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Sullo Ius Soli

Mi chiamo Anas, sono nato in Marocco e per quasi tutta la vita mi sono riconosciuto in più identità.
A 10 anni ritornai in Marocco e i miei zii puntaualmente mi chiedevano: “Ti senti più italiano o marocchino?” Io rispondevo marocchino, ma solo per non deluderli. A 12 anni, mio padre tornò festoso a casa e urlò: “Siamo finalmente cittadini Italiani, 15 anni ho aspettato”. Io non capivo. Ma fino a quel momento, che cosa ero stato?
A 13 anni ritornai di nuovo in Marocco, e questa volta risposi ai miei zii in modo diverso: “Sono italiano”. Loro si misero a ridere, perché: “Eh no, sei nato in Marocco e sei musulmano, sarai sempre marocchino, anche per gli stessi italiani.
Diedi la stessa risposta ai miei amici in Marocco e anche loro risero.

A 16 anni, loro, i miei amici d’infanzia in Marocco, sparirono. Prima sparì Zahra, poi Hind, Meriem, Khawla, Abdellah e Semira. Sparirono tutti e anche io un po’ con loro. Sparirono perché a ogni mio ritorno, tutti erano più grandi, avevano interessi diversi, doveri diversi e sogni da realizzare.
Ogni volta che ritornavo in Marocco, non avevo che una manciata di parole arabe da usare, poste fra la lingua, le labbra e il mio imbarazzo. Il mio arabo singhiozzante. Quelle poche parole che conoscevo erano l’unità di misura con cui pesavo la mia vita in Marocco. Più di una volta mancarono le parole, ma la mia effeminatezza parlò per me. Tutti avevano compreso la mia omosessualità. “L’Europa l’ha infinocchiato per bene’’. A 16 anni, i miei zii non risero più, anzi.
Non ho mai dichiarato guerra alla mia sessualità, ma piuttosto alla mia identità culturale e alla mia cittadinanza.

A 17 anni mi candidai come rappresentante di istituto e di consulta. Vinsi. Mi trovai a difendere la laicità della scuola più di una volta e fui contrario alla messa nell’istituto. Mi dissero: Tu non comprendi, non capisci la nostra cultura, sei marocchino… Guarda che qui sei solo un’ospite”.

A 18 anni finalmente compresi quello che a 12 non capii, ovvero: avere ufficialmente la nazionalità italiana. A 18 anni votai per la prima volta, mentre vedevo i miei parenti destreggiarsi fra burocrazia e tasse da pagare per rimanere in Italia. A 18 anni mi sentivo anche europeo.
A 19 anni avevo già da tempo firmato un accordo di pace con la mia identità marocchina. Mi aiutarono a redigere l’accordo: poeti, scrittori, registi, filosofi, pensatori liberi e artisti. Tutte persone che in quella nazione, il Marocco, sono nate, cresciute e si sono create nel dubbio.
A 21 anni, non è la Lega Nord a definire la mia nazionalità o il mio sentire. Sono marocchino, ma anche marchigiano, forsempronese, africano, arabo, italiano, berbero, europeo, mskini e bolognese d’adozione. Se spesso mi contraddico è perché contengo la moltitudine di questi luoghi.

 

Anas Chariai

Fonte: Io sono minoranza.

 

Viaggiare e scrivere accompagnati dalla Sindrome di Asperger

Navigando nei meandri del web capita, a volte, di imbattersi in siti interessanti, particolari. Succede quasi per caso: magari stai ascoltando una canzone su YouTube, sbirciando tra qualche social e, nel frattempo, vuoi compiere una breve ricerca su un argomento che hai poco chiaro. Succede che invece di aprire il primo link, il tuo occhio cada sul secondo e che, spinto dalla curiosità del nome, tu lo apra.

Ecco, questo è ciò che è capitato a me circa due settimane fa. Il sito in questione, o meglio, il blog si chiama Operazione Fritto Misto e, chiaramente, almeno un’occhiata l’ho dovuta dare! Perché… Perché nel nome c’è “fritto misto”; quindi, mi chiedo io: vuoi non aprire un link che ha “fritto misto” nel nome?

Le mie aspettative vengono subito deluse: ingolosito al pensiero di veder apparire sul monitor immagini di ciotole colme di verdure miste e piatti di carni e pesci rivestite di superfici croccanti, non appena lo apro scopro che il blog non tratta solo ed esclusivamente di cucina! Colpa mia che non ho letto tutto il titolo del sito: Operazione Fritto Misto – Ceci n’est pas un blog de cuisine. Causa la mia sbadataggine e forse l’appetito, non avevo colto l’originale punto di vista del blog, racchiuso nella bellissima citazione all’opera di Magritte, Ceci n’est pas une pipe. Di cucina e di ricette se ne parla, diciamo che c’è “Un po’ di cucina” (come titola la rubrica dedicata), ma gli argomenti di cui è possibile leggere spaziano dai libri alle serie tv, passando per i film e diversi viaggi. Insomma, un vero fritto misto!

A incuriosirmi, inizialmente, è più che altro il fatto di capire quale sia il collante, il filo conduttore di tutti questi post; così, esplorandolo un po’ scopro che la proprietaria, nonché unica autrice, si chiama Alice, ha 28 anni, è torinese di nascita e lavora come hostess d’hospitality allo stadio. Una blogger come tante, apparentemente, se non per il fatto che Alice è portatrice della sindrome di Asperger; un disturbo di scoperta relativamente recente, i cui sintomi, difficili da indagare sia per le loro molteplici sfumature sia per la mancanza di informazioni scientifiche circa le cause della sindrome, sono legati alla sfera sociale dell’individuo.

E come nasce l’idea di aprire un blog che parla di sé, in una persona che ha difficoltà nell’avere interazioni sociali? Non resisto all’invito “Contattami” che appare nell’elenco in menù, da cui Alice risponde a tutte le mie curiosità: «Come tutti i possessori di un blog ho iniziato a scrivere per puro piacere. A spingermi ad aprire Operazione Fritto Misto, però, è stata la difficoltà di comunicazione, il bisogno di una forma di socializzazione adatta al mio modo di essere, che conciliasse la necessità di condividere gli interessi alla facilità dell’espressione scritta. Per questo, scrivere, per me, vuol dire comunicare senza pressioni».

Il blog, nato come blog di cucina «vegetariana, simpatizzante vegana», presto si è aperto a una grandissima varietà di temi: «Stavo stretta in mezzo a sole ricette; così ho ampliato gli argomenti e si sono aggiunti i viaggi, Torino, libri e film. Un fritto misto, insomma», mi racconta Alice. E proprio sui viaggi di Alice ritengo opportuno soffermarmi, immaginando non sia facile cambiare ambiente e incontrare nuovi spazi, per chi come lei sente la necessità di vivere in una comfort zone, ossia un ambiente privo di rischi o fonti di ansietà, quanto più familiare possibile: «Per anni ho viaggiato in camper, il che mi ha dato l’opportunità di visitare moltissimo l’Italia, di cui ho amato il giro di tutta la costa sarda e la Puglia; ma anche il sud della Francia, la Svizzera (soprattutto Locarno, città d’origine di mio nonno) e l’Austria. Poi c’è Londra, che mi ha fatto innamorare ancora prima di visitarla, e Copenaghen, che nel periodo natalizio mi è entrata nel cuore».

Così, la sezione “Sì Viaggiare” del blog ha iniziato a prendere forma: in questo spazio, Alice racconta i suoi viaggi, di quelli passati ma anche di quelli che un giorno ha intenzione di fare. A tal proposito ha scritto un articolo, datato Gennaio 2016, dal titolo “Traveldreams 2016 Per Sognare in grande”, in cui stila una lista di quei Paesi che in futuro vorrebbe visitare; dalla Namibia alla Polinesia francese, passando per la Scozia, l’articolo racconta alcune delle fantasie di viaggio che Alice coltiva da tempo . Sorpresa: al punto 6 c’è l’Italia, perché, cito testualmente, «chi l’ha detto che i viaggi da sogno si trovino a distanze transoceaniche?». Nel sito non mancano consigli da viaggiatori: suggerimenti sui trasporti economici, tra cui particolare attenzione ottiene Megabus, cui Alice dedica un #diarioditrasferta su Instagram; innumerevoli recensioni culinarie, non senza riferimenti all’ambienti e all’economia; critiche sincere (irresistibili quelle al Balcone di Giulietta a Verona, la cui parete retrostante è «ormai cimitero di microbi e saliva») e commenti senza peli sulla lingua (ammette che «Parigi mi ha delusa», anche se per affrontarla impara ad apprezzarne il fascino, seguendo il suo principio di «curare la paura con la bellezza»).

Infine una certa attenzione è riservata a Torino, ai suoi eventi, ma anche ai suoi luoghi più nascosti e interessanti; immancabili sono i consigli su dove fermarsi a mangiare, mentre alcune curiosità sui piemontesismi più diffusi potranno aiutarvi nell’approccio ai torinesi.

Alla base di tutti questi viaggi c’è la sindrome di Asperger che la fa (quasi) da padrona. «I primi momenti – mi spiega Alice – non è stato facile perché partire senza i miei genitori, all’epoca parte integrante della mia comfort zone, si è rivelato psicologicamente tumultuoso: ero felice di andare ma inspiegabilmente ero terrorizzata, al punto di stare male per tutta la durata del soggiorno. Non mi sono voluta arrendere, così ho iniziato a cercare un modo per reagire, come faccio nella vita di tutti i giorni».

Ed è da quel momento che le cose hanno iniziato a prendere una piega diversa, e il viaggio ha assunto, per Alice, un sapore nuovo: «Mi sono accorta che a spaventarmi erano gli imprevisti e l’ignoto come, ad esempio, un metal detector che suona, un quartiere sconosciuto, o persone che mi parlano in un’altra lingua, e che quindi la soluzione era prepararsi adeguatamente, cercando più informazioni possibili senza lasciare troppo al caso. Certo gli intoppi ci sono sempre, ma riderci su e viaggiare con qualcuno di cui mi fido aiuta sempre».

Fotografie di Operazione Fritto Misto

Musicoterapia è ascoltare il silenzio dell’altro

Alessandra e Clara sono due diplomande in musicoterapia presso il Centro Artiterapie di Lecco e dal 2012 hanno iniziato un proprio percorso personale nel mondo della musicoterapia. Molte le esperienze con pazienti affetti da autismo: dal tirocinio presso lo Spazio Autismo di Bergamo, al ruolo di assistenti educatrici e laboratori di musica proposti alle scuole.

Mi parlano di una terapia “attiva”, di un dialogo anche avviene attraverso suoni e parole, un dialogo sonoro in cui non necessariamente è presente l’elemento melodico o armonico: il raggiungimento della bellezza sonora, in questo tipo di terapia, è uno dei livelli a cui si può arrivare e la presenza di uno o più strumenti suonanti è un mero supporto per accompagnare il dialogo. Continuano: «quello che caratterizza questo tipo di terapia, l’elemento musicoterapico per eccellenza, è il linguaggio non verbale così come avviene nelle artiterapie in generale – come la danzaterapia e l’arteterapia. Il canale musicale è quello che viene favorito. Nel dialogo tra terapeuta e paziente si lavora sulla relazione e sull’empatia, attraverso quelle che vengono chiamate sintonizzazioni affettive».

Riprendendo le parole di Wolfgang Fasser, l’attenzione si sposta sul ruolo fondamentale che ha il silenzio in questo tipo di terapia: quando, ad esempio, il terapista e il paziente stanno in silenzio è perché, di fatto, il terapista sta studiando la sua terapia, sta entrando il contatto con il paziente stando sul suo stesso livello di silenzio. Essenziali quindi gli sguardi e il linguaggio non verbale, o verbale ma non nel senso convenzionale del termine: nella musicoterapia le parole vengono utilizzate con suoni, come musica; è solo mettendoti allo stesso livello di linguaggio non verbale dell’altro che si riesce a far emergere la sua luce interiore.

È questo uno dei motivi per cui i musicoterapisti preferiscono avere dei tempi particolarmente lunghi, mi spiegano: «Pianificare una terapia di dieci incontri non serve a nulla, i risultati arrivano dopo un lungo periodo (parliamo di anni). Non bisogna spaventarsi di queste tempistiche molto dilatate e soprattutto non farsi spaventare dalle reazioni e dalle aspettative di genitori, dirigenti, ecc… Con il fatto che sei tu, musicoterapista, a dover aspettare, non ti aspetti nulla perché non devi far dire qualcosa alla persona che hai in cura e l’attesa porta a quello che il paziente vuole esprimere e dire. Può anche non far nulla perché poi, quello che fanno di loro spontanea volontà è davvero ciò che il paziente vuole comunicare».

Setting: è l’ambiente in cui si svolge l’intervento, cioè l’incontro dell’altro e, in teoria, dovrebbe essere il più neutro possibile. Pareti bianche, privo di stimoli per permettere di sentirsi il più liberi possibili senza connotazioni particolari imposte. Serve anche, e soprattutto, per far sentire a proprio agio chi entra. «A volte però capiti in alcune scuole o spazi dove è difficile trovare stanze così, occorre fare i conti con le strutture attuali. Con i pazienti autistici tutto deve essere pensato e simile da una seduta all’altra e gli spostamenti che decidi di apportare all’interno del setting devono essere simili alla situazione di partenza o giustificati dal percorso che hai deciso di seguire. A volte è capitato di dover togliere degli strumenti, o di inserire oggetti piano piano e in modo studiato: non è proprio così facile. Quali strumenti inserire e la loro disposizione nel setting, sono decisioni che devono avvenire in modo graduale e con senso».

Quindi più che degli obbiettivi, occorre individuare un percorso (anche perché non è detto che la musicoterapia faccia bene a tutti i tipi di pazienti), si cerca una direzione ma senza individuare un punto finale a cui pretendi di arrivare: in quel caso vuol dire che qualcosa verrà forzato. In questo senso, l’improvvisazione è un elemento abbastanza fondamentale nella musicoterapia: occorre improvvisare nella relazione, andando incontro agli stimoli dei pazienti.

Alessandra e Clara ricordano le loro prime esperienze: «Parlando di improvvisazioni con la voce, sicuramente le prime volte ti senti un po’ imbecille ma poi ti rendi conto che è uno dei canali perfetti per questa terapia. Anche attraverso l’imitazione dei versi prodotti dai ragazzi con cui lavoravamo: capiscono che tu gli hai capiti e poi da lì parte tutto e a quel punto non è più solo imitazione. Questa è una delle prime cose che ti dicono, quanto meno nella formazione che abbiamo avuto noi: se lui usa legnetti, tu rispondi usando dei legnetti, ma questa cosa forse implica dei vincoli… Più avanti puoi decidere di cambiare le sonorità e gli strumenti ma è sempre qualcosa di graduale che avviene durante il percorso. All’inizio abbiamo lavorato anche con dei ragazzi molto gravi che spesso arrivavano alle sedute sotto effetto di farmaci, come stabilizzatori dell’umore o psicofarmaci: questi provocavano in loro degli stati completamente catatonici, quindi era quasi impossibile lavorare; successivamente e lentamente si riusciva a trovare una via per fare un bell’incontro: l’emozione della paura a volte subentra, ma è qualcosa che con il tempo si riesce a gestire e ciò che rimane alla fine sono tante belle emozioni inaspettate».

Rispetto della tempistica del paziente: l’importante è il presente e non il costruire. Esistono due tipi di musicoterapia che vengono scelti in fase di anamnesi e osservazioni preliminari: la musicoterapia attiva e la musicoterapia ricettiva. Quest’ultima si può fare in gruppo o individualmente e che è d’ascolto; è una terapia in cui c’è bisogno anche del linguaggio verbale quindi con gli autistici si fa quella e attiva: viso a viso, con improvvisazione musicale, anche per placare l’ansia e costruire una specie di rituale iniziale, centrale e finale. Mi spiegano: «le sedute a volte durano tanto e a volte poco, hanno una durata non fissa. Uno dei momenti più importanti è quello del saluto, così come quello finale che prevede il riordino degli strumenti o una fase di rilassamento. Molto importanti perché c’è il ragazzo che sta 15 minuti e quello che sta un’ora e mezza, soprattutto se hai un paziente consecutivo all’altro. Sono riti che fai tu con il paziente e che contribuiscono a creare una relazione».

Concludiamo la chiaccherata con delle tenere considerazioni delle due ragazze: «il fatto di non usare il verbale ti manda in un altra dimensione, è come se fosse inizi a rodarti e la voce ti rimane dentro, rimane uno strumento che diventa tuo. Mi sento facilitata da questi rapporti perché riesci a sviluppare dei modi diversi per comunicare attraverso le espressioni del viso e i gesti. Perfezioni dei modi di comunicare su cui di solito non ti concentri: percepisci più cose anche quando poi ti relazioni con le persone “normali” e non ti scappa nulla, ciò ti aiuta ad acquisire una migliore capacità di osservazione. Imitare i versi funziona anche con bambini normodotati perché è come se tu dai valore a quello che ha fatto, e da qui inizia la sintonizzazione affettiva. Con gli autistici, come dicevamo, non si hanno risultati immediati, sei alla ricerca di cose minuscole, come uno sguardo dritto negli occhi o una spalla sfiorata».

Ph Credits: Wikimedia Commons

La scuola dell’inclusione. Aspettative VS realtà

Integrazione e inclusione sono le parole d’ordine nella scuola in Italia. La rivoluzione nel sistema d’istruzione italiano avvenne alla fine degli anni Settanta, parallelamente al superamento dello stigma delle neurodiversità, con la destituzione definitiva delle scuole speciali e delle classi differenziali, le due istituzioni che fino a quel momento erano destinate ad alunni con diversi gradi di disabilità e disturbi dell’apprendimento e comportamentali di vario tipo.

Da allora la scuola ha cercato di riorganizzarsi proprio per eliminare qualsiasi tipo di discriminazione e allo stesso tempo garantire a tutti gli alunni, anche a quelli che un tempo sarebbero stati destinati alle scuole speciali, una forma di istruzione indicata per le loro necessità. Nella lunga e tortuosa strada per trovare un modello che includesse le innumerevoli esigenze dettate da disabilità fisiche, disturbi dell’apprendimento e problemi comportamentali si è passati attraverso leggi, piani e definizioni, fino a giungere nel 2012 alla definizione della categoria dei Bisogni Educativi Speciali, da cui l’acronimo BES. Questo acronimo abbraccia tre grandi sotto-categorie che cercano di includere tutti i possibili bisogni degli alunni della scuola italiana; sono considerati BES la disabilità, i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (noti come DSA) o i disturbi evolutivi specifici e, come terzo sottogruppo, lo svantaggio socioeconomico, linguistico o culturale.

