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China: heavy polluter or climate change activist?

China, the biggest emitter of carbon dioxide in the world, is often regarded as a heavy polluter with unbreathable air, gray skies and no interest in environmental sustainability whatsoever. This opinion is certainly endorsed by the American President Donald Trump, who, during his announcement of the US withdrawal from the Paris climate accord, claimed that “under the agreement, China will be able to increase these emissions by a staggering number of years — 13” and “will be allowed to build hundreds of additional coal plants”. However, China says it is seriously committed to reducing carbon emissions. Is Beijing’s commitment to curb emissions nothing else than an empty promise? What policies and actions is the government carrying out in response to climate change?

Beijing on a smoggy day, spring 2010 (photo by Claudio Penzo, All Right Reserved)

To reply to those questions, we must first consider how China’s conception of climate change has changed along the years. China’s emissions have been growing exponentially since the 90s, so much that by 2007 it had overtaken the United States as the biggest emitter of carbon dioxide in the world. The increase went hand in hand with the staggering growth of its economy, which relies heavily on coal, a fossil fuel that produces much more emissions than oil or gas and that is also one of the main causes of the infamous air pollution that plagues many Chinese cities. However, while reducing air pollution has been at the centre of Beijing’s environmental policy for decades, climate change has been long ignored by the government, as it was regarded mostly as a foreign policy matter, not an internal one. It wasn’t until 2007 that climate change has been deemed a matter of national importance with the issue of the first National Climate Change Programme. The document analyzes in details the risks that climate change poses to China, from severe drought in the North, to flooding in the South and on the coast, and provides a general guideline to curb emissions. Since then, Beijing has doubled its efforts to fight climate change, including huge investments on renewable energies and changes to industrial and energy systems, aimed at improving energy efficiency. Thanks to those policies, coal demand has cooled since 2012 and in 2015 PM2.5 concentrations decreased by 21.5% compared to their level in 2013.

China’s huge efforts in fighting climate change in the last decade have been undeniable and the results are indeed remarkable. However, it is true that during international conferences on climate change Beijing has always been reluctant to make bold promises and to agree to a firm cap on emissions. China has always argued that, as a developing country, it shouldn’t shoulder the same strict caps on its greenhouse gas emissions that rich countries should accept. Its position, based on the environmental law principle of “Common but Differentiated Responsibilities”, hasn’t changed even after 2007, despite China becoming the biggest emitter in the world. The pledges that China made in the Paris agreement in 2015 still reflect that principle. Instead of agreeing to a firm emissions cap, China said that it would cut carbon intensity, which is the amount of carbon dioxide pollution released to create each dollar of economic activity. That means China’s emissions can keep increasing as the economy grows – hence Trump’s oversimplifying claim – but they must do so at a slower rate than the growth in gross domestic product. According to the Paris agreement, China will cut its carbon intensity by 60-65% by 2030, compared to its level in 2005. In addition, Beijing government also pledged that its carbon dioxide emissions would reach their peak by around 2030.

Solar energy plant near Hong Kong (photo by WiNG, CC BY-SA 3.0)

Given the current trend of emissions curb, China will probably reach the latter objective much earlier than 2030 and many environmental scientists think Beijing could have made much bolder pledges at the conference.

Nevertheless, China seems to be on its way to a cleaner future, even if some worry that Trump’s decision to withdraw from the Paris agreement could slow the process down, by reinforcing the position of those who oppose faster emission cuts, such as high-carbon industries. At the same time, the US retreat from the climate accord offers China the opportunity to promote itself as a responsible player in global environmental policy and to mitigate the negative reputation it has gained in the last 30 years.

China is not a climate change activist, nor it will become one any time soon, but it is on its way to a cleaner and more responsible future. Trump’s America cannot claim the same.

Cover picture: record levels of smog in Shanghai on 6th November 2013 (photo by Lucia Ghezzi, All Right Reserved).

Una Vita di Collezioni. I 25 anni di viaggio di Luciano e Anna Pocar

Quando si entra nella casa di Luciano e Anna Pocar, in un vicolo nascosto di Bergamo Alta, non si sa dove guardare; in ogni angolo ci sono oggetti: lance ancora acuminate, statuette di animali e figure umane, enormi vasi africani, uova di struzzo, strumenti musicali.
I signori Pocar hanno passato 25 anni della loro vita a viaggiare. Ora hanno ottant’anni, non hanno mai posseduto una tv e parlano delle avventure che hanno vissuto con una lucidità e un entusiasmo contagioso.

Luciano è stato professore di matematica alla Statale di Milano; Anna alle scuole superiori. Per molti anni, prima di andare in pensione, si sono mossi in camper alla scoperta dell’Europa. Mi raccontano di quanto fosse bello viaggiare prima del turismo di massa e di quanto i cambiamenti nei luoghi che visitavano fossero rapidi; tra gli esempi, un villaggio di pescatori in Portogallo, con uomini e donne vestiti con costumi tradizionali in cui si erano imbattuti per caso a inizio anni ‘70, tre anni dopo aveva già perso tutta la sua autenticità.

«Il fatto che persone che prima non potevano viaggiare per mancanza di mezzi possano invece ora farlo, è davvero bello – mi dice Luciano – ma mi intristisce molto la perdita di tradizioni e costumi di popolazioni che le hanno conservate per così tanto tempo».

Nel 1984 prendono una decisione che cambierà radicalmente il loro modo di viaggiare: trascorrono, infatti, due settimane in Rwanda, durante il periodo natalizio, per collaborare con un progetto di volontariato. Anna scopre di questo progetto parlando casualmente con un’amica per strada, che suggerisce che c’è sempre bisogno di volontari. In due settimane nel paese non riescono a fare molto, ma decidono che partire per più tempo per fare veramente la differenza è quello di cui hanno bisogno.

Nel 1985 la scelta di recarsi a Riobamba, in Ecuador, dove trascorreranno 5 anni a insegnare matematica a una comunità montana nell’area, situata quasi a 5000 metri di altitudine. «All’inizio era molto difficoltoso capire gli allievi, perché parlavamo poco spagnolo, – raccontano – ma piano piano siamo riusciti a formare più di 80 bambini». Anna ci dice con orgoglio che uno dei loro primi alunni è ora rettore all’università che hanno con pazienza aiutato a creare. Mentre erano lì, hanno viaggiato in lungo e in largo.

Hanno inizio in questo periodo due delle collezioni più rappresentative dei loro viaggi: quella di presepi e statuine votive tradizionali e quella dei ponchos, che Anna ha raccolto in ogni stato del Sudamerica in cui sono stati, nelle pause dall’insegnamento.

Un’altra collezione molto interessante è quella delle fruste tradizionali. Luciano ci racconta che le fruste non venivano effettivamente usate per picchiare qualcuno, ma come status sociale: più erano elaborate e di materiale prezioso, più la persona che la portava è importante.

Una volta tornati dall’Ecuador, Anna e Luciano non hanno alcun desiderio di rimanere a casa. Decidono quindi di intraprendere l’avventura più difficile di tutte: il volontariato in Rwanda, un posto in cui si erano sempre ripromessi di tornare a fare più di quello che avevano fatto; qui. rimarranno per 4 anni.
Il Rwanda è nel pieno di una guerra civile sanguinosa ed è estremamente difficile portare gli aiuti necessari. Il 6 aprile del 1994, quando inizia il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu, Anna e Luciano si trovano ancora nel paese e sono costretti a scappare, vedendo la morte di persone a loro care e rischiando di rimanere uccisi a loro volta. La scuola che stavano costruendo verrà distrutta; scapperanno e non torneranno in Rwanda mai più. «È stata un’esperienza davvero traumatica, – ci racconta Anna – ma questo non ha fermato il nostro desiderio di continuare a viaggiare».

Torneranno in Sudamerica, andranno in Somalia, vivranno in Madagascar.
Di ogni posto in cui sono stati, hanno aneddoti divertenti, storie toccanti e mille oggetti che descrivono il luogo in cui sono stati meglio di qualsiasi racconto. Gli oggetti più numerosi provengono dall’Africa; di questi, quelli che più mi incuriosiscono sono le mille statuette intagliate in un’impressionante quantità di legni diversi.

