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Itinerari ciclabili lombardi: da Paullo a Rossate, tra arte e leggende

Ci sono mattine in cui ti svegli sperando nel bel tempo, nella sua clemenza. Apri la finestra e puntuale come la nuvola fantozziana, il grigiore ti avvolge. Per lo meno non piove: posso partire.
Prendo la bici e dopo un breve controllo monto in sella. Destinazione? Beh, seguitemi, in questo pezzo faremo insieme un percorso (ciclabile) nella storia, tra arte e cultura; vi porterò nel cuore della pianura padana tra patrimoni artistici meravigliosi incastonati nella campagna lombarda, che aspettano solo di essere scoperti, visitati, contemplati.
Parto da Paullo, piccolo paese in provincia di Milano, e dopo una pedalata di poco meno di 5 km arrivo nel comune di Merlino, già nel lodigiano; ad accogliermi subito all’ingresso, il Santuario di San Giovanni Battista al Calandrone.
Unico santuario di culto non mariano presente in Lombardia, riporta alla mente il Calandrone, corso d’acqua ormai scomparso che delimitava il sito religioso. Avvicinandomi, noto alla sinistra della chiesa una vasca di un marmo ormai divelto e distrutto dall’incuria dell’uomo o, secondo la storia, da un segno divino (credete come volete). Sopra campeggia una targa che ci rende edotti di quanto accaduto: si narra di un cacciatore che, disperato per la grave situazione di salute del suo cane, provò ad immergerlo nella vasca ritenuta guaritrice. La vasca si ruppe quale monito sull’errata quanto blasfema equiparazione tra un cristiano e un cane.
Il santuario è chiuso, non potrò vedere l’importante affresco quattrocentesco nell’abside, sopra l’altare. Decido di rimontare in sella lasciandomi alle spalle un santuario antichissimo, probabilmente più dello stesso comune di Merlino, probabilmente quell’ “Oratorio” cui fa riferimento la pergamena conservata nell’Archivio Vescovile di Lodi, a proposito del restauro che portò alla luce un pozzo, una lapide e un sepolcro.
Penso a quanti pellegrini si saranno immersi in quella vasca in cerca di una speranza o di una benedizione. Riprendo a pedalare con più vigore, il cielo è sempre più plumbeo e io ho ancora un po’ di luoghi da visitare e raccontare.

Ancora una buona mezz’ora sulla ciclabile, tra ettari di campi in pieno risveglio di primavera e silenziosi cascinali, e imbocco una stradina che mi porta a Lavagna, frazione del comune di Comazzo (LO). Cerco in modo intuitivo e sommario la chiesa di San Biagio di Rossate, ritornata al suo splendore dopo il recente restauro, che dal 2016 l’ha salvata dal triste destino di deposito per trattori. Chiedo informazioni a una signora del posto, che mi dà indicazioni sicure. Svolto su una stradina secondaria lasciando alla mia destra una chiesa parrocchiale, dalla quale parte una strada rurale; costeggio un percorso d’acqua celato da una verdissima vegetazione e dopo qualche centinaia di metri mi ritrovo in una piazza, dove si fronteggiano, in contrasto, una cascina diroccata e abbandonata ed un impianto di sorveglianza di nuova installazione.

 

Pequod_ciclabili_lombardia

Tra nuove panchine e ruderi, alla mia sinistra vedo l’Oratorio di San Biagio in Rossate. Una splendida chiesa, costruita a cavallo dei secoli XV-XVI, con una planimetria a base quadrata, con abside e sacrestia a pianta quadrata e due cappelle laterali a sezione poligonale. Lo spazio si organizza sul modello dell’ottagono sorretto da un cubo, da cui l’attribuzione al Bramante. Insomma un piccolo gioiello, testimone della grandezza artistica del Cinquecento, di cui si deve parlare affinché i riflettori non si spengano e i lavori di restauro, ormai quasi conclusi, proseguano senza intoppi.
Entusiasta, ammaliato, già innamorato scatto alcune foto, dimenticandomi del cielo grigio di qualche ora fa. Solo l’inizio di una forte pioggia mi ricorda che devo tornare a casa. Peccato, avevo ancora qualcosa da farvi vedere, ad esempio castelli secolari non troppo lontani da lì… Continua

Omeopatia: la stregoneria del nuovo millennio?

La pratica dell’omeopatia nasce ad opera del medico tedesco Samuel Hahnemann, il quale, nel 1810, sviluppò una teoria del tutto originale, secondo cui ogni malattia nota era la manifestazione di un’unica affezione, che consisteva in un disturbo nella capacità del corpo di mantenere integra la propria forza vitale. I sintomi erano quindi la rappresentazione del danno patito dalla forza vitale, mentre la cura consisteva nel giusto stimolo fornito al corpo perché riattivasse la propria forza di guarigione. Egli ipotizzò che una sostanza potesse eliminare nell’individuo malato sintomi analoghi a quelli che essa stessa provocava in un individuo sano. Da ciò derivò la cosiddetta Legge dei simili, secondo cui “i simili si curano con i simili” e per la quale il sintomo prodotto da un rimedio scaccerebbe il corrispondente disturbo che colpisce la forza vitale dell’individuo. Per questo motivo la pratica fu chiamata omeopatia (stesso male), per distinguerla dalla medicina classica o allopatica (diverso male), che cura i sintomi producendo effetti ad essi opposti. Col passare del tempo gli omeopati compirono esperimenti somministrando numerose sostanze e registrando gli effetti prodotti nei pazienti. Risultò però evidente che molti di quei rimedi erano potenzialmente tossici e sommavano i loro effetti a quelli dei sintomi della malattia. Per limitare questi esiti negativi venne sviluppata la Legge delle diluizioni infinitesimali, preparando diluizioni partendo da tinture madri pure che venivano diluite, per un numero di volte variabile, in un solvente (acqua o alcool). Per chiarire, se prendessimo una soluzione oggi comunemente utilizzata in omeopatia (una diluizione di 1 a 10 ripetuta 12 volte) otterremmo la proporzione tra un microlitro di tintura madre (una goccia) e il contenuto di una piscina olimpionica di acqua! Era quindi convincimento degli omeopati che l’azione risanante e terapeutica aumentasse in proporzione al diminuire della dose, fino a raggiungere una quantità infinitesimale tale per cui il contenuto di tintura madre finale dovrebbe essere quasi del tutto assente.

Queste teorie col tempo dovettero sembrare surreali ed è per questo che gli omeopati crearono un trucco per spiegare qualcosa che si scontrava col buon senso, e lo fecero introducendo due concetti: la dinamizzazione e la memoria dell’acqua. In breve, venne disposto che, dopo ogni diluizione, il composto venisse agitato in modo tale che la dinamizzazione creata attivasse la forza vitale intrinseca alla soluzione, superando (secondo i seguaci dell’omeopatia) il problema dell’assenza di qualsiasi sostanza dentro la soluzione. Le odierne conoscenze fisiche hanno però imposto di accantonare il concetto di “forza vitale” in favore di una nuova ipotesi. Si sostiene ora che le dinamizzazioni imprimerebbero alla struttura dell’acqua una sorta di impronta della sostanza medicale disciolta, permanente nonostante le diluizioni estreme: il solvente assumerebbe una struttura determinata dal principio attivo, che continuerebbe ad esercitare i propri effetti anche qualora fosse del tutto assente. Se fosse vero, l’omeopatia rivoluzionerebbe lo scibile umano. Ma, a ben vedere, il trucco non riesce a nascondere la criticità di fondo: se anche l’acqua avesse una non ben identificata memoria, come sarebbe possibile che questa discriminasse tra sostanza e sostanza? Perché la memoria dovrebbe attivare solo la sostanza interessata all’omeopata e non le altre con cui entrerebbe evidentemente in contatto? L’omeopatia non lo spiega e anzi ci chiede più che uno sforzo scientifico una professione di fede. La stessa che compie il credente per immaginare la trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù. Ma un conto è il piano della spiritualità, soggetto all’intima convinzione umana, un altro è la scienza, basata su concreti e disciplinati pilastri oggettivi.

Samuel Hahnemann (1755–1843), considerato il fondatore dell’omeopatia (PD-Art-1843-US).

Nel 1988, un gruppo di scienziati diretto da un noto immunologo francese, Jaques Benveniste, pubblicò sulla rivista Nature un articolo che sembrava dimostrare come una soluzione diluita in proporzione 1-10 per 120 volte fosse ancora dotata di una quantità di principio attivo rilevabile. La scoperta sarebbe stata sensazionale e per questo motivo venne nominata una commissione ad hoc per assistere alla ripetizione degli esperimenti, col risultato di dimostrare l’erroneità della tesi. Lavorando secondo protocolli più rigorosi e con la tecnica in cieco (senza quindi sapere quale delle provette contenesse principio attivo e quale no), fu possibile affermare che la soluzione omeopatica prodotta non aveva alcun effetto e che la tanto esaltata “memoria dell’acqua” non si era manifestata. Venne poi alla luce come la ricerca di Benveniste fosse stata finanziata da alcune ditte produttrici di medicinali omeopatici. Fu però un editoriale pubblicato nel 2005 sulla rivista medica The Lancet a confutare definitivamente questa pratica. L’analisi prese in considerazione 110 studi clinici che avevano confrontato medicinali allopatici ed omeopatici con placebo e il risultato fu che “gli effetti clinici dell’omeopatia, ma non quelli della medicina convenzionale, sono generici effetti placebo o di contesto”.

Sul fronte giuridico il primo intervento dello Stato sull’omeopatia risale al 1978, anno in cui il Consiglio Superiore di Sanità assimilò i prodotti omeopatici ai preparati galenici, a patto che risultassero innocui e fossero venduti solo nelle farmacie. Nel 1989, il Ministero della sanità pubblicò in Gazzetta Ufficiale un disciplinare che imponeva ai produttori di preparati omeopatici requisiti di innocuità, qualità delle sostanze di partenza, divieto di pubblicità e di inserimento di indicazioni terapeutiche sulle confezioni. Per arrivare ad una prima legge si dovette attendere il d.lgs. 185/1995, che recepì la direttiva europea 92/73/CEE in materia di prodotti omeopatici. Per “medicinale omeopatico” si definisce quello che si ottiene “da prodotti, sostanze o composti, denominati materiali di partenza omeopatici, secondo un processo produttivo disciplinato dalla farmacopea europea. Ai medicinali omeopatici si applicavano quindi le regole dei medicinali tradizionali con alcune curiose eccezioni: prima fra tutte l’obbligo di contenere un principio attivo la cui diluizione superi il rapporto 1/10.000 (sic!) e inoltre l’obbligo di inserire la dicitura “medicinale omeopatico, senza indicazioni terapeutiche approvate”, cosa tanto bizzarra da generare confusione in chi utilizzerà un prodotto le cui finalità non sono risultate attendibili. Il successivo d.lgs. 219/2006 ha introdotto altri singolari elementi prevedendo sulle confezioni la dicitura “consultare il medico se i sintomi persistono” a cui dovrebbe seguire la domanda: quale medico? Forse un medico non omeopata per evitare il rischio di vedersi prescritto un nuovo prodotto del tutto inefficace. Altra stranezza è la previsione che quello omeopatico sia un “medicinale non a carico del Sistema Sanitario Nazionale”, che si scontra con la possibilità di detrarre le spese sanitarie derivanti da prodotti omeopatici dalla dichiarazione annuale dei redditi (di fatto scaricando parte dell’onere sul sistema sanitario pubblico). Un ultimo effetto dell’ordinamento è stato quello di imporre una regolarizzazione di tutti i preparati omeopatici già in commercio prima delle norme del 1995, prevedendo l’obbligo a carico dei produttori di munirsi di una autorizzazione alla vendita (equiparata a quella dei farmaci tradizionali) entro il 30 giugno 2017. Ciò comporterà per l’AIFA, l’Agenzia italiana del farmaco, l’onere di vagliare 25.000 prodotti omeopatici attualmente in commercio. Verrebbe da chiedersi che senso abbia che un ente dello Stato venga paralizzato da un compito inutile come quello di valutare dei prodotti che non hanno alcun impatto sulla salute dei cittadini.

Se le norme giuridiche in ordine all’omeopatia sembrano alquanto discutibili, non lo è la sentenza del Tribunale di Roma del 16 febbraio 2017, che ha deciso che, in caso di contrasto tra i genitori in merito alle cure mediche da somministrare alla figlia, prevale il genitore che predilige la medicina tradizionale. Nel caso di specie, i genitori non erano concordi su quale trattamento sanitario impartire alla propria figlia, il che ha spinto il giudice a decidere di procedere alla vaccinazione e alle cure mediche tradizionali per via coattiva, poiché ha riconosciuto che il rifiuto della madre violava il diritto alla salute riconosciuto dall’art. 32 della Costituzione ed era contrario al preminente interesse del minore a cui dovevano essere prestate le cure più adeguate, riconosciute dal Tribunale in quelle della medicina tradizionale. Alla fine la scienza ha prevalso di nuovo.

Test per eterosessuali contro l’omofobia

Ogni tanto in questo strano mondo dove la paura e l’ignoranza di quello che non si conosce generano mostri, troviamo episodi illuminati che fanno sperare in un futuro meno cupo e omofobo.

Negli Stati Uniti d’America, un professore universitario dello Stato della Florida ha voluto dare ai suoi studenti un segnale forte e concreto contro l’omofobia e l’ha fatto in modo originale e semplice, creando un questionario gay in chiave eterosessuale. Un questionario al contrario, formato dalle assurde domande che sono fatte agli omosessuali, ma questa volta in formato eterosessuale. Un modo per far comprendere l’assurdità e l’omofobia cui sono sottoposte le persone LGBT ogni giorno.

“Domande per gli eterosessuali della classe” questo il titolo del questionario lanciato dal professore universitario statunitense e queste le domande:

  1. Cosa pensi che abbia causato la tua eterosessualità?
    2. Quando hai deciso di essere eterosessuale?
    3. È possibile che la tua eterosessualità sia soltanto una fase da cui tu possa uscire?
    4. Perché insisti nello sfoggiare la tua eterosessualità? Perché non puoi essere semplicemente quello che sei e stare in silenzio?
    5. Perché voi eterosessuali vi sentite costretti a sedurre gli altri?
    6. Hai mai considerato di andare in terapia per provare a cambiare le tue tendenze eterosessuali?

Un questionario rivolto ai suoi studenti e condiviso su Twitter da più di 19mila utenti. L’Huffington Post Italia riporta alcuni commenti degli utenti: “Certamente questo è uno dei metodi migliori per insegnare qualcosa” e anche “Penso sia magnifico. Serve a far riflettere gli studenti sul fatto che essere gay non è una scelta”.

Purtroppo gli omofobi non si limitano a quelle domande ma vanno oltre, scomodando il loro Dio, accusando i gay di essere degli anormali, dei malati da curare con tecniche che riportano al regime Nazista, dei pedofili, dei mezzi uominiuomini senza attributicompratori di uteri e molto altro. Negli Stati Uniti d’America abbiamo il professor Nicolosi che ‘cura’ i gay, trasformandoli in eterosessuali. Troviamo inoltre campi in cui vengono ‘curati’ i gay con la preghiera e tecniche di lavaggio del cervello. In Italia abbiamo Mario Adinolfi e i suoi amici che non perdono occasione per attaccare i cittadini italiani LGBT con il solo scopo di annientarli a livello di diritti e forse anche a livello fisico.

Essere gay non è una scelta. Essere omofobi è una scelta.

Articolo di Andrea Sanna.

Fonte: Io sono minoranza

In copertina, due coppie omosessuali ad un simposio, dalla tomba del tuffatore di Paestum.

Pic-nic con Vivaldi su un “fiorito ameno prato”. È Primavera!

Una musica senza tempo, eterna e immutabile. È la Primavera di Antonio Vivaldi composta prima del 1725, quando ad Amsterdam l’editore Michel-Charles Le Cène dava inizio alla diffusione di questo sognante movimento.
La Primavera fa parte dell’opera Il cimento dell’armonia e dell’inventione composta di dodici concerti solistici. Le Quattro Stagioni, op.8 n. 1-4, composto di quattro  concerti che si riferiscono alle quattro stagioni – Primavera, Estate, Autunno, Inverno – viene eseguito, secondo l’organico in partitura originale, da un quartetto d’archi (violino primo e secondo, viola, violoncello) e basso continuo (poteva essere eseguito da clavicembalo o organo).

Tutti e quattro i concerti de Le Quattro Stagioni sono accompagnati da altrettanti sonetti. Quello de La Primavera:

Allegro
Giunt’ è la Primavera e festosetti
La Salutan gl’ Augei con lieto canto,
E i fonti allo Spirar de’ Zeffiretti
Con dolce mormorio Scorrono intanto:
Vengon’ coprendo l’aer di nero amanto
E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl’ Augelletti
Tornan di nuovo al lor canoro incanto:

Largo
E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorio di fronde e piante
Dorme ‘l Caprar col fido can’ à lato.Allegro
Di pastoral Zampogna al suon festante
Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato
Di primavera all’apparir brillante.

Musica a programma. Un genere musicale che iniziava a piacere un sacco e che troverà la propria definizione nel periodo romantico. Si tratta di un tipo di composizione puramente descrittiva, che evoca e narra una storia con mezzi puramente musicali. La musica imita la vita quotidiana, riproduce i suoni della natura, evoca stati d’animo e fa uso di onomatopee fondamentali come il suono del vento e del mare, i sospiri e il cinguettio degli uccellini. Ascoltando il concerto vivaldiano ci si renderà immediatamente conto di come le sue quattro stagioni siano reali: Estate è caldo, afa che opprimono e solo nell’ultimo movimento saremo rinfrescati dall’arrivo di una tempesta. Tetro e scuro è invece l’Inverno.

Nel periodo barocco si cercano nella musica, attraverso le sue connessioni con la poesia, valori espressivi identificati esteticamente (anche se in campo strumentale si verificò una tendenza contraddittoria a creare strutture esclusivamente musicali). Ciò nacque in parallelo con quanto era accaduto nella letteratura, ossia nacque una retorica della musica: una sorta di “tavola di equivalenze” tra i vari aspetti del linguaggio musicale e l’espressione di determinati sentimenti.