Avere individuato queste categorie ha portato ad attuare delle strategie più mirate per far fronte ai diversi bisogni. Fra gli strumenti adottati vi sono i PDP, ovvero Piani Didattici Personalizzati per alunni con bisogni speciali, varie misure compensative e dispensative e, per gli alunni con disabilità, gli insegnanti di sostegno e gli assistenti educatori. Queste due figure lavorano insieme, ma con ruoli diversi, per favorire l’inclusione dell’alunno disabile. L’insegnante di sostegno è un docente a tutti gli effetti, lavora sulla classe e non in maniera esclusiva, mentre l’educatore opera ad personam, cercando di stimolare le capacità dell’allievo e di favorire la comunicazione e la mediazione con il resto della classe.

Fonte: Pixabay / CC0 Public Domain

Se a livello teorico il sistema funziona, nella pratica si inseriscono problemi di vario tipo che complicano il quadro e rendono la gestione dei bisogni educativi speciali degli alunni più difficile e spesso infruttuosa. Primo fra tutti vi è il dramma che affligge la scuola italiana, che si parli di sostegno o meno: la precarietà dei lavoratori. Se sulla carta l’insegnante di sostegno è una persona specializzata nella didattica speciale ed inclusiva, nella realtà si tratta spesso di un supplente che è sì qualificato per l’insegnamento per il grado del titolo di studio in suo possesso, ma che non ha nel suo percorso accademico alcun tipo di formazione in ambito educativo e soprattutto nel campo dei bisogni speciali. È il caso di Francesca, 28 anni, che da sei mesi lavora in una scuola media come docente di sostegno. «Ho una laurea magistrale in Musicologia e quando mi hanno chiamata per una supplenza in un istituto dove avevo mandato il curriculum ero felice dell’opportunità di lavorare in un ambiente che non avevo mai sperimentato», mi racconta. Da subito sono però subentrate le prime perplessità e i primi timori, visto il ruolo che le è stato assegnato: «Mi sono ritrovata a dover seguire alunni con disabilità e disturbi certificati e la paura non solo di non riuscire ad aiutarli, ma addirittura di fare qualche errore è stata molto forte». La buona volontà da lei dimostrata ha portato dei risultati, sia dal punto di vista strettamente didattico che da quello educativo, ma secondo Francesca questo non basta. «Tranne la responsabile delle attività di sostegno, tutti i miei colleghi sono precari che come me si sono laureati negli ambiti più disparati e senza precedenti esperienze educative; la sensibilità e l’impegno che come esseri umani possiamo mettere in questo lavoro non sopperisce purtroppo alla mancanza di preparazione nell’ambito dei bisogni educativi speciali». E conclude la sua riflessione con una dichiarazione amara, scaturita da quanto osservato in questi mesi: «A volte sento quasi di stare rubando il lavoro a qualcuno di qualificato, a qualcuno che davvero è specializzato nella didattica speciale. E soprattutto capisco che il continuo cambio di insegnanti, oltre alla mancata formazione adeguata degli stessi, non giova in primis agli studenti, che sono quelli che risentono di più dei problemi del sistema».

Francesca, 28 anni – Tutti i diritti riservati

E se la precarietà è un problema di una gravità disarmante, anche chiarire agli insegnanti di ogni sorta il concetto di inclusione sembra complicare la situazione nelle scuole italiane. Lo racconta Pietro, 28 anni, assistente educatore con un’esperienza di quattro anni negli istituti di ogni grado, dalla scuola dell’infanzia alle superiori. «Spesso i docenti non hanno chiara la differenza fra integrazione e inclusione: secondo alcuni inclusività equivarrebbe al tenere tutti gli alunni, disabili e non, in classe insieme. Questa prassi è però l’integrazione, che è stata fondamentale come primo passo negli anni Settanta e Ottanta, ma che da sola non basta. Inclusione significa invece permettere a tutti una piena partecipazione al processo di apprendimento e conoscenza». Pietro, che aveva iniziato a fare l’educatore durante gli studi, motivato più dalla possibilità di guadagno che dal desiderio di trovare realizzazione in questo impiego, ha imparato a ricredersi e dopo la laurea ha continuato a lavorare nelle scuole: «Amo il mio lavoro, riesce a darmi delle soddisfazioni che insegnare alla classe non penso mi darebbe. Ogni traguardo raggiunto da un mio ragazzo è anche un mio successo». Tuttavia gli ostacoli determinati dalla non sempre presente sensibilità degli insegnanti sul tema inclusione e dalle esigenze didattiche generano delle difficoltà nel suo lavoro, che risulta spesso snaturato: «Soprattutto nei gradi superiori della scuola aumentano le conoscenze e le competenze che l’alunno deve dimostrare, crescono le aspettative. Di conseguenza, messo sotto pressione, l’educatore deve concentrarsi sul programma e sul raggiungere gli obiettivi didattici, rinunciando all’aspetto educativo e inclusivo, che è poi quello che dovrebbe essere preponderante». Chiedendo a Pietro cosa spera per il futuro, non nasconde che gli piacerebbe vedere una nuova legge che finalmente sancisca il ruolo dell’educatore, che dia alla sua professione il riconoscimento che merita e che soprattutto tolga alcuni fastidiosi vincoli esistenti oggi. «Ci sarebbe da migliorare la coordinazione fra educatore e insegnante di sostegno, permettere all’educatore di lavorare a gruppi, visti i successi che le strategie di cooperative learning ottengono in altri Paesi, ad esempio», spiega Pietro. Del resto, conclude, la scuola dovrebbe essere una piccola comunità in cui si insegna ai ragazzi a vivere insieme, senza escludere nessuno: «Bisognerebbe mettere un po’ da parte la didattica per lasciare spazio allo scopo educativo ed inclusivo».

Riconoscere i bisogni educativi ed impegnarsi nell’inclusione sono stati passi importanti e necessari nel sistema scolastico italiano. Attuare delle strategie davvero in grado di raggiungere questi nobili obiettivi sembra richiedere ancora qualche sforzo in più…

 

I nomi degli intervistati sono stati cambiati su richiesta degli interessati.

“Le aquile sono nate per volare”… soprattutto se dislessiche!

Martina alle elementari faceva fatica a leggere ad alta voce. Ogni volta che la maestra la chiamava per alzarsi in piedi e continuare a leggere di fronte a tutta la classe il romanzo prescelto, la mia compagna non aveva altra scelta: pur di non continuare a incespicarsi fra le aguzze consonanti, lasciava perdere il senso del testo e si lasciava trasportare dal suono delle parole. Martina ha un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) assai diffuso, la dislessia, che si ripercuote sull’abilità del leggere, dello scrivere e del calcolare in modo corretto e fluente. Solitamente, tali disturbi si presentano all’inizio della scolarizzazione e solo dal 2015 il MIUR ha iniziato a diffondere dati specifici sugli alunni DSA, che nell’aa.ss. 2014/2015 erano 186.803, ovvero il 2,1% degli studenti di istituti statali e non.

Per comprendere meglio un disturbo sempre più comune, Pequod ed io abbiamo incontrato Rossella Grenci, logopedista presso l’Ospedale San Carlo di Potenza, nonché autrice del libro “Le aquile sono nate per volare”.

Buongiorno Dott.sa Grenci. Può spiegarci meglio che cosa si intende per dislessia?
Per dislessia intendiamo un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA), che esclude qualsiasi tipo di difficoltà cognitiva, deficit neurologico e importanti problematiche psichiche ed emotive. Di conseguenza, un bambino dislessico possiede semplicemente uno sviluppo nella norma, ma ha difficoltà nella lettura e nella scrittura. O nel calcolo matematico.

Quando ci si accorge di avere un disturbo dell’apprendimento? E quali sono i sintomi principali?
Uno dei segni premonitori della dislessia è la difficoltà di linguaggio già in età prescolastica. Ad esempio, un banale disturbo di pronuncia. Quando inizia la scuola, si notano in genere diverse difficoltà ad apprendere i rudimenti di lettura e scrittura, come il confondere lettere morfologicamente e/o foneticamente simili. Chiaramente non tutte le dislessie seguono lo stesso percorso: alcuni bambini mostrano segnali più evidenti; altri, solitamente quelli con quoziente intellettivo alto, riescono a mascherare il disturbo sino alle scuole medie o addirittura superiori, quando iniziano a riscontrare più problemi. Questi spesso sfociano nel rifiuto allo studio, fino ad arrivare a veri e propri sintomi fisici quali emicranie o vomito.

Quali sono invece le cause principali di questo disturbo?
Più che vere e proprie cause gli studi sono andati a verificare se c’è una forma di familiarità: il 50% di bambini che presentano DSA hanno un genitore o un fratello con lo stesso disturbo. Alcuni studiosi stanno indagando in merito al tipo di alterazioni genetiche, ma i risultati non sono univoci. Dobbiamo ricordarci che la lettura, in fondo, è  un’“invenzione” culturale e pertanto non è possibile identificare il gene che determina in maniera specifica questa abilità; tuttavia esistono delle influenze genetiche sullo sviluppo delle abilità di lettura, alla cui determinazione concorrono diverse tipologie di geni.

Ritratto di Henry Winkler, dislessico, presente nel volume “Storie di straordinaria dislessia”, editore Erickson. Questo libro è scritto con il carattere Easy Reading, ideato per facilitare la lettura.

Come affronta un bambino la dislessia? E cosa può fare chi lo circonda?
Già dalle elementari i bambini si accorgono di avere maggiori difficoltà rispetto ai compagni di classe. Se si è fortunati, il bambino lo comunica alla famiglia, ma molti sono i casi in cui si vive la dislessia come una colpa che in seguito sfocia nella paura di non essere all’altezza e sentirsi meno intelligenti di altri. Tutto ciò può condizionare l’apprendimento e causare comportamenti problematici. La famiglia dovrebbe essere pronta a recepire i segnali di difficoltà per  aiutare il bambino prima che il gap aumenti con l’avanzare del percorso scolastico.

Come si è attrezzata la scuola italiana per agevolare l’apprendimento ai bambini dislessici?
In Italia la legge 170 del 2010 prevede che le scuole presentino piani didattici mirati e concordati assieme ai genitori. Questi piani personalizzati tengono in considerazione tutte le difficoltà dello studente, che verrà sostenuto sia con strumenti compensativi, ad esempio l’utilizzo di mappe tematiche, sia con misure dispensative, come l’astensione da compiti gravosi quali lo studio mnemonico di tabelline o la lettura ad alta voce.

E un adulto dislessico? Come vive questo disturbo?
La dislessia è un disturbo dell’età evolutiva: il cervello funziona in questo modo da sempre. Tuttavia, in passato non si prestava attenzione a questi disturbi e dunque può spesso capitare che un genitore ritrovi nei propri figli le medesime difficoltà riscontrate in età scolastica.

Le aquile sono nate per volare” (Erickson, febbraio 2015) è il libro cardine dei suoi scritti sulla dislessia, oltre a quello scritto a quattro mani con Daniele Zanoni “Storie di straordinaria dislessia” (Erickson, luglio 2015). Quale scopo si cela dietro questi progetti?
Ho iniziato a scrivere “Le aquile sono nate per volare”  quando il mio primo figlio, appena iscritto alla scuola elementare, manifestò per la prima volta dei disturbi DSA. Sin da subito mi sono resa conto dei tanti punti di forza che possiedono le persone dislessiche. Così ho iniziato a documentarmi e a fare ricerche, nonché a collezionare storie di personaggi famosi dislessici, fino a quando non ho rilevato una grande corrispondenza fra pensiero creativo e dislessia. Per questo ho iniziato a scrivere: quello che volevo era donare dignità alle persone dislessiche e dare una nuova visione di questo disturbo. Esistono molti vantaggi nell’essere dislessici!

Ad esempio?
Una caratteristica delle persone dislessiche è il maggior utilizzo dell’emisfero destro, ovvero la parte del cervello umano legato al pensiero visivo-spaziale e alla creatività. Un bambino dislessico usa la vista e l’udito, invece che il leggere e lo scrivere, per imparare e apprendere. Ciò significa che un dislessico pensa attraverso le immagini piuttosto che attraverso le parole e proprio per questo il pensiero funziona più velocemente e la creatività, allo stesso tempo, è maggiormente sviluppata.

Ritratto di Agatha Christie, dislessica, presente nel volume “Storie di straordinaria dislessia”, editore Erickson. Questo libro è scritto con il carattere Easy Reading, ideato per facilitare la lettura.

Ritornando allo scritto “Storie di straordinaria dislessia”, in cui possiamo leggere le biografie dei dislessici più famosi al mondo, qual è il personaggio che più l’ha affascinata?
Indubbiamente Agatha Christie, poiché è riuscita a far convivere dislessia e abilità di scrittura – altra prova di come ai dislessici non sia precluso nessun tipo di professione. Agatha è stata l’autrice che ha scritto più libri gialli in vita, quella più largamente retribuita e addirittura più tradotta di Shakespeare.

Un tratto comune a tutte le biografie riportate nel libro è la costante volontà di voler superare i propri limiti. Anche quando vengono derisi o colpiti nell’amor proprio, i dislessici non si tirano mai indietro da una sfida: la sorella di Agatha aveva scommesso con Agatha stessa che mai sarebbe riuscita a diventare autrice di libri gialli. A 25 anni Agatha pubblica il suo primo libro. Nei successivi anni, invece, si rese famosa anche per la sua rinomata capacità di lavorare a due romanzi gialli contemporaneamente.

In copertina: ritratto di Carlo Magno, dislessico. Immagine gentilmente concessa da Rossella Grenci (“Storie di straordinaria dislessia”, editore Erickson). Tutti i diritti sono riservati.

 

Ulisse Fest Bergamo 2017: Lonely Planet atterra a Bergamo

Una suggestiva terrazza sul mondo: ecco cosa diventerà Città Alta, centro storico di Bergamo, dal 30 giugno al 2 luglio 2017. Questo perché EDT, casa editrice che dal 1992 pubblica le iconiche guide di viaggio Lonely Planet, insieme al laboratorio di comunicazione Idee al Lavoro e al Comune di Bergamo, ha scelto la città lombarda per la prima edizione di Ulisse Fest. Viaggi, Incontri e Altri Mondi.

Cosa sarà Ulisse Fest? Come ha raccontato questa mattina alla conferenza stampa a Bergamo Angelo Pittro, direttore marketing e commerciale di Lonely Planet, Ulisse Fest sarà un festival senza confini, costruito secondo le caratteristiche dei lettori delle celebri guide di viaggio, che proprio quest’anno compiono 25 anni. Da Bergamo alla Puglia, dall’Italia alla Slovenia fino al Giappone e altre mete: questo l’itinerario dei tre giorni bergamaschi dedicati al viaggio. E il tema della manifestazione, “Portami Via”, non poteva essere più eloquente: tutti noi infatti sentiamo l’esigenza di scappare dalla routine, zaino in spalla e Lonely Planet alla mano. Voglia di viaggiare e di esplorare, ma con un occhio attento anche a questioni meno leggere e più delicate, in primis il dramma dei migranti, spesso provenienti da quei luoghi che da viaggiatori abbiamo imparato ad amare.

Nel corso del festival si alterneranno reading, laboratori ed incontri con autori, giornalisti e personaggi dello spettacolo, come La Pina e il fascinoso Chef Rubio. Non mancheranno neanche le attività di intrattenimento, dall’aperitivo ai dj set, rigorosamente made in Slovenia, fino alla Lonely Planet Celebration Night di sabato 1 luglio che culminerà nell’esibizione dell’Orchestra Popolare “La Notte della Taranta”. Fra gli appuntamenti fissi della tre giorni bergamasca segnaliamo Citylights, una serie di incontri dedicati a varie città del mondo, e Tatami Time, un allenamento di yoga per principianti e appassionati nella suggestiva cornice del Chiostro di San Francesco.

Viaggi, food, letteratura e innovazione del turismo: queste le tematiche in cui potranno immergersi gli avventori di Ulisse Fest partecipando agli eventi assolutamente gratuiti del festival. E per chi non si accontentasse del già fittissimo programma, Ulisse Fest ha pensato a un’esperienza ancora più coinvolgente proponendo I Cantieri, tre workshop dedicati alla fotografia, alla scrittura e all’arte dei carnet di viaggio.

Non resta che aspettare il 30 giugno per tuffarsi in questo incredibile viaggio all’insegna dei viaggi!

A Milano succedono Rob de matt

La scommessa da qualche mese è stata vinta! Esattamente dal 7 Aprile, il quartiere milanese di Dergano ospita un nuovo ristorante, il Rob de matt, il primo del suo genere in città: l’unico, al momento, in grado di offrire una reale e concreta opportunità di lavoro a persone con disagio psichico.

Questo è stato possibile grazie all’intraprendenza di tre amici che, autofinanziandosi, hanno deciso di declinare il lavoro a leva di inclusione sociale. Il locale, con ingresso da via Enrico Annibale Butti, sorge all’interno della grande sede de L’Amico Charly Onlus, dove con ampi e ammodernati locali e un grande giardino, ha riqualificato quello che fino a qualche anno fa si sarebbe presentato come l’ennesimo sito di archeologia industriale, trasformando il sito delle dismesse officine milanesi in officine sociali, in grado di includere attraverso una forte richiesta di partecipazione attiva. Infatti come spiega Francesco, uno dei cofondatori, «solo abbandonando la ghettizzazione e permettendo ai propri collaboratori di rafforzare la propria autostima e cognizione, si possono ottenere risultati».

Certo, non è facile: il percorso deve essere quanto più costante e frazionato perché occorre «riuscire a garantire una crescita costante ma sempre attenta alle singole peculiarità del collaboratore». Per esempio, una “strategia” potrebbe essere quella di partire dai servizi di catering, più semplici e arrivare poi alla cucina per sala, riuscendo man mano ad estrapolare motivazioni in grado di rafforzare la personalità e la sicurezza nello svolgere un determinato lavoro.

Sono sei i ragazzi che attualmente lavorano in questa neonata realtà: vengono costantemente supportati dai loro educatori e lavorano grazie alle borse di lavoro disposte dal Comune di Milano, che vanno da un periodo previsto di alcuni mesi prorogabile fino ai due anni.

L’obbiettivo è quello di riuscire a raggiungere una stabilità lavorativa ed economica, quindi il traguardo di un contratto a tempo indeterminato. Le mansioni ricoperte vanno dall’amministrazione all’assistenza di sala finanche appunto alla cucina, luogo destinato ai corsi di formazione per i nuovi assunti, dove i ragazzi possono apprendere e professionalizzarsi.