Mi raccontano che negli anni novanta, quando tornavano dai loro viaggi e cercavano di raccogliere soldi da donare e impiegare nei loro progetti, era molto più facile trovare persone disposte ad aiutare, anche con cifre sostanziose. Ci dicono che adesso la diffidenza nei confronti delle organizzazioni umanitarie e la crisi economica hanno reso molto difficile trovare persone che si fidino ad affidare dei soldi. «È un peccato, ma capiamo anche che i tempi sono molto cambiati».

Oltre ai viaggi, Luciano è felice di raccontarci di più della sua vita. Suo padre è stato uno dei più grandi germanisti italiani, traducendo per primo le opere di Hesse e Kafka in Italia, per cui Luciano parla perfettamente tedesco sin da bambino. È cresciuto in una casa di studiosi dove la cultura era molto importante. Ha imparato l’arabo, il francese, il cinese, l’inglese e lo spagnolo.
In casa ci sono molti quadri con scritte in arabo e citazioni dal Corano, che mi traduce con entusiasmo.

Oltre alla grande conoscenza teorica, il signor Pocar ha anche una grande manualità e interesse per gli oggetti. Negli ultimi anni la sua più grande passione è costruire meridiane partendo da carta e cartoni, basandosi su teorie diverse circa il calcolo del tempo.

«Ogni volta che passiamo vicino alla famosa meridiana di Città Alta, sotto i portici di Piazza Vecchia, si mette a raccontare alla gente che passa come funziona, e rimaniamo lì per delle ore! – ci dice Anna divertita – Le guide turistiche sono contente quando lo vedono e a volte lasciano a lui l’intera spiegazione».

Uno altro grande hobby di Luciano sono le scienze naturali. Quando arriviamo nel suo laboratorio, totalmente separato dal resto della casa per garantirgli tranquillità e privacy, capiamo quanto tempo abbia passato a studiare e catalogare: animali impagliati, teschi di grandi e piccoli mammiferi trovati qua e là o donati da amici che sanno della sua passione, insetti europei, asiatici e americani, tutti catalogati minuziosamente.

C’è anche una sezione con vari animali in formaldeide: piccoli serpenti, pipistrelli e topi, che tratta una volta trovati già morti.

Con lui scherzo del fatto dovrebbero fare pagare un biglietto d’ingresso: la stanza è talmente ricca di reperti, che non si sa effettivamente più dove guardare.

Passare un pomeriggio con due persone come Luciano e Anna è un toccasana: fa capire che la passione per la cultura e l’impegno per gli altri sono probabilmente ciò che serve per mantenersi giovani, anche a ottant’anni.

Zagabria: dove le storie d’amore finiscono

A volte, senza nemmeno volerlo, ci si trova nel posto giusto al momento giusto. Probabilmente, se non avessi troncato una relazione non sarei mai partita da sola, non avrei incluso Zagabria tra le tappe del mio folle viaggio e sicuramente non avrei visitato il Museum of Broken Relationships [Museo delle Relazioni Spezzate, ndr]. Insomma, questa storia non sarebbe mai stata scritta.

Quando ho preso la decisione di viaggiare sola la scorsa estate, in molti mi hanno detto che stavo per fare un atto di grande coraggio. Sinceramente, per descrivere quello che avevo in mente penso che la parola giusta fosse solo una: incoscienza. La stessa parola che risuonava tra i miei pensieri quando un mattino di agosto, dopo svariate ore di viaggio in scomodi autobus notturni e poco puntuali, io e il mio pesantissimo zaino ci siamo ritrovati in terra croata, precisamente a Zagabria, e ho realizzato che il mio ostello era quanto di peggio potevo aspettarmi sotto svariati punti di vista.

Proprio per fuggire da quell’ostello mi sono diretta subito verso la piazza principale di quella città così particolare, la cui periferia brutta in modo decadente e affascinante al contempo racchiude un centro molto vivace e con una storia tanto interessante quanto crudele. Quando sono giunta a destinazione stava giusto per iniziare uno di quei meravigliosi free walking tour, che spesso vengono organizzati nelle grandi città, ed è stato grazie al ragazzo che quel giorno faceva da guida che ho potuto scoprire l’esistenza del Museum of Broken Relationships.

Ingresso del Museum of Broken Relationship [ph. Lisa Egman]

Il museo sorge sardonicamente sul lato di una piazzetta della città vecchia, su cui si affaccia anche la chiesa barocca di Santa Caterina d’Alessandria. Tale chiesa, grazie alle sue adorabili decorazioni interne sui toni del rosa e al panorama della città di cui si gode appena svoltato l’angolo, è il luogo più gettonato della città per la celebrazione di matrimoni. Viene quindi naturale fare molta ironia su quanto sia facile e rapido attraversare la piazza, passando dal matrimonio alla fine della relazione. Nonostante provassi una punta di scetticismo riguardo all’effettivo senso di un museo del genere e alla possibilità che di fatto fosse interessante, la mia situazione sentimentale unita a una buona dose di curiosità mi hanno convinta ad avventurarmi verso l’ingresso situato all’indirizzo di Ćirilometodska. Appena entrata, ho letto la password della rete wifi scritta su una lavagna, che riportava “JUST FRIENDS (with space, as it should be) [SOLO AMICI (con lo spazio, come dovrebbe essere), ndr] e questo mi ha persuaso del tutto a comprare il biglietto.

Il Museum of Broken Relationships raccoglie una collezione di oggetti comuni che hanno avuto l’onore e l’onere di essere stati rappresentativi della fine di una relazione tra due persone. L’idea è stata di Olinka Vištica e Dražen Grubišić, coppia di artisti, che quando si sono lasciati dopo un rapporto di quattro anni hanno iniziato ad accumulare gli oggetti legati alla fine della loro storia per cercare di liberarsene in maniera creativa. In seguito, diversi loro amici hanno collaborato alla crescita della collezione, che fu inizialmente itinerante, fino a trasformarla in un museo stabile, il quale tuttora è alimentato dalle delusioni amorose di tutto il mondo. Chi lo visita può osservare gli oggetti più disparati, tra cui libri, peluche, manette, scarpe, il videogioco a causa del quale lei si sentiva tanto trascurata. Una lettera d’amore mai recapitata a causa della guerra in Jugoslavia. Un nano da giardino che lei curava mentre lui riparava biciclette. La bottiglia del vino con cui avevano brindato la sera del loro matrimonio. Foto di momenti sereni, il vestito da sposa di quel giorno felice, la nota lasciata prima del suicidio, l’ascia con cui lui di ritorno da un viaggio ha distrutto tutti i mobili di lei, che in sua assenza aveva trovato un altro. Tutti gli oggetti sono esposti accanto alla storia, anonima, che li ha portati fin lì.

Il museo non si limita solo a rappresentare la fine di storie d’amore tra partners, ma rappresenta le rotture in maniera molto più ampia. Una sezione, davvero struggente, è dedicata alle relazioni tra genitori e figli. E inoltre: storie di amicizie tradite, di amore per la patria non corrisposto, di relazioni dolorosamente mai iniziate. Chiunque può dare il suo contributo al Museum of Broken Relationships in diversi modi: inviandovi gli oggetti di cui ci si vuole liberare per incrementare la collezione, ma anche lasciando un messaggio nella zona “confessionale” del museo. Inoltre, per coloro che non hanno l’occasione di visitare la sede di Zagabria o quella più recentemente aperta a Los Angeles, sul sito internet c’è la possibilità di sentirsi comunque parte di una collettività di persone deluse e ferite, postandovi il racconto della fine della propria relazione, visibile da tutto il mondo e in tempo reale.