È proprio in quest’epoca, infatti, che si sviluppa un’importante riflessione su due grandi temi che interessano il mondo artistico e letterario: la teoria musicale e l’estetica musicale. Occorre innanzitutto tenere in considerazione il fatto che è proprio in questo periodo che viene definita la nostra tanto amata scala musicale, il sistema tonale (nella sua concezione occidentale) e si crea la definitiva distinzione tra modo maggiore e modo minore.


Filosofi e scienziati dell’epoca, come Cartesio, Bacone e Keplero, si occuparono di classificare la musica nell’ambito dei loro sistemi: si manifestò un prevalente orientamento a considerare il linguaggio musicale anche in base a studi di carattere fisico – acustico, come specchi dell’animo umano. Nasce così una considerazione della musica che la vede come arte più prossima alla divinità, mediante l’imitazione della natura.

Muovere gli affetti e creare meraviglia”, questo un po’ il motto di quest’epoca arzigogolata. Come abbiamo visto, sviluppo di tecnica e consapevolezza estetica della musica, han fatto sì che si affermasse l’autonomia di forme “concertanti” come la sonata, la sinfonia, il concerto grosso e in concerto solistico. Gli organici erano composti da strumenti ad arco e strumenti a fiato che si alternavano in Solo e in Tutti, e che vedevano la successione di più movimenti, basati sull’abbinamento di un movimento lento prima di un movimento veloce.

Gli strumenti diventano protagonisti assoluti: un elemento tipicamente barocco è la scoperta del virtuosismo strumentale come elemento a se stante nella musica. C’è da dire che il virtuosismo già esisteva, per esempio legato a strumenti come il liuto e l’organo nel Cinquecento, ma non era stato mai praticato sistematicamente e nemmeno era apparso come un valore autonomo dell’espressione artistica. Tutto ciò avverrà invece proprio in epoca barocca grazie a due conquiste fondamentali: innanzitutto l’invenzione dell’apposita tecnica compositiva destinata a valorizzare quegli aspetti dell’improvvisazione che precedentemente erano visti solo come “grande bravura”. In secondo luogo ci fu un grandissimo lavoro di perfezionamento e selezione di strumenti come l’organo, il clavicembalo e degli strumenti ad arco, che andarono a favorire proprio a livello tecnico l’esibizione virtuosistica. Da qui vediamo come alcune forme musicali, come la sonata e il concerto solistico, nacquero in base alle esigenze di sfruttare la tecnica del virtuosismo come variante delle strutture musicali.

Ora andate a recuperare il flauto dolce che suonavate a scuola, dategli una spolverata e siate virtuosi.

Mollo tutto per vivere in barca a vela

«Fa un freddo terribile e questo vento prima o poi mi porterà via».
E’ febbraio e sono a Falmouth, in Cornovaglia, sulla mia barca. Ho guidato sette ore il venerdì sera per arrivare qui per alcuni lavori di sistemazione da fare sull’imbarcazione; e proprio questo weekend c’è una tempesta.
Sto aiutando il mio ragazzo Ryan a salire in testa d’albero del nostro piccolo catamarano per misurare il sartiame. Mentre saltello qua e là da un lato all’altro dello scafo, tendendo il metro avvolgibile e scribacchiando numeri, controllo che Ryan ci sia ancora: questo vento potrebbe farlo cadere dai dieci metri d’altezza a cui si trova.
Per un secondo l’idea di mollare un buon lavoro, il caldo confortevole di una bella casa, seppure in affitto, gli amici e la famiglia, e partire all’avventura su una barca a vela mi pare assurda. Poi, non appena Ryan scende al sicuro e siamo al riparo nella cabina, con tutte le misure che ci servono scritte sul mio quaderno, sorrido.
Lo stiamo veramente facendo: stiamo sistemando la nostra barca e finalmente salperemo per il Mediterraneo.

Una decina di mesi fa, lo scorso Maggio, mi stavo rilassando su una spiaggia naturale, camuffata e nascosta tra le coste di Maiorca, lontano dal tempaccio inglese e dai resort affollati dell’isola spagnola. Stressatissima a causa del mio lavoro come capo di dipartimento di un’agenzia di marketing digitale a Manchester e riluttante all’idea di riprendere l’aereo di lì a pochi giorni, ho iniziato a divagare in riflessioni sulla vita:
«Perché dobbiamo per forza ammazzarci di lavoro fino ai settant’anni, per poi goderci dieci o quindici anni di dolce far niente, magari costretti in un letto di ospedale? Chi l’ha deciso? Chi dice che dobbiamo per forza accantonare tutti i nostri sogni e sperare di poterli realizzare solo quando saremo vecchi e stremati?»
A un tratto, la vita regolare che pure mi aveva regalato non trascurabili soddisfazioni, non aveva più senso. Mi ero resa conto di trascorrere la routine quotidiana di quella vita che i più considerano normale, in attesa di quei momenti di pausa, spesso vissuti a contatto con la natura, che mi ridavano energia; stavo vivendo solo per arrivare al weekend per fare arrampicata oppure per le vacanze dedicate allo scuba diving.
Per la prima volta nella mia vita, ho capito che non dovevo per forza adeguarmi.

Ho la fortuna di poter fare il mio lavoro ovunque, a patto di avere una buona connessione internet, quindi perché rimanere intrappolata in una città grigia e fredda nel Regno Unito? Ho sempre avuto troppa paura di mettermi in proprio come freelancer perché avevo affitto e bollette da pagare, ma vivere in barca a vela elimina tutti questi costi e i relativi problemi.
Quindi, eccomi qui. Sto per iniziare l’avventura più rischiosa, ma anche la più emozionante della mia vita!
A fine Agosto 2016, io e Ryan abbiamo comprato un catamarano Heavenly Twins costruito nel ’77, lungo poco meno di otto metri. Non è grande, ma ha tutto ciò che serve: cambusa con forno e fornelli, cuccetta matrimoniale, “soggiorno” e bagno. Sarà la nostra casa galleggiante per il futuro prossimo. La barca, che abbiamo chiamato Kittiwake, ci è costata meno di un’auto nuova e vivremo a bordo frugalmente e in modo ecosostenibile, una scelta etica che avremmo sempre desiderato fare e che ora potremo realizzare.
Ciò che fa sentire me e Ryan vivi sono le avventure: campeggiare su isole deserte, scalare scogliere, conquistare la cima di una montagna, fare snorkeling con le tartarughe marine, … Così, nel mese di Maggio sistemeremo al meglio Kittiwake per renderla confortevole e poi partiremo alla volta del Mediterraneo, entro Giugno 2017.

Nell’attesa di partire, tra una riparazione e l’altra, fantastichiamo su mete sempre più lontane, pur avendo già ideato un tragitto definitivo. Facilmente ci scontreremo con ostacoli climatici che ci rallenteranno e non siamo certi delle miglia nautiche che realmente riusciremo a coprire: la sicurezza è per noi la cosa più importante, consapevoli che vivremo in balia dei movimenti del mare e del vento, ma la nostra ambiziosa rotta è disegnata sulla mappa!
Partiremo da Falmouth, in Cornovaglia, e attraverseremo la Manica vicino a Salcombe, in Devon. Da lì costeggeremo la Francia fino alla baia di Biscay, che in parte dovremo attraversare di notte per mancanza di punti d’approdo cui ancorare la barca.
Esploreremo poi il nord della Spagna e il Portogallo, dove trascorreremo le notti cullati dalle tranquille acque delle foci dei fiumi, protetti dalle correnti vigorose dell’oceano. Qui, speriamo di riuscire a fare qualche arrampicata sulle impressionanti scogliere portoghesi e, chi lo sa, magari impareremo anche a fare un po’ di surf.
Raggiunto il sud della Spagna, attraverseremo lo stretto di Gibilterra e ci dirigeremo verso le isole Baleari; abbiamo deciso di dedicare un intero mese all’esplorazione delle belle isole spagnole e delle loro cale naturali, cogliendo l’occasione anche per qualche allenamento nel freediving.

Navigheremo poi nel Mare di Sardegna, per arrivare sull’isola italiana nei pressi di Portoscuso; di qui, percorreremo la costa sarda verso sud per avvicinarci alla Sicilia, sfioreremo il Tirreno e raggiungeremo quindi il Mare di Sicilia e Marsala.
Dopo aver costeggiato la parte sud-ovest dell’isola, dovremmo attraversare nuovamente il Mare di Sicilia, questa volta in direzione di Malta. Qui, trascorreremo l’inverno navigando, tempo permettendo, tra le isole di Comino, Gozo, Cominotto e gli scogli minori di St. Paul’s e Filfola; speriamo anche di poter fare diving prima che arrivi il freddo, così da poter vedere i cavallucci marini. Ci avventureremo alla volta degli spettacolari sentieri e falesie dell’arcipelago maltese tra Novembre 2017 e Marzo 2018; Malta ha inverni molto miti e spesso le temperature sono intorno ai venti gradi fino a Natale, quindi è il posto ideale per svernare.
E poi? E poi chi lo sa. Non abbiamo piani per il futuro, ma sappiamo che vogliamo vivere una vita più significativa e avventurosa, una vita che non ci intrappoli dietro una scrivania o davanti alla TV.

Potrete seguire la nostra esperienza sul nostro blog sailingkittiwake.com e sui social: per ora siamo su Twitter e Facebook, ma documenteremo il viaggio anche su YouTube, non appena partiremo.

Permacultura: vivere con la natura, non contro la natura

Seduti in giardino, tra l’aria temperata di questo finire di Marzo che illude di una Primavera 2017 che ci restituisca finalmente le mezze stagioni, con Davide osserviamo la fortuna di vivere entrambi immersi nel verde, lui rifugiato tra le colline maremmane, io nascosta tra le montagne bergamasche, ancora a contatto con la natura che ciclicamente muta colori, dando nuovo aspetto ai paesaggi e ricordando lo scorrere del tempo.

Rispettare la scansione dei mesi che la luna impone alla natura è la prima regola dei coltivatori diretti come lui, conoscitori del mutare del tempo e delle stagioni, e non è certo una novità che la produzione intensiva che ha fatto seguito all’industrializzazione e al progresso, affermando esigenze di mercato che vogliono quotidianamente cibi freschi disponibili tutto l’anno, sia tra le principali cause del disequilibrio creatosi tra le risorse a disposizione e il numero di persone che abitano il pianeta Terra; ma fattualmente esiste una possibilità per sfamare la popolazione mondiale senza sfruttare la terra oltre l’eccesso?

«Esiste la permacultura, – mi spiega Davide, che da un paio d’anni sta frequentando seminari su questo criterio applicato in agricoltura – che propone un approccio etico alla terra, in vista di uno stile di vita ecosostenibile».

Bill Mollison, fondatore della permacultura, e il suo manuale introduttivo, tradotto in italiano da Terra Nuova Edizioni

La permacultura, dall’inglese permanent culture (o permanent agriculture), consiste in una strategia di progettazione del territorio, elaborata negli anni ’70 da Bill Mollison e David Holmgren, attraverso lezioni, conferenze e manuali, che parte dall’osservazione dell’ambiente, per una sua organizzazione funzionale finalizzata alla permanenza nel tempo. Nato in un villaggio di pescatori in Tasmania, negli anni ’50 Mollison osservò l’incipiente deterioramento di alcuni ambienti naturali dell’isola natia e la progressiva carenza di risorse; dopo un breve periodo da attivista resistente, dedicò la sua vita all’insegnamento, concentrando le proprie ricerche verso stili di vita sostenibili e ideando con Holmgren questa sorta di disciplina, che raccoglie strategie di produzione etiche elaborate nei più diversificati territori.

«Non ci sono dettami, norme inderogabili prescritte: la permacultura parte dall’osservazione diretta dell’ambiente in cui si vuole vivere, o che si vuole progettare. – continua Davide – Ci sono tre principi etici elaborati da Bill Mollison, che riassumono il punto di vista proposto:

1. cura e rispetto della terra;
2. cura e rispetto degli uomini, delle persone;
3. investimento del surplus (tempo, denaro, materiali) al fine di realizzare gli obiettivi.

In sostanza ci si preoccupa di insediarsi in un ambiente, sfruttandone al massimo le risorse, ma senza mai esaurirle, anzi facendo in modo che si rinnovino ciclicamente».

In primis, la permacultura è una strategia di coltivazione ecologica. Anche Davide è venuto a contatto con le prime nozioni grazie a una coltivatrice diretta che gli ha fornito consigli su come gestire un orto sinergico: «Per orto sinergico s’intende uno spazio coltivato non al solo scopo di nutrirsi, come nel caso delle monocolture settoriali, che separano gli ortaggi per specie, ma al fine di creare un ambiente che, equilibrandosi autonomamente e con un intervento umano minimo, fornisca nutrimento senza debilitare il terreno in cui si trova. Fondamentale è la scelta di piante che creino tra loro un rapporto appunto sinergico, cioè di aiuto reciproco: per fare un esempio concreto, accostando piante di calendula e pomodori si risolve in modo ecologico il problema delle cimici, perché la calendula attira vespe che si nutrono degli afidi dei parassiti del pomodoro. Lo scopo è tanto quello di ridurre l’impatto ambientale al minimo, quanto quello di evitare dispendio inutile di energie e risorse, applicando ad esempio strategie come la pacciamatura e l’uso dei “bancali”. La prima consiste in una copertura in materiale organico (paglia o cartone), una sorta di serra utile a mantenere l’umidità e impedire la crescita delle piante infestanti, che ha il valore aggiunto di concimare il terreno una volta sedimentato. I “bancali” sono invece cunette rialzate, di cui è possibile sfruttare tutta la superficie, concentrando quindi le energie, grazie cui si rafforzano le radici delle piante, costrette a scavare più a fondo per trovare terreno nutriente».

L’orto sinergico di Davide in Toscana

Ascoltando Davide, nella mia mente affiorano ricordi della maestra delle elementari che spiega la grande rivoluzione scaturita dall’introduzione della rotazione delle colture, espressione organizzata della saggezza contadina che si conserva in permacultura in alternanze come quella tra ortaggi e legumi: bisognosi di azoto i primi, azotanti i secondi, si scambiano e condividono sostanze passando attraverso la terra. La permacultura è quindi una sorta di raccolta delle migliori strategie di volta in volta messe in atto dagli uomini nel corso della storia, per insediarsi nei più disparati ambienti con un impatto minimo. Mi chiedo se in questa idea di insediamento vi sia spazio anche per le innovazioni tecnologiche: «Certo! – risponde Davide – Io ad esempio sono molto interessato alla questione delle energie rinnovabili; tra chi frequenta corsi o forum di permacultura, è molto sentita la questione dei pannelli solari, che potrebbero essere una buona fonte energetica, ma sembra ci sia ancora un forte impatto ambientale al momento dello smaltimento, forse anche nella produzione. Ci sono poi moltissime altre fonti ancora da prendere in considerazione!».

Permacultura non è solo agricoltura. Davide mi racconta di quanto esteso possa essere il concetto di permanent culture: «Innanzitutto, è applicabile a qualsiasi tipo di ambiente e clima perché è pensato per ogni area geografica, partendo dalla sua osservazione diretta. In Messico, ad esempio, ho conosciuto un ragazzo che applicava l’urban permaculture: viveva con la figlia in una vecchia casa semiristrutturata con un sistema idrico ad acqua piovana che alimentava l’orto disposto sia sul terrazzamento del tetto sia sfruttando la luce negli interni. Poi non riguarda solo gli orti e la coltivazione: non prevede il vegetarianismo, quindi si occupa anche di allevamento; oltre che della costruzione di abitazioni a basso impatto ambientale e buona resa energetica, ma anche semplici conigli di adattamento di strutture preesistenti per ottimizzarne l’uso, così come di giardini decorativi ecosostenibili. Esiste infine una social permaculture, che si occupa di ristabilire un equilibrio etico sociale tra le persone, secondo principi di condivisione più che di accumulazione, sempre nell’ottica di una corretta dispersione delle energie e delle risorse».

Sono donna perché…

Come dicevamo, “Non una di meno” è un movimento femminista inclusivo, aperto a qualsiasi tipologia di genere e orientamento sessuale al fine di poter accogliere e dar risonanza a tutte le minoranze. “Non una di meno” ama definirsi un insieme variegato di forme e di vita, una globalità entro la quale potersi raccontare e porsi domande in merito alle diversità che caratterizzano le società di oggi.

In tanta varietà, anche le antiche definizioni di genere, principalmente basate sui binari del femmina/maschio e dell’eterosessualità, si trovano di fronte alla necessità di interrogarsi e, nella migliore delle ipotesi, di mettersi in gioco. Lo scorso 8 marzo, data per eccellenza dedicata alla donna, tra le strade di tutto il mondo hanno manifestato non solo donne cisgender (come il mondo LGBTQI definisce tutti coloro che si riconoscono nel proprio genere e orientamento sessuale), ma anche lesbiche, bisessuali, transgender, queer e intersessuali. Sembra dunque che il genere femminile e il concetto stesso di femminilità sentano il bisogno di uscire dai vecchi sistemi per potersi esprimere liberamente, straripare dagli argini senza timore di critica. Nulla più di una donna che attende e si aspetta di poter migliorare solo grazie a una relazione può farmi arrabbiare, come allo stesso tempo mi fa uscire dai gangheri un uomo che debba per forza mostrare la propria virilità con la forza e prepotenza.

Con questo fotoreportage mi sono dunque chiesta, e sono andata in giro chiedendo, cosa significhi essere donna oggigiorno, cercando le innumerevoli sfumature femminili che circondano la nostra quotidianità e che dovremmo imparare ad osservare. Con il fine di saperci accettare: «When you accept us, you accept yourself» ha dichiarato la grintosa Leyna Bloom, modella transessuale americana.

Sono donna perché… posso dar vita al futuro:

 

Sono donna perché… so prendermi cura di una casa e delle persone che la abitano:

Sono donna perché… piango:

 

Sono donna perché… sono accoglienza e passione:

 

Sono donna perché… ho un soffitto di vetro sopra la testa e non sono ancora riuscita ad abbatterlo:

 

Pur non avendo una vagina, non per questo sono meno donna.