È proprio dal cuore pulsante del ristorante, che lo chef Edoardo, uno degli ideatori dell’intero progetto Rob de matt, esce radioso e, mentre mi descrive alcune sue ricette, intanto mi aiuta a definire la visione della loro attività: partendo dall’attenzione alla sostenibilità dei prezzi e l’assenza del coperto. Tutto il cibo che viene proposto è biologico, infatti il menù si alterna tra le stagionalità, la filiera corta e piatti etnici, pensati anche e soprattutto come occasione di conoscenza e scambio interculturale. Il vino e la birra sono forniti da piccoli produttori e il contatto con questi è diretto.

I progetti per il futuro sono tanti e tutti in ebollizione dalle brillanti idee dei fondatori, mi spiegano: «noi vorremmo che il ristorante diventi un centro propulsore, un centro culturale per la zona nord della città, non fermandoci al solo servizio di ristorazione, ma affiancandolo a progetti in grado di attrarre il quartiere». Già diverse iniziative di questo tipo hanno trovato lo spazio perfetto a Rob de matt, infatti già alcuni di questi progetti sono già in atto, come per esempio l’evento domenicale Rob de piscinin, laboratorio per bambini, piuttosto che Rob de market un esposizione di oggettistica di autoproduzione locale e ancora, Rob de relax per uno yoga domenicale rigenerante e rilassante. Insomma, appuntamenti utili a stimolare gli abitanti del quartiere a vivere la comunità partecipando.

Infine, chiedo ai ragazzi quale sarà il prossimo obbiettivo e chiara e decisa è la risposta di Edoardo: «sicuramente l’orto sarà da allargare e concludere, perché rimane un utilissimo esempio didattico. Permette ai nostri ragazzi di toccare con mano le materie che poi andranno a lavorare». É un modo perfetto di immortalare i risultati per cui si lavora, certificando l’abnegazione per un progetto, perché un piatto di farina possa diventare pane.

 

Being international has never been so easy: travel around Europe with Generator Hostels!

What’s the best way for young people to travel, meet new people, and get to know different cultures in an affordable way? The answer is staying in hostels, where young generations from all over the world share experiences and unforgettable moments. Today we meet Laura, a young Italian girl who moved to Copenaghen and started working for one of the most well-known hostel brands in Europe: Generator Hostel.

Hi Laura, can you introduce yourself to our readers?

Hey! My name is Laura, and I am a 27 year old Italian – a pizza lover, yes. I moved to Copenhagen in January 2015 and am still here! I grew up in Bergamo, a city in the North of Italy, and I have to be honest: being away has made me realise how beautiful my hometown is. When I left I didn’t have particular expectations, except that of experiencing a more international environment and looking for a job that was relevant to what I studied: foreign languages. Going abroad is a must for young people, for Italians this is especially true because the work situation in our country is very difficult, while in many Nordic countries work experience is considered part of the study plan. But I’ll move to the reason I’m presenting myself here, which is my life-work experience in a Generator hostel in Copenhagen, where I am currently employed.

Tell us a bit more about your experience working for Generator Hostel…

I will start by saying that I love hostels, as they are different from hotels: hotels are more formal places usually designed for comfort. But hey, we are (still) young and we want to have fun! As a traveller in my early twenties I always chose to stay in hostels during my trips with friends, and I can remember them one by one. Those were awesome times and hostels definitely helped making these experiences unforgettable. I remember the nights spent there after going out, I would meet people from all over the world and would hang out with them as if we had always known each other: hostels are made for this. Of course price is an important factor: most of the times staying in hostels allows you to make your budget go further.

Photo by Laura – All rights reserved

My encounter with Gen happened by chance, but was influenced by my hostel-attraction: at the time when I was looking for a job hostels were on the top of my list. I started working here right after I moved to the city and I’ve been here for more than two years now: a long-lasting novelty! A lot of things have changed in this time: the amount of people staying in Gen is growing steadily year after year, and we organise many events that we didn’t have before. Gen is like an entertainment park – sleeping is just a small part of the experience. Among the activities we organise are pétanque, called bocce in Italian, shuffleboard games, dj nights, happy hours, Sunday brunches and barbeques… there is really a lot going on every day of the week. These activities attract many Danes too, who come just to hang out and have fun over the weekend. We have a full package for everyone, and there is still more to come: just wait for it!

What was the first thing to impress you about Generator?

If I had to pick one thing it would be the design: the ambience feels new and fresh, it is curated in every detail and brings a touch of extravaganza to your holiday. Generator hostels are not very low price, they are somewhere in the middle. Forget about the small hostel you find on the corner of a street: every Generator has an average of six-hundred beds and over six floors. There is usually a lounge area with hammocks, cargo-bikes, games and designer couches. All our hostels have a restaurant, a bar, a breakfast buffet and an ice bar. See it to believe it.

Let’s talk about the hostel brand itself, how international is it?

The Generator in Copenhagen is now five years old, and has been renewed recently. I think it was the third Generator to be opened after the ones in London and Prenzlauer Berg in Berlin. Today we have hostels in Copenhagen, London, Berlin, Hamburg, Dublin, Barcelona, Amsterdam, Paris, Rome and Venice. In the spring of 2017 Generator opened in Stockholm, in winter it is expanding to Madrid, and next year we’re going to Miami!  So Generator is becoming truly international now more than ever – we’re trying to reach the other side of the world. And it’s not going to stop!

Photo by Laura – All rights reserved

You must have met people from all around the world…

Yes, I have. It seriously feels like the whole world is going through Gen. I’ve met Americans and Australians, who are the ones travelling and backpacking for the longest time when they come to Europe. There are also many visitors from southern European countries like Spain, Italy and Portugal, as flights within Europe are normally cheap. Argentinians are many as are visitors from China and Japan, and I have to say that the latter have the funniest habits and dresses. But, believe it or not, we have hundreds of Danish school groups staying, and when I say hundreds I mean it! They come from Jutland (the inner part of Denmark) or from other regions of the country to visit Copenhagen. In the weekend local families pop up to play pétanque or have a drink.

What do you think about youth mobility?

It’s a must! Nowadays all kinds of means allow us to move quickly and affordably to every corner of the earth. And why not take advantage of these? They say “the world is like a book and the ones who don’t travel read just one page”. I’ve been around Europe quite a lot but never in America or Asia. But you can’t work in a hostel if you are not a travel-addict. Many of my colleagues at Gen have been literally everywhere. I have colleagues from Argentina, Lithuania, New Zealand, Portugal, Morocco, Poland, Ireland, USA. And this is so cool! But back to mobility: hostels are about that. Hostels allow people to travel affordably, they are meeting hubs. Younger and younger people can now travel with moderate budgets, which was not possible some time ago.

It seems that Generator offer space for a strong youth network to develop…

Hostels in general are great in connecting people, and the bigger the name, the bigger the attraction I guess. Hostels facilitate travelling solo: if you are on your own you will likely meet someone like you to have breakfast or discover the city with. Plus the events we hold are a great way to make people socialise. So my answer is yes, a hundred percent.

Auguri Lonely Planet! 25 anni da guida turistica

Con il caldo afoso degli ultimi giorni è stato difficile frenare la mente dal perpetuo desiderio di viaggi lontani e mete sconosciute. L’estate sembra oramai essere esplosa nel cielo e una delle guide più famose al mondo non si lascerà cogliere impreparata neppure quest’anno. Soprattutto quest’anno! 25 anni fa la casa editrice torinese EDT pubblicava in Italia le sue prime due guide Lonely Planet! Alla vigilia di questo anniversario, Lonely Planet Italia festeggerà il suo primo quarto di secolo a Bergamo con il Festival “UlisseFest viaggi incontri e altri mondi”, un evento per eccellenza dedicato agli amanti del viaggio e dell’incontro con le altrui culture. Per l’occasione, gli instancabili narratori della Lonely saranno affiancati dalle vivaci realtà rappresentate dal laboratorio di comunicazione polivalente “Idee al lavoro” e il laboratorio della curiosità per bimbi “Xké?”.

“Explore every day”, il video appositamente creato da Lonely Planet Italia per i suoi 25 anni di attività. / Tutti i diritti sono riservati.

Da grande navigatore quale è, Pequod non poteva farsi sfuggire questo importante compleanno e, prima di salpare verso l’imperdibile Festival di Bergamo, è andato a scambiare qualche parola con il direttore marketing di Lonely Planet Italia, Angelo Pittro.

 

Partiamo dall’UlisseFest: come si svolgerà il festival? E in quali luoghi della città di Bergamo?

Dal 30 giugno al 2 luglio, UlisseFest invaderà Città Alta, da Piazza Vecchia fino a Piazza Mascheroni, proponendo eventi altresì all’interno di alcuni chiostri della cittadella. L’appuntamento sarà un’occasione per buttare un occhio al di là dei propri confini e proprio per questo abbiamo scelto Bergamo: Città Alta rappresenta per noi una terrazza sul mondo, una finestra sull’oltre. Autori di Lonely Planet e giornalisti, viaggiatori, fotografi ed esperti saranno gli ospiti di questa edizione, tutti accomunati dall’aver fatto del viaggio una componente fondamentale della propria vita.

 

Qual è il tema principale del Festival?

Il filo conduttore di tutti gli eventi si intitola “Portami via”. Una tematizzazione per noi molto importante poiché portatrice di un duplice significato: per un verso, questo tema rappresenta la voglia di evasione che tutti noi sperimentiamo prima del viaggio e, allo stesso tempo, tale tematica raffigura la necessità di partire di tutti coloro che vivono in una situazione di difficoltà, come può essere la miseria o una guerra. Se superare il confine significa solamente andare in vacanza, allora l’idea stessa di viaggio viene meno.

A latere, tre workshop per mostrare al pubblico come si racconta un viaggio non solo agli altri, altresì a se stessi. Un modo non solo per raccontare, quindi, ma anche per fissare su carta i propri ricordi. Benché il Festival si presenterà gratuitamente a chi vorrà partecipare, per i workshop richiederemo un piccolo contributo, previa iscrizione.

Credits: Kavram, Patagonia, southern Argentina. The famous Route 40 paved road parallel to the Andes.


In questi 25 anni di carriera, quali sono stati i cambiamenti più significativi di Lonely Planet Italia?

Per un verso è cambiato tutto e per l’altro non è cambiato nulla! Il modo in cui si viaggia è cambiato notevolmente: ad esempio, quando si raccolgono notizie su un viaggio o una meta oggigiorno c’è un eccesso di informazioni che 25 anni fa era impensabile ottenere. Nel medesimo istante, però, tutto è rimasto come allora: poche sono le fonti veramente autorevoli e aggiornate e proprio in questo contesto si inserisce una buona guida.

La sfida di Internet non ci ha colto impreparati. Lonely Planet Italia ha sempre cercato di cogliere le esigenze dei propri viaggiatori: online si possono trovare le nostre guide e i nostri cataloghi, sia in formato pdf che per supporti iPad. Si possono inoltre acquistare singoli capitoli! Ad esempio, se si desidera organizzare un viaggio che da Bergamo porti a Lisbona, adesso si possono scaricare solo i paragrafi che ci interessano… tutto ciò permette una formidabile personalizzazione della propria guida. Infine, anche i tempi di produzione di una guida sono notevolmente accorciati. Prima bisognava attendere il rientro dell’autore, mentre oggi il giornalista può semplicemente caricare le nuove informazioni raccolte su un server, le quali possono essere stampate o caricate online in tempi celeri.

 

Cosa significa viaggiare con una guida Lonely Planet nello zaino nel 2017? Le esigenze dei lettori sono cambiate?

Lo zoccolo duro dei nostri lettori cerca sempre di fare esperienza e non solo osservazione passiva di una destinazione. Sin dagli albori, i lettori ci han sempre scritto per aggiornare i dati delle nostre guide. Queste sono le principali costanti del modo di viaggiare di chi ci legge. Se dobbiamo trovare delle differenze, di certo sono cambiate le destinazioni. Ricordo i primi anni in cui andava per la maggiore il Messico e il Sud America, per poi lasciar spazio al Medio Oriente. I fatti di oggi, ahimè, hanno inevitabilmente cambiato l’asse delle mete preferite. Un tempo Egitto e Turchia erano due Paesi visitati moltissimo, mentre adesso è difficile anche solo ricevere informazioni aggiornate. In questo periodo i viaggiatori si dirigono sempre più a Est: il Giappone non viene più considerato una meta irraggiungibile e proibitiva.

Credits: Sean Pavone, Fujiyoshida, Japan at Chureito Pagoda and Mt. Fuji in the spring with cherry blossoms.


Sentendo tutte queste destinazioni esotiche e immaginando di visitarle, mi sorge una domanda spontanea: viaggiatore e turista rappresentano due modalità di viaggio completamente differenti?

Creare dei confini concettuali è quanto di più sbagliato si possa fare. Questa distinzione è stata spesso usata negli anni per dividere soggetti di classe A e di classe B; un modo di fare completamente opposto alla nostra etica. Alcune volte è piacevole vivere la nostra esperienza di viaggiatore in spiaggia, prendendo il sole e sorseggiando un cocktail. Altre volte, nella medesima vacanza, potremmo sentire il bisogno di avvicinarci ai locali e quindi visitare un mercatino di spezie venendo a contatto con una realtà differente alla nostra quotidianità. La distinzione sta tuttavia nell’essere più o meno informato su una meta, possedere o meno consapevolezza del contesto circostante. Un contesto che può cambiare anche solo fra Bergamo e Torino.

Credits: Peter Zelei Images, Lavender fields, Plateau de Valensole.


Avendo un target di lettori assai variegato, come fa Lonely Panet Italia a far coesistere nello stesso prodotto editoriale le richieste di un pubblico giovanile e quelle di uno più maturo?

Una delle ragioni del successo di Lonely Planet riguarda proprio il linguaggio. Nelle nostre guide si possono sì trovare informazioni pratiche per un viaggio in autonomia, ma allo stesso tempo i consigli di viaggio sono raccontati con un linguaggio amichevole, un compagno di viaggio cartaceo che si esprime con parole informali. Questo accadeva diversi lustri fa e tutt’oggi è così rimasto.

 

E come fate ad interagire con un pubblico di giovanissimi?

Purtroppo mi duole ricordare che l’Italia è uno dei Paesi europei in cui si legge di meno, soprattutto nella fascia dai 13 ai 17 anni. La nostra ambizione è proprio quella di raccontarci e avvicinarci a questi lettori: Lonely Planet Itali – Kids è un progetto nato per i bambini dai sei anni in su per trasmettere la curiosità verso il viaggio, poiché siamo ben consapevoli che la voglia di esplorare deve essere appresa a quell’età. Per i nostri piccoli esploratori proponiamo libri sulla città e sull’ambiente, come avventurarsi nelle profondità di un oceano o fare surf sulle dune dei deserti. La curiosità va coltivata e non bisogna di certo dirigersi dall’altra parte del mondo: si può stare anche a casa propria, l’importante è osservarne i dettagli!

Credits: Justin Foulkes, Avenue of the Baobabs, Morondava, Madagascar.


Spaziamo oltre i confini temporali: come si presenterà Lonely Planet Italia fra 25 anni?

Ah! Spero di esserci ancora… scherzi a parte, bisogna capire come aumenteranno sempre più i media con cui si diffonderà la cultura del viaggio. Ad esempio, un trend degli ultimi anni è l’utilizzo di filmati video. Di conseguenza, man mano che si evolvono gli strumenti di racconto, ci evolviamo anche noi. Tuttavia è soprattutto il viaggiatore che ti guida. Un bravo editore deve essere in grado di capirlo in fretta e mettersi a disposizione. La Lonely Planet è nata proprio per soddisfare un’idea democratica di viaggio: l’idea che viaggiare fosse alla portata di tutti ha permesso alla nostra guida di differenziarsi dagli editori ancora ancorati all’idea ottocentesca dei ricchi viaggiatori aristocratici.

 

E per finire… un consiglio per le vacanze estive 2017?

Ogni anno Lonely Planet Italia propone “Best in Travel”, la raccolta delle dieci città, dieci regioni e dieci Paesi che suggeriamo di  visitare prima del successivo capodanno. Come scoprirete durante “UlisseFest”, quest’anno le mete migliori da visitare sono Perù e Canada!

In Copertina: i fondatori e primi autori di Lonely Planet, Tony e Maureen Wheeler.

Le fotografie di questo articolo sono state gentilmente concesse da Lonely Planet Italia. Tutti i diritti sono riservati.

Girare il mondo a tre gradi di connessione

Da domani mollo tutto e parto per il giro del mondo”. Un pensiero? Una frase? Per Nicky è diventata una realtà: è diventata la sua vita.

Sicuramente, almeno una volta nella vita, chiunque ha pensato o si è sentito dire la fatidica frase ‘’da domani mollo tutto e parto per il giro del mondo’’. Tuttavia, il più delle volte questa rimane una frase che non trova modo di concretizzarsi. Per fortuna esistono le eccezioni! E Nicoletta Crisponi è una di queste: attualmente è appena arrivata in Australia, a Melbourne per l’esattezza, con l’intenzione di girare il mondo, in un anno.

Ma chi è Nicky? Nicky è una ragazza di trent’anni, cresciuta in Trentino e laureata in Design dei servizi. Arrivata a Milano inizia a lavorare come hostess: un’esperienza che le permette di catapultarsi nel mondo dei servizi e della comunicazione. Questo le permetterà di lavorare come Account Executive in unagenzia di eventi nella città meneghina. «Fino a poco tempo prima di iniziare a lavorare per l’agenzia, una volta all’anno durante i tre mesi estivi ,mi trasferivo all’estero per imparare nuove lingue e conoscere culture diverse dalla mia, nonché per svolgere qualche lavoretto» racconta Nicky, «tuttavia, dopo un anno e mezzo di lavoro a Milano, la voglia di viaggiare è tornata a farsi sentire, così ho deciso: mi sono licenziata e sono partita».

Prendere una tale decisione non è mai semplice, soprattutto se hai un lavoro che ti piace e tutto sommato conduci una vita confortevole. A tal proposito, Nicky mi spiega la sua scelta: «erano già due anni che ero a conoscenza dell’esistenza di un biglietto che ti permette di girare il mondo, l’unica cosa che mi mancava era il momento adatto, quello stimolo che ti dà la forza di dire: Va bene, iniziamo». Quello che in questo caso occorre fare è, sempre secondo l’esperienza personale di Nicky, «essere consapevoli di quello che si sta per intraprendere e non tirarsi indietro se si è veramente decisi. La paura è normale, ogni tanto c’è ma poi passa e così si ritorna all’avventura».