Tra gli oggetti esposti al museo: la cintura dimenticata da un uomo nell’auto dell’amante, dopo la loro unica notte di passione. [ph. Robert Nyman/ CC-BY-2.0]

Lo scopo del Museum of Broken Relationship vuole essere quello di creare un luogo dove le rotture possano venire riconosciute formalmente e in un centro senso celebrate, dove esista la possibilità di esternare le emozioni ad esse legate e superare quelle negative attraverso una forma di creatività liberatoria. È un museo umano, che parla delle persone e del modo in cui amano, in cui vengono amate, in cui ad un certo punto non amano più, in cui improvvisamente perdono chi amano. I visitatori vi entrano quasi per gioco, incuriositi come lo ero io. E durante la visita, che è un concentrato di emozioni contrastanti, si ride, si piange, si sprofonda nella nostalgia. Si vorrebbe quasi abbracciare chi ha inviato quel libro, quella chiave, quella bottiglia di vino, e dirgli: «Ti capisco, ho vissuto la stessa cosa!». E posso assicurare che alla fine della visita, quando sono tornata all’aria aperta, nella calda luce di agosto, mi sono sentita un po’ meno sola ed è come se avessi lasciato una parte della mia malinconia insieme agli oggetti della collezione. E così, più leggera, ho potuto continuare la mia visita di Zagabria, che si è rivelata una città vivace e piena di sorprese.

Collezionismo nero: l’arte in mano ai criminali

Caravaggio, Modigliani, Balla e i ritrovamenti archeologici nelle zone occupate dall’Isis: il contrabbando delle opere d’arte ha un giro d’affari secondo soltanto a quello di droga e armi. Un business illegale che vede tra i principali attori le organizzazioni criminali made in Italy. Un canale fondamentale per il riciclaggio, vista anche la carenza di leggi per contrastare questa attività. In particolare – come rivela anche Rosa Araneo in un articolo su artspecialday.com – l’Italia detiene il primato mondiale di fornitore di opere d’arte derivanti dal mercato illecito. Dopo la droga e le armi, quella delle opere d’arte è l’attività più redditizia.

Il rapporto tra arte e criminalità va avanti da decenni, evolvendosi nel tempo da semplice gioco di ostentazione del potere e del lusso, a vero e proprio settore di mercato che si avvale della consulenza di galleristi e broker“Con l’arte ci campo la famiglia”, non è una dichiarazione di un padre di famiglia pieno di debiti, bensì del boss latitante Matteo Messina Denaro. Da molto tempo ormai, quella delle opere d’arte è la prima attività, nonché la più sicura, per riciclare il denaro delle attività illecite.

Con l’arte, infatti, si riescono a riciclare milioni e milioni di euro. Le opere – spiega un articolo de Linkiesta del 2012 – escono e rientrano dall’Italia dopo essere state all’estero e diventano così conti correnti, moneta di scambio nei paradisi fiscali, società, beni e attività imprenditoriali.

 

L’aerea archeologica di Palmira in Siria, severamente danneggiata e saccheggiata con la presa della città da parte dell’Isis nel maggio 2015 (High Contrast/CC BY 3.0 DE)

Un altro canale di scambio è quello con il Medio Oriente e il Califfato dell’Isis. I terroristi islamici, infatti, sono diventati in questi ultimi anni una fonte preziosissima di approvvigionamento delle opere d’arte e, soprattutto, come facilmente intuibile, di quelle archeologiche.
Dalle zone dilaniate dalla guerra e saccheggiate dagli uomini del Califfato giungono in Italia reperti preziosissimi, molto spesso venduti alla ‘ndrangheta e altre associazioni criminali in cambio di armi.
Uno scambio in piena regola che vede coinvolti diversi attori: oltre all’Isis e ai criminali calabresi, anche la mafia russa, che per conto di questi fornisce Kalashnikov e Rpg anticarro, e la mafia cinese, incaricata del trasporto dei reperti attraverso navi container poste sotto il loro controllo.

Un traffico, quello delle opere d’arte, di cui si sa veramente poco e che di rado viene portato sotto la lente della cronaca, ma che meriterebbe di essere approfondito, studiato e, soprattutto, contrastato maggiormente e con leggi adeguate. Di quest’ultime, però, al momento non se ne vede nemmeno l’ombra.

Collezionismo che passione! 5 collezionisti a confronto

Il collezionismo è qualcosa che quasi tutti hanno sperimentato nella loro vita, dai francobolli alle tessere telefoniche degli anni ‘90, passando per le classiche calamite da frigorifero: le collezioni sono infinite, così come i possibili motivi che spingono a iniziarle. Abbiamo chiesto a cinque collezionisti amatoriali di parlarci delle loro raccolte e di come sono nate, ottenendo in certi casi delle risposte davvero inaspettate!


CARTOLINE – Sara, 28 anni

Sara è molto legata alla sua collezione di cartoline, che ha avuto inizio alle elementari e che oggi conta 124 pezzi, anzi 123 più uno: «La prima cartolina che abbia mai ricevuto me la spedirono i miei genitori un anno dopo la mia nascita, durante la loro prima vacanza da soli. È una cartolina molto speciale, che infatti conservo in un luogo a parte». Nello spiegare il motivo di questa passione, Sara ci dice che, oltre al fascino delle cartoline in sé, tutte colorate e spesso di cattivissimo gusto (le sue preferite), per lei rappresentano il tempo dedicatole da un amico o una persona cara: «Quando una persona è in vacanza e decide di portarti o spedirti una cartolina, la sceglie pensando a te, la scrive pensando a te, pensa a te anche se è in viaggio, mentre potrebbe farsi i cavoli suoi. Una cartolina rappresenta il luogo e il tempo». La collezione di Sara annovera esemplari da tutto il mondo: oltre a quelle delle spiagge nostrane, infatti, ha pezzi da Stati Uniti, Messico, Myanmar, Cambogia, India, Bali, Marocco, Giappone, Russia, Sudafrica, Nicaragua, Sri Lanka, Brasile, Perù, Bolivia, ecc… Tra le sue preferite Sara cita la cartolina dipinta a mano che le portò un amico al ritorno da un viaggio in India e quella della sua migliore amica spedita dalla Croazia: «Sembra una normalissima cartolina, ma quando si solleva il riquadro centrale, cadono a fisarmonica altre 10 cartoline! Solo lei poteva portarmi una cartolina con un effetto così spettacolare, è stupenda».

 

I due formati di linguette di lattine raccolti da Ruben.

LINGUETTE DI LATTINE – Ruben, 28 anni

La collezione di linguette di lattine di Ruben – che lui non ama definire una collezione, ma più una semplice raccolta – risponde a dei dettami precisi: «Le linguette devono essere di due formati specifici (evidenziati nella foto, ndr) e non possono essere rotte, sporche, arrugginite o deformate. L’ideale è che siano anche meno taglienti possibile, quindi vanno staccate dalla lattina con cura». Ruben ha iniziato a raccoglierle a circa 13 anni con l’obiettivo di farci una collana, ma poi, non soddisfatto del risultato, ha scartato l’idea, conservando però le linguette: «Mi dispiaceva buttarle, perchè per raccoglierne così tante ci era voluto molto tempo», ci spiega. Da allora, ha continuato a conservare le linguette che trovava, aggiungendole a quel primo gruppo ed arrivando così ad averne ben 10346, anche grazie al passaparola tra amici e conoscenti: «Molte persone sanno della mia raccolta e vi contribuiscono, anche amici di amici». Un risultato sicuramente notevole per una collezione iniziata senza nemmeno volerlo!



SASSI – Francesca, 28 anni

Francesca non sa spiegare esattamente il motivo per cui ha iniziato la sua collezione di sassi, ricorda solo che durante una passeggiata in riva al mare si è accorta che «oltre alle conchiglie c’erano favolosi sassi levigati e di tutti i colori!» ed è stato amore a prima vista. Da allora, ogni volta che è in vacanza al mare le piace passeggiare sulla riva e cercare nuovi esemplari, tra cui i suoi preferiti, quelli «neri come la pece e abbelliti da variopinte linee gialle, rosse o verdi». Francesca ammette di non essere guidata da un approccio scientifico per la sua collezione, ma non le importa: «Semplicemente, piuttosto che avere una fotografia del posto o una cartolina, preferisco portarmi a casa una sassolino».