Affermazione di Antonia Monopoli, attivista e Responsabile dello Sportello Trans presso l’associazione ALA Milano Onlus:

Birth Companions: making pregnant women’s and new mothers’ voices heard

Birth Companions (BC) is a London-based organisation set up in 1996 to support women prisoners during pregnancy and birth. Since then, the organisation has developed into a registered Charity and has expanded its services to vulnerable pregnant women and new mothers in the community: prison and home visits, antenatal and postnatal classes, provision of practical items and support groups are among its activities. In May 2016 BC launched the Birth Charter, a set of recommendations for the Government and the Prison Service for the care of pregnant women and new mothers held in prison in England and Wales. We have discussed the charity’s current projects and aims with Naomi Delap, Director of the organisation.

Many things have changed since Birth Companions was founded in 1996, and you now work with both women prisoners and women in the community. How did these changes happen?

The changes happened very slowly and organically in response to what women told us they needed. BC started to develop a community based service because there was a recognition that pregnant women and new mothers coming out of prison faced huge challenges that we could help with. Then we came to recognise that there were many other women who faced huge social and health inequalities who would also benefit from our support. Now we work in two prisons and in the community across London, and we have started to develop our voice in campaigning for the improvement of care for women in prison and the community across the country.

 

Many of the women in the stories published on your website describe Birth Companions’ workers and volunteers as “friends”, “family”, or even “mothers”. How do you establish such relationships of trust and intimacy, and what do you think is the peculiarity of Birth Companions’ approach?

You have identified one of the most important factors in our work: trust and intimacy are really crucial in engaging a woman, in supporting her and then in facilitating her engagement with other services. Our approach is woman-centred – this means that a woman will always have control over whether and how she is supported. We also describe ourselves as being “trauma-informed”: working on the assumption that every woman we support will have experienced trauma in her past, and keeping this in our minds as we work with her so that we don’t do anything to re-traumatise her. Perhaps most importantly, our staff and volunteers are all very passionate about caring for women and children and will go to great lengths to provide the support she needs; whether that’s staying with her through the night while she labours, driving across London to deliver a piece of equipment she needs, giving expert breast-feeding advice, doing her washing up or just talking. Things a friend, a family member or a mother would do.

Do you think that gender inequality and sexism have an influence on the experiences of the women you support during pregnancy? If so, how do you challenge these?

The women we support have experienced high levels of physical and sexual violence and of childhood sexual abuse, so they are really at the sharp end of gender inequality and sexism. There’s evidence to show that women are far more at risk from these experiences and that these experiences conflate with poverty, disability and poor mental health. I think women also suffer from having their needs unrecognised, and from a lack of voice – they are unheard. Along with other groups working in this area (e.g. Agenda – alliance for women and girls) we are working to highlight women’s experiences, advocate for change and give them a voice – they are the experts.

You’ve recently started a new project to encourage mothers that you’ve supported in the past to work with you as peer supporters. How does this project work and what are its main objectives?

The women we work with have always supported each other in our groups. In a recent evaluation they told us they would like more formal volunteering opportunities so we decided to introduce a project for them to work as peer supporters in the prisons and the community. Women will attend training and then volunteer once a month in our groups, offering other women information and emotional support. There’s lots of evidence to show that people respond very positively to being supported by those who have been through similar experiences, and we’re hoping that the volunteers will also gain skills and satisfaction from training and working in this way.

How did you come up with the idea of the Birth Charter? And do you think it has had an influence on the government’s policies so far?

The idea of creating a set of recommendations to improve the care of pregnant women and new mothers in prison has been on Birth Companions’ to-do list for about ten years! When I joined the organisation in 2014 there had been some work done to develop them with a group of women who we had previously supported in Holloway Prison. We worked slowly on The Birth Charter until February last year, when the Prime Minister at the time, David Cameron, suddenly made a speech on prison reform and mentioned the situation of mothers and babies in prison. We decided that we had to take advantage of this unprecedented level of political interest, so we very quickly finished The Birth Charter and sent it to the Prime Minister and relevant government officials. The team that is responsible for running the women’s prisons is currently reviewing the legislation governing perinatal women, and we’ve been feeding into that process. They’ve sent the Birth Charter to every women’s prison in the country for consultation, so that’s a positive sign.

A number of prisons in the United Kingdom have mother-and-baby units, where new mothers can live with their new-born babies for the first 18 months of their lives. However, many advocate for alternatives to detention for female offenders with babies, such as housing in resettlement units or electronic tags. Do you think these would be better solutions?

 

Many mother and baby units do excellent work, but at the same time we think that prison isn’t the place for most pregnant women and new mothers. The key is to create in the community the same range of support that women can receive in prison to enable them to get the help they need, address their offending behaviour and parent their children effectively. Housing in resettlement units in communities could be one solution; support offered through women’s centres is another. What is certain is that if women are left without that support in the community then they are at much higher risk of struggling as parents – and the family courts are currently full of families who are being separated from their children.

What are your objectives for the future? Are you currently thinking of new projects?

I’m always thinking of new projects! We have to consolidate the work we’re doing with peer support, and we have an ambition to start offering birth support in both the prisons we now work in. We will keep pushing for reform in prison and I think we will also start to focus on a Birth Charter for Women Facing Severe Disadvantage in the community, although I’m hoping that this one doesn’t take us ten years to produce!

Matilda Editrice, educare all’affettività

L’educazione affettiva inizia ben prima di quella sessuale ed è uno dei terreni più difficili sui quali far crescere i futuri uomini e le future donne di domani. Prestare maggiore attenzione alle esperienze sentimentali dei ragazzi, dal rapporto con i genitori, alle amicizie, alle relazioni amorose potrebbe essere la prima forma prevenzione per contrastare i tanti episodi di violenza, bullismo e sopraffazione che sentiamo ogni giorno sui giornali.
Sentimenti ed emozioni vanno appresi ed esercitati, non si improvvisano una volta diventati adulti, come distrattamente si crede; soprattutto in un contesto sociale di profondi cambiamenti, occorre riflettere sulla crescita affettiva dei giovani, fornendo loro una grammatica dei sentimenti che permetta di gestire le relazioni con gli altri, il rapporto critico con il proprio corpo durante lo sviluppo, il tema dello smarrimento di identità e tante altre delicate questioni che l’assenza sempre più grave di modelli di confronto nella società adulta ha reso ancora più importanti.
In tal senso la lettura può essere di grande aiuto. Come un genitore aiuta ad interpretare il mondo visto dal bambino, così anche un buon libro media le emozioni, esemplifica la realtà. Il meccanismo di rispecchiamento che evoca un romanzo (o, se si preferisce, ciò che ognuno di noi proietta di sé sulla pagina scritta), può essere un intimo ausilio per affrontare alcune stagioni della vita, per trovare conforto da timori e insicurezze, per dare il giusto nome a ciò che si prova.
I ragazzi ansiosi di risposte a domande scabrose o i genitori impegnati a spiegare la sessualità ai propri figli non faranno fatica a reperire testi utilissimi sull’educazione sessuale nell’era di Internet. Racconti e romanzi, invece, nonostante non forniscano precisi messaggi pedagogici, sono necessari per gli stimoli e le risposte che il lettore trova in essi interpellando se stesso, la sua affettività e le sue qualità.
Sono tantissimi i libri-palestra sui quali allenare i sentimenti. Percorrendo gli scaffali di una qualsiasi biblioteca se ne possono pescare molti, per tutte le età.
Ascolta il mio cuore (1991) di Bianca Pitzorno è ambientato nell’Italia del secondo dopoguerra e racconta di un gruppo di bambine di una classe elementare in un paesino sardo che si ribella di fronte alle ingiustizie subite da coetanei ed insegnanti. Delle tante storie che si intrecciano e animano i suoi personaggi, il punto d’osservazione rimane sempre quello delle tre piccole protagoniste Prisca, Elisa e Rosalba che, tra fraintendimenti e malintesi, imparano a conoscere rabbie, dolori e gelosie, pregi e conseguenze delle emozioni.
Nel panorama narrativo per giovani-adulti il capolavoro di Ursula K. Le Guin, Agata e pietra nera (1976) avvicina il lettore alle inquietudini adolescenziali. Tra Owen e Natalie nasce un legame sorprendente, che matura pian piano finché loro stessi non incappano nel problema di volerlo definire. Un racconto breve ma intenso per comprendere le relazioni tra ragazzi e ragazze nella fase più delicata della crescita.
E come dimenticare Il piccolo principe (1943) di Antoine de Saint-Exupéry. Un libro per bambini che si rivolge agli adulti: denso di poetiche metafore, offre molteplici chiavi di lettura e stimolanti riflessioni per tutti.
Giunti ad una certa maturità anagrafica, troviamo un romanzo come Ragazzi di vita (1955) di Pier Paolo Pasolini, uno spaccato dell’Italia del dopoguerra e della sua miseria, fatta di degrado, violenza e trasgressione; ma anche del dolore che inevitabilmente si trova in ogni condizione umana, soprattutto se scaturisce da privazioni.
Scena del film “Le amicizie particolari” di Jean Delannoy (1964).
Le amicizie particolari (1944) di Roger Peyrefitte è entrato di diritto tra i grandi romanzi francesi sull’educazione sentimentale. Ambientato in un collegio religioso, tratta di un ingenuo amore omosessuale tra due ragazzi e dell’immediata repressione da parte del sacerdote. Il racconto rimane attuale, tanto che nell’omonimo film si rimarca, a dispetto dell’ormai lontano contesto socio-culturale degli anni ‘20, l’immutabilità delle «emozioni che sentiamo sorgere forti alle soglie dell’adolescenza».
Per chi ricerca qualcosa di più recente, il bravo Paolo Cognetti ci può guidare nei turbamenti dei giovani del nuovo millennio. In Una cosa piccola che sta per esplodere (2007) «l’adolescenza è il luogo magico in cui i personaggi, raccontando la propria vita, mettono a nudo la nostra».
Facendo una deviazione dalla narrativa, un testo vibrante nel quale l’affermazione della propria vita, felicità, crescita, libertà è connaturata alla propria capacità di amare è L’arte di amare (1957) di Erich Fromm. Amore materno, amore per se stessi, amore spirituale: per vivere i sentimenti umani nella loro autenticità è necessario conoscersi e conoscere le aporie della società contemporanea.
Anche la graphic novel ha qualcosa da raccontarci: Blankets (2003) di Craig Thompson è un vero e proprio romanzo di formazione che racconta di un ragazzo alla ricerca del suo posto nel mondo, quindi di tutte le paure e le delusioni che dovrà affrontare.
Copertina di “Chiamarlo amore non si può”, edito da Matilda Editrice.
Multicultura, accoglienza, tenacia, identità, lettura, diversità, affettività. Dalle iniziali di queste parole e dal romanzo di Road Dahl nasce e cresce il felice lavoro di Matilda Editrice, che si pone come una bussola nelle mani di ragazzi e ragazze, insegnanti e genitori, raccontando la diversità e l’accoglienza, i sentimenti e le emozioni con un linguaggio semplice, naturale, perché mette al centro il confronto.
La scorsa settimana abbiamo festeggiato e manifestato per la festa della donna e nell’importanza di debellare le varie forme di violenza sulle donne, Chiamarlo amore non si può (2013) è un riuscito esempio dell’attività della casa editrice Mammeonline – da luglio 2016, Matilda editrice – di lottare contro gli stereotipi e le discriminazioni ma soprattutto di tentare nuove strade per l’educazione affettiva.
Ventitré scrittrici raccontano in altrettante storie la violenza contro le donne; nella quarta di copertina si legge:
«Cari ragazzi e care ragazze che vi affacciate al mondo dei grandi, questo libro è per voi. Perché impariate dai nostri errori, impariate che amore vuol dire rispetto e non sopraffazione, che amare vuol dire permettere all’altro/a di essere se stessi. Insomma l’amore non può essere egoista, altrimenti non lo si può chiamare amore. […] Perché non rimaniate in silenzio di fronte ai tremendi fatti di cronaca. Ma anche perché sappiate reagire a ciò che può succedere intorno a voi, non solo quando si tratta di violenza fisica, ma anche di gesti e comportamenti che comunque feriscono profondamente».
Attraverso un linguaggio chiaro, senza allusioni, dove spesso emerge per contrapposizione l’ipocrisia dei nostri rapporti, Chiamarlo amore non si può insegna a tutti che l’educazione sentimentale è scoperta e rischio, coraggio e non paura; è un conflitto prima di tutto con se stessi che si può risolvere spesso con la tenerezza del sapersi prendere per mano.
In copertina: alcuni libri editi da Matilda Editrice, su gentile concessione della stessa.

Scioperare a Bergamo. Storia de #LottoMarzo e #nonunadimeno

Quest’anno una marea nera e fucsia si è riversata nelle strade di tutta Italia durante la giornata dedicata alla Donna. L’8 marzo, una festa solitamente caratterizzata dalle gialle mimose, diventa nel 2017 lo Sciopero generale delle Donne al grido di “Non una di meno”, neonato movimento femminista che si prefigge la denuncia della violenza di genere in tutte le sue forme. In Italia troppo spesso la violenza sulle donne viene considerata un’emergenza, mentre in verità è una problematica di tutti i giorni. Lavorando a un piano femminista contro tali violenze, il movimento rimarca il rifiuto dell’oppressione, dello sfruttamento, del sessismo, del razzismo, e della omo e transfobia attraverso uno sciopero di 24 ore al quale hanno aderito i sindacati minori. Online esiste inoltre un manifesto chiaro e conciso in 8 punti sul perché dello sciopero.

 

 

Numerose iniziative si sono svolte in tutta la penisola. Tantissime persone (non solo donne!) hanno manifestato nelle principali città italiane con cortei, assemblee nelle piazze, nelle scuole, nelle università, negli ospedali per dimostrare come la violenza machista contro le donne sia una questione sociale e culturale, radicata nella nostra quotidianità.

«Il maschio violento non è malato,

è figlio sano del patriarcato».

Attenzione però, l’aggettivo “machista” non è una scelta casuale: con machista si vuole indicare tutte quelle azioni perpetrate sia da uomini che da donne nei confronti di un’altra persona. Non è nuova la presenza del machismo proprio all’interno dei movimenti femministi, donne che puntano il dito verso altre ad esempio per una gonna troppo corta o un seno troppo in vista. L’accusa del sessismo all’interno dei movimenti è invece uno degli 8 essenziali punti di “Non Una di Meno”:

«Gli episodi di violenza e sessismo dentro ai movimenti, agli spazi autogestiti e occupati non sono un’eccezione ma la conseguenza di quotidiane asimmetrie e gerarchie di potere e di divisione binaria dei ruoli all’interno degli spazi sociali».

Il respiro internazionale è un altro punto di forza di questa manifestazione: 48 paesi hanno difatti aderito allo Sciopero di ieri, tutti e quarantotto denunciando violenze e soprusi di genere. “Non una di meno” non è solo una Rete che riunisce collettivi e associazioni in tutta Italia, ma altresì un movimento nato in Argentina nel 2015 e rafforzatosi a novembre 2016 a seguito della morte della sedicenne Lucia Perez, seviziata, stuprata, uccisa e impalata da un gruppo di uomini. Dall’America Latina, il movimento ha attraversato l’oceano per giungere in Europa. “Non una di meno” si è formata a Roma grazie alla rete Io decido, l’associazione Dire (Donne in Rete contro la violenza) e UDI (Unione Donne in Italia). Da pochi mesi, il movimento è arrivato sino nella mia città natale, Bergamo, dove proprio ieri sera si è svolta la camminata notturna per le vie del centro cittadino, con l’obiettivo di riprendersi la libertà di vivere le strade la sera, senza molestie né paura. Ho dunque partecipato alla manifestazione per testimoniare questo nuovo sussulto femminista e documentarlo in foto, sperando di trasmettere nelle immagini il vento di affermazione di una città, e un’Italia, che vuole far ritornare l’8 marzo una giornata di valore politico e sociale. Ieri a Bergamo eravamo quasi 4 mila.

 

Tuttavia “Non una di meno” non si fermerà l’8 marzo. Le problematiche di genere denunciate ieri sono tutte raccolte nel Piano antiviolenza, che mette in atto non solo soluzioni, ma anche e soprattutto prevenzioni di questa veemenza strutturata nella nostra cultura e società.

 

8 marzo: un viaggio tra le legislazioni d’Europa per la tutela dei diritti delle donne

Una mimosa come post-it per la data, una cena per trascorrere una piacevole serata, ma finita la festa cosa resta?” cantava Catherine Spaak. E’ a partire da questa domanda che bisogna cominciare a riflettere. Perché le celebrazioni fanno bene, benissimo, ma per giustezza o coerenza non dovrebbero concludersi con la fine di una godereccia serata. Le ricorrenze e i simboli, infatti, dovrebbero continuare ad indicare una strada, un percorso di conquiste civili, mentre nella realtà dei fatti il bollettino continua ad essere per le donne triste e desolante.

Tra il Novembre 2015 e il Novembre 2016, infatti, le donne morte in Italia per mano di uomini a loro prossimi sono state 107. Una mattanza che nasce fra le piaghe sociali di una società di uomini, ancora poco capace di recepire dei no.

La Novella Giuridica del 2013

Era il 15 ottobre 2013 quando il Legislatore con la legge n. 119 cercava di porre rimedio e limitare la violenza sulle donne. In questa normativa, infatti, furono recepite le indicazioni provenienti dalla Convenzione del Consiglio d’Europa approvata a Istanbul nell’aprile 2011. Il documento intensifica la lotta alla violenza contro le donne in ambito domestico, sforzandosi di rendere più incisivi gli strumenti della repressione penale dei fenomeni di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e di atti persecutori (il cosiddetto stalking). Vengono dunque inasprite le pene se il delitto di violenza sessuale è consumato ai danni del coniuge (anche divorziato o separato), del partner o di donne in stato di gravidanza.

Inoltre, un secondo gruppo di aggravanti prevede l’ampliamento del raggio d’azione della legge ai reati commessi con strumenti informatici o telematici, anche nel caso siano perpetrati dal coniuge. Viene prevista, inoltre, l’irrevocabilità della querela per il delitto di atti persecutori nei casi di gravi minacce ripetute (ad esempio con armi) e per le vittime il gratuito patrocinio. Con quest’espressione si intende che sarà lo Stato a prendersi cura dei costi derivanti da qualunque procedimento instaurato, a prescindere dai limiti reddituali, così come anche previsto per le vittime di mutilazioni genitali femminili.