 

Il viaggio che Nicky sta compiendo è iniziato nel dicembre del 2016 e si basa sulla teoria dei sei gradi di separazione: secondo questa teoria ogni persona al mondo è connessa a qualunque altra tramite una catena di soli sei gradi di separazione ma con l’avvento di Facebook e dei vari social network questi gradi si sono ridotti, fino ad arrivare a circa tre e mezzo. Saremmo quindi più connessi, rispetto a prima di quest’era digitale. Nicky si prefigge di scoprire se ciò sia vero: sfruttando la sua rete di conoscenze social e quelle dei suoi contatti personali, cercherà un posto dove alloggiare o un passaggio per spostarsi entro i confini dei vari Paesi durante il suo giro del mondo.

Parallelamente all’inizio del suo viaggio ha aperto un blog e una pagina Facebook, dove tiene aggiornati i suoi followers che la seguono in un viaggio virtuale. Lo scrivere è una sua grande passione ma anche una sorta di investimento per il futuro: «quando torno non voglio lasciarmi indietro la sensazione di aver “buttato via un anno” e la mia speranza è che il blog cresca, che diventi un lavoro per me e per chiunque abbia voglia di unirsi». In questo spazio, chiamato Il filo di Nicky è presente la mappa dei Paesi visitati e quelli ancora da visitare, ma anche numerosi articoli su ciò che Nicky ha avuto modo di vedere nei posti in cui è stata. Troverete anche una guida molto interessante su come diventare travel blogger. Molto bella, a mio avviso, è anche la sezione Gradi di separazione in cui sono pubblicate foto che ritraggono Nicky e le persone che ha incontrato nel suo viaggio.

Ciò che questa ragazza sta facendo è notevole, mentre parlavamo mi sono chiesto se io, un giorno, sarò mai capace di fare una cosa anche solo lontanamente simile alla sua esperienza. Così, come ultima domanda, le ho chiesto un consiglio per i lettori di Pequod: «se dovessi dare un consiglio a chiunque abbia voglia di iniziare un viaggio intorno al mondo gli direi di aver fiducia in se stesso e nelle persone che incontrerà. Le paure ci sono e ci saranno sempre, ma prima o poi si superano, è inevitabile».

Photo credits: Nicoletta Crisponi

Una vita galleggiante, direzione sud

La vita in barca a vela ti insegna a rallentare, ad assaporare ogni momento di libertà e bellezza e ad apprezzare le piccole cose della vita.

Fare il bucato può richiedere due giorni. Spesso l’acqua scarseggia e ti devi lavare con due o tre bicchieri d’acqua. La notte, se senti freddo, devi preparare una borsa dell’acqua calda perché non c’è il riscaldamento. A volte la sera, anche se sei stanco, devi avere pazienza e aspettare di trovare il punto d’approdo giusto per ancorare – non puoi permetterti di lasciare andare la tua casa galleggiante alla deriva.

Questa vita un po’ più difficile ti insegna tanto; ti cambia, ti tempra, ti rende più indipendente, perché libera dall’assuefazione a beni materiali e TV. La sera giochi più spesso a carte o a backgammon; la mattina apprezzi il paesaggio che ti circonda e, lontano da spot e cartelloni pubblicitari, non hai bisogno dell’ultimo modello di cellulare. E’ una vita più ricca, più piena: hai tempo per ammirare altre barche entrare in porto, notare la sagoma di un delfino all’orizzonte e parlare a una foca mentre si avvicina alla tua imbarcazione, sperando venga a salutarti più vicino.

[ph. Elena Manighetti/Sailing Kittiwake – Tutti i diritti riservati.]

Dopo aver mollato tutto per andare a vivere su una barca, la nostra tanto attesa avventura è iniziata lenta: Ryan ed io abbiamo trascorso il mese di Maggio ormeggiati sul fiume Penryn, in Cornovaglia, preparando la nostra barca Kittiwake per la traversata della Manica. Da una parte, molto del nostro tempo è stato impegnato in modifiche e migliorie: abbiamo, tra molte altre cose, sostituito tutto il sartiame, installato una nuova toilette ecosostenibile, aggiunto un rubinetto d’acqua salata, costruito un mini armadio per i vestiti. Dall’altra, abbiamo lavorato sodo sui nostri progetti freelance per guadagnare qualche soldo.

Approfittando dei ritagli di tempo tra un lavoretto e l’altro e delle numerose visite di parenti e amichi, venuti a salutarci prima che salpassimo, abbiamo esplorato la costa vicino a Falmouth. Abbiamo portato la maggior parte dei nostri ospiti a St Mawes, un caratteristico paesino della Cornovaglia situato sulla penisola di Roseland. Qui abbiamo ancorato nella bella Cellar Bay: una piccola baia dalle acque calme, circondata dal verde; era il punto ideale per un pranzo al sole sul ponte!

Ci siamo anche avventurati un po’ più lontano, navigando verso la spiaggia di Bohortha. Il freddo ha frenato me, ma Ryan ha avuto il coraggio di fare un tuffo nell’acqua verde smeraldo (indossando muta invernale), per andare a guardare la nostra ancora sott’acqua.

[ph. Elena Manighetti/Sailing Kittiwake – Tutti i diritti riservati.]

Verso la fine del mese abbiamo deciso che Kittiwake era pronta per salpare: non potevamo più aspettare! Un veloce sguardo alle previsioni è stato sufficiente a convincerci che attraversare la Manica sarebbe stato impossibile: i venti erano previsti da est (proprio a prua) e sembrava anche tendessero a indebolirsi nei giorni successivi.

Abbiamo deciso di usare il vento a nostro favore e spostarci verso ovest, con la brezza e le onde a poppa. Siamo così partiti alla volta del fiume Helford; la prospettiva di stare all’ancora in un altro fiume non era molto emozionante, ma ci stavamo finalmente muovendo (lentamente) verso sud, abbandonando la sicurezza del nostro ormeggio.

Dopo una lunga e impegnativa giornata di navigazione, abbiamo calato l’ancora vicino a una spiaggia selvaggia, alla foce del fiume Helford. Eravamo stanchi e affamati, quindi appena arrivati abbiamo cenato e siamo andati direttamente a letto.

[ph. Elena Manighetti/Sailing Kittiwake – Tutti i diritti riservati.]

Nel mezzo della notte, verso l’una, un rumore ci ha svegliati all’improvviso: era un costante toc toc toc. Ryan è saltato fuori dal letto per vedere cos’era, sperando che nulla si fosse rotto a bordo; dopo meno di un minuto, sento Ryan che mi urla: «Elena! C’è la bioluminescenza!».

Più veloce di un ghepardo sono schizzata fuori dalla cabina senza giacca né scarpe e sono corsa nel pozzetto. Ryan era a poppa, chinato a guadare l’acqua; mi sono avvicinata e ho subito notato l’alone verde che avvolgeva la nostra scaletta. Abbiamo preso un secchio e l’uncino e abbiamo iniziato a muovere l’acqua e schizzarla il più veloce possibile: come per magia, centinaia di particelle di plancton si sono illuminate attorno a Kittiwake. Ryan ed io non potevamo smettere di ridere e condividere espressioni di stupore; siamo tornati a letto mezz’ora dopo, incapaci di dormire.

[ph. Elena Manighetti/Sailing Kittiwake – Tutti i diritti riservati.]

Il giorno seguente ci siamo svegliati di fronte ad un paesaggio che somigliava a quello di Jurassic Park: la spiaggia di fronte cui eravamo ancorati aveva una sabbia chiara che rendeva l’acqua verdissima trasparente e, alle spalle, una foresta di alberi altissimi. Nel tardo pomeriggio Ryan ed io, con il nostro tender Marica, abbiamo raggiunto la riva a remi e abbiamo esplorato la spiaggia e il bosco, godendoci una camminata di tutto relax sulle belle rocce.

Mentre remavamo per tornare a “casa”, abbiamo visto dei delfini all’orizzonte nella baia di Falmouth, così ci siamo affrettati per tornare a bordo e guardarli meglio con il cannocchiale: erano almeno una decina. Non appena saliti a bordo, ci siamo accorti che l’acqua formava centinaia di piccoli mulinelli tutto attorno alla barca. Ryan, velocissimo, ha preso la canna da pesca e nel giro di tre minuti aveva pescato uno sgombro gigante, dopo cinque minuti ne ha pescato un altro: la cena era assicurata!

Dopo il delizioso pasto (sgombro in olio e aglio e patate lesse, con burro e rosmarino), verso le dieci e mezza, è calato il buio; non essendo ancora stanchi, abbiamo deciso di testare l’acqua per vedere se c’era ancora bioluminescenza. Non appena abbiamo provocato qualche spruzzo, il plancton è tornato a mostrare la sua vitalità luminescente.

[ph. Elena Manighetti/Sailing Kittiwake – Tutti i diritti riservati.]

Ryan ed io siamo saltati a bordo di Marica e abbiamo remato attorno a Kittiwake spruzzando plancton fluorescente ovunque, giocando con l’acqua e ammirando la scia di stelle che il nostro tender si lasciava dietro. E’ stato un momento magico.

Non ci mancava nulla – né il nostro vecchio appartamento, né il riscaldamento, né Netflix. Questa bellissima serata valeva più di tutti i comfort cui avevamo rinunciato. A volte i posti più inaspettati diventano i più cari nella tua memoria.

[ph. Elena Manighetti/Sailing Kittiwake – Tutti i diritti riservati.]

Ode ai treni cinesi

Durante i miei studi universitari, ho trascorso in Cina diversi mesi, a Pechino e a Shanghai, tra il 2010 e il 2013. Nel corso dei miei soggiorni, ho avuto modo di compiere numerosi viaggi in varie aree del Paese, tutte molto diverse e distanti tra loro. Quando mi chiedono che cosa mi ha più colpito dei miei viaggi, ho l’imbarazzo della scelta: il cibo delizioso? I panorami incredibili? Gli sguardi curiosi e cordiali dei cinesi che ti accompagnano ovunque? Sicuramente tutto questo e anche di più, ma se dovessi scegliere un elemento distintivo e peculiare di ogni mio viaggio, opterei per i treni cinesi.

In Cina, a meno che non si abbia una patente cinese, non è possibile affittare una macchina e circolare autonomamente; per i lunghi tragitti bisogna affidarsi ad altri mezzi di trasporto e il migliore, secondo me, è il treno. Parlate con chiunque abbia viaggiato in Cina e sicuramente avrà almeno un aneddoto divertente e interessante da raccontarvi riguardo le sue esperienze sui treni del Dragone, unici nel loro genere.

Una carrozza di sedili duri sul treno Pechino-Xi’an, 2011. [Fonte: Lucia Ghezzi-Tutti i diritti riservati].

Innanzitutto, acquistando un biglietto del treno in Cina, non vi sentirete chiedere se preferite viaggiare in prima o seconda classe, ma se volete sedili morbidi, sedili duri o posti in piedi. Se un tempo i sedili duri erano, fedeli al loro nome, esattamente delle panche di legno, adesso in molti casi non è più così. Sebbene siano tuttora molto meno confortevoli rispetto ai sedili morbidi, la differenza principale tra i due è che le carrozze dei sedili duri ospitano anche i posti in piedi, quelli morbidi sono invece in carrozze separate.

Ciò significa che, acquistando un biglietto nei sedili morbidi, non dovrete trascorrere il vostro viaggio in carrozze affollate all’inverosimile con decine di persone accampate nei corridoi, tutte con borse piene di merci varie e, in alcuni casi, anche galline o piccoli animali al seguito. Chiaramente, per lo stesso motivo i sedili duri e i posti in piedi sono anche quelli più interessanti, dove non potrete fare a meno di entrare in contatto, in tutti i sensi, con i vostri “vicini”, i quali, che parliate cinese o meno, proveranno sicuramente a chiacchierare con voi e vi offriranno dei semi di girasole, lo snack da viaggio cinese per eccellenza.

Ho fatto diversi viaggi in treno sui sedili duri e in alcuni casi anche nei posti in piedi, in genere per tratte medie di sette o otto ore, e sono state tutte esperienze speciali.

Foto di gruppo: Lucia con una famiglia della provincia del Guizhou in una carrozza di cuccette dure sul treno Hangzhou-Huaihua. [Fonte: Lucia Ghezzi – Tutti i diritti riservati].

Per le tratte più lunghe, invece, nel mio caso in media tra le 20-25 ore, ho optato per le cuccette, divise a loro volta in morbide e dure. Anche qui la differenza sta nella comodità e nello spazio a disposizione: le cuccette dure sono sei per ogni scompartimento, disposte come due letti a castello con tre piani l’uno; mentre le cuccette morbide sono solo quattro per scompartimento e molto più confortevoli.

A parte questa prima differenza, però, anche le cuccette dure non sono tutte uguali tra loro. Le più basse, per cui non si ha bisogno di usare la scaletta, sono più costose, in quanto più comode per spostarsi e alzarsi e provviste di un piccolo tavolino su cui appoggiarsi e mangiare durante il giorno. Tuttavia, sono anche quelle con meno privacy, dato che gli occupanti delle cuccette superiori spesso le usano come sedili durante le ore diurne. Ammetto di essere una grande fan delle cuccette dure, a cui sono legati molti dei miei ricordi dei treni cinesi.

Un altro aspetto tipico, e da me molto apprezzato, dei viaggi sui treni cinesi è il cibo. Nelle carrozze con le cuccette, infatti, negli orari dei pasti gli inservienti passano con dei carrelli su ruote da cui si possono scegliere diverse pietanze di carne, verdure, uova, ecc., tutte regolarmente accompagnate dal riso bianco. Certo, se non parlate cinese sceglierete probabilmente un po’ a caso in base all’aspetto, ma in genere non verrete delusi, credetemi!

In alternativa, se proprio non vi fidate del cibo sul treno, potete acquistare delle vettovaglie nelle stazioni prima di partire. In particolare, i fangbianmian, gli spaghetti istantanei, sono una costante dei viaggi in treno. Ogni carrozza, infatti, che sia di sedili o cuccette morbidi o duri, è provvista di un distributore di acqua calda, essenziale sia per riempire i thermos del té che ogni cinese si porta sempre appresso, sia per far rinvenire gli spaghetti istantanei da mangiare in brodo.

Uno scompartimento di cuccette dure sul treno Pechino-Mosca. [Fonte: jcb2u/Flickr. Licenza CC BY-ND 2.0]

I treni cinesi di questo tipo, purtroppo, sono una specie in via d’estinzione, e sempre più spesso vengono rimpiazzati da linee moderne e ad alta velocità, che permettono di attraversare le enormi distanze del Paese in poche ore. Non nego che andare da Pechino a Shanghai (circa 1200 km) in meno di cinque ore, comodamente seduti in uno scompartimento moderno e pulito, rappresenti un notevole risparmio di tempo e fatica, ma così quello in treno non è più un viaggio, solo uno spostamento.

Tierra de historia: viaggio in un inverno tropicale

Questi sono lampi di un viaggio in America centrale, il resoconto, nelle sue possibilità, di 40 giorni ripercorsi a 4 mani. Questa è una testimonianza di come pulsa il cuore remoto, di là, dopo il grande mare.

Rovine Maya sul mare caraibico a Tulum, Messico [ph-Ginevra Latini – Tutti i diritti riservati]

Siamo due ragazzi con tre cambi nello zaino e un abbozzo d’itinerario: dalla capitale messicana alle regioni di sud-est (Quintana Roo, penisola dello Yucatan, Chiapas), fino a sconfinare nel Guatemala. Costringere in poche battute l’intero incedere sarebbe opera ingrata; cerchiamo allora, con qualche salto temporale, di toccarne i momenti salienti.
Si parte:

LA CAPITALE

Ciudad de Mexico, inizio Febbraio, 13° in più rispetto casa. 15 ore di traversata oceanica da dover smaltire e, avanti, la scoperta del nuovo mondo.
Fa sera mentre noi, storditi dal jet lag, scivoliamo tra i capillari del sistema sanguigno di una capitale tra le più densamente popolate ed estese sul globo, sorta su un altipiano che supera i 2000 metri d’altitudine. Di là dei vetri del bus, confusa, misera, la periferia muta le sue forme rivelando un nucleo più moderno, occidentale.

Ed è nel quartiere piuttosto centrale di San Cosme che prendiamo alloggio, campo base per i primi giorni. Già, nella ricerca di un frugale pasto, percepiamo quanto i cugini del Nord abbiano “contaminato” lo stile di vita latino: per ogni taqueria un Oxxo (convenience store stile 7eleven), per ogni noce di cocco una bottiglia di Coca-Cola. Sopravvivono, grazie a Dio, migliaia di bancarelle accroccate ai bordi d’ogni marciapiede dove trovare disparate pietanze locali per due soldi.

Ciudad de Mexico [ph. Ginevra Latini – Tutti i diritti riservati]

L’aria, a 2250 metri, la si inala con più fatica, soprattutto quando miscelata allo smog metropolitano; così, con il fiato corto, progettiamo le prime escursioni e ci ritiriamo nella prima notte d’oltre oceano.

In una manciata di giorni seguenti, sufficientemente ripresi dallo sbalzo di fuso orario, spaziamo tra siti culturali e aree di interesse architettonico: El Zòcalo o Piazza della Costituzione, baricentro della città, con la sua sfarzosa cattedrale cattolica sorge su quello che era stato il luogo d’acme di Tenochtitlan, l’antica capitale dell’impero azteco. A due passi, il folgorante Palacio de Bellas Artes (riconosciuto tra i monumenti più importanti del paese) precede la scoperta, nel bosco cittadino di Chapultepec, dell’immenso museo nazionale di antropologia dove situa la più ricca collezione al mondo d’arte pre-colombiana. Perla imperdibile è la coloratissima ed eccentrica casa dove vissero la coppia d’artisti Frida Kahlo e Diego Rivera, ora adibita a esposizione permanente di numerose opere della celebre pittrice.

Allontanandoci dal girovagare urbano dedichiamo un’intera giornata alla visita di Teotihuacan, le sublimi rovine d’una antica città mesoamericana: massicce ed eleganti, le piramidi contornano gli atavici viali e dominano la terra fin dove arriva la vista. Qui, dagli affreschi sopravvissuti al tempo si imparano storie di floride civiltà, i loro forti legami divini e i costumi lontani.