FLOPPY DISC DE “IL SIGNORE DEGLI ANELLI” – Francesca, 28 anni

Quella dei sassi non è l’unica collezione di Francesca, né la più inusuale: «La collezione più assurda che abbia mai fatto (e di cui in pubblico dico di vergognarmi, ma sotto sotto ne vado orgogliosa) riguarda i film della trilogia Il Signore degli Anelli». Francesca racconta che la sua ossessione per la saga è iniziata alle scuole medie ed è proseguita per tutta la sua adolescenza. Da vera fan quale era, non si è però limitata a collezionare  i DVD di tutti e tre gli episodi, completi di contenuti extra, interviste agli attori e al regista: «ricercavo anche su internet tutto il materiale che potevo trovare al riguardo – aneddoti sulla produzione, regia, recitazione ed effetti speciali – e lo salvavo su dei bellissimi floppy disc, tutti rigorosamente numerati!». La sua collezione ammonta a circa 20 esemplari, purtroppo oramai probabilmente illeggibili dai computer odierni, ma «tutti ancora in perfette condizioni», sottolinea con orgoglio.

 

Mila e la sua collezione di tazze.


TAZZE – Mila, 28 anni

Mila ci racconta che la collezione di tazze a cui si dedica fin dall’infanzia non è sua personale, bensì appartiene a tutta la famiglia, in quanto ciascuno vi contribuisce: «Tutto è iniziato con la prima tazza, portata a casa dai miei genitori dopo un viaggio in Tunisia intorno al 1986. Da allora amiamo prendere una tazza come ricordo del posto in cui siamo stati durante vacanze, gite famigliari, visite a musei o a luoghi particolari». La collezione conta una trentina di pezzi, ognuno legato a un ricordo specifico. Ad esempio la tazza con la Sirenetta risale all’anno della sua Prima Comunione e a una gita a Disneyland Paris, mentre la tazza di Santiago De Compostela, con il simbolo caratteristico della “Conchiglia del Pellegrino”, risale alla sua esperienza Erasmus in Spagna. Il pezzo a cui tiene di più? «Una tazza decorata a mano da un’amica: un bellissimo ricordo degli anni universitari con una dedica che unisce la mia passione per il tè e il ricordo dell’Università».

Articolo redatto da Lucia Ghezzi. Interviste a cura di Sara Alberti, Francesca Gabbiadini, Alice Laspina.

In copertina: la collezione di cartoline di Sara.

A guardia di una fede: intervista a un ultras dell’Atalanta

«Il mio primissimo ricordo dell’Atalanta è quello di Atalanta-Reggiana, fine anni ’80 circa, era la mia prima volta allo stadio, in Curva Nord insieme a mio padre. Ricordo tanti colori, canti, cori, tamburi e un’atmosfera unica, che mi ha colpito subito». Così Luca inizia a raccontare della sua fede, del suo amore incondizionato per la squadra della sua città, Bergamo. Per tutti è l’Atalanta, per i tifosi è la Dea. È infatti il profilo dell’eroina della mitologia greca Atalanta, la Dea per l’appunto, a spiccare sullo sfondo nerazzurro del logo del club.

Fondata nel capoluogo orobico nel 1907, la squadra bergamasca si distingue da sempre per essere la regina delle provinciali, ovvero una squadra di provincia che da sempre compete con le “grandi” del campionato italiano. «È facile da bambino tifare Juventus, Milan e Inter come la maggior parte dei tuoi compagni di classe. L’Atalanta invece è qualcosa che senti dentro, con cui hai un legame viscerale e che fa parte delle tue radici: se tuo padre è atalantino, tu sei atalantino». Per Luca il passaggio da semplice tifoso a ultras è stato naturale perché la sua è una passione che non si limita ad informarsi sul risultato della partita nel weekend. «La differenza tra un ultras e un semplice tifoso è che il primo pensa alla squadra tutti i giorni, come se fosse la sua fidanzata. Non so come spiegarlo diversamente, è proprio una passione che ti porta alla follia, all’eccesso. È il primo pensiero quando ti svegli la mattina e l’ultimo prima di andare a letto». Un sentimento così profondo che porta con sé una simbologia quasi religiosa, fatta di sciarpe, adesivi, berretti e tatuaggi, tutti rigorosamente nerazzurri, che identifica immediatamente gli appartenenti al culto della Dea.

Stadio di Bergamo

Secondo un sondaggio Demos-Coop, dal 2010 ad oggi la percentuale di italiani che si ritengono tifosi di una squadra di calcio è in calo. Si è passati dal 52% ad una media di circa 4 italiani su 10. È interessante però notare come all’interno del gruppo tifosi sia in aumento la fazione che si autodefinisce “militante”, quella cioè degli ultras, che oggi si aggira intorno al 47% del totale della tifoseria. Un dato significativo, se si considera che per i tifosi militanti la devozione nei confronti della squadra del cuore rasenta il culto di una divinità. «Concretamente fai tutto quello che puoi fare per la tua squadra, anche se la cosa a volte implica comportamenti eccessivi, al limite della legalità» spiega Luca. E sono numerose le situazioni in cui un tifoso militante è votato all’esagerazione. «Un ultras arriva all’eccesso quando si scontra con la tifoseria avversaria, o quando si getta contro la polizia. Quando sta sveglio 24 ore di fila alla Festa della Dea per seguirla, dare una mano a cucinare e a pulire. Quando si fa trentasei ore di trasferta per una partita».

Trasportati dalla fede per la Dea, le trasferte diventano dei pellegrinaggi, mentre le faide con le altre tifoserie hanno il fervore delle crociate. La retorica religiosa ben si addice al tifo degli ultras, che come ogni culto che si rispetti ha i propri idoli e miti. «C’è l’Olimpo dei grandi giocatori, come Piotti, Stomberg e Bellini, che sono stati dei campioni qui a Bergamo. Poi ci sono altre persone che hanno lasciato il segno nella storia di questa società calcistica e che sono venerate ancora oggi». Un solenne connubio fra rispetto della storia e venerazione degli idoli caratterizza la fede degli ultras. Ma chi pensa che il solo rito sacro condiviso dai tifosi sia la partita e che il loro unico santuario sia la Curva si sbaglia. Come una vera e propria comunità, gli atalantini sono infatti legati da qualcosa di profondo che li spinge a condividere il proprio quotidiano anche al di fuori dello stadio, nei numerosi luoghi di ritrovo dei tifosi della Dea a Bergamo e provincia. «Essere ultras non è solo andare allo stadio. È sapere di avere una compagnia, un punto di ritrovo. La Curva ha salvato tante persone da situazioni del cazzo, di disagio personale, ha aiutato molti ragazzi a crescere» dice Luca, che spiega che all’interno del gruppo le dinamiche sono più complesse di quanto si possa immaginare.

BNA, Brigate Nero Azzurre, tatuaggio di una ultras dell’Atalanta

«Si può davvero parlare di comunità degli ultras. C’è una sorta di organizzazione piramidale, ma non s’intende che abbiamo un capo o una regia. È più una struttura piramidale dalla sommità mozzata. Ci sono persone carismatiche, che forse sentono la passione e la fede per quello stemma e per quei colori più di altri, che tengono unita la comunità prendendosi responsabilità, organizzando assemblee per pianificare spostamenti e raduni. Non è cosa da tutti, servono buone doti di comunicazione per riuscire a parlare ad una massa di 100 persone, o ai 1500 ultras che si sono riuniti per l’ultima trasferta atalantina a Lione». Leader carismatici capaci di tenere insieme i tifosi nonostante le differenze, sottolineando l’importanza della fede che li unisce, più forte di tutto il resto, e per questo stimati dagli ultras. Tutti a Bergamo conoscono Claudio Galimberti, il “Bocia”, capo storico della tifoseria atalantina. «Claudio è l’incarnazione dell’Atalanta. Ha dato davvero tutto quel pover’uomo e ne ha subite molte, nessuno si merita di passare quello che ha passato lui in questi anni. Lui è una guida, un capo-popolo vero e proprio» racconta Luca con rispetto, lo stesso che in una comunità di fedeli si riserva al sacerdote, al pastore o alla guida spirituale.