Immagine della campagna Rai del 2012 contro la violenza sulle donne (Lightcut Film, Vimeo).

Se l’Europa prova dunque ad apporre una tutela comune attraverso la sua normativa per far fronte all’enorme problema, i singoli Stati già da diversi anni hanno messo a punto strategie specifiche.

La Francia

Nel 2017 la Francia ha previsto l’assunzione di nuovi assistenti sociali da introdurre nei diversi commissariati sparsi sul territorio nazionale e ha istituito anche il numero telefonico gratuito 3919 per le donne vittime di violenza, attivo 7 giorni su 7. Inoltre, ha aumentato il numero dei posti recettivi per le vittime, aggiungendone altri 1650 a quelli già esistenti.

L’Inghilterra

Il Paese britannico, invece, risponde con il cosiddetto “metodo Scotland“. Introdotto e proposto dal Ministro laburista Patricia Scotland, questo metodo consiste in un protocollo d’intesa condiviso da tutte le parti impegnate nell’emergenza (polizia, avvocati, giudici e assistenti sociali). Il primo provvedimento è l’allontanamento fisico e immediato della donna dal proprio partner e l’immediata nomina di un tutor. Tale procedura può essere inoltre attuata anche su istanza dell’avvocato a cui potrebbe presentarsi la donna vittima di violenza.

E l’Italia?

E’ notizia del 18 Gennaio 2017 che l’aula del Senato ha approvato l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul fenomeno con una pressoché totale maggioranza. La Commissione sarà costituita da una ventina di Senatori e verrà garantito l’equilibrio di rappresentanza di genere. La durata in carica sarà di un anno e si dovrà concludere con un’esaustiva relazione che avrà lo scopo di delineare concreti piani di azione di prevenzione del problema, a partire da un’attenta e intensa attività di studio dei femminicidi compiuti dal 2011 ad oggi. Per espletare il mandato, la Commissione avrà poteri istruttori e di indagine uguali a quelli della Magistratura.

Pare, dunque, che le Istituzioni del nostro Paese si stiano sensibilizzando sempre più sull’argomento, comprendendo la portata del problema. La Senatrice Finocchiaro, promotrice del progetto, twitta infatti così: “Bene istituzione commissione inchiesta sul #femminicidio. Siamo all’emergenza e fare tutto ciò che è possibile per contrastarlo è un dovere.”

Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin (Kremlin.ru)

Il misogino caso russo

Mentre in Italia, come del resto in tutta Europa, stiamo assistendo al progressivo aumento di consapevolezza da parte dell’ Autorità verso il problema, c’è un caso, quello russo, che pare andare in tutt’altra direzione. Il 27 Gennaio, infatti, la Duma, uno dei rami del Parlamento, ha approvato un disegno di legge che propone la depenalizzazione delle violenze domestiche, attribuendogli il “solo” e minore rango di illecito amministrativo. Stando alle dichiarazioni dei promotori, tale provvedimento abbraccia una politica di rafforzamento della famiglia e, secondo la tesi del Presidente della Duma Viaceslav Volodin “essendo questa una condizione per creare famiglie forti”.

E allora, al di là di interventi normativi, di scelte politiche condivise o di prospettive bislacche, ciò che dovremmo imparare tutti è fare un sforzo culturale utile a contrastare con forza il sanguinario problema. Ricordando che i diritti non sono luci che rimangono accese perché scritti su carta, non si autoalimentano solo nelle celebrazioni, ma devono essere irradiati anche il 9 Marzo. Insomma, #nonunadimeno per tutto l’anno e che il fiore della mimosa non venga deturpato neanche con il giungere dell’inverno.

MeaVulva: ripartiamo dal grido «Io sono solo mia!»

Cinisello Balsamo, ottobre 2016: nasce il collettivo femminista MeaVulva, all’interno del centro sociale Spazio 20092. L’idea della creazione di MeaVulva parte dalla necessità di avere una realtà con proposte pratiche sul territorio cinisellese. Continua il collettivo: «Sin dall’inizio abbiamo scelto di assumere delle modalità molto concrete per esprimere l’ideologia femminista che ci contraddistingue e ci unisce allo stesso tempo alle altre realtà circostanti, senza definirci in modo netto. O meglio: siamo un gruppo autorganizzato, femminista che sostiene la parità dei diritti contro qualunque forma di discriminazione di genere a livello politico, sociale, sanitario, culturale ed economico. Ma stiamo costruendo la nostra identità passo per passo, attraverso le nostre azioni. L’esperienza della manifestazione del 26 Novembre a Roma è stata sicuramente edificante e istruttiva, poiché ha mostrato la volontà di ritrovarsi e riconoscersi per riiniziare un percorso propositivo e costituente. Pensiamo fermamente che sia necessario ripartire dal grido: Io sono solo mia».

Il loro obiettivo primario ebbe come oggetto la problematica locale sulla questione dell’ interruzione volontaria di gravidanza (IVG) presso l’ospedale Bassini di Cinisello Balsamo: «Quando siamo venuti a conoscenza del fatto che l’unico medico non obiettore della struttura fosse andato in pensione, ci siamo chiesti se l’IVG fosse ancora garantita. Il Bassini è stato però solo un punto di partenza, perché abbiamo quasi immediatamente compreso quanto complessa fosse la materia a livello nazionale. Al momento è in corso la stesura di un report basato sui tre mesi di lavoro in cui abbiamo raccolto materiale sul piano legale e sanitario. Abbiamo analizzato la legge 194/78, sottolineandone le mancanze e le problematicità e cercando di porre delle soluzioni proponendo idee che potessero migliorare le condizioni in cui oggi (non) viene applicata la legge. Inoltre, un ulteriore problema è la grande disinformazione, per questo abbiamo pensato fosse necessario chiarire l’iter che una donna, sia maggiorenne che minorenne, deve seguire nel caso volesse interrompere una gravidanza. Tale percorso è contenuto in una mappa riassuntiva, primo frutto di questo lavoro, esposta in un’assemblea tenutasi il 21 febbraio presso l’Università Statale di Milano organizzata da Non Una Di Meno».

Sempre su questa onda, il collettivo sta organizzando un’inchiesta e una mappa da inserire eventualmente in ogni struttura scolastica superiore, contenente le modalità per un uso corretto dei contraccettivi e anticoncezionali, nonché una lista dei consultori, per quanto riguarda Cinisello, e creando una rete di interscambio con altri collettivi, anche per Milano.

Il passo successivo è intraprendere un percorso di educazione sessuale nelle scuole: «la radice del problema è la mancanza di un vero percorso a riguardo, che non sia una blanda “lezione all’affettività” eteronormativa patriarcale, che esclude argomenti come la contraccezione e le malattie sessualmente trasmissibili, non affronta il tema dell’identità sessuale o l’elemento LGBTQ+, e il piacere sessuale rimane un tabù.
Fondamentale per il collettivo sarà capire le esigenze del territorio cinisellese, che rappresenta il microcosmo di partenza, in cui capire le reali necessità delle donne in questo contesto. Partire da Cinisello per arrivare a contesti più ampi, ad esempio lavorando e coinvolgendo le donne migranti; attingere dalle esperienze pregresse per la scelta e la proposta di progetti futuri, in un’atmosfera di arricchimento reciproco, condivisione, solidarietà, autodeterminazione individuale e collettiva».

Fotografie e immagini: collettivo MeaVulva

“Un altro me”, un documentario sulla violenza sessuale unico nel suo genere

Siamo nel carcere di Bollate, Milano.  Sergio, Gianni, Giuseppe, Valentino, Carlo ed Enrique fanno parte di un gruppo di 25 detenuti selezionati per seguire un progetto di rieducazione – primo e unico in Italia – specifico per autori di reati sessuali. Se normalmente il livello di recidiva per questo tipo di reati è altissimo, al contrario nel corso dei 10 anni di vita del progetto i casi di recidiva sono stati 7, su un totale di 250 detenuti trattati. Con il documentario Un altro me, il giovane regista Claudio Casazza segue il gruppo lungo tutto questo percorso della durata di un anno, gestito da un’equipe di terapeuti guidata dal criminologo Paolo Giulini.

Vincitore del Premio del Pubblico del Festival dei Popoli di Firenze e del Mese del Documentario di Roma, Un altro me è un documentario coraggioso e molto delicato, per il tema scelto e per l’ottica con cui è stato affrontato. Il regista si limita ad osservare le dinamiche interne tra terapeuti e detenuti, senza aggiungere commenti esterni ai loro scambi, ma registrandone tutti gli aspetti, inclusi quelli più duri e difficili da accettare. Allo stesso tempo non si sofferma mai sui dettagli o gli episodi più violenti che potrebbero catalizzare l’attenzione dello spettatore, ma lascia invece che emergano dei macro-temi su cui anche il pubblico possa interrogarsi: dagli stereotipi radicati su di sé e sulla società, alla presa di consapevolezza del proprio reato e del danno arrecato alle vittime.

Scena dal film “Un altro me”.

Se il regista da un lato lascia interamente la parola ai protagonisti del percorso, dall’altro riesce a fare un’ottima sintesi di questi temi attraverso l’imponente lavoro di montaggio che ha ridotto più di 200 ore di girato in 83 minuti di film, tutti perfettamente funzionali ai diversi aspetti che vuole affrontare.
Le scene sono disposte in ordine cronologico e mostrano l’evoluzione del percorso dei detenuti, che inizialmente tendono a non assumersi interamente la responsabilità del reato, a minimizzare e, in certi casi, addirittura a scaricare la colpa sulla vittima. «Il maschio paga le pene e lei no. È una puttanella da discoteca che va in giro a farsi agguappare e poi denuncia» afferma ad esempio un detenuto riferendosi alla vittima nel corso di uno degli incontri di gruppo. La reazione dei terapeuti non si fa attendere, per mettere in chiaro che provocare non è reato, mentre lo è agire contro il volere della persona.

A questi scambi, il regista contrappone costantemente le discussioni interne al team dei terapeuti, in cui si commentano i progressi compiuti o si rilevano problemi riscontrati con alcuni elementi del gruppo. In questo modo Un altro me riesce a mantenersi in perfetto equilibrio tra la volontà di mostrare il punto di vista dei detenuti e il rispetto per la delicatezza e la problematicità del tema, lasciando la giusta distanza tra pubblico e personaggi. Funzionale a questo scopo è proprio il fuori-fuoco dei visi dei detenuti, essenziale anche per proteggerne la privacy ed evitare ulteriori traumi alle vittime qualora vedessero il documentario.

Una delle locandine di “Un altro me”.

Tra i momenti più significativi ed emozionanti del film vi è certamente l’incontro tra il gruppo e Liliana, vittima di violenza sessuale. Se la reazione dei detenuti alla notizia dell’incontro è inizialmente molto scettica – i più pensano che non si tratterà di una vera vittima bensì di un’attrice – nel corso dello scambio con la donna devono necessariamente ricredersi e confrontarsi con le proprie emozioni, dal senso di colpa alla maggiore presa di coscienza nei confronti del danno compiuto. La frase più coraggiosa dell’intero film è forse quella pronunciata dalla stessa Liliana, che crede, nonostante la violazione subita, nella possibilità di riscatto: «Le vittime parlano tanto: ora tocca ai colpevoli parlare» – parlare del reato commesso e del percorso di rieducazione successivo.

Un altro me non è un film che vuole promuovere una tesi finale o dare risposte; al contrario, l’obiettivo è spingere il pubblico a porsi delle domande su un argomento delicato, e per molti versi tabù, e a farlo con maggior cognizione di causa.

Incontrare la fragilità: la danza contemporanea in carcere

Nella casa di reclusione di Brescia Verziano l’associazione Compagnia Lyria svolge un laboratorio di danza contemporanea per detenuti e liberi cittadini. Giulia Gussago, direttrice artistica del progetto, ci parla dell’evoluzione e degli esiti di un lavoro che unisce scoperta di sé e incontro con l’altro.

Come nasce progetto Verziano?

Ho iniziato a pensare a un progetto in carcere nel 2010 e con Compagnia Lyria abbiamo iniziato nell’ottobre 2011 la prima esperienza rivolta alla sezione femminile. Dal 2012 l’attività è rivolta anche alla sezione maschile, creando un momento d’incontro molto importante tra uomini e donne. All’inizio lo spettacolo finale era dato esclusivamente nella struttura, poi abbiamo pensato di offrire alla cittadinanza l’occasione di osservare gli esiti del lavoro. L’anno scorso lo spettacolo è stato ospitato dal Teatro Sociale di Brescia con un tutto esaurito e i detenuti hanno avuto l’occasione di uscire dal carcere per incontrare finalmente un pubblico diverso. Così per il percorso: prima rivolto solo ai detenuti, nel tempo ho ritenuto utile far sì che questi potessero incontrare i cittadini e viceversa, in un percorso di valore a doppio senso.

Sul sito spiegate che il vostro obiettivo è quello di sensibilizzare il pubblico all’ “integrazione tra realtà carceraria e società civile”, sottolineando la necessità di un processo reciproco…

Credo sia impossibile immaginare una “rieducazione” dei detenuti senza un lavoro di sensibilizzazione di chi poi dovrà accoglierli: dare la possibilità ai cittadini di conoscere le persone che sono dentro è un modo necessario per far sì che si cambi il punto di vista, e quindi eventualmente il pregiudizio. Per i detenuti tutto ciò crea fiducia in una società che in futuro potrà accoglierli. In questa relazione e scambio, può avvenire una trasformazione. Esporsi, prendere un rischio: senza questo il resto è solo teoria, piani inapplicabili nella vita delle persone.

Ha detto che l’ultimo spettacolo ha fatto il tutto esaurito, la risposta al vostro lavoro sembra  dunque positiva…

In questi sei anni abbiamo creato occasioni di presentazione dello spettacolo, conferenze, video e riviste: abbiamo cercato di creare curiosità e la risposta che abbiamo avuto ha dato ragione del percorso che abbiamo fatto. I cittadini e i detenuti che partecipano al lavoro sono i veicoli più importanti: molti hanno portato parenti e amici, alcune persone sono venute da molto lontano per assistere. Tre anni fa con lo spettacolo eravamo in un chiostro, il pubblico era disposto per terra su dei cuscini, a pochi metri di distanza. Una persona che usciva dopo molti anni di detenzione mi disse: «Quando si sono accese le luci e ho visto il pubblico così vicino che applaudiva, mi sono sentito orgoglioso di questo percorso, di aver dimostrato che anch’io posso fare qualcosa di buono».

Crede che osservare questi risultati spinga le istituzioni a ripensare la detenzione in un’ottica di valorizzazione dell’individuo, piuttosto che di pena o rieducazione?

Il tema delle istituzioni è sempre un po’ scivoloso: c’è l’istituzione e ci sono le persone che la dirigono. Durante il nostro primo incontro la dottoressa Lucrezi [Paola Lucrezi, direttrice di Verziano, ndr] mi disse: «Io credo che la cultura e l’arte siano gli strumenti da usare per il recupero di queste persone alla socialità». Tutti i passi che sono stati fatti – far accedere decine di cittadini durante i laboratori nel carcere e duecentocinquanta persone agli spettacoli, organizzare insieme alla polizia penitenziaria la scorta per coloro che non possono uscire autonomamente per le prove dello spettacolo al teatro stabile, programmare i turni degli agenti… è un lavoro veramente grande e chiede una vera convinzione dal parte del direttore del carcere e di tutti i collaboratori. Sono davvero felice di aver avuto questo fortunatissimo incontro e che ci sia questa istituzione nella nostra città.

Quali strumenti particolari offre la danza contemporanea per il vostro lavoro?

Io uso i principi del metodo Feldenkrais, che trovo estremamente utili per dare alle persone la possibilità di sentirsi nel movimento e collegare l’esperienza artistica alla quotidianità. Trovo che la danza contemporanea sia uno strumento ottimo per rendere la persona capace di ascoltarsi, e di conseguenza rendersi sensibile al mondo. C’è tanto bisogno di raccontarsi, tra i detenuti e non solo: il mio lavoro è quello di creare il contesto, lanciare dei sassolini e vedere cosa torna indietro in termini di materiale artistico, per poi comporlo, ricomporlo o scomporlo e creare un prodotto piacevole da vedere. Questa è la mia idea di utilizzo di danza, che sconfina dove è necessario: abbiamo fatto lavori di scrittura, o con il colore; non escludo nulla. A volte a chi prende coraggio nello scrivere, mentre si sente impacciato nel muoversi, chiedo di esprimere il testo con un movimento: dopo che ne ha fatto uno può farne due, dieci, mille… non c’è più problema.

https://vimeo.com/98512181

Quindi il suo ruolo è quello di scoprire le “aperture” di ogni persona?

Si, il mio specifico ruolo è questo: insegnare come si allunga un braccio o si solleva una gamba da terra è del tutto marginale. Il percorso del far esprimere ai partecipanti quello che c’è ed elaborarlo rende meraviglioso anche un piccolo gesto se vissuto dalla persona che lo fa con presenza, convinzione. Per me questa è la potenza dell’atto artistico. Troppo spesso vado a vedere spettacoli in grandi teatri con compagnie di fantastici danzatori e mi manca qualcosa quando esco, e mi chiedo: che cosa aggiunge questo alla vita di tutti noi che abbiamo messo a disposizione un’ora della nostra esistenza? A me parla invece di più una persona curva o con la pancia che però è convinta di fare quel gesto, è tutta lì…

Parliamo quindi di fragilità, una qualità che fa paura, ma anche una risorsa importante…

La fragilità ci rimanda all’idea di qualcosa che si può rompere rapidamente o a cui è necessario dare una cura particolare perché altrimenti ci può distruggere. Penso alla fragilità che si prova durante la convalescenza dopo una malattia, quando sappiamo che stiamo andando verso la guarigione ma non l’abbiamo conquistata completamente: è una fase meravigliosa perché si hanno illuminazioni, comprensioni riguardo alla fortuna di esser in salute e si vivono gioie molto profonde per cose banali. Passando dalla fragilità si trova una vera e profonda potenza, un potere: se le resistiamo non riusciamo ad accedere ad un’esperienza che ci possa spingere più in là. Einstein diceva: «Devo essere disposto a smettere di essere ciò che sono per poter diventare ciò che sarò»: in questo la fragilità può aiutarci.

