sing and dance in the streets, having blinys to recover from vodka. On Friday men invite their mothers-in-law for the traditional treat and try to impress them with their culinary skills. On Saturday and Sunday people get closer to Great Lent and keep eating blinys. Apart from the fact that the pancakes are very tasty, their round shape reminds of that of the sun, which makes its come-back in spring after a long, cold winter. That’s why Maslenitsa is also the celebration of spring.

Russian Blinys prepared for Maslenitsa / photo via Pixabay / License CC0 Creative Commons

La sintesi in un fiore: storia d’una primavera giapponese

Primavera. Agli occhi dell’occidente è significante fidente in un crescendo di calore, luce e colore.
Nell’arcipelago nipponico, dove sembra che gli animi siano più melanconici, è allo stesso tempo annuncio di un inevitabile prossimo autunno.
Presentata così c’è da svenarsi, me ne rendo conto, ma con qualche approfondimento si può facilmente cogliere la raffinatezza e la lucidità della visione orientale.
Primavera quindi, o 春 (Haru) in “sol levantese”: è il periodo che crea lo scenario figurativo più diffuso dell’estremo oriente, la “cartolina” di idillio, un’armonia cromatica d’altro mondo. Ed è su un aspetto prettamente botanico che si fonda il culto della primavera giapponese e si sviluppa una profonda e sentita elucubrazione filosofica: la fioritura dei ciliegi.
Da Aprile a metà Maggio lo spettacolo della manifestazione floreale percorre le isole da sud a nord ammantandole di ogni sfumatura di rosa. La breve durata del fenomeno è valsa alla delicatezza del fiore di ciliegio (sakura in “gergo”) la qualifica di simbolo di bellezza fugace, di impermanenza e ciclicità di tutto ciò che esiste. Da qui la fine tradizione della pratica dell’Hanami (花見) ovvero “ ammirare i fiori”: attimi empatici dove tra l’occhio dell’uomo e il processo della corolla si crea un colloquio dolce e malinconico sull’arco della vita.

Per destreggiarci nell’argomento, utile è riportare tratti d’esperienza “su campo” di Ginevra: giovane romana, si ritrovò per casi di vita a condurre un viaggio di un mese in terra giapponese; caduta in preda al suo fascino, negli anni successivi ha continuato la frequentazione con assidua passione, assistendo al rivelarsi di tutte le stagioni e al viverle del suo popolo.
Una delle sue ultime scappate orientali ha visto una fortuita e fortunata partenza nella seconda metà di Marzo che è valsa, al suo giungere in Tōkyō, un’accoglienza da regina: «I parchi e i viali della città esplodevano di centinaia di tonalità di rosa, dal pallido al vivido, che coronavano il ritrovato verde primaverile. I boccioli si erano schiusi qualche giorno prima del mio arrivo. Ci sono migliaia di cultori e appassionati dell’Hanami che, da ogni parte del mondo, ogni anno monitorano le papabili date della fugace fioritura per poter prenotare il periodo di pellegrinaggio e presenziare all’evento con puntualità; io ho avuto una fortuna sfacciata continua dacché, nel mio muovermi dalla capitale a Kyoto, ho persino seguito involontariamente i momenti di sbocciatura partecipando quindi a due intere settimane di suggestione».
Tutte le varietà dei ciliegi, infatti, nell’arco di circa un mese e mezzo, vanno in fiore partendo dall’area sud-est del paese e continuando verso l’ovest e il nord; per cui ogni regione offre lo spettacolo in tempi differenti, in base alla posizione geografica.
«Invitata da Yuri, un’amica “autoctona”, al parco Yoyogi (nella zona di Harajuku, nel centro di Tōkyō) ho potuto celebrare il mio primo Hanami con tutti i crismi della tradizione: in un vasto spazio, gremito come una spiaggia italiana d’agosto, migliaia di famiglie, amici e colleghi hanno steso le loro tovaglie da pic-nic sotto l’arboreo tetto rosa. Petali cadono tra il vociare e il brulichio infinito, si posano sull’ebrezza generale. Cibarie e birra ad accompagnare i festeggiamenti. Noi cerchiamo un piccolo ritaglio di prato libero per goderci i nostri bentō (box da pasto) e la surreale gioia dilagante».

Un entusiasmo fugace, quello dei giapponesi, che esorcizza la paura del “terminare delle cose tutte” con un’ode tra l’apollineo e il dionisiaco, l’esaltazione del bello e l’abbandono all’euforia.
«Avrei dovuto spostarmi a Kyoto qualche giorno più tardi, ma l’enorme afflusso di turisti aveva già saturato le disponibilità di alloggio; così ho dirottato su Nara, città pressochè limitrofa e famosa per l’ampio parco che sorge nei suoi confini.
Anche qui la piena fioritura mi ha accolto, ma in uno scenario decisamente più suggestivo rispetto a quello della metropoli: nell’area verde, dove migliaia di cervi vivono liberi e sereni nei confronti dell’uomo, ho incontrato solo un numero contenuto di visitatori! Tra loro, i più passeggiavano in coppia in abiti da festa tradizionali (Kimono e Yukata) allungando biscotti ai cervi o presi da sessioni fotografiche da neosposi; essendo questo un periodo d’incanto e buon auspicio, la celebrazione di matrimoni è infatti molto frequente. Avevo dunque trovato la situazione favorevole per un approccio contemplativo intimo con il paesaggio naturale».
Dal campo base di Nara, Ginevra ha poi mosso in giornata verso mete vicine: a Himeji, il famoso castello bianco pareva una visione ultraterrena, incorniciato di fiori e scintillante di sole com’era!

Poi finalmente, Kyoto. In quest’ultima tappa, saliente è lo scenario che le si para innanzi nel preservato antico quartiere di Gion, celebre per essere stato ospite di bordelli e sale da tè: «Il rione è attraversato da piccoli canali che in quell’occasione erano riempiti da una distesa di petali; l’effetto era quello di un fiume rosa in movimento, un’essenza fluttuante, bellissimo! Poi, la sera, in più zone della città, gli alberi vengono illuminati dalla base verso l’alto dando inizio all’affascinante Yozakura (lett.: la notte dei ciliegi), ossia l’Hanami notturno».

In questo mondo
camminiamo sopra l’inferno
guardando i fiori.
(Kobayashi Issa)

[Fotografie di Ginevra Latini]