Emozioni, speranze, delusioni e gioie forgiano l’animo degli ultras, la cui fede può vacillare nei momenti di difficoltà ma uscirne ancora più forte, perché la soddisfazione che si prova dopo certe vittorie cancella anche i momenti più duri. «L’ultima partita dell’anno scorso di fine campionato, Atalanta-Chievo è stata bellissima, l’essere tornati in Europa dopo ventisei anni è stata un’emozione che non dimenticherò mai» ricorda Luca con gli occhi luccicanti e un tono emozionato. La sua è davvero una fede autentica, che viene dal profondo del cuore, cieca, spassionata e dalle tinte nerazzurre…

 

A cura di Sara Alberti, Margherita Ravelli

Perché faccio politica nel 2017

Trovare giovani appassionati di politica in Italia nel 2017 non è un’impresa semplice, come testimonia il declino costante della fiducia nei confronti dei partiti nell’ultima decade. In base a una ricerca del 2013, solo il 4% dei giovani tra i 15 e i 25 anni si dice molto fiducioso nei confronti dei partiti e delle istituzioni, contro il 20% del 2006.

In questa situazione di crescente diffidenza nei confronti della politica, avere una vera e propria “fede” in un partito è decisamente fuori moda. La militanza diffusa degli anni Settanta è ormai un lontano ricordo e un concetto per lo più estraneo ai giovani.

Per questo motivo abbiamo invece deciso di parlare con chi una fede politica ce l’ha, eccome, e di capire con lui che cosa può spingere un giovane nel 2017 a credere in un partito e nei suoi ideali. Abbiamo perciò intervistato Cristiano Poluzzi, insegnante di storia di 26 anni, che è stato candidato sindaco di Rifondazione Comunista alle elezioni comunali di Dalmine (BG) del 2014, ed è un militante attivo del partito.

Cristiano Poluzzi durante la campagna di sensibilizzazione a favore del voto NO al referendum costituzionale 2016 (foto di Cristiano Poluzzi, tutti i diritti riservati).


Come e quando ti sei avvicinato alla politica?

La mia passione per la politica è nata a 17 anni, in quarta superiore, quando, per cultura personale, ho letto il Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels e i Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx. Si è trattato quindi inizialmente di un avvicinamento per lo più a livello teorico. Nel giro di qualche mese, però, in concomitanza delle elezioni amministrative di Dalmine del 2009, sono venuto a sapere che il mio paese aveva un circolo di Rifondazione Comunista che si presentava con una sua propria lista. Nel corso della campagna elettorale mi sono quindi avvicinato al circolo, dove ho conosciuto i compagni grazie ai quali ho iniziato il mio percorso. Nel giro di un paio d’anni mi sono poi avvicinato anche alla federazione di Rifondazione Comunista di Bergamo, ma la presenza di un circolo locale all’interno del mio paese è stata sicuramente determinante perché io mi avvicinassi a questa realtà.


In seguito a questo avvicinamento, quali sono stati gli elementi che ti hanno poi convinto a rimanere e partecipare attivamente?

Gran parte del merito va sicuramente ai compagni del circolo di Dalmine, che hanno saputo valorizzare i giovani, tra cui io, che si erano appena avvicinati a Rifondazione, coinvolgendoci in diverse iniziative a livello locale e dandoci crescenti responsabilità. Sono loro che mi hanno aiutato a passare dalla mera teoria alla prassi, permettendomi di entrare a far parte di una vera e propria comunità attiva sul territorio che lotta in favore delle fasce della popolazione più colpite dalla crisi. Agli ideali dei classici marxisti seguivano quindi delle risposte concrete, per quanto semplici e a livello locale, per sostenere le classi sociali più deboli.


Ci puoi fare qualche esempio?

Ce ne sono diversi, Rifondazione Comunista e le sue sezioni locali danno sostegno alle cause più disparate. Nel 2012, ad esempio, abbiamo supportato la lotta degli operai dell’azienda metalmeccanica Fiber di Arcene (che aveva annunciato la chiusura di due stabilimenti e il conseguente licenziamento degli operai con l’obiettivo di delocalizzare la produzione in Romania, ndr) con dei banchetti di raccolta fondi in tutta la provincia a favore dei lavoratori. Sosteniamo, inoltre, la lotta alla casa delle famiglie più povere e a rischio di sfratto, anche in collaborazione con altre realtà locali quali Unione Inquilini, e forniamo supporto a specifiche iniziative nei singoli comuni, come ad esempio progetti portati avanti dai comitati per l’ambiente.

Al centro, Cristiano Poluzzi, candidato sindaco per la lista di Rifondazione Comunista alle elezioni comunali di Dalmine nel 2014 (foto di Cristiano Poluzzi, tutti i diritti riservati).


Quindi un elemento fondamentale per la tua passione politica è stato capire che in questo modo potevi fare una differenza reale nella società e nella vita delle persone?

Sicuramente comprendere che la politica è fatta di risposte concrete e di reali tentativi di cambiare le cose è stato determinante per la mia militanza. Ci tengo a precisare, però, che la forza del partito sta nel collettivo, non nel singolo. Non sono io a fare la differenza, perché il singolo da solo non può fare nulla, è la forza dell’unità che davvero aiuta a raggiungere gli obiettivi.


In passato, specialmente negli anni ‘70, avere una fede politica era piuttosto comune, in particolare tra i giovani, e il Partito Comunista Italiano contava moltissimi iscritti, mentre ora è l’anti-politica ad andare per la maggiore. Ti senti nostalgico di quel passato, pur non avendolo vissuto?

Certamente un tempo c’era maggiore fiducia nei partiti, in quanto era opinione comune che la politica potesse davvero cambiare le cose. In seguito, l’adozione a livello internazionale di politiche neo-liberiste ha spostato il focus della politica, che è passata dal dare risposte ai bisogni concreti delle persone a tutelare gli interessi del capitale. Ciò ha svuotato i partiti di senso, facendo sì che diventassero il fine e non il mezzo. Tale processo ha avuto come conseguenza che i cittadini che vanno a votare sono sempre meno, mentre cresce il sentimento di anti-politica nella popolazione. Questi sono senza dubbio fenomeni gravi e preoccupanti che prima non c’erano e che dobbiamo cercare di contrastare, ma nonostante ciò non mi definirei nostalgico. Sebbene non condanni il passato e il mio giudizio nei confronti del socialismo reale non sia liquidatorio, credo che ciò che conta sia andare avanti e cercare di rinnovarsi.

Questo corso di educazione sessuale cinese vi sorprenderà

I bambini cinesi ora hanno un corso di educazione sessuale di cui possiamo essere fieri” scrive il quotidiano statale Global Times su Weibo, il Twitter cinese. Il giornale, molto fedele alle linee del governo, si riferisce ai nuovi testi del Gruppo Editoriale dell’Università Normale di Pechino che sono stati distribuiti agli studenti delle scuole primarie. Se fino all’anno scorso gli alunni ricevevano libri in cui, per esempio, si bollavano come “degenerate” le ragazze che hanno rapporti prima del matrimonio, ora è stato fatto un salto in avanti evidente. E, per qualcuno, anche scioccante.

Già in seconda elementare i manuali spiegano, con testi e disegni molto chiari, come funzionano gli organi genitali e come nasce un bambino. Raccontano che bisogna seguire i propri desideri e le proprie aspirazioni senza lasciarsi sviare dagli stereotipi di genere (una bambina può diventare una poliziotta intransigente o un’intrepida astronauta, esattamente come un bambino può diventare un maestro d’asilo o un infermiere amorevole). E insegnano cosa sono le molestie sessuali e come cercare di sfuggirle, chiedendo aiuto ai genitori o alla polizia. I testi non tacciono neppure del fatto che a volte certe attenzioni inappropriate degli adulti possono arrivare non da sconosciuti, ma da parenti e amici.