Nei corridoi del carcere di Vilnius

Dopo un viaggio sonnecchiante nella pianura innevata che si estende fra Lettonia e Lituania, la periferia della capitale lituana mi dà il benvenuto con i suoi palazzoni e le sue morbide colline. La città di Vilnius sorge infatti su dolci alture verdeggianti nella parte sud-occidentale dello stato baltico, a poco più di 30 km dal confine bielorusso.

Lungo la strada da Riga a Vilnius

È la prima volta che visito i paesi baltici e la sensazione è quella di essere in un luogo diverso da tutti gli altri. Complici forse il clima rigido di gennaio e le poche ore di luce della stagione, che sembrano rallentare i ritmi dei suoi abitanti, la città ha un che di surreale. Vilnius e i suoi vicoli acciottolati mi appaiono dormienti, anche se ogni tanto dalle finestre delle trattorie brillano delle luci che invitano ad entrare e riscaldarsi, gustando una specialità locale con una bollente tazza di caffè nero.

Quando ancora non fa buio mi avventuro per le vie della città: orientarsi a Vilnius non è difficile, dall’alto della suggestiva Collina delle Tre Croci o dalla Torre di Gedimino, l’unico residuo del castello di Vilnius costruito su un’altura raggiungibile dalla piazza principale, si gode di una bella vista sul piccolo e pittoresco centro cittadino. Gli stili architettonici preponderanti sono quello gotico e rinascimentale, ma soprattutto il barocco e il neoclassico, che conferiscono agli edifici un’aria elegante, a tratti fiabesca. Il bianco campanile della Cattedrale, che si erge sullo sfondo del cielo imbiancato dai fiocchi di neve, sembra parte di una scenografia magica, così come le facciate colorate della Repubblica di Uzupis, il vivace quartiere degli artisti che in pieno inverno sembra essere caduto in letargo assieme al resto della città.

Edificio nel centro di Vilnius
Torre di Gedimino, Vilnius

In una piccola città-gioiello come Vilnius è difficile pensare alle ombre del passato, poiché l’atmosfera accogliente rende quasi impossibile credere che le strade cittadine abbiano vissuto epoche difficili. Eppure, se si cerca bene, le testimonianze della difficile storia di questa terra si possono trovare proprio dietro l’angolo. È infatti sul lato di un palazzo affacciato sul principale Gedimino prospekt che si trova il Museo delle Vittime del Genocidio. Varcato il cancello di questo elegante palazzo si entra nella storia del Paese dalla fine dell’Ottocento, quando il palazzo fu costruito per ospitare la corte dei governanti della provincia di Vilnius, ai tempi parte dell’Impero Russo. Nel 1915, all’epoca della Grande Guerra, la Germania occupa il territorio lituano e il palazzo diviene il quartier generale dei tedeschi fino al 1918, quando in seguito alla sconfitta degli Imperi tedesco e russo, la Lituania torna ad essere indipendente. L’indipendenza tuttavia dura poco, poiché dal 1920 la Lituania diviene parte della Polonia, che stabilisce la Corte di Giustizia della provincia di Vilnius proprio nel palazzo.

La storia tragica dell’edificio comincia durante la Seconda Guerra Mondiale, quando divenne inizialmente una prigione sovietica, poi nel 1941 quartier generale e carcere nazista. Fino al 1944 infatti la Gestapo ne fece la sua sede, da cui coordinava la repressione e lo sterminio degli ebrei lituani. In seguito alla sconfitta tedesca, i sovietici occuparono i territori baltici e l’ex-prigione nazista divenne il palazzo del KGB e rimase carcere per prigionieri politici fino al 1991, anno della caduta dell’URSS.

Entrando nel palazzo si passa alla cassa, dove una scontrosa signora sulla sessantina mi rifila il materiale informativo in modo sbrigativo, senza nemmeno fingere un sorriso di circostanza. Al primo piano si incontrano gli antichi uffici dei dirigenti del Partito; si entra così nella storia delle istituzioni che si sono successe in quelle stanze dai soffitti alti. Le antiche macchine da scrivere, i telefoni, gli strumenti per intercettare le chiamate e le radio sono esposti in grandi teche insieme alle uniformi degli ufficiali, sia sovietici sia delle SS. L’impressione è quella di immergersi nella storia poco conosciuta di questo piccolo Paese e l’estrema dovizia con cui sono curati i reperti e le spiegazioni dimostra l’orgoglio e la voglia di riscatto di questa nazione. Finito il giro dell’esposizione un cartello traballante di ruggine indica delle scale che scendono al piano interrato: le percorro timorosa, non essendo sicura di poter visitare anche quella parte dell’edificio. L’odore di umidità mi colpisce immediatamente; subito dopo mi rendo conto di essere in un corridoio lunghissimo, con le pareti verde chiaro e luci traballanti. Sono nella vecchia prigione, pesanti porte di ferro si alternano arrugginite mentre cammino lungo il corridoio angusto. Alcune celle sono aperte, sulle pareti si vedono i segni e le scritte incise dai prigionieri; proseguendo, noto che le stanze diventano progressivamente più piccole, senza finestre, con lo spazio a malapena sufficiente a stare in piedi. Sono le celle della tortura, dove venivano rinchiusi i prigionieri più importanti in attesa che confessassero.

Corridoi dell’ex-carcere di Vilnius

Insieme a me ci sono altri visitatori che scattano fotografie a ripetizione, entrano nelle celle di isolamento e si fanno fotografare negli spazi angusti. Io a malapena riesco a sbirciare dall’uscio, sentendomi come in un luogo sacro, una specie di santuario della memoria, in cui fare qualsiasi cosa oltre a guardare in silenzio sembra una mancanza di rispetto. Risalgo in fretta le scale, ripasso di fronte alla custode scontrosa e forse adesso capisco un po’ di più il suo atteggiamento difensivo. Esco all’aria aperta, il cielo è grigio e io ho solo voglia di passeggiare nelle belle vie della città, cercando di pensare solo alla forza e alla voglia di riscatto di un popolo che ha sofferto molto e di cui spesso ci dimentichiamo.

Veduta di Vilnius dalla collina di Gedimino

Al carcere di Bollate… si cucina!

Sono quasi le 18 quando entriamo nel ristorante InGalera. Alcuni redattori di Pequod ed io ci siamo addentrati tra le pentole e i fornelli del carcere più stellato d’Italia, al penitenziario di Bollate in provincia di Milano, per raccontare la storia di questa attività e dei suoi protagonisti. Iniziamo dunque a curiosare in cucina…

Appena varcata la soglia, un profumo di timo e rosmarino ci avvolge: Mirko, il secondo chef, sta tritando con maestria gli ingredienti che poi andranno ad aromatizzare il pane. Esperto di secondi piatti, Mirko racconta delle prelibatezze di carne e pesce che è solito preparare, forte della sua esperienza in cucina iniziata nel 1982. Per stasera verrà servito un timballo di agnello al ginepro, con crema di broccolo e pane: «Il nostro menù è stagionale e segue le differenti disponibilità del mercato». A gestire i fornelli di InGalera ci sono 4 chef e un pasticciere, i quali studiano e provano assieme varie ricette, sebbene la decisione finale spetti all’Executive Chef del ristorante.

Davide è diventato Executive Chef nell’ottobre 2016, dopo aver ottenuto la facoltà di poter lavorare grazie all’Articolo 21 dell’ordinamento penitenziario che permette ai detenuti o agli internati di poter svolgere attività lavorative all’esterno del carcere. «Mi occupo della creazione del menù, faccio la spesa e scelgo i fornitori», racconta Davide: «Quando sono subentrato in autunno, ho voluto portare il mio gusto in cucina, scegliendo ricette che trasmettessero cosa significhi per me cucinare. La mia idea di cucina è una cucina semplice, bella e fatta con passione. La semplicità sta negli elementi, come l’acqua, la bellezza nella presentazione, la passione sta nel fatto che nella mia cucina sono coinvolti i cinque sensi». La passione Davide l’ha dimostrata anche in cella, dove senza strumenti a disposizione ha comunque studiato per non perdere l’allenamento. Nella cucina di InGalera non ci sono tecnologie, è tutta chimica: «Quello che prima, fuori, sapevo fare con la tecnologia, ora lo rifaccio con le mani». Il pasticciere Federico non permette a Davide di proseguire oltre, posando in tavola un esempio pratico di ciò che InGalera può offrire, ossia un piatto che ci farà posare le penne per impugnare i cucchiaini…

Questa è la cheesecake del ristorante! Nell’ampolla di ghiaccio, il vostro cucchiaino incontrerà la purea di kiwi e formaggio fuso da contornare con la base di torta sgretolata ai piedi dell’ampolla, da favorire con un ribes o un kiwi. Una torta tutta da assemblare e assaporare. «La passione per la cucina me l’ha tramessa mio nonno, cuoco professionista – ci confessa Federico – Sin da subito sono rimasto affascinato dal potere del cibo: capitava a volte di sedersi a tavola arrabbiati o frustrati, ma appena il piatto veniva posato di fronte agli ospiti, le persone si rilassavano per godersi la pietanza. Poi, si poteva ritornare alle proprie faccende, ma lo si faceva sempre con tranquillità, dopo la soddisfazione di un bel pasto».

Al ristorante InGalera, collaborano sia cittadini liberi che gli ospiti del carcere di Bollate detenuti, per la maggior parte non a digiuno né dell’arte culinaria né di attività nell’ambito della ristorazione. Il ristorante, aperto dal settembre 2015, nasce per offrire ai carcerati regolarmente assunti la possibilità di riappropriarsi o apprendere la cultura del lavoro. Silvia Polleri, Responsabile della cooperativa “abc La Sapienza in Tavola” e del ristorante, ci spiega come l’idea di aprire un’attività di questo tipo, a Bollate, sia nata «da un’esigenza espressa dai detenuti, dopo anni passati a lavorare nel servizio catering». InGalera è il primo ristorante della storia italiana a essere aperto all’interno di un carcere e sin da subito il penitenziario ha colto l’immensa potenzialità: «In carcere – prosegue Silvia – finiscono coloro che hanno trasgredito le regole e non a caso nei ristoranti si dice “Brigata di sala” e “Brigata di cucina”. È un terminologia ripresa dalla marina e adattata alla ristorazione per sottolineare le ferree regole che necessariamente bisogna seguire».

Per mangiare InGalera bisogna prenotare poiché il locale, curato e spazioso, non sempre riesce ad accogliere tutti coloro che desiderano assaggiare questa cucina. Di conseguenza, ci dirigiamo al nostro tavolo, saggiamente prenotato, e attendiamo che ci raggiunga l’orario di cena. Per ingannare il tempo, fumiamo una sigaretta con il maître Massimo, professionista decennale del settore: «Lavoro in questo ristorante e non in altri per l’esperienza in sé. A volte è difficile interfacciarsi con i colleghi detenuti; alcuni ragazzi vogliono sfruttare semplicemente l’occasione per non stare in cella, altri invece mettono cuore e anima per imparare un mestiere poiché non tutti sono entrati qui con esperienze professionali alle spalle. Il mio lavoro è anche quello di riconoscere questo impegno e incoraggiare i ragazzi». Tuttavia, il confine che separa l’esterno dall’interno di un carcere non è né netto e né definito, ma sottile e varcabile da chiunque: «Spesso arrivano clienti attirati dai pregiudizi che girano attorno alla figura del galeotto. Quello che però la gente non capisce, tante volte, è che non è così difficile finire in un penitenziario. Tutti coloro che non si immaginano di finire in carcere, prima di giudicare per partito preso, dovrebbero realizzare come chiunque possa commettere un errore che lo porti dentro». Un preconcetto che si dovrebbe destrutturare soprattutto nel momento in cui un detenuto ha scontato la pena e ritorna cittadino libero: «Io sono libero da giugno 2016, ma continuo a lavorare qui perché non riesco a trovare lavoro all’esterno. Lo sconto della pena pare non essere abbastanza per il reintegro nella società», mi racconta Mirko.

Arrivano i primi clienti, il menù ci viene consegnato. Non sappiamo scegliere, perciò ci affidiamo a Davide con il menù degustazione che qui voglio riportarvi sotto forma di fotografia. Buon appetito!

Ştefan, ragazzo rumeno di 23 anni, serve come cameriere InGalera da luglio 2016. Si trova molto bene, anche se ogni tanto «è dura». Non posso fare a meno di chiedergli dei suoi clienti: sono educati? Hanno mai rimandato un piatto indietro? «Sono molto variegati e può succedere, come in tutti i ristoranti. Altre volte, invece, capita che insistano sul perché io sia finito in carcere». La vulcanica Silvia, impegnata come responsabile non solo del ristorante ma anche (e soprattutto) dei “suoi ragazzi”, si avvicina e cercando di sussurrare dichiara: «Qui i camerieri sono troppo educati, fosse per me risponderei “Ma fatti i cavoli tuoi!”». Lo Chef Davide invece, senza batter ciglio, ha deciso di percorrere una strada più pacata: «Io di solito rispondo che ho avvelenato un cliente».

Il momento del caffè. Forse l’attimo più intenso della serata: Davide e Federico ci raccontano come tutti i piatti degustati fino ad ora siano frutto di una cucina di alto livello e della loro professionalità. Per il caffè, però, vorrebbero offrirci qualcosa di loro, un assaggio della loro vita quotidiana e accoglierci come ci accoglierebbero in cella, nei momenti liberi: «In cella abbiamo un fornello, una tazza di plastica e un mestolino di legno. Quando ci incontriamo prepariamo il caffè alla napoletana, con una scorza di limone nella moka. La tazza serve invece per montare lo zucchero e creare la crema del caffè… prego, questi siamo noi».

InGalera

Via Cristina Belgioioso, 120

20157 Milano

Tel. 02 91577985 Cell. 334 3081189

www.ingalera.it

ristoranteingalerabollate@gmail.com

Davanti e dietro le sbarre: intervista doppia

Giovanni ha lavorato per circa 35 anni nella Casa Circondariale di Bergamo come Sovrintendente Capo: «Un ruolo, diciamo, non di sorveglianza – ha spiegato a Pequod – ma a stretto contatto con i detenuti».

Serge ha trascorso in cella alcuni anni della sua vita, in seguito a tre diversi processi per reati minori, seguiti da soggiorni in Case Circondariali di diverse città italiane, da Bergamo a Roma.

Hanno entrambi risposto ad alcune domande di Pequod sulla vita all’interno delle carceri.

Com’è una giornata tipo?

Serge: «Le giornate si assomigliano tutte. La mattina passa la colazione (caffè e latte); non aspetta chi dorme, ma chi ha la propria spesa non è obbligato ad alzarsi. Ci si sveglia con calma, ci si lava senza fretta; tutta la giornata trascorre in poco spazio con i due compagni che ti sono capitati: è importantissimo riuscire a stabilire una buona convivenza! Anche per l’amministrazione è importante che si vada d’accordo, perciò c’è un modulo sempre a disposizione per segnalare se c’è “incompatibilità caratteriale” e chiedere uno spostamento. Dalla cella si esce un paio di volte al giorno, durante le quali si può scegliere se andare in cortile o in palestra (tanto l’aria fresca quanto lo sport sono fondamentali dentro!). In cella c’è la televisione, si possono leggere libri e giornali, giocare a carte, cucinare; ci si deve tenere attivi per non impazzire.».

Com’è stato il tuo rapporto con le guardie carcerarie/con i detenuti?

Serge: «Io non ho mai avuto problemi con le guardie: ho sempre rispettato le regole contenute nel grosso manuale che ti danno quando entri. E loro, come tutti, sono persone: ci sono quelli che quasi non parlano e altri che chiacchierano con chi vive nelle celle, condividono momenti con loro. Ho visto una guardia che aveva legato tanto con un ragazzo, che si fermava nella sua cella a giocare a carte dopo il turno. Certo, ci sono molti casi di infami: persone che legano con le guardie per fare soffiate e avere in cambio dei favori. Ma tante volte si parla del più e del meno».

Giovanni: «Il mio rapporto con i detenuti è stato abbastanza buono: non ho mai avuto grossi problemi; solo alcuni momenti di tensione che capitano in tutti i posti dove ci sono, diciamo, “antagonisti”».

Un aneddoto sul legame più forte che hai creato nella comunità-carcere?

Giovanni: «Se si parla di legami forti nei confronti degli ospiti non ne ho, ma posso dire che essendo una grande comunità ci sono dei momenti che ti avvicinano di più verso alcune persone: alcuni si trovano, per un motivo o per l’altro, trasportati in un carcere e hanno bisogno di qualcuno che possa dar loro qualche parola di conforto».

Serge: «Il legame più stretto è stato con un giovane compagno di cella a Roma. Aveva una famiglia adottiva che gli portava sempre cibo e soldi; lui faceva dei piccoli traffici, che sarebbero proibiti: scambiava due pacchetti di sigarette con mezzo litro di vino, che amava ed era razionato. Eravamo molto legati, per me era come un fratellino. Per un po’ ci siamo sentiti una volta fuori, ma la madre ha preferito che tagliassimo i legami; l’ho capita e non ho insistito: spero anch’io che suo figlio abbia cambiato strada!».

La cella di un carcere (Pixabay, Licenza CC0 1.0)

Cosa pensi della mancanza di spazio e di privacy in carcere?

Giovanni: «Il problema degli spazi ridotti a causa del sovraffollamento delle carceri è quello che dà più fastidio sia ai detenuti, sia a noi che dobbiamo sorvegliarli: a volte in pochi metri quadrati sono costretti a stare in tre o quattro persone. Ovviamente spesso emergono problemi di convivenza, d’igiene e di privacy, che diventano anche per il personale di sorveglianza motivi di disagio».

Serge: «Gli spazi personali in cella non esistono, tutto è condiviso; fondamentali sono i compagni di cella. Ricordo, ad esempio, un periodo trascorso con un insegnante di liceo e un avvocato civilista: il primo era una persona molto educata e andavamo d’accordo; l’altro era arrogante e pretenzioso. Aveva molti soldi, perciò voleva che i suoi compagni lo servissero come domestiche e quando si lavava, lasciava acqua in tutto il piccolissimo bagno e stracci bagnati ovunque. Non è facile convivere con chi non rispetta gli altri e i loro spazi.