Città preocolombiana di Teotihuacan, Messico [ph. Ginevra Latini – Tutti i diritti riservati]

PENISOLA DELLO YUCATAN

Il Messico meridionale, tra lo Yucatan e il Quintana Roo, offre una delle più affascinanti meraviglie naturali del mondo: i cenotes, pozzi di roccia calcarea formatisi nel tempo dall’erosione di grotte carsiche che costellano il territorio di piscine naturali. Circondati da una folta vegetazione esotica abbiamo avuto il piacere di immergerci nelle acque trasparenti del Gran Cenote e nel profondo abisso blu del X’Canche, nel sito archeologico di Ek Balam.

Le regioni, infatti, conservano suggestive rovine maya in spettacolari parchi naturali. L’antica città portuale di Tulum, per esempio, sorge sulla costa dell’azzurro Mare dei Caraibi e pullula di socievoli iguane che, sotto il sole cocente, accompagnano il visitatore alla scoperta di antichi edifici e templi. La bellezza di questi terreni messicani comprende anche deliziose cittadine coloniali, come la particolare “Ciudad Amarilla” di Izamal, ultima tappa prima di lasciare la calda regione dello Yucatan, quasi totalmente composta da edifici dipinti di giallo, dove si trova anche il Convento de San Antonio de Padua.

X’Canche Cenote, Penisola dello Yucatàn, Messico [ph. Ginevra Latini – Tutti i diritti riservati]

CHIAPAS

Il primo approccio con la patria Zapatista avviene a Palenque ed è pressoché estatico: la giungla, per la prima volta, ci attornia ospitandoci in uno scenario ancestrale dove rovine Maya resistono in simbiosi con la foresta tropicale. Giovani del luogo propongono champignones per incrementare l’effetto “magico” della situazione; noi invece optiamo per “farci” di straconditi nachos e guacamole divino.

La notte le scimmie sciamano sopra la nostra capanna portando i monologhi della natura selvaggia. Una veloce tappa a immergersi nelle turchesi pozze alle cascate di Agua Azul e siamo pronti per ritornare momentaneamente alla civiltà: la coloniale San Cristòbal de Las Casas, tra le montagne della Sierra Madre, ci concede qualche giorno di rilassato svago tra compere e “turismo culinario” nelle numerose boutique gestite dalle cooperative Zapatiste.

Cascate e pozze ad Agua Azul, Messico [ph. Ginevra Latini – Tutti i diritti riservati]

GUATEMALA

L’arrivo in Guatemala ci vede entusiasti, ché subito visitiamo quello che sarà il nostro sito archeologico preferito: Tikal. Le alte piramidi troneggiano in una fitta giungla ricca di vita d’ogni genere, dalle gigantesche tarantole alle scimmie urlatrici; ci facciamo strada tra foglie immense, mentre coloratissimi pappagalli volano sopra di noi. E’ la volta di Semuc Champey, nell’Alta Verapaz, dove nuotiamo in un sogno fatto di piscine naturali verde smeraldo.

Ma è nei pressi di Antigua, vivace cittadina montana nel centro del Guatemala, famosa per le numerose scuole di spagnolo e l’architettura barocca ispano-americana, che viviamo una tra le più intense esperienze di sempre: scalare l’Acatenango, vulcano di quasi 4000mt. L’emozionante alba a cui assistiamo dalla vetta ci permette una vista spettacolare sul Lago Atitlan, dove nei giorni a seguire ci dirigiamo esausti per regalarci momenti di puro relax nei caratteristici villaggi costieri.

Alba vista dal vulcano Acatenango, Guatemala [ph. Ginevra Latini – Tutti i diritti riservati]

[In copertina: Piramide di Chichen Itza, nell’omonimo complesso archeologico maya, situato in Messico, nel nord della penisola dello Yucatan (ph. Ginevra Latini – Tutti i diritti riservati)]

Cooperazione al testo e fotografie di Ginevra Latini

Musica di conchiglie e desideri da ostrica sulla Petit Côte

Arriviamo a Mbur sul far della sera, macinati chilometri di asfalto impolverato di terra rossa a bordo di una station wagon da 10 posti, caricata di valigie e umani raccolti in una stazione autobus ai bordi di Dakar. Tra questi umani, Hamadou ed io, in cerca di una pausa dal caos della capitale nelle oasi della Petit Côte, che da Dakar si allunga fino ai confini con il Gambia, ci accoccoliamo nei posti più stretti sul fondo dell’auto, dove è possibile sonnecchiare tenendo un occhio sui bagagli, che a ogni cambio di passeggeri per cui più volte interrompiamo il viaggio, rischiano di esser dimenticati in strada o consegnati alla persona sbagliata.

Ci fermiamo in un parcheggio autobus non molto diverso da quello di partenza, senza un’idea precisa su dove alloggeremo: un amico di Hamadou lavora in città e accoglie il nostro arrivo con una naturalezza, che contrasta lo stupore sul suo viso, ma conferma le nostre speranze ben riposte. Veniamo guidati in vicoli stretti, i cui residenti si affacciano a osservare i nuovi arrivati dalla pelle così chiara, fino a sbucare su una via leggermente più ampia, dove sta la casa del nostro ospite, in tutto simile a quelle che l’affiancano. All’interno, molte stanze abitate da senegalesi sorridenti e gentili, che qualche giorno dopo copriranno le mie braccia di braccialetti come souvenir; docce ampie rinfrescanti e l’afa del giorno che qui non sembra trovare riposo. Salendo le scale, troviamo la pace per cui abbiamo lasciato Dakar: il tetto è un ampio terrazzo, coperto da una volta di stelle che solo il buio e il silenzio di certe notti africane riescono a far risplendere. Chiediamo di poter dormire qui e il nostro ospite, tra lo stupito e il divertito, allestisce per noi una stanza all’aperto.

Pochi minuti dopo l’alba a Mbur, Senegal
Saly, nella regione di Thiès, sulla Petit Côte del Senegal

Il nostro idillio d’oscurità e quiete è presto infranto dalla prima chiamata alla preghiera del muezzin, diffusa da un altoparlante sul tetto della moschea non molto distante da noi, che ci avverte dell’imminente arrivo dei primi raggi di sole, che presto si abbattono sulle nostre palpebre ancora semi chiuse. Ne approfittiamo per avviarci presto verso sud, lungo la costa oceanica di Saly, che è un susseguirsi di spiagge di granelli finissimi, su cui si affacciano resort massicci ed eleganti, dove scoviamo caffè italiano con cui far colazione. Prima che il sole sia troppo alto, cerchiamo un taxi e in meno di un’ora ci troviamo all’ingresso di un’oasi unica: Joal Fadiouth, l’isola creata dall’etnia serere, allontanata dalle sue terre forse dai berberi Almoravidi, forse dall’invasione da parte dell’Impero Kaabu.

Per accedere, è necessario acquistare un lasciapassare, che permette la traversata sull’ampio ponte di legno che collega l’isola alla terraferma e offre, incluso nel prezzo, la compagnia di una guida locale; a tale scopo, ci viene chiesto da dove veniamo, perché qui a Joal per qualsiasi lingua parlata, c’è un residente capace di esprimervisi. La difficoltà di descrivere il paesaggio che si mostra dai corrimani del ponte, sta nella sintesi perfetta già raccolta nel soprannome di Isola delle Conchiglie, attribuito a Joal: tutto ciò che la vista coglie è “conchiglia” nella sua essenza, dagli edifici costruiti impastando gusci di mollusco tritati, conservati a tale scopo in mucchi agli angoli delle strade, fino alle strade stesse; l’intera superficie dell’isola è infatti creata artificialmente accumulando da secoli conchiglie diligentemente svuotate e conservate. La nostra guida ci spiega che è questo uno dei motivi del lasciapassare, che permette un monitoraggio del numero di persone presenti sull’isola, evitandone l’affossarsi per sovraffollamento. Altrettanto importante è ovviamente l’aspetto economico, essendo il turismo una delle maggiori risorse di Joal, ma anche da questo punto di vista, la conchiglia rappresenta il cardine di questa comunità: accanto alla pesca, infatti, la raccolta dei molluschi, oltre a rappresentare la base dell’alimentazione, è il baluardo del commercio culinario.

Il ponte da cui si accede all’isola di Joal-Fadiouth
Joal-Fadiouth, l’Isola delle Conchiglie, nella regione di Thiès, Senegal

Se un’immagine fotografica può riuscire a trasmettere un’idea del candore che il riflesso del sole attribuisce al bianco dell’isola, solo passeggiando per le sue vie è possibile godere della melodia prodotta dallo scricchiolio dei gusci sotto i propri passi, al ritmo dei propri passi. È forse questo suono che arriva direttamente dal terreno che spinge a parlare abbassando un po’ la voce, spostandosi in una dimensione più raccolta e quasi fiabesca; assaporata e fatta propria questa nuova dimensione, si è nello spirito adatto a cogliere la poetica vista del cimitero di Joal.

Disposto su una seconda isola, di dimensioni più ridotte e collegata alla prima da un ponte più stretto, il cimitero è reso unico dal fatto di essere a religione mista: i ¾ della sua superficie sono come ammantate da un susseguirsi di croci bianche identiche tra loro, difficili da guardare nelle ore più calde, quando lo sguardo preferisce spostarsi sulle nere lapidi musulmane, tutte rivolte verso la Mecca, cui è destinata la restante parte del cimitero. Questa piccola isola, racchiusa in un paese musulmano, al cui primo presidente Sédar Senghor ha dato i natali, ha una popolazione al 90% cristiana, un’eccezione originata dalla penetrazione missionaria del XXVII secolo. È questo anche il motivo per cui, nelle ore di bassa marea, maiali allevati dai residenti cristiani sono lasciati sfamarsi del pattume organico lasciato per loro sulle coste.

Ponte che collega l’isola principale di Joal-Fadiouth all’isola minore che funge da cimitero
Croci cristiane nel Cimitero di Joal

Lasciata l’incredibile poesia dei paesaggi di Joal Fadiouth, sappiamo che solo la natura delle oasi più a sud può eguagliare la bellezza impressa nelle nostre iridi; nostra nuova meta è il Sine-Saloum, regione a nord del Gambia che prende il nome dal corso di fiume che la attraversa e che crea in prossimità dei suoi confini occidentali un labirinto di oltre 200 isole. Anche qui il nostro ingresso è vincolato a una guida locale, che trascina la mia mente in un volo pindarico tra mitologia greca e poetica dantesca: accogliendoci sulla sua piroga, infatti, il nostro traghettatore ci trasporta tra corsi del delta del Saloum, in cui si gettano le radici delle mangrovie, a fungere d’appiglio per le larve di ostrica. Appena cresce il guscio, ostricoltori locali spostano i giovani molluschi negli allevamenti, protetti degli europei golosi che ne hanno quasi provocato l’estinzione.

Cullati dall’acqua e rapiti alla vista degli stormi variopinti che vediamo muoversi sopra le nostre teste e poi adagiarsi sui vegetali che affiorano in superficie, Hamadou ed io quasi non ci accorgiamo che la piroga ha accostato alle mangrovie e il traghettatore ci sta invitando a scendere: siamo arrivati nel cuore magico di quest’angolo di Senegal, dove si nasconde un baobab che finge di essere una mangrovia. Come indicatoci, avvicinandoci scegliamo un guscio d’ostrica cui sussurrare un desiderio; un desiderio da lasciare qui, sui rami di questo baobab alto forse mezzo metro, nella speranza che le sue radici profonde possano farlo arrivare lontano.

Stormi d’uccelli nel Parco Nazionale del delta del Saloum, Senegal
Baobab, ricoperto di gusci d’ostrica, che si nasconde tra le mangrovie del delta del Saloum, Senegal

Pain de Route: una giovanissima viaggiatrice ad Est

Viaggiare è sempre un’esperienza molto personale. C’è chi ama il confort e la comodità sopra ogni cosa, località più che collaudate, hotel di lusso e viaggi organizzati e chi, come Eleonora, ha fatto dell’avventura, delle mete insolite e della frugalità uno stile di vita.

Eleonora ha 23 anni, è nata e cresciuta a Milano, e al momento si trova a Mosca da circa 5 mesi, per un Erasmus Overseas. Studia Linguistica Teorica ed Applicata e ha fondato un blog di viaggi molto seguito, Pain de Route, nel quale racconta principalmente dei suoi viaggi in mete inusuali per i più. E’ infatti una grande appassionata di Est, e la maggior parte delle sue peregrinazioni recenti si sono svolte in territorio russo e limitrofi. Le chiedo come è iniziata questa sua grande passione. «Mio nonno, un ingegnere in ambito chimico, ha sempre viaggiato tantissimo per lavoro, e mi ha sempre portato a casa piccoli regali dai suoi viaggi in territori lontani, sono cresciuta col mappamondo tra le mani, possiamo dire che ero destinata a viaggiare per genetica».

La moschea del Cremlino di Kazan’, Tatarstan, Federazione Russa, lungo la Transiberiana d’inverno. / Foto di Pain de Route / Tutti i diritti riservati.

Eleonora mi racconta che il suo primo viaggio è stato piuttosto classico, in Grecia con gli amici. Un viaggio organizzato un po’ a casaccio e in tenda: «Faceva un freddo tremendo, la tenda era aperta da due lati e ho dormito con il machete. Col tempo, ho imparato che l’organizzazione, prima di una partenza, è davvero importante». Durante il viaggio in Grecia, Eleonora e i suoi amici si sono ritrovati a riposare vicino ad un piccolo cimitero ortodosso. È lì che ha capito che per lei quel viaggio significava molto di più di quanto poteva immaginare all’inizio, e da lì è iniziata la sua ricerca personale. «Ho realizzato che volevo capire dove si spingesse il concetto di Europa. Passando i confini, riesci a vedere la differenza tra il reale e il geografico. L’Europa alla fine si spinge molto più in là di quanto vediamo su una mappa, ovunque gli europei sono arrivati e hanno lasciato tracce», mi racconta. «Bishkek, la capitale del Kyrgyzstan, è una città molto europea. Fin dove si arriva?».

La piazza rossa ghiacciata in un pomeriggio di gennaio, a -24°C. / Foto di Pain De Route / Tutti i diritti riservati

E così sono iniziati i suoi viaggi, sempre più a Est. Prima i Balcani, poi l’Est Europa, poi il Caucaso e infine la Russia e i territori ex-sovietici, che sta esplorando in questi mesi. I posti che le sono rimasti più nel cuore sono la Georgia e l’Armenia, paesi dei quali parla con un luccichio negli occhi.

Il blog l’ha aperto proprio dopo il viaggio dei 18 anni, nei Balcani, che le sono rimasti incisi nel cuore. «Dopo quel viaggio, avevo bisogno di depositare un pacchetto di emozioni. Le dovevo buttare fuori per sanità mentale». E così è nato il suo diario online, pieno di articoli sui posti che ha visitato, sulle emozioni che ha provato, e pieno di tantissimi articoli e consigli utili ai viaggiatori più intraprendenti. Eleonora riceve moltissime domande dai suoi lettori, alle quali è felicissima di rispondere. «Sta diventando quasi un lavoro», mi dice con orgoglio.

Un ristorante bruciato sul Mar Nero a Sukhumi, in Abkhazia, regione separatista della Georgia. / Foto di Pain De Route / Tutti i diritti riservati

Uno dei viaggi più intensi e decisamente oltre il limite del viaggiatore tradizionale che Eleonora mi racconta è quello in Abkhazia. È uno stato non riconosciuto dalla maggior parte del mondo, perchè faceva parte della Georgia, dalla quale si è staccato dopo una sanguinosa battaglia d’indipendenza. Non c’è alcuna assistenza diplomatica, il telefono non prende e la polizia può tranquillamente fermarti e chiederti molti soldi, solo per permetterti di passare da una certa strada. «È un posto meraviglioso, ma mi sono sentita completamente sola in Abkhazia. Ci sono cose che diamo totalmente per scontate nella vita e nei viaggi di tutti i giorni e non possiamo neanche immaginare che la legge del Far West possa regnare in posti così geograficamente vicini a noi».

Eleonora ha viaggiato tantissimo in autostop, con Couchsurfing, Bla Bla Car, tutti i mezzi più economici che permettono di risparmiare e allo stesso tempo di conoscere molte persone durante il viaggio. «Viaggio sempre con cifre ridottissime e ogni soldo che guadagno lo tengo via per un futuro viaggio. Borse di studio, mance dei parenti, soldi delle ripetizioni, piccoli lavoretti che faccio qua e là, ogni centesimo è risparmiato per voli aerei e attrezzatura adatta al posto dove andrò. I miei amici mi regalano solo cose che possono servirmi per viaggiare».

Notte in un furgone merci, da Bishkek ad Osh, in Kirghizistan. / Foto di Pain De Route / Tutti i diritti riservati

Come ogni viaggiatrice esperta, Eleonora ha imparato a ridurre tutto all’osso. Mi informa che a volte pensa che potrebbe partire solamente con un coltellino svizzero. «Se ho quello, sono a posto. Una volta ho dimenticato la spazzola e non mi sono potuta pettinare per tre settimane. Ero un disastro», mi dice ridendo. Ha viaggiato spesso da sola ed è una cosa che consiglia di fare a tutti almeno una volta. «La mia ragione è semplice: non mi piace fare compromessi e voglio fare e vedere quello che più mi interessa. Sono pochissime le persone con cui posso condividere i viaggi più intensi. Tramite Couchsurfing mi capita sempre di conoscere persone fantastiche che mi ospitano e non mi sento sola. Mi piace così».

Con i bambini del quartiere ebraico di Samarcanda, Uzbekistan: uzbeki, tagiki, kirghisi e russi. / Foto di Pain de Route / Tutti i diritti riservati

In questo post emblematico della sua filosofia di vita, Eleonora ci spiega che viaggiare è tutta una questione di priorità. Se vuoi davvero farlo, rinunci ad altre cose. Ed è quello che risponde a chi le chiede dove trovi i soldi per viaggiare. Le sue prossime mete? Mongolia e Cina. Sempre più a Est. Chissà se c’è Europa anche lì.

In copertina: Free Camping sul lungomare di Durazzo, Albania / Foto di Pain De Route / Tutti i diritti riservati.

La Biblioteca Umana Migrante: un esperimento di inclusione sociale

Immaginate di essere seduti di fronte a un perfetto sconosciuto e che questo vi racconti una storia di vita, la sua. Immaginate che questo sconosciuto vi racconti di un viaggio che qualche tempo fa intraprese in aereo, a piedi, in treno, in barca per raggiungere una nuova terra e una nuova vita. Immaginate di entrare in contatto con le paure, le speranze e le aspettative di chi parte con la consapevolezza di diventare un migrante. È questo semplice meccanismo ad essere alla base di una grande esperienza d’incontro con l’altro: la Biblioteca Umana Migrante. Questa emozionante esperienza di condivisione e conoscenza è stata realizzata a Talca, la capitale della Regione del Maule, situata a 259 chilometri a sud di Santiago del Cile. A renderla possibile è stato il Colectivo MIGRA, nato nel 2014 con l’obiettivo di sostenere il processo di integrazione e convivenza positiva tra la comunità locale e la comunità migrante.