I diversi temi sono riproposti e approfonditi dalla seconda alla sesta elementare. Il tema generalmente tabù dell’HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili (MST), per esempio, è affrontato a partire dalla quinta, quando si spiega l’importanza dell’uso del preservativo nei rapporti eterosessuali e omosessuali.

Già, perché il corso di educazione sessuale parla spesso e volentieri dei diversi orientamenti. Sin dalla seconda elementare, i bambini imparano che c’è chi ama le persone del sesso opposto e c’è chi invece ama le persone dello stesso sesso e che va benissimo così, perché “l’amore è una cosa meravigliosa” sempre e comunque. E ci sono pure le persone bisessuali e anche per loro vale lo stesso discorso: “Saresti scioccato da una persona a cui piace sia il piccante che il dolce?”.

Non è giusto discriminare le persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali), spiegano i libri, e quando succede non bisogna accettarlo. Perché tutti abbiamo diritto ad amare chi vogliamo e a essere felici con lei o con lui. Per questo i volumi sono popolati da ragazzi che sognano altri ragazzi, da uomini che preparano la cena per i compagni, da donne innamorate che passano il tempo libero insieme, da ragazze che parlano tranquillamente del proprio orientamento a genitori solidali. Scene semplici di una vita quotidiana serena e piena d’affetto e di rispetto.

E tra queste scene spuntano anche coppie omosessuali con figli e altre che si sposano. Il corso, infatti, spiega ai bambini delle elementari che in alcuni paesi del mondo esiste il matrimonio tra persone dello stesso sesso, anche se non è riconosciuto in Cina, almeno “per ora”, come annota sorprendentemente il libro.

Ovviamente il nuovo corso di educazione sessuale ha suscitato l’entusiasmo delle femministe e degli attivisti per i diritti delle persone LGBTQI, ma ha creato molte polemiche sui social network. Le critiche, però, non si sono concentrate sull’apertura alla diversità sessuale né si sono trasformate in stupidi complottismi su improbabili “ideologie gender”: è il disegno di un rapporto sessuale etero ad avere imbarazzato molti adulti, con Weibo che si è riempito di testimonianze di genitori che sono arrossiti vedendo l’immagine. D’altra parte sono cresciuti in scuole dove i libri di testo non raccontavano il sesso, ma lo demonizzavano come “degenerazione”.

Scritto da Pier.

Immagine copertina: collage dal Manuale di educazione sessuale cinese.

Fonte: Il Grande Colibrì

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Provare per credere. Processioni estreme della fede

Quando procedere insieme diventa un rito, l’uomo si sente fortemente parte della propria comunità. Di carattere religioso, politico, etico, folkloristico, le processioni di fede fanno ancora parte della ritualità che segna i momenti di aggregazione di una comunità, ne celebra i valori culturali e legittima le sue istituzioni. Si tratta di qualcosa che trova nel religioso la sua forma, ma le origini del rito scavano nella necessità ancora più ancestrale dell’uomo: dare un ordine all’universo, vincere il caos (dal lat. ritus, ‘ordine prestabilito’), alla ricerca di un’armonia restauratrice, confortante, terapeutica.
Procedere insieme, uno accanto all’altro, condividendo la vicinanza fisica e il lento avanzare di un corteo. Ancora oggi le processioni sono molto partecipate in Italia, anche nelle forme rituali che tendiamo a considerare “estreme” per la trasfigurazione del corpo, il mascheramento, la sofferenza autoinflitta. Vediamo due esempi di riti cristiani tra i più antichi e ancestrali che ancora oggi sono radicati fortemente in due piccole realtà del territorio italiano: Gangi e Guardia Sanframondi, nel sud Italia.

Festa dello Spirito Santo, Gangi (PA). Intervista a Nunzio Bongiorno

Gangi è un paese di circa 7000 abitanti, arroccato sulle montagne della provincia di Palermo. All’interno del paese si trovano 18 chiese, quattro parrocchie, quattro ordini monastici, un santuario e 13 confraternite.
La processione si svolge ogni anno, il lunedì successivo al giorno di Pentecoste. Da che mondo è mondo, oggi le processioni che vengono svolte correndo, le “corse”, hanno in sé uno spirito profondamente cristiano, nonché valide spiegazioni teologiche. In realtà, però, risalgono a un periodo ancora più antico, ai riti agrari pre cristiani: per esempio, il percorrere più volte, avanti e indietro, uno stesso percorso viene ricondotto al movimento dell’aratro, al solcare lo spazio coltivabile prima di seminare. La corsa, le grida dei portatori, il suono fragoroso delle campane e dei petardi, i nastri appesi riportano ad antiche concezioni di un’ancestrale società contadina ma fanno ormai parte della tradizione cristiana contemporanea.

Processione con le statue dei Santi a Gangi, Palermo. Fotografia di Nunzio Bongiorno.

Nunzio, gangitano d’origine e bergamasco d’adozione, mi ha raccontato i particolari di questa affannosa processione: «Ho seguito questo momento della mia comunità natia per 15 anni suonando nella banda del paese, dalla tenera età di 13 anni. Prima, da bambino, come gran parte dei piccoli gangitani, partecipavo trasportando le statue dei santi bambini, come quella di San Luigi. A parte la chiamata e la raccolta dei portatori delle statue, la preparazione della processione non richiede molto tempo: nei giorni precedenti la festa, le confraternite si organizzano per spostare le statue dei santi dagli altari delle rispettive chiese, per posizionarle sulle portantine, pronti per la processione. Parliamo di circa una quarantina di statue: una madonna, una Trasfigurazione e gli altri sono tutti santi. Le donne si organizzano per trasportare le statue delle sante. Una delle statue più pensanti è quella di San Francesco di Paola. Quindi, ogni statua parte dalla sua chiesa d’appartenenza e va man mano a raggiungere il fiume della processione. Una volta che il corteo è completo ci si avvia verso il Santuario dello Spirito Santo, ai piedi del paese».

L’ordine con cui le statue prendono parte al corteo non è casuale ma segue un preciso schema tradizionale che posiziona le confraternite di Gangi in ordine dalla più recente, in testa alla processione a quella più antica che chiude il corteo: la Confraternita di San Giuseppe u poviru con San Giovanni Bosco e la Madonna Ausiliatrice, la Confraternita del Divin Parto con le statue di San Francesco Saverio e la Madonna del Divin Parto, la Confraternita del Carmeno con Sant’Alberto Magno e Santa Teresa del Bambin Gesù, la Confraternita delle Anime Sante del Purgatorio con Santa Venera, Santa Veronica, Santa Lucia e per concludere la Madonna delle Grazie. La quinta confraternita è quella della Santissima Trinità con San Sebastiano e San Luigi (Luigiuzzu). La Confraternita del Santissimo Sacramento, che procede con Sant’Antonio e San Franceso d’Assisi, la Confraternita della Madonna del Rosario, chiamata anche “Confraternita dì Mastri”, la confraternita degli artigiani con i simulacri di Santa Rita da Cascia, San Vincenzo Ferreri, San Domenico, Sant’Eligio, San Nicola di Bari, e Maria Santissima del Rosario. La confraternita Maria Santissima Annunziata con San Leonardo, Sant’Espedito, San Rocco, San Vito, Santa Maria di Gesù (a’ Madonna di Gibilmanna) e Maria Santissima Annunziata.
La nona confraternita è quella della Madonna della Catena ed è affiancata alla decima, quella della Sacra Famiglia. Le statue: San Michele Arcangelo, San Biagio, Gesù Bambino, San Pio, San Pasquale Baylon, Sant’Anna, San Paolo e chiudono la confraternita San Giuseppe e la Madonna della Catena, che procedono affiancati. L’undicesima confraternita è quella di San Cataldo, il Patrono di Gangi, che ospita una sola statua, quella del Santo patrono della città. L’ultima confraternita è la più antica di tutte, quella del Santissimo Salvatore con l’Angelo Custode o San Filippo Apostolo, che vengono portati a turno in processione in anni alterni; San Francesco di Paola e il simulacro della Trasfigurazione. Chiude tutto il corteo, quindi, la reliquia della Santa Croce.