Le guardie, poi, possono sempre controllare tutto. La “perquisa” è sempre di mattina prestissimo: iniziano dal tuo corpo, ancora mezzo addormentato, e con i guanti frugano dappertutto; poi il letto e il resto della cella, dove entrano anche i cani. Tante volte è perché ci sono state soffiate, ma ogni tanto sono fatte a random».

I disagi più grossi e le maggiori difficoltà incontrate nel corso della tua esperienza?

Serge: «La difficoltà più grossa sta nell’accettare la situazione. I primi giorni non capisci dove sei, cosa ti sta succedendo, poi pian piano ti rendi conto che sei in gabbia, che di lì non esci. Non devi cadere in depressione, ma accettare il fatto di vivere in una realtà nuova, completamente diversa da quella cui sei abituato: devi creare nuovi legami e nuove abitudini, in attesa di essere di nuovo libero, ma senza pensare sempre al “fuori”».

Giovanni: «Diciamo che grossi disagi a Bergamo non ne ho incontrati, una volta superata la difficoltà di riuscire a integrarsi. Agli inizi della carriera, però, ho prestato servizio in alcune carceri, dove fortunatamente sono rimasto per poco tempo, come a Udine durante il terremoto del 1976, oppure a Torino durante una rivolta dei detenuti. Ma in sostanza era qualcosa che avevo scelto io e non mi lamentavo».

Quanta utilità vedi nel sistema carcerario, qual è la sua funzione?

Giovanni: «Il carcere, per il mio modo di vedere, ha una funzione molto importante: dovrebbe “Vigilando Redimere”, come diceva il motto degli ex Agenti di Custodia. Per merito o colpa delle nuove leggi, il carcere è diventato sì luogo dove non succedono quasi più rivolte, ma è anche pensato come qualcosa di sopportabile. Io credo che si dovrebbe condannare a pene meno lunghe, ma più difficili e senza i tanti privilegi che si hanno adesso; forse ci sarebbero meno persone che delinquono. Se penso che abbia un’utilità in questo stato, io dico di sì! Altrimenti ci sarebbe un’anarchia totale. L’unica pecca è forse proprio quello che dicevo prima: pene a volte troppo lunghe e anche lunghi i tempi per arrivare a una pena definitiva».

Serge: «Il carcere è un’esperienza forte, ovvio! Perciò ti segna e ti cambia, ma non si può mai sapere se in meglio o in peggio. Io posso dirti che il carcere mi ha cambiato, che dopo esser stato dentro sono cambiate le cose per me importanti, ma ho sbagliato ancora molto, anche perché una volta uscito non avevo nulla da cui ripartire. Ogni carcere poi ha la sua gestione, decisa dal direttore e molto autonoma: ci sono posti dove ti è data davvero la possibilità di migliorare, altri dove si è lasciati a se stessi ed è già difficile arrivare alla fine della giornata».

Su richiesta degli intervistati i nomi sono stati cambiati per proteggerne l’anonimato.

Interviste scritte e condotte da Sara Alberti e Sara Ferrari.

In copertina: un corridoio della prigione di Ushuaia (Argentina), ora un museo.

Quando gli studenti incontrano i detenuti. L’esperienza dell’Università di Bergamo

In base all’Articolo 27 della Costituzione Italiana riguardo la responsabilità penale, “Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato”; nella pratica, però, l’obiettivo dichiarato del carcere spesso non corrisponde a quanto effettivamente si verifica. La pena detentiva, se non accompagnata da un percorso educativo e di reinserimento nella società, risulta spesso sterile e fine a sé stessa.

E’ proprio in quest’ottica che a partire dal 2000 l’Università di Bergamo ha attivato numerosi progetti in collaborazione con strutture penitenziarie lombarde, sia nell’ambito della formazione del personale, sia di intervento diretto sui detenuti. Nel secondo caso, tutti gli incontri sono gestiti dagli studenti magistrali del corso di “Pedagogia della marginalità e dei diritti umani” tenuto dal Prof. Ivo Lizzola, docente Ordinario del Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università di Bergamo, che ci ha spiegato nei dettagli in cosa consistono: «I progetti sono ad oggi attivi in quattro strutture penitenziarie lombarde: la Casa Circondariale di Bergamo e la Casa di Reclusione di Verziano (BS), presso le quali abbiamo a che fare principalmente con detenuti adulti, l’Istituto Penale Minorile “Cesare Beccaria” di Milano e la Casa Circondariale di San Vittore, dove seguiamo per lo più minori o giovani adulti dai 18 ai 24 anni». In ognuna di queste realtà, ci spiega il Prof. Lizzola, team di 12-15 studenti gestiscono un ciclo di 6-7 incontri con gruppi di una quindicina di detenuti, selezionati da psicologi ed educatori tra coloro che hanno fatto domanda di partecipazione. Gli incontri virano su diversi temi, decisi a seconda dell’età e delle necessità del gruppo: «Con gli adulti si tratta spesso di temi quali genitorialità e filialità, mentre con i giovani ci si focalizza maggiormente sulle modalità di gestione del conflitto e della violenza».

Non bisogna però pensare che gli incontri siano una sorta di “lezioni frontali”, tutt’altro: «La dinamica è quella del “gruppo di discussione”, in cui, partendo dai temi proposti, studenti e detenuti si confrontano in maniera libera e diretta sui propri vissuti e sulle diverse rappresentazioni della società». Questo scambio, sottolinea il Prof. Lizzola, è particolarmente significativo nel lavoro con i gruppi di giovani adulti di San Vittore, perché studenti e detenuti hanno più o meno la stessa età. «E’ capitato durante alcuni incontri che, nel raccontare la propria adolescenza, le esperienze di alcune studentesse si siano rivelate altrettanto traumatiche di quelle dei detenuti. Capire che dei coetanei hanno avuto un’adolescenza difficile quanto la loro, ma alla fine sono riusciti a superarla e a costruirsi un futuro diverso, ha un impatto fortissimo sui ragazzi detenuti. Li spinge ad uscire da una logica vittimistica che spesso impedisce loro di accettare la responsabilità del crimine compiuto e di andare oltre». Gli studenti, però, non si pongono su un piedistallo di innocenza e superiorità rispetto ai detenuti, anzi, sottolineano come, a seguito delle violenze o dei traumi subiti, abbiano inizialmente reagito con altrettanta rabbia e violenza, ma, a differenza dei detenuti, hanno avuto la fortuna di non essere stati beccati o si sono fermati prima di esserlo. E’ questo, secondo il Prof. Lizzola, il punto focale: «Gli studenti raccontano le proprie esperienze non da innocenti, bensì da persone che hanno lavorato sui loro errori e se ne sono assunte la responsabilità. Si mettono sullo stesso piano dei detenuti ed è per questo che il loro messaggio è così efficace».

Fonte: Pixabay

Il lavoro educativo su minori e ragazzi in carcere è fondamentale, ma è anche delicatissimo e molto complicato. «Per dei giovani con fragilità, a cui mancano figure e relazioni significative, il reato fornisce un’identità, un riconoscimento sociale; è paradossalmente l’elemento catalizzatore che dà finalmente un ordine alla loro vita. E’ per questo motivo che il primo reato raramente rimane isolato e spesso avvia a una vera e propria carriera criminale». Come si può quindi intervenire per evitare che questo accada? «La sfida educativa, difficilissima, sta nell’intercettare il ragazzo in questa prima fase e riuscire a proporgli un’esperienza positiva altrettanto forte che abbia la stessa capacità ordinatrice». La chiave sta nel far loro immaginare un futuro diverso e nel mettere in discussione l’immagine cinica e spesso persecutoria che hanno della società: «Un discorso ricorrente che sentiamo spesso fare ai detenuti durante gli incontri suona più o meno così: “Perché mi trovo in carcere? Io ho rubato 30 mila euro, è vero, ma c’è gente là fuori che lavora in borsa e nella finanza e che ruba molto più di me! Loro però in galera non ci finiscono”. Rispondere a un ragionamento del genere non è affatto semplice; per farlo si ha bisogno di storie altrettanto valide da contrapporvi per dimostrare che sì, ci sono questi aspetti nella società e sono ingiusti, ma ci sono anche molte altre realtà positive e c’è più gusto a vivere in un modo diverso».

E’ a tal scopo che i detenuti vengono spesso coinvolti in alcuni progetti di strutture presso le quali gli studenti lavorano come volontari – cooperative, centri di accoglienza per migranti, ecc. – e sono invitati a realizzare dei prodotti finali da condividere all’interno di questi progetti. «Questo è da un lato un espediente per far sì che nel gruppo si verifichino dei processi importanti, come la rielaborazione della rabbia o del proprio senso d’impotenza; dall’altro serve proprio a mostrare loro delle esperienze sociali diverse da quelle che hanno finora conosciuto e fornire delle rappresentazioni alternative della società». E’ il caso ad esempio di un gruppo di giovani detenuti di San Vittore, formato per due terzi da stranieri, che hanno raccontato le loro esperienze in alcuni articoli e testi destinati a ragazzi immigrati in Italia senza genitori né parenti. «I detenuti si sono davvero appassionati al progetto, perché rivedevano sé stessi in quei ragazzi e volevano dare il proprio contributo affinché non commettessero i loro stessi errori».

Alla domanda se gli incontri abbiano un’influenza non solo sul futuro dei detenuti ma anche su quello degli studenti, la risposta che segue è immediata: «Certamente. Pochi degli studenti andranno a lavorare in carcere, perché purtroppo i concorsi sono pochissimi e sporadici, ma alcuni spesso finiscono con il lavorare in cooperative che collaborano con il carcere. Nel corso degli incontri, inoltre, si rendono conto della forza di alcune dinamiche che pervadono la nostra società: dalla violenza alla realtà della criminalità organizzata, ai corto circuiti a cui può portare il culto del denaro». L’esperienza con i detenuti, tuttavia, spesso pone agli studenti delle grosse sfide anche dal punto di vista psicologico: «I gruppi sono formati per la maggior parte da studentesse e quindi misurarsi con dei giovani detenuti maschi è molto complicato: si devono spesso confrontare con una controparte che ha una visione strumentale e sessista della donna e che in alcuni casi ha al suo interno anche autori di reati a sfondo sessuale». Seguire questo tipo di progetti, quindi, non è affatto un gioco da ragazzi: «E’ un’esperienza forte, per tutte le parti coinvolte, ma le mie studentesse lo sono altrettanto».

Dietro le sbarre di Sant’Agata: come ti cambio il carcere

Il paesaggio urbano di ogni città è ricco di monumenti, edifici e, in generale, di luoghi con una propria importanza e funzione: da quella politica a quella sociale, senza dimenticare quella culturale. Nessuno di essi però vivrebbe senza una cittadinanza attiva che giorno dopo giorno contribuisce a far muovere la propria comunità. Ne consegue che l’importanza della complementarietà cittadino-edificio è basilare: senza uno di loro ogni centro abitato che si rispetti, che sia esso un piccolo paesino di provincia o una metropoli imponente, non sarebbe più tale. Cosa succede allora quando uno o più edifici iniziano a cadere in disuso? Ma soprattutto, in cosa possono potenzialmente trasformarsi, se si trasformano?

Per rispondere a questi quesiti credo sia fondamentale analizzare un caso particolare: quello che fa per noi è sicuramente la storia e l’esempio dell’ex carcere Sant’Agata di Bergamo. Prima di diventare un carcere, il complesso era un monastero risalente al XIV secolo e dotato di una propria chiesa. È solo a partire dal XVII secolo il complesso ospitò l’ordine monastico dei padri Teatini, nato antecedentemente al concilio di Trento con lo scopo di rinnovare la Chiesa cattolica recuperando le sue radici primitive. Tuttavia, con l’inizio dell’occupazione napoleonica del 1797, il luogo di culto viene sconsacrato per poi venire riabilitato nel 1799 innalzandolo a parrocchia del Carmine la cui chiesa verrà chiamata Sant’Agata del Carmine, in onore dei padri carmelitani, dove ancora oggi è possibile ammirare i bellissimi affreschi seicenteschi.

Storia diversa rispetto alla chiesa ebbe il monastero vero e proprio. Nei primi anni del XIX secolo venne adibito a carcere per opera dell’architetto italiano di origini viennesi Leopold Pollack, allievo del celebre Giuseppe Piermarini. Così, per più di 150 anni l’ex monastero da luogo di preghiera e spiritualità passò a luogo di reclusione ed oppressione. Successivamente, seguendo questa linea, negli anni Settanta del secolo scorso la struttura venne definitivamente chiusa anche sulla spinta dell’Ordine degli Avvocati che già dagli anni Cinquanta definiva quella struttura come: “il carcere indegno per la città di Bergamo’’. In aggiunta al malcontento, gli avvenimenti del 7 giugno 1972,  quando un gruppo di detenuti riuscì a raggiungere il tetto della struttura e lanciò diverse tegole alla polizia concentratasi nell’area.

Quindi, per ricollegarci alle nostre domande iniziali, è giusto chiedersi ora: che fine ha fatto l’ormai Ex carcere S. Agata? A questa ulteriore questione ci risponde Pietro, vicepresidente dell’associazione Maite di Bergamo, nata nel 2010 e dotata di un proprio circolo Arci, che attualmente ha in gestione l’edificio. «Circa un anno e mezzo fa essendo noi “vicini di casa” dell’ex carcere abbiamo deciso di confrontarci con il comune per poter riutilizzare lo spazio. Nasce così il progetto “Ora d’Aria” che dal 2015 permette la riapertura delle porte della struttura». Spiega Pietro: «abbiamo avuto modo di utilizzare ogni area dell’ex carcere per organizzare molteplici eventi che hanno riscosso molto successo tra i cittadini». Nello specifico però, questi eventi consistevano nel «riproporre ciò che l’associazione realizza normalmente durante l’anno, concentrando gli eventi in due o tre giorni di festival. Si spazia da concerti, mostre, teatro a iniziative culturali, quali interviste e conferenze, rivolgendo l’attenzione anche “al sociale” inteso come cittadinanza attiva che partecipa al riutilizzo di un bene comune», racconta Pietro.

A proposito dell’aspetto sociale, l’associazione Maite è molto attiva su questo fronte: la sfida è quella di trasformare un luogo di detenzione e prigionia, quale è il carcere, in un polo culturale significativo per la città: «immagina cosa volesse dire avere un carcere all’interno della città e cosa voglia dire, oggi, fare sfoggio di un centro culturale per l’ intera comunità» afferma Pietro. Comunità che, sempre secondo gli intenti dell’associazione, si spererebbe di coinvolgere su più livelli: partendo, per esempio, dai richiedenti asilo (come gli ospiti attuali del circolo Il Castagneto stanno già facendo, partecipando e collaborando proficuamente con il circolo Maite), arrivando fino alle fasce più anziane e attempate della comunità.

Credits: Ph. Federico Buscarino

 

In conclusione possiamo dire che, l’esempio di questo ex carcere è una sorta di modello di riutilizzo di edifici dismessi, nonché un degno modo per ridare la vita ad una parte di città. Ma come scritto all’inizio di quest’articolo, ciò non sarebbe possibile senza una buona dose di partecipazione da parte dei cittadini, e credo che il lavoro dell’associazione Maite possa dimostrarlo ampiamente.

Scandinavian prisons: a different approach to offender re-education

Prisons play a crucial role in our societies, although their exact function is often debated: if for some this is to take offenders off the streets for years following their crimes, making sure they regret their actions, others see prisons from a different point of view: places whose main mission is not to exclude but to help offenders be reintegrated in societies.

Does the word Alcatraz ring a bell? Most of the time it does, as it refers to the famous American federal penitentiary set on Alcatraz Island in the San Francisco Bay. The high-security prison was open from 1934 until 1963, when the federal government of the United Stated (US) decided to shut it down because of the high costs of its maintenance. The prison was designed to detain the highest-risk offenders in the country and had a very strict policy: its severe regulations led the public opinion to rename the prison uncle Sam’s “Devil’s Island”. It is said that for the whole operative period no prisoners managed to escape from it.

The US prison system is one of the strictest detention systems among developed countries, not only because of the severity of the sentences, which include life sentence and death penalty, but also in regards to the treatment of detainees. Inmates spend their prison-time in a system that does not help them in terms of re-education or reintegration into society in a substantial way. Both the physical environment and the corrective programs implemented seem in fact to generate more anger and frustration than hope and opportunity.

On the other hand, Scandinavian prisons represent for many a model to take inspiration from. Northern European countries have in fact one of the most advanced and innovative approaches to detention, both in terms of prison environment and re-educational policies.

First of all, prisoners are provided with accommodations that resemble regular habitations, something very different from the small rooms containing only beds and sinks provided in many world prisons. In some cases, for example in the Norwegian prisons of Bastøy, detainees live on a small island and share small houses under the supervision of prison staff. The activities they are engaged in are daily life routines: they wake up in the morning, prepare their own breakfast and then go to work on the island. Jobs consist in manual activities including carpentry, farming and harvesting and other hand-craft activities whose aim is to make them feel engaged and part of a community. Prisons’ approach towards inmates here is more lenient, detainees are expected to work regularly and serve the sentence but respect for their human rights, even if convicted for violent crimes, is a staple.

The treatment received by Scandinavian prisoners is at odds with that of their American counterparts. The maximum prison sentence in Norway is set to twenty-one years for murder, and the rate of crime in the Scandinavian country shows that this approach can have a better outcome than a stricter one. In fact, the American prison system, which adopts what Foucault called the Panopticon model, seems to incentivise frustration among offenders. Despite their actions, prisoners are human beings who deserve to be supported through re-education and helped in their re-integration in society. Lowering their standard of living as a punishment for people who make mistakes is not the right answer to the issue of crime: helping them take responsibility and make them aware of their chances once they are out again could be a better way to tackle it.

Cover photo: Prisons of Bastøy.