Foto di Claudia Pérez Gallardo e Sebastián Quezada

MIGRA lavora per il rispetto dei diritti umani in una società che negli ultimi due anni ha sperimentato un forte aumento del flusso migratorio. L’idea di realizzare un incontro con I racconti migranti nasce dall’esigenza di creare spazi dove si possa costruire una memoria collettiva e rompere gli stereotipi con il fine di costruire una società più inclusiva e interculturale. Il concetto di Biblioteca Umana non è nuovo: nasce in Danimarca negli anni 2000 grazie all’ONG Stop the Violence, quando un gruppo di giovani decise di agire per lottare contro tutte le forme di discriminazione, violenza e pregiudizio nel proprio Paese. Successivamente, l’esperienza si è replicata in più di 70 stati in tutto il mondo. Grazie al Colectivo MIGRA la Biblioteca Umana arriva per la prima volta in Cile, focalizzandosi sulla tematica della migrazione e con il desiderio che esperienze come questa possano replicarsi e prendere vita in diversi contesti sociali.

Realizzare una Biblioteca Umana non è difficile. È necessario occupare uno spazio pubblico, decorarlo con una scenografia semplice dove i libri umani aspetteranno i suoi lettori – o meglio, ascoltatori – che sceglieranno la storia da ascoltare grazie all’aiuto dei bibliotecari. L’esperienza dura 20 minuti, durante i quali il migrante condivide con il lettore la sua esperienza e chi ascolta può manifestare i propri dubbi o curiosità. Tutto ciò che si fa è prendersi qualche minuto di tempo per sedersi a conversare, con l’obiettivo di conoscersi, capirsi e, di conseguenza, imparare a convivere nello stesso territorio. L’importanza di iniziative semplici come questa riflette l’esigenza di generare più spazi di condivisione tra diverse culture, soprattutto in quelle città che stanno sperimentando un cambiamento nella loro identità tradizionale.

Foto di copertina di Claudia Pérez Gallardo e Sebastián Quezada

The Migrant Human Library: an experiment of social inclusion

Imagine to be seated in front of a perfect stranger who is telling you a story, his life’s one. Imagine that this stranger tells you about a trip he made in the past on foot, by plane, train or boat to reach a new place and a new life. Imagine coming close to the fear, hopes and expectations of a person who has left his country with the awareness of becoming a migrant. This simple mechanism is at the basis of a unique experience of meeting the other: the Migrant Human Library. This moving experiment of sharing and meeting between people has been realised in the city of Talca, the capital of Maule Region, situated 259 kilometres south of Santiago de Chile, Chile. To make this possible was Colectivo MIGRA, an organisation created in 2014 with the aim of supporting the process of integration and positive cohabitation between the local community and migrants. MIGRA is working to grant the respect of human rights in a society that has experienced a great increase in the migratory influx, especially in the last two years.

Photo by Claudia Pérez Gallardo and Sebastián Quezada

The idea to create a meeting with migrant tales rises from the necessity to generate spaces in which people can be involved in creating a shared collective memory, and to break stereotypes in order to create a more inclusive and intercultural society. The concept of the human library is not new: it first appeared in the years 2000s in Denmark thanks to the work of the NGO Stop the Violence, when a group of young people decided to fight against all kinds of discrimination, violence and prejudice in their country. After that, the experience was replicated in more than seventy countries all over the world. Thanks to MIGRA, the Human Library arrives for the very first time in Chile, where it focuses on the thematic of migration, with the hope that it might be re-proposed and implemented in several other social contexts.

Realising a migrant human library is not difficult. What is needed is a simply decorated public space where the human books will wait for their readers – or better, listeners – who will choose their story with the help of librarians. The experience lasts twenty minutes, during which migrants share their life stories with listeners, who can ask questions and satisfy their curiosities. All the participants do is take some time to sit and talk, in order to get to know and understand each other better, and thus adding something to the process of learning to live together and share the same territory. The importance of simple initiatives like this one reflects the need to generate more spaces of encounter between different cultures and social groups, especially in those cities that today are experiencing a deep change in their traditional identity.

Cover Photo by Claudia Pérez Gallardo and Sebastián Quezada

I “luoghi froci” di Bergamo. Tour dagli anni ’70 a oggi

«L’idea era di organizzare tour dei “luoghi froci” di Bergamo: ripercorrere le tappe del movimento omosessuale attraverso gli spazi che ne hanno permesso l’aggregazione». Così Dominguel, giovane attivista gay bergamasco, ci presenta il progetto, ideato in seno all’associazione Bergamo Contro l’Omofobia e ancora irrealizzato, anche a causa della difficile individuazione di questi spazi.

Per capire, subito Dominguel ci trascina nel fermento degli anni ’70: «Via Sant’Alessandro alta, ai tempi, era quasi tutta abitata da ragazzi che organizzavano le grandi ville in comuni condivise; in una di queste case, nel 1976 nasce Radio Papavero: una radio libera trasmessa sui 91.2 heartz. Tra gli speaker, c’è anche un gruppo di iscritti al FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, n.d.r.), che il lunedì dalle 21 alle 23 conduce “Petali di Rosa”, una trasmissione fatta di sketch comici dal gusto marcatamente freak, che inizia a sollevare alcune problematiche: dai limiti imposti alla vita notturna degli omosessuali, al trattamento riservato ai carcerati gay». La radio ha vita breve e poche sono le registrazioni conservatesi (ascoltabili sul sito www.radiopapavero.altervista.org), ma l’attivismo che vi si coltiva si propaga nella città: nel 1977 Petali di Rosa diventa il nome del primo collettivo omosessuale bergamasco, poi rinominato Rivolta (Omo)sessuale, la cui attività si concentra presto sulle problematiche sanitarie, sulla mancanza d’informazione e l’assenza di precauzione, sul mancato intervento nella cura del sempre più diffuso virus dell’HIV. Sul finire degli anni ’70, gli Ospedali Riuniti di Bergamo, oggi destinati a diventare Accademia della Guardia di Finanza, diventano teatro delle rivendicazioni del movimento omosessuale bergamasco, accolte solo, e solo in parte, nel 1987 con la creazione della Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids (LILA).

L’ex Ospedale Riuniti di Bergamo, oggi in via di ristrutturazione.

Negli anni ’80, la realtà omosessuale inizia in qualche modo a uscire dai suoi nascondigli, per apparire sulla scena bergamasca, non tanto occupando spazi, quanto facendo delle piazze cittadine il proprio luogo d’aggregazione: «La stazione –spiega Domiguel- diventa in quegli anni una sorta di passerella per le “divine”, transessuali vestite con cura che la sera vengono a mettersi in mostra; il parcheggio di fronte al Cimitero Monumentale inizia invece ad assumere l’aspetto di “salotto pre e post discoteca”, che conserverà fino agli anni ’90. C’è della prostituzione: la zona attorno al cimitero, ad esempio, offre comodi anfratti, oggi frequentati più che altro da scambisti. Soprattutto, però, rappresentano luoghi di ritrovo». Pochissimi, infatti, sono gli spazi disponibili nell’accogliere chi si dichiara membro della comunità gay. Dominguel racconta l’aneddoto scovato in un giornaletto anni ’80, che riferisce di un Alvaro’s Bar in Piazza Malpensata: «Il locale, non propriamente gay ma tollerante, viene chiuso in seguito a una retata che vede l’arresto della quasi totalità dei clienti per prostituzione o favoreggiamento. Pagata la multa e ridotto l’orario, al proprietario è permesso aprire solo accettando una clausola assurda: i vestiti dei clienti dovranno essere adeguati al loro genere sessuale».

Il Cimitero Monumentale.

La pratica delle retate omofobe continua negli anni ’90, quando la comunità gay inizia ad acquisire spazi e rappresentanze. Il City Sauna Club è il pioniere dell’aggregazione gay in via Clementina: fondato nel 1990, viene subito chiuso in seguito a retata per denunce di prostituzione e millantato traffico di denaro riconducibile ad attività di spaccio. «La riapertura del Club è quasi immediata –ci spiega Dominguel- grazie al fatto di essere federato con associazioni di matrice cattolica come fitness club privato, formula utilizzata da tutte le saune nudiste. Essendo uno dei primi circoli di aggregazione gay, era molto frequentato, perciò più che un disagio morale, creava problemi di parcheggio. L’ambiente interno è ancora lo stesso degli anni ’90: piacevolmente vintage. E anche la clientela, oggi, tende ad essere un po’ “vintage”».

Clientela categoricamente maschile, come spiega Dominguel: «Esistono saune nudiste e saune gay, ma non ho mai sentito parlare di saune lesbiche. La storia del movimento di emancipazione delle donne omosessuali è ancora più complessa di quella maschile, perché coinvolge la causa femminista. L’amore saffico, ad esempio, nella società patriarcale in cui viviamo è tollerato perché evoca uno scenario dell’erotismo eterosessuale maschilista; per questo sono pochi i luoghi di aggregazione dell’universo lesbico: è una realtà spesso disconosciuta».

Aperto ad ambo i sessi e a qualsiasi forma d’espressione sessuale è invece il fulcro della vita mondana omosessuale di Bergamo: negli anni ’90, il civico 9 di via Baschenis conquista il titolo, conservato fino ad oggi, di punto d’incontro d’eccellenza della comunità LGBT. Corrado Fumagalli (nome diventato noto prima per il matrimonio simbolico del 1992 in Piazza Scala con Antonio Ambrosioni, futuro presidente dell’Arcigay Bergamo, poi grazie all’organizzazione di BergamoSex, infine con la conduzione di Misex e la direzione di InterTV) apre il club notturno Nite Lite, che dal 1992 ospita il concorso nazionale Mister Gay e dove nel 1997 lo stesso Fumagalli registra con Maurizia Paradiso le prime puntate di Sexy Bar, famoso talkshow per aspiranti pornodive. «Nel frattempo il Nite Lite si sposta al civico 13 e qui diventa un bar “etero”, il King. –spiega Manuel (all’anagrafe Emanuele Zibetti), da dietro il bancone del Mamo’s, un’istituzione nel panorama omosessuale bergamasco –Io ho preso il locale nel 1999, inizialmente godendo dei successi del Nite qui a fianco. Ci è voluto un po’ di tempo, ma poi anche il Mamo’s si è creato il suo giro di clienti». Un giro incredibilmente variegato: nel paio d’ore che trascorro nel locale, mentre clienti un po’ attempati sostano al bancone, un giovane gay latino entrando saluta Dominguel, un gruppetto di lesbiche si accomoda in sala, qualche coppia etero si ferma ai primi tavoli; ognuno è accolto dalla voce di Manuel, che ha un «ciao amore» sorridente per ogni cliente.

Da sinistra a destra: il proprietario Manuel assieme a Dominguel.

Eppure il Mamo’s è dichiaratamente un locale gay. Chiedo a Dominguel perché abbia bisogno di questa identità: «Quando cerco partecipanti alle manifestazioni organizzate da Bergamo Contro l’Omofobia, è qui che vengo. È un bar come un altro, ma oltre questo è un luogo di comunità».

 Testo di Sara Ferrari. Fotografie di Francesca Gabbiadini.

Il mio coming out – seconda parte

In occasione del festival Orlando di Bergamo, dedicato all’identità di genere, e della “Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia” del 17 maggio, Pequod ha chiesto a diversi ragazzi e ragazze di raccontare le loro esperienze di coming out e cosa hanno significato per loro. Di seguito riportiamo la seconda parte dei loro racconti (qui trovate la prima), editati e ridotti per ragioni di spazio e di chiarezza.

 

Dominguel Radesca, 28 anni, Bergamo

La prima volta che ho fatto coming out è stato a 19 anni circa con i miei capi scout. Era agosto ed eravamo da poco tornati da un viaggio in bici Bergamo-Roma, la più grande sfacchinata della mia vita. Una volta rientrati a casa, ricordo di aver pensato: «Se sono riuscito ad arrivare fino a Roma in bici, posso anche dire al mondo di essere un finocchio…». Ho quindi chiesto ai miei capi scout di trovarci una sera perché dovevo dir loro qualcosa e così, davanti a una bottiglia di ottimo rum di Santo Domingo, ho fatto il mio primo coming out. Quello che più mi preoccupava era soprattutto come riuscire a conciliare la mia sessualità con l’appartenenza agli scout, notoriamenti cattolici. In realtà è andato tutto bene e abbiamo continuato serenamente a bere il nostro rum insieme. Da parte dei miei genitori, invece, la reazione è stata molto diversa. In particolare mio padre, dopo aver letto la lettera in cui gli spiegavo di essere gay, mi ha detto: «Siediti e stai zitto: io parlo e tu ascolti». Ha quindi iniziato a farmi un lungo discorso sulla Chiesa cattolica e il suo Magistero, a cui io non avevo alcun diritto di replica. Ripensandoci a posteriori, credo che forse avrei potuto aspettare un po’ a parlargliene, magari affrontando la questione in un altro modo. Credo che diverse associazioni per i diritti dei gay spingano i giovani omosessuali a fare coming out con la rassicurazione che non saranno soli, che avranno loro come famiglia, ma sono tutte bugie. In realtà in quel momento sei solo, sei tu di fronte alla tua famiglia e ai tuoi amici. E’ per questo motivo che la decisione di parlare o meno del proprio orientamento sessuale spetta esclusivamente all’interessato e a nessun altro.

Kevin, 28 anni – Tutti i diritti riservati.

Kevin, 28 anni, provincia di Venezia

La prima persona a cui ho confidato di essere gay è stata un’amica di lunga data, tra la prima e la seconda superiore. Era una persona dalla mentalità aperta e, dopo un’iniziale reazione di stupore, l’ha accettato senza alcun problema. Ho deciso di parlarne con lei e, in seguito, anche con il resto dei miei amici più stretti perché volevo essere più libero nel rapporto con loro, ma di riflesso anche in quello con me stesso. Volevo che mi accettassero per quello che ero e che continuassero a volermi bene come prima, due cose che all’epoca non davo affatto per scontate. Durante le superiori quindi, sentivo di vivere una sorta di doppia vita: mi sentivo in un modo all’interno del gruppo di amici che lo sapevano e in un altro con il resto della società, non è stato semplice. All’università, invece, essendomi “dichiarato” fin dall’inizio o quasi, mi sono sentito molto più libero e spontaneo, non dovevo più stare attento a quello che dicevo, mi preoccupavo meno di quello che avrebbero pensato gli altri.
Un altro coming out che per me è stato significativo è quello con mia madre, la cui approvazione per me era assolutamente essenziale. Devo dire che ha sofferto molto all’inizio, era in ansia perché aveva paura di quello che sarebbe potuto accadermi, di come mi avrebbe trattato la gente. In breve tempo, però, si è resa conto che non c’erano pericoli reali e adesso è molto tranquilla al riguardo, ne parliamo senza problemi e il nostro rapporto non ne ha assolutamente risentito. Per quanto riguarda mio padre, invece, lui è stata l’ultima persona a cui l’ho detto, solo qualche mese fa. Avrei voluto farlo da tempo, ma mia madre mi ha chiesto di evitare, perché non voleva che si creassero ulteriori tensioni in famiglia. Per me però era importante che lui lo sapesse da me e non da altri, perché mio padre rappresentava la fascia di società che sapevo essermi ostile e spettava quindi a me affrontarla. Come prima reazione ha subito bollato la cosa come “anormale”, preoccupandosi di cosa avrebbero pensato i suoi amici. Mi ha anche chiesto chi era stato a violentarmi, perché credeva che per diventare gay si dovesse necessariamente aver subito una violenza. Conoscendo mio padre, con la sua ossessione per la “normalità” e il suo ideale di famiglia del Mulino Bianco, non mi aspettavo una reazione positiva ed ero quindi preparato. Sono comunque felice di averlo fatto. Ora non provo più l’ansia di dover cambiare discorso quando lui entra nella stessa stanza con me e mia madre. Non credo che lui se ne sia ancora fatta una ragione, ma io mi sento più libero.

Sabrina, 27 anni, Bergamo

Il mio non è stato un vero e proprio coming out, nel senso che non sono mai andata dai miei genitori dicendo «Mamma, papà, sono lesbica». E’ semplicemente successo che a 14 anni, in prima superiore, ho fatto amicizia con una mia compagna di classe e il nostro rapporto si è gradualmente trasformato in qualcosa d’altro. All’inizio ne ero molto confusa, davo la colpa al fatto che quando uscivamo insieme spesso eravamo magari un po’ alticce… Col tempo invece siamo diventate una coppia vera e propria: andavamo in giro mano nella mano, ci baciavamo in pubblico. Di conseguenza tutti l’hanno saputo, inclusi i miei genitori, che non l’hanno presa molto bene. Durante i due anni in cui io e la ragazza siamo state insieme, mia madre non mi ha mai permesso di portarla a casa, non ne voleva sapere. Mio padre si sforzava di più di capire, di ampliare un po’ la sua visione del mondo, ma comunque la nostra storia non è mai andata giù alla mia famiglia. Per me all’inizio non è stato semplice, perché molti mi guardavano storto, mi giudicavano; io, però, mi sono circondata delle persone che mi avevano accettata e continuavano a starmi vicino e a volermi bene. Adesso la mia vita è cambiata, sono sposata e quella relazione ormai fa parte del mio passato. Tuttavia sono ancora convinta che l’amore è amore e possiamo amare chi ci pare, uomo o donna che sia.

 

Sandra, 24 anni

Il mio coming out vero e proprio è stato con i miei genitori a 21 anni, quando mi sono fidanzata per la prima volta con una ragazza. Dormivo quasi sempre fuori casa, cosa che non era mai successa prima, così mia madre mi ha chiesto se stavo frequentando qualcuno e le ho risposto semplicemente: «Sto con una ragazza».  E’ stato solo in un secondo momento che ho spiegato a mia madre che sono anche attratta dagli uomini, perché temevo che se gliel’avessi detto subito lei avrebbe continuato a sperare che un giorno sarei arrivata in casa con il principe azzurro e io questo non lo volevo. Entrambi i miei genitori non hanno reagito molto bene alla notizia. Mia madre ha esclamato una frase piuttosto infelice, del genere «Vabbe’, prendiamoci anche questa disgrazia», mio padre non l’ha proprio accettato. Ci sono molti pregiudizi nei confronti dei bisessuali e paradossalmente la bifobia più accesa l’ho riscontrata proprio all’interno della comunità LGBTQ, forse perché siamo visti come traditori dell’identità omosessuale, quando in realtà il nostro è un orientamento sessuale che, in quanto tale, va rispettato. Inoltre, viviamo in una società per cui o sei carne o sei pesce, quindi se si sta nel mezzo si è qualcosa di strano, di non inquadrabile.