Continua Nunzio: «Il momento più forte della processione si svolge nella piazza antistante il Santuario dello Spirito Santo, dove si fanno i cosiddetti “Miracoli”: le statue dei Santi vengono fatte letteralmente correre sul sagrato per poi entrare in chiesa, dove il Santo chiede la grazia dello Spirito Santo facendo un inchino davanti all’altare. Per tutta la durata della processione e soprattutto nel momento del “miracolo” vengono gridate preghiere e invocazioni ai santi».

E gridàmu tutti viva Maria Santissima, e lu Spìrdu Santu, e la Misiricòrdia di Dìa,
E gridàmu tutti viva san Giusèppi, e lu Spìrdu Santu, e la Misiricòrdia di Dìa,
E gridàmu tutti viva san Catà, e lu Spìrdu Santu, e la Misiricòrdia di Dìa”.

Riti Settennali, Guardia Sanframondi (BN). Intervista a Pacifico Ciaburri

Ogni sette anni, a partire dal primo lunedì successivo al 15 agosto e sino alla domenica seguente, a Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento, si tengono i tradizionali riti settennali di penitenza in onore dell’Assunta. In questo 2017 hanno avuto luogo da lunedì 21 a domenica 27 agosto. Ci troviamo in un antico borgo medievale di circa 5000 abitanti, troneggiante sulla Valle Telesina, che per una settimana all’anno vede personificarsi per le sue strade personaggi dell’antico e del nuovo Testamento, ma anche interpretazioni delle vite dei Santi e dei principi morali della fede cattolica. La città ha quattro rioni: Rione Croce, Rione Fontanella, Rione Piazza, Rione Portella che durante la settimana di alternano proponendo diversi cortei e la messa in scena delle figure sante; ogni rione ha anche un proprio coro che accompagna il corteo cantando degli inni dedicati alla Vergine.
La grande processione viene svolta nella giornata di domenica, guidata dal Vescovo e dal Parroco, con una grandissima partecipazione del clero, dei partecipanti dei misteri organizzati dai rioni, ma anche di fedeli e turisti di tutto il mondo, affascinati dal rito del piccolo paese. In testa alla processione troviamo la stuatua della Madonna, trasportata da sacerdoti e arricchita da ori e da ex voto accumulati nel corso dei secoli.

Pacifico mi spiega che «alla fine del corteo ci sono i flagellanti e i battenti: fedeli vestiti di un camice bianco e incappucciati che si percuotono ripetutamente con dei flagelli i primi e con delle spugne chiodate i secondi. Fanno parte dell’ultimo dei misteri del Rione Croce, chiamato anche “San Girolamo Penitente”. I flagellanti e i battenti sono in tutto circa 2000. Non si sa chi siano: la loro identità è sempre celata e preservata». Mortificazione del corpo e mascheramento dell’identità sono strumenti tipici del comportamento rituale. Ma anche una tradizione così antica porta i segni della sua contemporaneità: «Quella del 2017 è la seconda edizione a cui possono partecipare anche le donne. Partecipano a questa processione per motivi personali, ovviamente sconosciuti, certamente perché in questo giorno chi ha peccato può purificarsi da tutti i peccati commessi e ripartire da zero, evocando la purezza dell’uomo prima del peccato originale». E poi la “notorietà”, se così si può dire di una celebrazione tanto antica: «Durante la settimana c’è un incredibile afflusso di persone che prenotano alberghi anche a 20 chilometri di distanza dal centro – continua Nunzio – e moltissimi sono i media che seguono la manifestazione: in totale si arriva anche a un numero tra le 200 e le 300 mila persone che si fermano per tutta la settimana a visitare la processione».

Motivi culturali, religiosi e sociali muovono centinaia e migliaia di persone a partecipare ai riti, nonostante l’evidente distanza dal nostro quotidiano. Ma il rito si caratterizza per concretizzare valori altri e ancestrali nella corporeità del singolo, il celebrante, e della collettività: «È qualcosa che ti lascia un segno: le stradine sono molto strette, la folla tanta, fa caldo e ti becchi gli schizzi di sangue, l’odore di sangue, sudore e aceto e quando arrivi vicino a loro e te li vedi di fronte la sensazione è forte. E mo’ tu vall’a capire!». Nunzio ci fa capire quanto sia forte l’esperienza di un rito “carnale” e, in certi casi, estremo, pervasivo per tutti i sensi, che lascia un segno sia sulla pelle dei peccatori sia per chi guarda. «Ti fai per forza delle domande: pensi a quelle persone talmente legate alla religione che per la stessa si infliggono così tanto dolore. Quest’estate molte persone tra il pubblico sono svenute».

Amici che vivono a Guardia Sanframondi spiegano che anche nei giorni successivi alla processione non si scoprono mai le identità dei battenti e dei flagellanti: la leggenda vuole che già il giorno dopo i riti settennali le ferite si rimarginino e scompaiano i segni della punizione autoinflitta. Un “mistero” che ogni sette anni si ripropone esercitando un fascino che non si affievolisce nel tempo.

Touba, città di fede e resistenza

È già notte inoltrata quando mio nipote Ndiaw mi avvisa che è ora di raccogliere le nostre cose e partire per Touba. Mentre chiudo il libro tra le cui pagine ingannavo l’attesa, lancio un ultimo sguardo alla sagoma di Cheikh Ibrahima Fall, riprodotto in carboncino quasi a grandezza naturale sulla parete della stanza: il suo corpo possente rimane quello di un gigante anche nella ventina di centimetri che il ritrattista ha tolto alla sua altezza, la veste nera di una povertà spiazzante diventa maestosa in virtù della massa muscolare che riveste e la verticalità delle sue pieghe indirizza lo sguardo a posarsi sul volto, capace di esprimere la severa serietà della sua fede e al contempo l’idea di un sorriso.

Cheikh Ibrahima Fall (1855-1930), detto anche Lamp Fall (Lampada della Fede) con il titolo Babul Mouridina (Porta del Mouridismo) per essere stato il primo discepolo di Cheikh Ahmadou Bamba. Strinse con lo Cheikh un Diebelou, un patto che lo rendeva servo del Maestro prescelto, per il qual lavorava incessantemente; il suo esempio ha dato vita al movimento dei Bayefall: essi vivono seguendo le tradizioni precoloniali senegalesi, in comunità dove è bandito l’individualismo e lavorando gratuitamente la terra, dissodando ogni anni ettari di terreno destinati alla coltivazione di miglio e arachidi.

In quelle labbra appena arricciate verso l’alto, in quegli occhi luminosi si legge ancora la vivacità del giovane scapestrato che correva nel villaggio di Ndiaby Fall, approfittando spesso della straordinaria forza dei suoi grandi muscoli per creare un po’ di scompiglio, ma c’è soprattutto la serenità quasi ultraterrena di un uomo che per tutta la vita ha portato avanti una scelta radicale: spogliarsi dei beni della ricca famiglia e farsi servo di un Santo. È forse questa contraddizione tra la ferocia adolescenziale e la mansueta umiltà, che nell’82 lo mise in cammino alla ricerca di Cheikh Ahmadou Bamba Mbacké, a fare di lui la guida prescelta da tanti giovani senegalesi, un modello per chi, ancora pieno di vita, fatica a onorare i ritmi di una religione che chiede la rinuncia a ogni vizio e la costanza di una preghiera quotidianamente scandita.