Doppiamente minoritari: i migranti LGBT

Qual è il trattamento dell’omosessualità nel mondo? Dalla più feroce repressione (nei due terzi dei Paesi africani e in buona parte dell’Asia, dove i “colpevoli” rischiano di incorrere in pene che vanno da semplici ammende fino alla detenzione o addirittura all’esecuzione), fino al riconoscimento pieno o parziale dei diritti rivendicati dal movimento LGBT, passando per situazioni di vuoto legislativo (come per l’Italia) e per Paesi in cui la persecuzione non prende di mira i rapporti omosessuali, ufficialmente tollerati, ma piuttosto la cosiddetta “propaganda” (basti pensare alla Russia). E dove non arrivano la legge e la polizia, intervengono le famiglie, spesso zelanti nel difendere, anche con spargimento di sangue, l’onore macchiato da figli, fratelli e nipoti. In numerosi contesti sociali, il silenzio, l’invisibilità e la clandestinità sono d’obbligo, come ha saputo brillantemente illustrare il giornalista e fotografo francese Philippe Castetbon, che nel suo libro Les condamnés. Dans son pays, ma sexualité est un crime (H&O, 2010), ha affiancato alle testimonianze di uomini gay, provenienti dai vari Paesi che criminalizzano l’omosessualità, le immagini dei loro volti, debitamente e variamente occultati.

Ecco perché sempre più persone LGBT scelgono di abbandonare il loro Paese d’origine in cerca di un contesto sociale più aperto e più sicuro nel quale esprimere liberamente la propria identità omosessuale. Se il fenomeno della migrazione dei diritti riguarda anche, per certi versi, i nostri connazionali, che cercano altrove un riconoscimento e delle possibilità (in termini di genitorialità per esempio) negate dalle nostre istituzioni, ci si potrà stupire nel constatare che proprio l’Italia, fra i Paesi membri dell’UE, si pone all’avanguardia nell’accoglimento delle richieste di protezione internazionale presentate per motivi legati all’orientamento sessuale. Una conquista, questa, che è stata resa possibile anche grazie al lavoro svolto in Parlamento da storici attivisti del movimento LGBT, come Franco Grillini e Gianpaolo Silvestri: quest’ultimo, all’epoca senatore per il gruppo Verdi-Pdci, presentò durante la XV legislatura un emendamento alla legge comunitaria sul diritto d’asilo, sostenuto da una maggioranza bipartisan, che si proponeva di garantire la difesa del cittadino straniero che

“pur provenendo da un Paese sicuro, possa essere perseguito (non necessariamente in base ad una norma penale, ma comunque in base a disposizioni o atti concreti, oggettivamente individuabili) a causa di un fatto o comportamento che nel nostro ordinamento non è perseguibile (in quanto non costituisce reato)”.

Il successivo decreto legislativo n. 251/2007, recante l’attuazione della direttiva 2004/83/CE del 29 aprile 2004, avrebbe poi chiarito che si considera meritevole di status di rifugiato o di protezione sussidiaria anche chi lo richiede

“per gravi discriminazioni e repressioni di comportamenti non costituenti reato per l’ordinamento italiano, riferiti al richiedente e che risultano oggettivamente perseguibili nel Paese di origine”.

Alcuni esempi

Come risulta dal report del progetto “Fleeing Homophobia”,1 tradotto in più lingue, anche in questa materia le disparità fra le prassi vigenti nei vari Paesi europei sono abissali, e l’adozione di pratiche comuni sembra lontana. Si tratta, in primo luogo, di misurare l’effettiva pericolosità della vita nel Paese d’origine e, di conseguenza, la necessità di una protezione. Relativamente a questo aspetto, Paesi per altri versi più avanzati del nostro si rivelano assai poco sensibili. L’esistenza di disposizioni che puniscono le attività sessuali consensuali fra persone dello stesso sesso non è ritenuta condizione sufficiente per il riconoscimento dello status di rifugiato in Spagna, dove, fatte salve rare eccezioni, solo ad attivisti LGBT è stata accordata questa forma di protezione; in Bulgaria, dove è necessario fornire prove di una precedente persecuzione; o ancora in Norvegia, dove la Corte d’appello ha negato l’asilo a un gay iraniano ritenendo che le limitazioni subite dalle persone omosessuali in quel Paese non possano essere considerate persecuzioni nel senso definito dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Altrove, la presenza di norme contro l’omosessualità è ritenuta condizione sufficiente, ma solo quando è possibile dimostrare la loro effettiva applicazione: così in Francia, Belgio, Regno Unito e Svezia. Non sempre, tuttavia, la prassi adottata è chiara, tanto che si registrano, per uno stesso Paese, decisioni opposte per richieste di asilo analoghe, come avvenuto in Portogallo, dove l’esistenza della criminalizzazione dell’omosessualità in Senegal è stata considerata decisiva e sufficiente in un caso, risoltosi positivamente con il riconoscimento di status di rifugiato, ma non in altri due, risultati in un diniego.

Un ulteriore punto sul quale le prassi divergono, riguarda le modalità di verifica della veridicità e della credibilità della richiesta presentata. Si pone quindi il problema non solo della ricostruzione delle vicende biografiche del/della richiedente, le cui testimonianze, rilasciate in forma scritta o orale, restano in generale la principale fonte di prove, ma anche del riconoscimento del suo reale orientamento sessuale. Informazioni a tal proposito possono essere ottenute, a seconda delle prassi in vigore, tramite domande specifiche sulle esperienze affettive e sessuali maturate nel corso della vita, sulle frequentazioni e sulla conoscenza della scena e della cultura LGBT del Paese d’origine, oppure tramite esami medici, su richiesta delle autorità (come in Bulgaria) o del diretto interessato (come in Germania). Purtroppo, in entrambi i casi, non sono mancati abusi e pratiche lesive della dignità umana dei richiedenti asilo, oltre che di dubbia efficacia. Ha destato scalpore, negli scorsi anni, la notizia, riportata dai media sia LGBT che mainstream, dei test fallometrici praticati in Repubblica Ceca e bocciati senza appello dall’Unione Europea (vedi Corriere della Sera). Quando invece l’indagine viene condotta sotto forma di intervista, non è raro il ricorso a domande umilianti sui dettagli delle pratiche sessuali compiute con i partner, così come giocano un ruolo spesso determinante stereotipi e pregiudizi che denotano una scarsa comprensione della realtà dell’omosessualità, specialmente per come è vissuta nei Paesi di provenienza degli interessati.

Italia: paese d’asilo?

Nulla di tutto questo in Italia, dove, da un lato, la semplice esistenza di norme punitive nei confronti dell’omosessualità, anche quando non applicate, è condizione sufficiente per l’ottenimento dello status di rifugiato, a fronte di una testimonianza credibile; dall’altro, una volta che le dichiarazioni rilasciate sono state ritenute attendibili, non è generalmente richiesta al/alla richiedente alcuna prova ulteriore del suo orientamento.

Grazie al lavoro di gruppi di volontari e operatori del settore sorti nel corso degli anni a Modena (per iniziativa di Giorgio dell’Amico, esperto nazionale in materia insieme all’avvocato Simone Rossi), Bologna, Milano, Palermo e Verona, è stato pertanto possibile accompagnare numerosi migranti LGBT nelle procedure di domanda d’asilo, spesso con esiti positivi. I casi trattati, che ammontano ormai ad un centinaio, riguardano, per la maggior parte, omosessuali maschi, probabilmente perché più visibili e agevolati negli spostamenti rispetto alle donne (che nelle società d’origine sono spesso confinate agli spazi domestici e dispongono di margini d’azione più limitati), anche se non sono mancati, naturalmente, casi di lesbiche e di transessuali (sia MtF che FtM). Fra le aree di provenienza, spiccano il Maghreb (Marocco e, in misura minore, Tunisia e Algeria) e l’Africa subsahariana, con un numero significativo di LGBT senegalesi. A seguire, l’Asia, con Iran e Pakistan in testa. In seguito all’approvazione della legge contro la cosiddetta “propaganda gay”, sono aumentati nel 2013 e nel 2014 i casi di richiedenti asilo originari della Federazione Russa, e non è difficile prevedere per i prossimi anni una conferma di questa tendenza, o addirittura un’estensione ad altre aree dell’Est Europa, specialmente se altri Stati un tempo appartenenti al blocco sovietico dovessero dotarsi di provvedimenti analoghi, come pare (purtroppo) probabile.

In ogni caso, l’esperienza accumulata in questi anni ha fatto sì che gli sportelli e i gruppi presenti nelle varie città d’Italia dispongano ormai degli strumenti necessari per accompagnare con successo i futuri richiedenti asilo. Allo stato attuale infatti, non sono più tanto le procedure per l’ottenimento dello status di rifugiato a porre le sfide maggiori, quanto la fase successiva dell’inserimento lavorativo e abitativo dei/delle migranti, senza contare, da un lato, le (ovvie) difficoltà di integrazione, e dall’altro i rapporti, spesso problematici, che i migranti LGBT intrattengono con i connazionali già presenti sul suolo italiano ed europeo e che potrebbero, una volta venuti a conoscenza della loro situazione, assumere atteggiamenti ostili nei loro confronti.

Numerosi sarebbero gli interventi possibili, per esempio tramite il progetto S.P.R.A.R. (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) oppure avviando servizi all’interno delle associazioni LGBT, come già avviene in varie parti d’Europa: basti pensare all’Olanda, dove il COC (Cultuur en Ontspanningscentrum, “Centro per la cultura e il tempo libero”) affianca i rifugiati nella scoperta delle città e nell’apprendimento della lingua, oppure al supporto fornito presso il Centro LGBT di Parigi dall’Ardhis (Association pour la reconnaissance des droits des personnes homosexuelles et transsexuelles à l’immigration et au séjour), che segue i migranti non solo nelle procedure di richiesta d’asilo ma anche nelle fasi di ricerca d’alloggio e di sussidi. Le associazioni possono soprattutto aiutare i migranti LGBT a crearsi degli spazi di socializzazione in un contesto più protetto, nonostante la stessa comunità omosessuale non sia, purtroppo, immune da fenomeni di razzismo ed esclusione.

 

Daniele Speziari
Sportello Migranti LGBT Verona

Fonte: Io sono minoranza.

 

1. Sabine Jansen e Thomas Spijkerboer, Fleeing Homophobia. In fuga dall’omofobia: domande di protezione internazionale per orientamento sessuale e identità di genere in Europa, COC Nederland, Vrije Universiteit Amsterdam, settembre 2011.

 

In copertina: fotografia di Gabriele Zocche

A Ventimiglia ci torno di sicuro

Sono almeno cinque le persone attualmente sotto processo per aver caricato dei migranti in auto per portarli dall’Italia alla Francia passando per il famigerato confine di Ventimiglia, in Liguria. Di pochi giorni fa è la notizia che Cédric Herrou, l’agricoltore francese che aveva aiutato circa duecento persone a passare la frontiera e ne aveva ospitate a decine in una cascina, ha ricevuto una multa di 3 mila euro con la condizionale. Qual è la ragione che spinge molte persone, più di quante si possa pensare, a rischiare di essere fermati dalla polizia e coinvolti in processi e cause legali pur di aiutare uomini e donne a passare il confine? Ne ho parlato con chi le dinamiche del confine le conosce bene.

«Chi lo fa solitamente è mosso da pura solidarietà» mi racconta Michele (nome di fantasia), che vive in una regione diversa dalla Liguria ma si è messo più volte in strada per arrivare all’estremità occidentale della riviera ligure. «La gente rischia di morire attraversando il confine, qualcuno ha già perso la vita perché investito in autostrada o nelle gallerie. Per non contare chi magari scivola nei sentieri di montagna e finisce disperso, senza che nessuno lo venga a sapere. Molti cittadini italiani e francesi non riescono a rimanere indifferenti a tali tragedie». Ma non è soltanto il semplice altruismo a guidare la decisione di aiutare i migranti: «Tanti rifiutano il concetto di confine, dando alla loro scelta di essere coinvolti un significato più politicizzato; spesso dietro a questa convinzione c’è la contestazione dell’esistenza degli Stati stessi». Tuttavia, che si condividano o meno certe posizioni politiche estreme, tutti sono concordi col fatto che il confine limiti la libertà di movimento.

Chiedo a Michele se qualche volta gli sia capitato di essere lui stesso in una di quelle auto che accompagnano i migranti aldilà del punto di confine. Mi dice che sì, l’ha fatto, e che molti altri come lui si sono offerti volontari per compiere questo genere di impresa: «Non conosco nessuno passato in auto a Ventimiglia che sia stato fermato; diciamo che in generale vale ancora Schengen, quindi si è liberi di circolare, ma va detto che molto dipende dal colore della pelle. Insomma, essere bianchi e guidare un mezzo con targa italiana o francese non crea problemi». E le persone che si trovano sotto processo ora come ci sono finite quindi? Il fermo da parte della polizia è avvenuto dopo indagini: «Sono stati puntati e seguiti per un po’, non sono stati fermati per caso ma dopo una raccolta di informazioni da parte delle forze dell’ordine, che sfruttando il meccanismo del passaparola riescono a farsi dire chi, generalmente, è disponibile ad agevolare l’attraversamento».

Tuttavia, come già menzionato, essere fermati dalla polizia per questo tipo di attività volontaria non comporta pene particolarmente severe: «Non essendoci evidenti scambi di soldi non possono appiopparti chissà quale reato, non facendolo per lucro cade il presupposto che tu sia un trafficante. Puoi essere semmai imputato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che di per sé non costituisce un grave reato. Chi decide di aiutare i migranti ritiene di fare una buona azione e tendenzialmente in tribunale le accuse a suo carico vengono smontate». E sono davvero molte le persone che vogliono aiutare chi cerca di arrivare in Francia, non soltanto con i passaggi in automobile, ma anche donando vestiti eleganti e trucchi alle donne: «Se sei ben vestito non dai troppo nell’occhio, passi per un cittadino regolare ed è meno probabile che ti vengano chiesti i documenti».

Purtroppo accanto alla solidarietà sono nati parallelamente dei servizi di passaggio a pagamento, forniti dai cosiddetti passeur, in genere autisti magrebini o sudanesi. Curiosamente, i passeur hanno tutti gli stessi prezzi e i loro orari di transito sono regolari. Michele mi accenna un’ipotesi molto plausibile condivisa da diversa gente, che spiegherebbe queste caratteristiche dei trafficanti: «L’impressione è che i passeur lavorino per un’organizzazione criminale che sta alle spalle e gestisce il traffico. La zona di Ventimiglia del resto è da tempo terra di ‘ndrangheta; da tradizione la cosca mafiosa gestisce il confine, in passato erano proprio i suoi membri ad occuparsi della latitanza aiutando i reietti a fuggire».

Volontari, criminali approfittatori e ancora troppe persone disperate accampate nei pressi della stazione di Ventimiglia a tentare il tutto per tutto per giungere in Francia, lottando con la polizia, soprattutto quella francese, che spesso e volentieri rispedisce indietro anche i ragazzi minorenni, che avrebbero invece diritto d’asilo. Come mai la situazione è ancora così complicata? «Il sistema non funziona, i governi non hanno ancora preso un provvedimento efficace che risolva la situazione per tutti. Bisognerebbe concedere un permesso di soggiorno umanitario ed imparare a gestire una volta per tutte questa situazione d’emergenza. Continuando ad attuare soluzioni provvisorie e contenitive, il sistema continua a non funzionare ma senza dare troppo nell’occhio». Difficile replicare a quanto sostiene Michele, che sottolinea come non sia accettabile che sul confine fra due Stati europei nel 2017 la gente viva accampata in condizioni precarie e continui a morire: «È assurdo che la gente muoia a Ventimiglia, in Italia, un Paese considerato civile. Troppi migranti già trovano la morte nel Mediterraneo durante le traversate, non si può permettere che muoiano anche nelle nostre città solo perché non esiste un decreto che regoli i flussi migratori. Quando vedi persone che tentano l’attraversamento e tornano sconfitti con i morsi dei cani che la polizia gli ha lanciato contro, indignarsi contro questa mancanza di provvedimenti effettivi è inevitabile».

Ventimiglia è una terra di frontiera difficile, triste, disperata e allo stesso tempo piena di speranza. È l’emblema del fallimento di un sistema in cui le dinamiche economiche fra i paesi europei impediscono di trovare una soluzione alla crisi umanitaria dei nostri giorni. È la vetrina delle contraddizioni tutte italiane della solidarietà fuorilegge e del populismo alla Salvini, che denuncia lo scandalo dei migranti nullafacenti, forse dimenticando che però i migranti un permesso di lavoro non ce l’hanno. Michele è triste e arrabbiato, ma non rassegnato; a Ventimiglia ci tornerà ancora, perché una volta che ci vai non te lo dimentichi più.

Are You Syrious? Solidarity along the Balkan route

On Sunday Are You Syrious (AYS) posted a call for volunteers in Croatian on its Facebook page: the organisation is looking for people with different abilities to help run activities for around seventy refugee children, most of whom have fled war-torn countries and are now hosted in the spaces of the Porin reception centre, in Croatia’s capital Zagreb. The activities encompass language, reading and writing classes, help with homework and play: the aim is to help the young people adjust to life in Croatia and develop friendships. Children activities are however only one of the strains of work developed by AYS, now a Non Governmental Organisation (NGO) that started its activities in August 2015, “when individual volunteers from Croatia united their efforts in gathering donations for refugees in Serbia and Hungary”, as the staff member I interview tells me.

At the time, she goes on, the Hungarian border was still open and “the route did not go through Croatia”, but after the border between Hungary and Serbia was shut down, the flow of people was diverted towards the country “and the number of volunteers, donations, and activities drastically increased”. Today AYS counts two-hundred volunteers in twenty-nine countries, and has expanded its activities in Croatia to include education and advocacy for refugee rights. The organisation currently operates in a number of European countries, including Greece and France, where it provides support to refugees through donations and volunteers. In Serbia’s capital Belgrade it has set up a mobile kitchen (now operated by the initiative Hot Food Idomeni), and is working on preparing mobile showers, while further away, in Syria, it has supported the rebuilding of a large tent camp that had previously been destroyed.

Children’s first day of school in the Porin reception centre / Photo by Are You Syrious?

 

Packing a container of aid for Belrgade / Photo by Are You Syrious?