Anahì Gendler, 28 anni – Tutti i diritti riservati.

Anahì Gendler, 28, Bergamo, di origine israeliana

Il mio coming out effettivo è avvenuto piuttosto tardi, intorno ai 24-25 anni, dopo un percorso alquanto lungo e graduale. Già al liceo avevo avuto un’esperienza molto intensa dal punto di vista emotivo con una ragazza, ma ho iniziato ad assumere una vera e propria consapevolezza della mia sessualità a 22 anni, quando lavoravo – non a caso – presso un centro per i diritti LGBT a Tel Aviv. In quel contesto mi sentivo al sicuro e ho iniziato quindi a parlarne a colleghi, amici e, infine, anche a mia madre. Con lei è stato più complicato, sentivo di averla spiazzata, non sapeva cosa dire o fare, era come se non riconoscesse più sua figlia, era spaventata. Mio padre, invece, quando ha affrontato l’argomento l’ha fatto con un sorriso sincero e pieno di affetto e alla fine ha commentato: «Be’, sappi che a me va bene tutto, mi basta che tu sia felice». Non mi ha chiesto come, quando e perché, quasi ad analizzarmi come se avessi contratto una strana malattia; mi ha fatto capire che andava bene, perché era qualcosa che mi apparteneva e quindi era anche qualcosa di bello. Parlando in generale, la cosa che più mi dispiace è che si debba parlare del proprio orientamento sessuale sempre con la sensazione che sia qualcosa che bisogna conquistarsi perché diverso. Vorrei tanto che un giorno non fosse più necessario fare coming out, che far parte della comunità LGBT non venisse più considerato un problema, bensì una risorsa.

Su richiesta di alcuni intervistati, alcuni nomi sono stati cambiati per proteggerne l’anonimato.

Interviste di Lucia Ghezzi e Amir Saleh.

In copertina: due ragazze si baciano di fronte alla manifestazione battista contro i diritti omosessuali a Westboro

Servizi contro gli stereotipi: il SAT di Verona e Padova

Innegabili i passi da giganti fatti nel XXI secolo dal movimento LGBT, che nella sua costante richiesta di diritti a istituzioni politiche spesso sorde, ha portato a trasformazioni di forte portata sociale, prima ancora che politica: dall’inserimento delle minoranze discriminate nel mondo del lavoro e della politica, al riconoscimento delle unioni civili, fino alla ridefinizione del concetto d’identità di genere. Quelle delle istituzioni italiane, sembrano però più risposte elaborate di caso in caso per far fronte a necessità (spesso già disagi) ormai innegabili, piuttosto che la presa di coscienza della varietà sociale e delle esigenze di una tale varietà. Ciò si traduce in un’assenza di politiche e soprattutto d’infrastrutture al passo con il progresso previsto dalla legislazione, sopperita solo grazie alla straordinaria capacità di coesione e associazionismo che in questi anni il movimento LGBT ha dimostrato possedere.
Un esempio concreto viene dal mondo del transgenderismo: già dagli anni ’80, la legge prevede il riconoscimento del sesso di transizione, ma lasciando ai tribunali discrezionalità sulle prerogative richieste e, nello specifico, sulla necessità o meno dell’intervento chirurgico adeguato ai dati anagrafici. Mentre si moltiplicano negli ultimi anni i ricorsi e le sentenze che riconoscono il genere acquisito senza intervento chirurgico, non sembra essere ancora in programma un sistema socio-psico-sanitario nazionale capace di operare nella realtà transgender. È ancora una volta il movimento stesso a dar vita a strutture che, oltre a offrire supporto medico e legale, accompagnino nel percorso di transizione, attraverso sportelli aperti, incontri di gruppo e sedute con psicologi. Un esempio concreto di questa cooperazione arriva dal Veneto, dove dal 2011 è attivo il Servizio Accoglienza Trans (SAT).

Promosso presso la sede del Circolo Pink (una tra le associazioni LGBT più datate della penisola: nata come circolo Arcigay nel 1985), il SAT è stato inaugurato prima a Verona e poi a Padova, accogliendo nell’arco di sei anni di attività le richieste di quasi 300 persone. A spiegarci l’attività del SAT è Ilaria Ruzza, responsabile del punto d’ascolto aperto a Padova nel 2015: «Il Servizio si rivolge alle persone trans, transgender e gender variant che ravvisano la necessità di trovare un luogo in cui le loro esigenze siano accolte e ascoltate. Per alcune persone si tratta di iniziare il percorso di transizione; per altri, anche solo il poter parlare in merito alla propria identità di genere e/o orientamento sessuale è utile per fugare alcuni dubbi. Tutti/e gli/le operatori/trici che prestano servizio nel SAT hanno il compito di accogliere chi a noi si rivolge, ascoltare necessità, incertezze, perplessità e cercare di dare una risposta pratica e concreta a queste esigenze».
Il Servizio affianca quanti vi si rivolgono dando rilievo a tutti gli aspetti e alle componenti coinvolti in un processo di transizione: oltre ai colloqui con operatori/trici, si propongono «gruppi di auto mutuo aiuto, gestiti da persone trans per persone trans, e momenti di incontro per i genitori di persone trans/transgender»; sono disponibili inoltre professionisti, «come una psicologa psicoterapeuta, un medico endocrinologo e due avvocati». Servizi non sempre facili da offrire, spesso proprio a causa di una politica che continua a nascondersi necessità impellenti: «La difficoltà più grossa che riguarda il Servizio –spiega ancora Ilaria Ruzza- è senza dubbio la mancanza di un finanziamento stabile e continuo: tutti gli operatori sono volontari, abbiamo le spese di una sede da mantenere (affitto, utenze, etc.), nonché quelle relative alla stampa dei materiali e ai rimborsi spese dei volontari. Inoltre, molto spesso ci scontriamo con una realtà estremamente bigotta e retrograda, soprattutto a Verona, che ci impedisce la realizzazione di alcune iniziative».
Tra gli esempi più recenti di questo ostruzionismo silenzioso, la mancata partecipazione di due operatori trans del SAT all’incontro previsto per martedì 16 maggio presso l’Università di Verona, in occasione della Giornata Internazionale contro l’OmoLesboBiTransfobia: l’invito, avanzato dagli studenti di medicina, è stato revocato all’ultimo per ragioni d’indisponibilità di aula e di procedure di comunicazione interna all’università; motivazioni che hanno sollevato diversi dubbi, in primis all’interno dello stesso Circolo Pink.

Del resto, sebbene molteplici siano i segnali di apertura, una forte discriminazione sociale continua a investire l’universo transgender, come ci spiega Ilaria Ruzza quando le chiediamo quali siano le maggiori difficoltà che una persona trans si trova ad affrontare: «Sicuramente le difficoltà provengono al 98% dall’ambiente sociofamiliare in cui la persona trans, transgender o gender variant è inserita. E’ innegabile che vi siano ancora una serie infinita di luoghi comuni negativi che riguardano il mondo T* (uno su tutti, il binomio che è quasi automatico tra donna trans e prostituzione), che molto spesso vengono introiettati dalle famiglie, dai parenti e dagli amici delle persone trans che, dunque, si mostrano ostili o poco disponibili nei loro confronti. L’immagine, poi, che viene restituita dai media non aiuta in tal senso, dato che frequentemente si associano le persone trans (e specialmente le donne) a episodi di violenza, tossicodipendenza o fatti di cronaca. La realtà del mondo trans, in verità, non è molto diversa da quella di tutti gli altri: fatta di quotidianità, difficoltà, affetti e amicizie».
Non molto diverso da quello di “tutti gli altri” è anche l’obiettivo che il SAT si propone e che Ilaria Ruzza spiega raccontando di uno dei momenti più felici vissuti lavorando nel SAT: «L’anno scorso, anche a Verona, è stato organizzato Mister T, un concorso di “bellezza” per ragazzi trans. Per noi è stato davvero entusiasmante vederli sfilare sul palco, orgogliosi, fieri, entusiasti e felici. Che poi, è come vorremmo fossero tutti i giorni!».

Spiegando le motivazioni per cui è entrata a lavorare nel SAT, accanto a uno spiccato senso etico sociale che altruisticamente anela a un continuo ampliarsi dei diritti, Ilaria Ruzza mette ancora una volta in luce la portata della rivoluzione cui il movimento LGBT ha dato avvio: «Personalmente, stare nel Sat Pink è il modo più concreto e efficace di fare politica: agevolando il non sempre facile percorso di transizione, in un paese per molti versi ostile come lo è alle volte il nostro. Inoltre, è un eccellente modo per potersi mettere in discussione su quelli che sono gli stereotipi legati al genere e al binarismo sessuale nei quali siamo cresciuti e che quotidianamente si ripresentano nella nostra vita».

Il mio coming out – prima parte

In occasione del festival Orlando di Bergamo, dedicato all’identità di genere, e della “Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia” del 17 maggio, Pequod ha chiesto a diversi ragazzi e ragazze di raccontare le loro esperienze di coming out e cosa hanno significato per loro. Di seguito riportiamo i loro racconti, editati e ridotti per ragioni di spazio e di chiarezza.

Andrea, 28 anni, Nembro (BG)

Ho parlato apertamente della mia omosessualità per la prima volta a 14 anni con la mia migliore amica, compagna di classe al primo anno di liceo artistico. Dopo di lei progressivamente tutti hanno saputo di me, non c’era più nessun tabù. Amici e famiglia, genitori inclusi, mi avevano accettato serenamente e non aveva più senso omettere ciò che era parte di me. Il mio coming out è stato una scelta dettata dalla necessità di condurre una vita alla luce del sole, lontano da paure e paranoie, da bugie, sotterfugi e omissioni. Vivere onestamente con sé stessi è un’esperienza esclusivamente positiva: non potrei accettare di vivere diversamente.  

Foto di Lorenzo – Tutti i diritti riservati.

Lorenzo, 28 anni, Ranica (BG)

Il mio coming out è stato a 22-23 anni, con la psicologa che vedevo da alcune settimane. Reprimere la mia sessualità mi aveva reso una persona infelice e profondamente insicura. Ho iniziato a soffrire di attacchi d’ansia regolarmente e senza motivo apparente, al punto che rinunciavo a partire per un viaggio o ad uscire con gli amici. La situazione era diventata insostenibile e questo mi ha spinto a iniziare il percorso di psicoterapia che poi mi ha portato a fare coming out. Da quel momento la mia vita è stata rivoluzionata in senso positivo. Ne ho parlato con tutte le persone a me più vicine, per me era fondamentale che sapessero chi ero, è stata un’esigenza quasi fisica. Inoltre, da bambino e adolescente evitavo situazioni o comportamenti che vengono comunemente associati all’omosessualità, cercavo di reprimere atteggiamenti considerati femminili che mi avrebbero fatto additare come “frocio”, il classico epiteto per denigrare chi come me non si comportava “da maschio”. Sicuramente il mio coming out è stato rallentato dall’aver interiorizzato questa omofobia “silenziosa” senza che ne fossi davvero consapevole. Fare coming out mi ha consentito di iniziare a vivere la mia sessualità ma anche di accettare il mio corpo ed esprimere in modo più libero la mia personalità, quindi per me è stato un po’ come ricominciare a vivere.

Arthur, 27 anni – Tutti i diritti riservati.

Arthur, 27 anni, Pavia, brasiliano di origine

Ho parlato per la prima volta del mio orientamento sessuale a 17 anni con i miei genitori mentre eravamo in vacanza. Si è trattato più che altro di dire quello che già sapevano, in quanto fin da piccolo avevo atteggiamenti effeminati. Se mio padre ha reagito in maniera assolutamente serena e tranquilla, mia madre all’epoca ci è rimasta un po’ male. Devo dire che la sua reazione mi ha sorpreso. Ha sempre avuto più amici gay che eterosessuali, quindi credevo che l’avrebbe presa piuttosto alla leggera. Dopo di loro l’ho detto ai miei amici, che non hanno avuto alcun problema ad accettarlo, anzi, mi hanno rispettato ancora più di prima. Ognuno deve fare coming out in base ai suoi tempi, non bisogna spronare qualcuno a dichiararsi se non si sente pronto, ma farlo è una liberazione.

Adele, 27 anni, Bergamo

Il mio primo coming out è stato con un’amica a 15 anni. E’ successo un po’ all’improvviso, senza pensarci. Chiacchieravamo del più e del meno e mi è venuto naturale confidarmi con lei. Sul momento l’ho vissuto come una liberazione e la mia amica mi ha convinta a parlarne con mia madre la sera stessa. All’epoca pensavo che fosse la cosa giusta da fare, ora se tornassi indietro forse non agirei tanto d’impulso… La reazione di mia madre mi ha lasciata completamente spiazzata. Fin da subito non ha accettato la cosa; l’ha minimizzata, dicendomi che era solo una fase e che col tempo avrei capito e sarei cambiata, e mi ha criticata, dicendo che era qualcosa “che faceva schifo”. Mi ha inoltre espressamente chiesto di non dirlo ad altri. Lavorando in ambito scolastico temeva il giudizio del suo ambiente, non voleva che si venisse a sapere. La sua reazione è stata traumatica per me e ha portato a quasi dieci anni di silenzio in famiglia. Mi ha profondamente ferita, soprattutto all’inizio, e i primi anni sono stati duri. Poi però è sopraggiunta una forte voglia di ribellione e di rivincita e ho iniziato a dirlo a tutti, per dimostrare che io non dovevo vergognarmi proprio di niente. Non è stato facile, ma dopo averlo detto a mia madre non mi sono più nascosta, avevo capito chi ero, non ho represso più nulla. Credo che lei non l’abbia ancora accettato e probabilmente non lo farà mai, ma col tempo abbiamo ripreso i rapporti e ora le cose tra noi sono migliorate. Se dovessi dare un consiglio a dei genitori su come reagire in caso il loro figlio faccia coming out con loro, direi loro soprattutto di non giudicarlo, di non dire frasi che lo possano ferire, perché se le porterà dentro per tutta la vita.

Francesca (a destra) con la sua ragazza Anna (a sinistra) – Tutti i diritti riservati

Francesca D’Onghia, 20 anni, Valbrembo (BG)

Ho fatto coming out per la prima volta all’età di 14 anni circa, con mia madre. Stavo già con la mia attuale ragazza allora, ma ero troppo giovane per vivere in modo sano la relazione. Ero abituata a tenermi tutto dentro e a piangere in silenzio, avevo bisogno di sfogarmi con qualcuno o non sarei riuscita a sopportare la situazione ancora a lungo, perciò ho deciso di parlarne a mia madre. All’inizio ero in grande imbarazzo, perché fin da piccola mi ero accorta di provare attrazione per le ragazze, ma non riuscivo ad accettarlo: era troppo strano, ero troppo strana. Mia madre invece mi ha fatto subito sentire a mio agio, calmando le mie paranoie e lasciandomi sfogare. Ricordo quella sera come una sera di lacrime, sì, ma la annovero tra le più soddisfacenti della mia vita. Da allora sempre più persone sono venute a conoscenza della mia relazione e ormai credo che tutti siano consapevoli del mio orientamento sessuale. Non provo vergogna, ma orgoglio, orgoglio di essere finalmente ciò che voglio, ovunque e con chiunque. Questo è il consiglio che darei a un adolescente che non ha ancora fatto coming out: non bisogna fingere di essere quello che non si è solo per adattarsi alle aspettative degli altri. Gli amici che non ci comprendono e non ci accettano forse non sono poi così amici. La famiglia che spera che il figlio non sia gay è forse la stessa che pensa che la sua vita gli appartenga. Tutti noi siamo figli, amici, nipoti e fratelli, ma non apparteniamo a nessuno, se non a noi stessi. Nessuno può influenzare la nostra vita al punto da costringerci ad interpretare un ruolo che non ci appartiene.

 

Su richiesta di alcuni intervistati, alcuni nomi sono stati cambiati per proteggerne l’anonimato.

Interviste di Sara Alberti, Francesca Gabbiadini, Amir Saleh.

In copertina: due ragazzi si baciano davanti alla chiesa battista di Wesboro (ph. Karen Bleier/AFP/Getty)

“Il mondo che sogno”: migranti e rifugiati contro l’omofobia

Per la Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia, che si celebra come ogni anno il 17 maggio, Il Grande Colibrì ha prodotto il video che potete vedere qui sotto, e che vi chiediamo di condividere il più possibile. È stato completamente ideato, progettato e realizzato da persone immigrate, rifugiate o di “seconda generazione”, tutte diverse nella propria nazionalità e nel proprio orientamento sessuale, ma unite dal vivere in Italia e dall’impegno a contrastare lo stereotipo, il pregiudizio e l’odio.

Il messaggio che ci danno è apparentemente semplice, ma in realtà incredibilmente ambizioso: sogniamo un mondo senza omofobia e senza transfobia. Non si chiede un passo indietro del pregiudizio, ma la sua totale capitolazione. Lo ripetono tutti nella propria lingua madre: lo fa la nostra volontaria libica Amani, che ha ideato il video; lo fa il nostro vicepresidente algerino Lyas, che ha coordinato il progetto; lo fa il regista pachistano Wajahat Abbas Kazmi, che lo ha reso possibile tecnicamente e ha aiutato tutti a sfruttare al meglio gli scarsi mezzi a disposizione; e lo hanno fatto tutti i 14 testimoni provenienti da 12 paesi del mondo.

Ogni persona ha anche denunciato la situazione del proprio paese: le leggi omofobe, la persecuzione poliziesca, l’esclusione sociale delle persone omosessuali, gli omicidi diffusi di quelle transessuali. Alcuni di questi testimoni hanno ricevuto asilo in Italia proprio a causa delle discriminazioni e delle violenze che raccontano, altri sono eterosessuali che non sopportano l’intolleranza nei confronti delle minoranze sessuali. Questo sguardo sul pianeta ci ricorda che la lotta è inevitabilmente globale, che dobbiamo impegnarci per il nostro orticello di casa ma anche per il mondo – perché il mondo è il nostro orticello di casa, perché il nostro orticello di casa contiene il mondo, e poi perché è semplicemente giusto così.