In addition to its activities on the field, AYS does an important work of documenting the humanitarian crisis, sourcing and publishing information about support initiatives active in various countries, and denouncing irregularities and violations of human rights along the refugee routes. For this purpose it has been producing daily news-digests since very early on, bringing together “important information for volunteers and refugees from all over the route”. The AYS volunteer explains that “information is gathered through a network of volunteers and contacts on the field”, and that many international media and large organisations consider the NGO a reliable source of information. I ask her whether she thinks that international media depict accurately the situation faced by refugees travelling through Europe, and she explains that they “usually focus on one hot spot, like it was Idomeni last year or Belgrade right now” and adds that a better job could be done in reporting about the difficulties faced by displaced people: “unfortunately a lot of people in Europe still have very negative attitudes towards refugees, they are not aware of the suffering these people went through in their countries, during the journey through Europe and the harsh living conditions they face here”.

She continues: “All of them had a very difficult journey and unfortunately even after they reach European soil the living conditions are very harsh. It is unimaginable that in the twenty-first century in Europe refugees have to live in tents in harsh winters, without access to clean water and proper food”. The planned closure of the Central Mediterranean route promises to make the situation even more difficult for many: on the 3rd of February the European Council outlined in fact its new plan for tackling illegal migration via the Mediterranean sea, which focuses on cooperating more strongly with Libya and its neighbours in areas such as border control, but offers no clear guidelines of what it intends to do to secure legal and safe routes to the continent or to protect vulnerable people.

Emina Buzinkic from Centar za Mirovne Studije (Centre for Peace Studies) and Magda Sindicic from Are You Syrious? presenting findings about systemic abuse of refugees in Croatia / Photo by Are You Syrious?

Difficulties are also being faced by those who try to provide relief and support to refugees during their journey: informal initiatives of solidarity in various European countries are discouraged by authorities, as notorious cases of prosecutions for so called ‘crimes of solidarity’ sadly demonstrate. Only a few days ago the French farmer Cédric Herrou was convicted and fined 3,000 euros for helping migrants cross the border between Italy and France, and volunteers in other countries are also known to have been criminalised. I ask the AYS staff member what their relationship with authorities is like and whether there is support for their activities: “In some areas we have a very good cooperation with Croatian authorities”. “We have a very good cooperation with [the] Ministry of Interior[‘s] sector in charge for [the] accommodation of asylum seekers in Zagreb (Hotel Porin). We implement our activities there, we [have] got a big classroom for workshops and we have an open dialogue with the authorities about the constant improvement of living conditions in the centre”.

I ask if there any areas where there have been frictions: “they [Croatian authorities] are not happy with us breathing on their neck, like the last case when we filed a complaint about [the] illegal activities of Croatian police towards refugees or the mistreatment of minors”. In January 2017 AYS published in fact a news digest that stated it had been receiving “disturbing documentation, photos and stories of people who have been beaten, abused and violated by the police officers of the border areas of Serbia, Hungary, Croatia and Macedonia”, and denounced instances of disappearances of minors from children centres in Croatia. As a result, an investigation in violent and unlawful push-backs has been initiated in the country, while steps are under way to collect information about police violence and mistreatments of refugees living in Croatia in view of filing a complaint.

As European leaders turn their backs on those who today are most vulnerable, important achievements are made by the networks of people who donate their time and skills to do what is right. The staff member tells me that support from the general population is very strong, which seems to be a promising sign. AYS is proud of what it has been able to achieve as a non-profit, volunteer-only organisation, but, she clarifies: “we would be very happy if our activities were not needed”.

Cover photo by Are You Syrious?

Per un teatro senza confini

Un luogo, o meglio un ambiente: qui e ovunque. Tante storie raccontate evocate e incarnate da persone reali. Il punto di partenza e il punto d’arrivo sono l’incontro: con sé e con l’altro, ma anche con chi quell’incontro non l’ha vissuto in prima persona.

Questo è il teatro, soprattutto nei laboratori con attori e non-attori; questo è il teatro che ci raccontano Teatro Due Mondi, Isabelle il Capriolo e Lucia Palmero con Popoli in arte, realtà che lavorano da tempo con migranti e richiedenti asilo per costruire un teatro capace di accoglienza.

Teatro Due Mondi, l’accoglienza senza confini

Prima tappa obbligata di questo viaggio è l’incontro con Alberto Grilli, regista di Teatro Due Mondi, storico “teatro di gruppo” italiano che dal 1979 crea spettacoli di strada e di impegno sociale. Ogni giovedì sera la sua Casa del Teatro a Faenza (RA) apre le porte a tutti, cittadini e migranti, per il laboratorio teatrale permanente Senza confini (fotografia in copertina), che periodicamente porta in piazza un numero elevatissimo di partecipanti (tra i 50 e i 70) con azioni di strada fondate sull’uso del corpo e perciò in grado di coinvolgere e comunicare a un pubblico eterogeneo.

Tutto è cominciato nel 2011, quando Teatro Due Mondi stava lavorando con un altro gruppo di partecipanti e su un altro tipo di urgenza: il caso delle 340 operaie licenziate dall’Omsa, storica fabbrica faentina, da cui nacque lo spettacolo Lavoravo all’Omsa.

«Da questa esperienza già nata l’idea di un teatro partecipato con attori e non-attori», racconta Grilli. «Nello stesso anno, per caso – ma il caso non è mai un caso [sorride, ndr] – la cugina di una partecipante ci ha chiesto di portare lo spettacolo nel centro di accoglienza di Lugo, vicino Faenza. Noi però abbiamo deciso di proporre un laboratorio. Ci siamo resi conto da subito che anche in città c’erano molti rifugiati, ma c’era poca coscienza tra gli abitanti di Faenza. Abbiamo deciso di continuare qui l’esperienza, con il laboratorio permanente», passando per numerosi progetti europei. Il gruppo continua a creare spettacoli legati alle tematiche del lavoro, alla discriminazione delle donne o al tema dell’accoglienza, «ma dall’esperienza dell’Omsa abbiamo cominciato a interessarci più ai non-attori che agli attori, anche mettendo a punto nuovi metodi del fare teatro».

Alberto Grilli mi parla del metodo di “prima accoglienza linguistica”, un approccio alla lingua italiana attraverso il racconto e la musicalità dei suoni, e di teatro partecipato: teatro di strada e in spazi aperti incontra il lavoro con gruppi misti, in cui dialogano insegnanti e genitori, cittadini e richiedenti asilo. Un teatro inclusivo, in cui conta l’“esserci”, non l’esibirsi.

Per questo la scelta delle azioni in piazza, tutte contrassegnate da titoli suggestivi. Una di queste, l’Azione per la gratitudine (2015), nasce dall’incontro del Teatro Due Mondi con i partecipanti al laboratorio che ogni giovedì sera si tiene nel paese di Ranica (BG), guidato da Sophie Hames e Luciano Togni di Isabelle il Capriolo.

Diritti in movimento: Isabelle il Capriolo

La prima esperienza di Sophie con i richiedenti asilo risale a 14 anni fa, quando ancora si trovava in Belgio, il suo paese natale. Poco più di due anni la collaborazione con il centro di accoglienza della comunità Ruah di Bergamo e oggi un laboratorio aperto a tutti, gratuito e autofinanziato. «Ci teniamo tanto. Il nostro gruppo è diventato una specie di famiglia. Anche un bisogno», racconta Sophie.

Il lavoro al centro culturale di Ranica è finalizzato alla creazione di azioni di strada, «ma questa è solo una parte del lavoro. Tutto il resto è incontro, e il teatro ha un potenziale grandissimo che è il gioco. I richiedenti asilo spesso arrivano in Italia e non hanno amici, non hanno la possibilità di parlare e confidarsi. Hanno bisogno di amicizia, come noi dopotutto. Io non so quanto do, ma so quanto ricevo. E sono mondi, mondi che si aprono».

Le azioni che portano in piazza hanno un valore politico, che si concretizza in tematiche ricorrenti: «Una cosa che ci preme è l’aspettativa: cosa ci aspettiamo da loro e cosa si aspettano loro da noi e dall’Europa?». Ma anche l’attesa e l’impossibilità di muoversi liberi nel mondo. «Il diritto al viaggio: io posso spostarmi ovunque, invece loro hanno una pazienza infinita. Devono stare zitti e aspettare, spesso in condizioni disumane, in centri d’accoglienza con otto persone per stanza».

Il tema del viaggio è centrale nello spettacolo Infinite porte, all’auditorium di Ranica il prossimo martedì 21 febbraio, in cui si fa riferimento anche agli italiani che si mettevano in viaggio verso il Belgio, paese d’origine di Sophie, per mettere nuove radici. Lei ne sintetizza l’essenza citando una parte del testo: «Il mio vecchio amico Augustin diceva che il mondo è come un libro: chi se ne sta sempre a casa sua finisce per leggere sempre la stessa pagina».

La bellezza dimenticata. Lucia Palmero e Popoli in arte

Grazie a Maria Paola Rottino, membro dell’associazione di cooperazione Popoli in arte, capiamo l’importanza della performance Don’t stop the beauty, che si è tenuta lo scorso 22 dicembre nella stazione di Ventimiglia, città che da sempre è un «confine permeabile», attraversato da tensioni sempre più forti. Grazie a lei entriamo in contatto con la regista, la performer Lucia Palmero, originaria della città.

«A noi sembrava importante e simbolico quel luogo, perché è punto di partenza, punto di arrivo e di respingimento da parte della polizia italiana. Per noi era importante sottolineare l’aspetto che non emerge, cioè la bellezza, la ricchezza che porta la diversità. Ed era importante farlo in un luogo in cui fosse possibile coinvolgere tante persone, un “limbo”, simboleggiato dalla sala d’attesa».

Don't stop the beauty_Pequod
Il volantino che i partecipanti alla performance “Don’t stop the beauty” hanno estratto dagli zaini e attaccato alle pareti della stazione di Ventimiglia.

Così Lucia ha contattato alcune corali italiane e francesi e ha chiesto ai richiedenti asilo di scegliere canzoni della loro tradizione che parlasse di viaggio o di frontiera. E poi c’è l’idea del confine. «L’ho materializzata in una porta chiusa ma trasparente, la porta a vetri della sala d’attesa. I gruppi dei richiedenti asilo cantavano dalla sala d’attesa con le porte chiuse: la gente da fuori poteva sentire le loro canzoni “filtrate». L’azione ha avuto un impatto forte sui passanti e sulle forze dell’ordine: «Mi ha colpito il tentativo di una donna di entrare forzando la porta», ricorda Lucia, «un altro uomo ha trovato una porta secondaria e da lì sono entrate persone che hanno chiesto di non smettere di cantare anche ad azione conclusa».

Il momento performativo cambia qualcosa nella percezione, anche per gli artisti che si approcciano a forme d’arte relazionali. Lucia Palmero ci racconta il suo percorso dalla pittura alla performance, centrata sui temi dei diritti umani e su azioni semplici ma intense: «Ho capito che mi interessa continuare a costruire momenti ripetibili, momenti di umanità, per stare insieme, attraverso azioni che si confondano il più possibile con la realtà». E mi corregge quando torno a parlare di teatro: «Più che teatro, più che qualcosa per un “pubblico” attivo, faccio in modo che sia il “pubblico” ad attivarsi».

In copertina: azione di strada presso il cortile dell’Accademia Carrara di Bergamo, realizzata dai partecipanti al laboratorio condotto da Isabelle il Capriolo.

Progetto 20k: diritto alla solidarietà

In questi giorni abbiamo spesso chiamato in causa 20K. Vediamo più da vicino la storia di questo Progetto ed i suoi obiettivi con Francesco, una delle menti promotrici di questa vera e propria iniziativa di solidarietà per intervenire sulla situazione di Ventimiglia

Francesco ha 44 anni, fa l’educatore e ha sempre operato nel sociale, dalle tossicodipendenze ai centri di aggregazione giovanile, dalle comunità per minori alla consulenza per le politiche giovanili in provincia di Milano. Attualmente, lavora per una grande Ong, all’interno di un programma internazionale per minori stranieri non accompagnati.

L’idea del Progetto 20k nasce nella tarda primavera del 2016 su proposta di alcuni ragazzi di Bergamo che erano stati a Ventimiglia l’estate precedente, racconta Francesco. Questi, avendo toccato con mano la realtà della cittadina ligure, sentirono l’urgenza e la necessità di un lavoro strutturato e continuativo per le centinaia di persone bloccate al confine.

credits: Progetto 20k

Alle prime riunioni informali fecero seguito i primi incontri pubblici, al Circolino della Malpensata a Bergamo e presso il Ri-make a Milano, con la volontà di aprire le riflessioni all’esterno e di attivarsi coinvolgendo quante più persone possibili.

«Questi primi incontri ebbero il pregio di riscuotere successo, non tanto dal punto di vista numerico, quanto da quello della concretezza delle individualità coinvolte. E’ venuta meno la dinamica per cui c’è un interlocutore che organizza e propone e uno che eventualmente aderisce all’iniziativa; chi veniva a questi incontri diventava parte integrante del progetto portando la sua professionalità ed il suo contributo nel momento stesso in cui il Progetto era ancora in divenire. Questo ha messo tutti noi sullo stesso livello, creando un clima molto positivo».

Sulla base dell’esperienza di chi era stato a Ventimiglia e di chi per lavoro seguiva le dinamiche migratorie come avvocato, educatore o operatore dell’accoglienza, vennero individuati i principali filoni di intervento.

Questo lavoro preparatorio contribuì al collaudo del Progetto20k che dal primo luglio e fino al 30 settembre 2016 diventò operativo sul campo, prevedendo l’affitto di un locale che potesse ospitare i volontari e garantendo la presenza stabile e quotidiana di una manciata di solidali a Ventimiglia.

credits: Progetto 20k

Durante questi 3 mesi di attività, i membri del Progetto 20K hanno fornito supporto materiale e concreto attraverso la raccolta e la distribuzione di indumenti, cibo e beni di prima necessità; informato gli uomini e le donne sul confine, dando loro gli strumenti per operare scelte consapevoli in autonomia e sicurezza; monitorato e controllato la situazione a Ventimiglia con il proposito di effettuare una più corretta comunicazione pubblica. Continua Francesco: «Raccogliere informazioni, confrontarle, analizzare i cambiamenti il più sistematicamente possibile rende noi più realmente competenti e maggiormente efficaci nella comunicazione che facciamo».

Questa prima parte del Progetto era quella inizialmente preventivata da Francesco e compagni. Con la conclusione di settembre e valutando che il flusso non si sarebbe interrotto, il gruppo prese consapevolezza che tutte le attività messe in moto necessitavano di ulteriore impegno e costanza. Come prima cosa è stato confermato l’affitto dell’appartamento, per permettere ai membri del collettivo di scendere appena possibile a Ventimiglia per mantenere sotto osservazione il frangente.

Dalla fase esperienziale e più intensa del trimestre estivo si è così passati ad un momento di costruzione progettuale.Gli scopi di questo periodo invernale sono l’aumentare il numero di competenze ampliando la rete di contatti ed organizzando incontri di formazione per far sì che tutti siano il più preparati ed aggiornati possibile.

«Una volta ogni tre settimane ci ritroviamo tra Bergamo e Milano, facciamo un’assemblea di una giornata intera in cui partiamo dalla situazione a Ventimiglia e da lì’ valutiamo possibili incentivi. Un lavoro non sul campo ma che è funzionale affinché il nostro impegno abbia risonanza.
Stiamo preparando un nuovo progetto estivo allargando lo spettro delle collaborazioni, intercettando altre realtà locali auto-organizzate come il centro sociale La Talpa e l’Orologio di Imperia o l’associazione Popoli in Arte di Ventimiglia , ma anche Onlus che hanno attivato un proprio staff su Ventimiglia, come Medici senza Frontiere o Save the Children».

Quello che Francesco ha tenuto a rimarcare è l’atteggiamento di apertura di 20K, la volontà di mettere insieme soggetti diversi con lo scopo unico di porre in relazione i migranti con il resto della società.

credits: Progetto 20k

Chiacchierando con Francesco, mi riferisce dei messaggi che arrivano da oltre frontiera al Gruppo. Raccontano di avercela fatta e li ringraziano. Sono messaggi che parlano di amicizia e scambio. Francesco sottolinea come per molti dei chabeb che arrivano a Ventimiglia, loro hanno rappresentato la prima opportunità per potersi liberare dalle tragedie viste o vissute, semplicemente parlando ed essendo ascoltati.

«Sono arrivato a 44 anni compiuti, si può dire tra i fondatori di questo Progetto e sin dal primo momento ho trovato ragazzi con 20 anni meno di me, coinvolti nel progetto solo da qualche giorno, che nel vivere l’esperienza lì a Ventimiglia erano loro riferimento per me; erano loro che tenevano il polso della situazione, sapevano cosa c’era bisogno di fare e io, di conseguenza, mi rivolgevo a loro. Questo per me è stato molto importante perché mi ha dato la percezione di aver costruito qualcosa di fortemente coinvolgente».

credits: Progetto 20k

Com’è oggi la situazione a Ventimiglia?

«Ad oggi, girano insistenti voci sul tentativo di svuotare il campo della Croce Rossa: non si capisce se con l’intenzione di chiuderlo o di alleggerirne le presenze. Come conseguenza di questo allontanamento dal campo, abbiamo registrato un aumento delle persone che dormivano in stazione. In generale, tra campo della Croce Rossa e persone fuori dal campo, ci sono tra i 400 e i 500 migranti a Ventimiglia; poi ci sono le famiglie con i bambini, diciamo 100-120 persone, che sono ospitate alla chiesa delle Gianchette. Se si rivelasse esser vera la notizia della chiusura del campo della CRI e con la continuazione dei flussi, si riproporrebbero situazioni già viste, come l’aumento delle deportazioni, l’intervento massiccio della polizia, ecc ».

Per partecipare attivamente al Progetto basta poco, è sufficiente andare ad uno degli incontri, mettere a disposizione parte del proprio tempo, partecipare alle raccolte di cibo ed indumenti, condividere l’informazione, interessarsi. Prossimo appuntamento, un grande e vento di due giorni, che si terrà il 31 marzo ed il primo aprile al c.s.a. Pacì Paciana di Bergamo, dove presenteranno il progetto 2017 alla luce dei contatti raccolti negli ultimi mesi.