Tra le denunce non poteva mancare quella relativa all’Italia: da una parte, anche questo paese ha un lungo cammino da fare, dall’altra non dobbiamo dimenticarci che dalla lotta contro il pregiudizio nessuno può e deve sentirsi escluso, né tanto meno il pregiudizio altrui (che “altrui” non è affatto) può giustificare le nostre forme di intolleranza, come la xenofobia o l’islamofobia.

Non è allora un caso se questo video parla in italiano agli italiani. Tutti i testimoni del video assumono giustamente un ruolo di attori politici pieni, svincolati dalla tutela di un paternalismo benevolo, liberi dal bavaglio di una xenofobia malevola. Parlano di diritti umani nell’unico modo sensato: come esseri umani portatori di diritti e di doveri scritti nella carne della nostra comune umanità, e non nella sabbia di scandalose distinzioni o di fumose riconoscenze. Perché non ci possono essere limiti al rispetto o scuse all’odio in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione, all’orientamento sessuale o all’identità di genere.

Non è poi così difficile da capire, basta ascoltare Miguel, splendido e combattivo figlio di due combattive e splendide mamme sudamericane. Lui, “italiano, peruviano e brasiliano”, rappresenta l’Italia nel video, perché è lui l’Italia del futuro. È lui l’Italia e il mondo che sogniamo. È lui l’Italia e il mondo che vogliamo. È lui l’Italia e il mondo che costruiremo, perché gli abbiamo promesso un mondo senza omofobia e transfobia e non potremo fermarci finché non glielo avremo dato.

Articolo di Pier.

Fonte: Il Grande Colibrì

La notte di Croce al Toilet Club

Travestimento. Alletta e fa divertire l’uomo a teatro, sui palcoscenici delle popstar, all’opera, nei musical: riflettori e camuffamenti fanno si che i ruoli si scombinino in modo bizzarro e irriverente, le parti si ribaltano e se aggiungiamo un pizzico di divertenti rimandi alla sfera sessuale, il divertimento è assicurato.

Notte. Croce, ogni weekend, raggiunge il suo ragazzo che sta vicino a Milano e lo segue nel suo lavoro di Dj: da ormai quattro anni animano la serata Vergona presso il Toilet Club di Milano, insieme ad altri amici. Siamo al Q21, un locale in via Padova ma quando arriva l’estate la festa si sposta al chiringuito del parco Forlanini.

Giorno. Simone è un grafico bergamasco di 39 anni. Simone è Croce.

Simone guarda le immagini di Nina Hagen e Siouxie le ammira e prende spunto da loro per il trucco, «l’abbigliamento che scelgo arriva per il 90% da negozi di vestiti usati. Mi piace rovistare e riciclare l’abbigliamento, soprattutto quello di qualche decennio fa. Il mio cavallo di battaglia? Il cerone bianco, le parrucche appiccicose di lacca, le calze a rete e un paio di Buffalo. Non provo mai niente prima di una serata, adoro il freestyle e mi ispiro ai grandi performer della musica pop, cercando ovviamente di dare il meglio nel fare il contrario. Faccio tutto questo perché mi diverto, non sono un professionista. Posso permettermi di sbagliare il testo di una canzone, di fare una linea storta di eyeliner, di non indossare tacchi e di levarmi la parrucca ad una certa, ma nessuno mi deve sgridare».

L’habitat ideale di Croce e della sue amiche è la discoteca: un luogo in cui si balla da soli così come personali e solitarie sono le esibizioni . Continua Simone: «Esistiamo e funzioniamo come gruppo. Quando una è più brutta dell’altra, i riferimenti si resettano e sembriamo tutte splendide. La Croce non sarebbe lei senza la Rachele, La Mestruo non sarebbe la Mestruo senza la Zingaro, la Coriandola non sarebbe tale senza la Trapezia. I nomi sono tutto un programma di quello che vi trovate di fronte se decidete di entrare nel nostro manicomio».

La serata si apre con un’esibizione che hanno chiamato Lip Show, spiega Simone: «in queste serate ci alterniamo sul palco, facciamo il lipsync delle nostre canzoni preferite (o viceversa), sfottendoci a vicenda. Diciamo che crediamo molto di più nello sfotterci a vicenda che non nel fare delle belle esibizioni. Gli elementi che non possono mancare sono le travestite, la musica, un microfono finto e una luce che ci illumina» . L’obbiettivo finale è il divertimento.

Luci, musica, drink colorati, ammiccamenti casuali che strappano una risata. Croce e le sue amiche non credono di essere dive. «Personalmente mi sento un clown, una poveraccia quarantenne che prende in giro la vita diventando la caricatura di se stessa. La gente va in discoteca per sfogarsi, bere, ballare e conoscere altra gente. Il sesso fa parte di questo circo, pertanto ogni suo riferimento funziona».

Questo mondo affascinante e bellissimo è stato recentemente documentato da Marco Riva, un fotografo amico di Simone: «Conosco Marco da un po’, finché un giorno mi chiede di potermi ritrarre come Simone. Io gli propongo di farlo come Croce e di venire al Toilet che ne diventerà il soggetto ritratto negli scatti». Tra il 2014 e il 2015 vennero realizzate le sessioni fotografiche che vanno ad indagare il backstage , il momento dell’allestimento e quello della preparazione, fino alla messa in scena. La base rimane la serata eccentrica e alternativa milanese: il sabato notte al Toilet Club. Come avrete immaginato, il tema dominante è quello del travestitismo che segue un percorso legato a drag queen e club kids, verso una ricerca dell’identità e la figura umana dei soggetti.

Potete visitare questa serie fotografica presso la mostra Toilet – Immagini per transizione alla 255 Raw Galley in via Tasso 49 a Bergamo. La mostra fa parte del calendario del festival Orlando – Identità, relazioni, possibilità (Bergamo, 14-21 Maggio 2017).

Fotografie di Simone Facchinetti

ORLANDO, il festival raccontato da Mauro Danesi

Per tutti i cittadini disponibili ad ampliare i propri orizzonti, una rassegna queer può essere l’occasione per osservare le trasformazioni della società e delle identità umane. Il festival Orlando, alla sua quarta affermazione, da ieri e fino a domenica 21 maggio trasforma Bergamo dedicando oltre una settimana all’identità di genere, alle relazioni, agli stereotipi, al corpo e alla ricchezza che scaturisce dall’incontro con l’altro.  Orlando è un progetto di Lab 80 film, l’associazione di cultura cinematografica più longeva d’Italia, sempre alla costante ricerca di nuovi progetti, autori e linguaggi a cui dare visibilità. Oltre trenta eventi sparsi per la città tra film in anteprima, spettacoli di teatro e danza, mostre, incontri e momenti di formazione, sia per adulti che per bambini, con la possibilità di un viaggio interdisciplinare tra generi e generazioni.

Mauro Danesi, curatore del festival, si è sempre interessato di progettazione culturale e organizzazione, in un continuo percorso di crescita fatto di studio e osservazione. Dopo gli studi in psicologia e quattro anni di medicina, approda all’ambito teatrale seguendo corsi di teatro danza e lavorando come attore dal 2006 con il Teatro Tascabile di Bergamo. Orlando «è esattamente un lavoro di squadra a più teste e più corpi», commenta Mauro, «ho frequentato qualche storico festival queer italiano, sperimentando come potessero essere spazi di libertà e sperimentazione, che allargano le gabbie strette dei pochi modelli imposti rispetto alle identità e alle relazioni. Da lì è nato il forte desiderio, in dialogo con amici e amiche che l’hanno sostenuto, di provare a portare un progetto queer anche a Bergamo, e siamo partiti dal coinvolgimento di Lab 80 film che ha accettato con entusiasmo».

 

Scelte e proposte geniali, eccentriche e di spessore. L’originalità e l’unicità dell’evento trovano fondamento nella stima per altre realtà e festival: «tra tutti il principale è Gender Bender di Bologna, un bellissimo festival che da 14 anni propone un programma innovativo e misto per tipologia di proposte e temi trattati.​ Abbiamo voluto lavorare su Orlando in modo altrettanto ibrido, proponendo cinema, teatro, danza e incontri», continua Danesi, «ma poi gli “ingredienti” culturali del programma annuale li andiamo a comporre ogni anno andando a ricercare in festival di cinema e teatro in Italia e all’estero, altri li progettiamo in relazione con i tanti enti con cui collaboriamo, altri ancora sono sperimentazioni che decidiamo di mettere in cantiere dopo lunghe riunioni di staff in cui ci si interroga su cosa possa essere utile ed efficace per un buon cambiamento della nostra società, cosa possa fare la differenza». La principale fonte di ispirazione è sempre l’Orlando di Virginia Woolf, «il romanzo da cui il progetto ha preso il nome e che leggiamo e rileggiamo ogni volta».

Tutti i lavori scelti rispecchiano la complessità del progetto e sono frutto di continua ricerca e sperimentazione, tentativi felici di conoscere l’alterità, la molteplicità delle identità e degli orientamenti sessuali e le visioni contemporanee sul corpo. Tra i tanti, per la sezione danza, «R.osa di Silvia Gribaudi con ironia va ad allentare gli schemi rigidi che spesso limitano i corpi in canoni di bellezza riduttivi, dando respiro e ampiezza alle possibilità di essere ciò che siamo. Nella sezione cinema, la principale, ci ha toccato molto Close-Knit (visto al Berlin International Film Festival lo scorso febbraio) dove il tema dell’identità di genere viene visto attraverso gli occhi di bambini e bambine con uno sguardo leggero e generativo, oppure il commovente documentario Les vies de Therese che affronta con vitalità ed emozione temi tabù come il corpo anziano e la morte». E ancora, «Geppetto e Geppetto di Tindaro Granata (sezione teatro) è pure uno spettacolo che abbiamo selezionato appena visto: il tema di Orlando 2017 è quello delle relazioni e questo spettacolo lo affronta senza evitarne la complessità e la ricchezza».


E così, nonostante gli ostacoli incontrati, il progetto negli anni ha trovato collaborazioni sempre più numerose, una risposta crescente di pubblico e un ampliamento delle attività fino a diventare un progetto annuale. Un progetto che negli anni ha trovato progressivo sostegno. Chiedo a Mauro come spiega, da un lato, la ritrosia sociale verso queste tematiche, dall’altro il crescente desiderio ed interesse ad avvicinarvisi.
«So bene, e ​lo sperimento, che ci sono diffidenze rispetto a questi temi: spaventa l’affrontare la complessità, c’è il timore che aprire le porte metta in pericolo la propria identità (questo accade nell’incontro con le differenze in genere). Ma siamo convinti che proporre modelli altri rispetto allo standard non minacci chi in quei modelli si ritrova bene, così come ampliare diritti e possibilità non vada a limitare quelli pre-esistenti. Al di là delle diffidenze c’è forte il bisogno di allargare le gabbie rispetto alla propria identità, al proprio orientamento sessuale, a cosa debba significare culturalmente e socialmente essere donna o uomo, cosa si possa o non si possa fare, chi si possa o non possa amare. In queste stesse gabbie molti e molte di noi non si ritrovano e desiderano trovare una propria via».
E così, nonostante gli ostacoli incontrati, il progetto negli anni ha trovato collaborazioni sempre più numerose, una risposta crescente di pubblico e un ampliamento delle attività fino a diventare un progetto annuale.

Altro aspetto fondamentale è il lavoro fatto nel campo dell’istruzione. Belle in tal senso sono alcune delle proposte dedicate alle scuole. «Il lavoro di formazione sull’educazione alle differenze è il nucleo di senso del progetto Orlando: quest’anno incontriamo circa 1300 studenti e studentesse delle scuole superiori con l’attività Essere (se stessi) o non essere. È un lavoro sul contrasto dell’omofobia e del bullismo omofobico, che portiamo nelle scuole con Centro Isadora Duncan e Bergamo contro l’omofobia, lavorando con gli studenti a partire dalla proiezione di film che selezioniamo ogni anno». Nell’edizione 2017 un’altra novità: «un progetto laboratoriale di formazione per l’infanzia, Altre storie possibili con HG80, per giocare e leggere senza stereotipi, così come non mancano incontri di formazione per gli adulti».

Già dalla scorsa settimana alcuni laboratori hanno raggiunto il limite massimo di iscrizioni possibili e gli spettacoli prevedono una lunga lista di prenotati. Gli incontri di avvicinamento al Festival sono stati molto frequentati. Questa settimana si annuncia vibrante; Bergamo partecipa alle trasformazioni della società e delle identità sperimentando come «un punto di vista (apparentemente) eccentrico può portare maggiori libertà per tutti i cittadini e le cittadine».

Identità di genere, transessualità e diritti LGBT

Il tema che riguarda la comunità LGBT, che comprende lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, è un tema assai sensibile, per via della visione, spesso distorta, che la società ha di questo fenomeno. Vero è che più il tempo passa e più la società (non con poca fatica) cerca di lasciarsi dietro le incrostazioni retrograde figlie di una concezione della vita spesso bigotta e conservatrice, per nulla al passo coi tempi. Per comprendere il fenomeno LGBT (e quello della transessualità nello specifico) è necessario introdurre il concetto di identità di genere. Essa è definita da come ciascun individuo sente di essere ossia il suo sentimento profondo di femminilità o mascolinità, in relazione al ruolo di genere ovvero ciò che è socialmente e culturalmente definito come maschile o femminile e che risponde alla norma sociale e alle credenze condivise dalla maggioranza. L’orientamento sessuale è invece definito dall’attrazione sessuale che ciascuno sente verso uno dei due sessi, o verso entrambi. È evidente perciò che questi tre caratteri sono presenti all’interno di ciascun individuo con combinazioni singolarmente differenti. Legata all’identità di genere è la condizione di “transessuale”, usata per indicare gli individui che sviluppano un’identità di genere definita (maschile o femminile), ma opposta al sesso biologico di nascita, che verrà quindi “corretto” con terapie ormonali o con la chirurgia per adeguare il proprio corpo alla propria identità.

Il processo di transizione è composto da molte fasi: prima fra tutte quella psicologica, con la quale si valuta la situazione e l’impatto che i passi successivi possono avere sulla persona, mentre la seconda fase, quella della terapia ormonale, ha lo scopo di modificare i caratteri sessuali terziari, per quanto possibile, ed inibire manifestazioni fisiche proprie del sesso biologico di appartenenza (erezione, eiaculazione e ciclo mestruale). Successivamente si avrà l’iter legale: la legge 164 del 1982 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso) prescrive che, nel caso la persona interessata richieda la riconversione chirurgica del sesso, trascorsi due anni dall’inizio del percorso psicologico, i professionisti che l’hanno seguita stilino delle relazioni sulla persona stessa e sul percorso effettuato. Queste verranno utilizzate a supporto della richiesta di autorizzazione all’intervento chirurgico che deve essere inoltrata al Tribunale. Successivamente è necessario un secondo ricorso, col supporto della cartella clinica che attesti l’avvenuto intervento, per ottenere la rettifica dei dati anagrafici, a cui segue la lunga attività di correzione di tutta i documenti (patente, titoli di studio, ecc. ecc.). Va però detto che la Cassazione, con la storica sentenza n. 15138 del 2015, ha statuito che il cambio di sesso di una persona non può essere determinato soltanto dall’intervento chirurgico. Anche in mancanza della demolizione e ricostruzione degli organi genitali “il desiderio di realizzare la coincidenza tra soma e psiche è il risultato di un’elaborazione sofferta e personale della propria identità di genere realizzata con il sostegno di trattamenti medici e psicologici corrispondenti ai diversi profili di personalità e di condizione individuale”, onde per cui la rettificazione di sesso legale non è più subordinata in assoluto alla variazione anatomica del soggetto.

Fonte: Pixabay / CC0 Public Domain

Per quanto attiene la situazione delle coppie omosessuali, non è possibile non citare un altro storico provvedimento legislativo, quello della legge n. 76 del 2016 recante Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze. La cosiddetta legge Cirinnà prende spunto dagli annosi dibattiti che hanno spinto in tutta Europa all’approvazione (seppur non uniforme nel tempo e nei modi) di norme che recepissero le istanze della comunità gay. Ciò è avvenuto anche su impulso del Parlamento Europeo, che nel 2007 aveva invitato “tutti gli Stati membri a proporre leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso”. La legge Cirinnà ha introdotto quindi delle unioni fondate su vincoli affettivi ed economici alle quali l’ordinamento riconosce uno status giuridico analogo a quello attribuito al matrimonio e che possono essere costituite tra persone maggiorenni e dello stesso sesso effettuando una dichiarazione all’ufficiale di stato civile. La coppia assume diritti e doveri quasi del tutto simili a quelli del matrimonio (ad esempio l’obbligo alla coabitazione, all’assistenza morale e materiale, a contribuire ai bisogni comuni in relazione alle proprie sostanze e alla rispettiva capacità di lavoro, sia professionale che domestico), mentre sono stati espunti dalla legge sia l’obbligo di fedeltà che quello di collaborazione, che invece scaturiscono dal matrimonio.

Come previsto per il matrimonio, anche in tema di regime patrimoniale al momento della costituzione di un’unione civile la coppia è chiamata a scegliere tra quello della comunione e quello della separazione dei beni. Oltre a tutto ciò, l’unione civile si differenzia dal matrimonio per altri aspetti. Per prima cosa il cognome di famiglia viene scelto dalla coppia tra quelli dei due uniti, dichiarandolo all’ufficiale di stato civile. Inoltre lo scioglimento dell’unione ha effetto immediato, non essendo prevista l’equivalente della separazione. Altra fondamentale differenza rispetto al matrimonio tra coppie eterosessuali deriva dal fatto che, ad oggi, la legge non contiene l’adozione del figlio minore di un componente della coppia da parte dell’altro (la cosiddetta stepchild adoption), anche se la Cassazione, con la sentenza n. 12962 del 2016, ha dato il via libera all’istituto come garanzia di tutela dell’interesse preminente del minore.

Tanto altro ci sarebbe da fare, come ad esempio una buona legge contro la discriminazione di genere (nel 2013 era stato presento il cd. Ddl Scalfarotto per l’estensione della legge Mancino anche ai crimini motivati dall’identità sessuale della vittima, attualmente fermo al Senato dal 2014), ma come tutti i temi etici resta fermo l’assunto secondo il quale è la società, attraverso un percorso pedagogico, a dover attuare una rivoluzione culturale profonda. Puntare tutto sulle norme giuridiche, seppur importante tassello nel disegno globale, è spesso un approccio fallimentare. Ci auguriamo quindi che in un prossimo futuro la nostra società sia in grado di fare finalmente un salto di qualità sul fronte dei diritti civili e umani fondamentali.