Persa in queste riflessioni, seguo Ndiaw fuori casa, soffermando lo sguardo sulle innumerevoli riproduzioni di Cheikh Ibrahima Fall e del suo Maestro che decorano i muri delle case, le vetrine dei negozi, persino la carrozzeria dei veicoli per strada; seppure è vero che Dio stesso lo esautorò dalle cinque preghiere del giorno e dal digiuno del Ramadan, anche i mussulmani più tradizionalisti chinano il capo di fronte a quest’uomo, il cui canto sempre votato ad Allah saliva al cielo dai campi dove lavorava senza posa. Sotto una di queste immagini, ci fermiamo dal venditore appisolato tra il tepore che promana dalla grossa pentola di ghisa al suo fianco; i suoi occhi ciechi si schiudono appena il tempo di versare due tazze di caffè touba e sorridere ancora una volta di questa madame bianca che non vuole zucchero a lenire la piccante amarezza della bevanda, mentre con gesti da giocoliere aggiunge dolcificante per Ndiaw, travasando ripetutamente il liquido tra due tazze. Un’ultima sigaretta e saliamo sul bus che ci porterà a Touba.

Diversi oggetti tipici della tradizione senegalese precoloniale sono oggi simbolicamente legate alle figure dei Bayefall. Nella foto, accanto ad alcune immagini iconografiche di Cheikh Ibrahima Fall e Cheikh Ahmadou Bamba, si vedono appesi gli umili monili che spesso si trovano al collo dei Bayefall. I collari in pelle ricordano la scelta di povertà di Cheikh Ibra Fall, che indossava gli stessi abiti fino alla loro totale usura, quando di essi non restava altro che il collo; i colori intrecciati alla pelle nera permettono di identificare la guida spirituale prescelta dal Bayefall che li porta. Sulla destra, due cruss: anziché rispettare le cinque preghiere quotidiane, i Bayefall pregano recitando, anche più volte al giorno, il rosario mussulmano, scorrendo le perle in ebano senegalese.

All’arrivo, a svegliarmi è la mano di Ndiaw che stuzzica il mio viso; il sole ancora non si è fatto strada in cielo e noi ci avviamo, guidati solo dalla fioca luce delle ultime stelle, in direzione della moschea. Abbiamo appena il tempo di toglierci le scarpe e iniziare a godere del fresco sollievo del marmo che corre tutt’attorno all’edificio, quando i primi raggi di luce iniziano a infiltrarsi tra i vetri colorati delle finestre della più grande moschea subsahariana e la voce del muezzin rompe il silenzio della notte. Tra il vibrare del canto di chiamata alla preghiera e l’arcobaleno di luce che si dipinge ai nostri piedi, i nostri cuori ammutoliti trovano raccoglimento e le menti non possono che restare basite di fronte alla magnificenza non solo di questo luogo, ma più ancora della storia sua e del suo fondatore. Touba è simbolo non soltanto di fede, Touba è simbolo di pace e libertà: la sua moschea, inaugurata nel 1963, sorge come coronamento di una vita, quella del suo fondatore Cheikh Ahmadou Bamba, che è sì esempio d’ascetica preghiera, ma anche e soprattutto di resistenza non violenta.

Nato nel 1853 in una famiglia d’illustri mussulmani e consiglieri di MBacké Baol, a soli trent’anni Cheikh Ahmadou Bamba divenne una tra le più ascoltate guide spirituali del Senegal, fondando la Mouridiya, la Via dell’Imitazione del Profeta. Le autorità francesi, impegnate a imporre sulla colonia una nuova forma di dominio basata sull’assimilazione culturale, furono presto intimorite dalla forza predicativa di questo marabutto, che attirava folle di fedeli nella neonata città di Touba, e già nel 1895 ne disposero l’arresto, senza riuscire a piegarne la volontà: fin dal suo primo colloquio con il Governatore di Saint-Luis, infatti, Ahmadou Bamba diede prova del suo rifiuto a sottomettersi, prostrandosi in direzione della Mecca per rivolgere la sua preghiera ad Allah dentro l’ufficio del Governatore stesso. Fu così disposto il suo esilio prima a Mayumba, in Gabon, nella speranza che la malaria portata dalle mosche che infestavano la regione ponesse fine alla sua esistenza, poi sull’isolotto di Wir Wir che veniva sommerso dall’alta marea, ma da cui Cheikh Ahmadou Bamba fece miracolosamente ritorno prima ancora dei suoi trasportatori, approdando sulla spiaggia di Mayumba dove lo aspettava un plotone d’esecuzione, che però rifiuto di colpirlo perché preso dal panico alla vista di angeli che montavano cavalli. Si dispose allora il suo arresto nel carcere Lambaréné, nel nord del Gabon, dove rimase per cinque anni, e poi un nuovo esilio nel 1903 in Mauritania, dove gli stessi che dovevano essere i suoi carcerieri si prostrarono ai suoi piedi e chiesero per lui il rimpatrio. Confinato prima nel villaggio di Thiéyenne e poi a Diourbel, Cheikh Ahmadou Bamba fu riabilitato dalle autorità francesi solo nel 1916, quando il Governo dell’Africa Generale dispose di farlo entrare nella propria orbita d’influenza, offrendogli il titolo di membro del Comitato Consultivo degli Affari Mussulmani; onorificenza che lo Cheikh rifiutò, evitando di presentarsi mai in assemblea. Trascorse i suoi restanti undici anni di vita seguendo l’esempio del Profeta Muhammad e istruendo alla via della Mouridiya, attraverso le numerose trascrizioni di testi richieste ai suoi discepoli, primo tra tutti Cheikh Ibrahima Fall.

Sulle navi dei coloni la preghiera mussulmana era proibita, in vista di una totale sostituzione della fede islamica con quella cristiana all’interno dei territori conquistati. Cheikh Ahmadou Bamba (anche chiamato Khadimou Rassoul, il Servo del Messaggero), imbarcato sul piroscafo Ville de Pernambouc diretto in Gabon, non si oppose alla legge dettata dal comandante: non potendo assolvere al dovere della ṣalāt (la preghiera quotidiana ripetuta cinque volte) sull’imbarcazione, egli stese il tappeto di preghiera direttamente sulle acque dell’oceano.

Cent’anni dopo, il nome di Cheikh Ahmadou Bamba mette ancora in moto centinaia di senegalesi di ogni età, che ogni anno invadono le strade verso Touba per ringraziare Allah d’aver preservato l’Islam dalla forza distruttrice dei coloni; ogni anno le vie attorno alla città si riempiono di auto che procedono a passo d’uomo, motorini che sopportano tre, quattro adolescenti per volta, carretti che sfidano la fisica resistendo alle imperfezioni della strada e piedi che camminano indifferenti a polvere e fatica: è il Magal, la festa del rispetto e della celebrazione della magnificenza di Dio. Noi arriviamo a Touba in un giorno di relativa quiete, eppure qui le occasioni per una preghiera collettiva non mancano mai; tra qualche giorno sarà Tabaski, la più importante festa mussulmana, e i bayefall, i nuovi discepoli di Cheikh Ibrahima Fall, preparano gli animi attraverso il Magal Darou Salam, la festa Portatrice di Pace. Arriviamo in centro a Touba guidati dal profumo di carni che bruciano sui grandi falò di ebano, misto all’aroma dell’immancabile caffè, e trascorsi pochi minuti, ci raggiunge anche il suono dei primi sabar ad annunciare l’arrivo del taalibé che sarà a Touba quest’anno; ci alziamo in fretta per non essere travolti dalla folla danzante al ritmo dei tamburi, che si mescolano al tintinnare delle monete gettate in offerta nelle grandi calebasse che gli uomini agitano tra le mani, mentre giovani bayefall mostrano la forza e la tenacia della loro fede fustigando i muscoli scuri con mazze di legno pesante e affilate sciabole, la cui lama non oltrepassa mai l’invincibile pelle del fedele.

Mentre lo sguardo si perde, tra l’aleggiare di questi tessuti rattoppati con stoffe colorate, in memoria della scelta di povertà portata avanti dai due Sceicchi di Touba, l’animo inizia a distendersi nell’attesa d’ascoltare le preghiere che il califfo reciterà e si lascia trasportare dalle parole del canto di ringraziamento che i bayefall innalzano al cielo: « La ilaha illa Allah! Djeredjeuf Mame Bamba! Djarama Cheikh Ibra Fall! (Non c’è divinità se non Dio! Grazie Ahmadou Bamba! Grazie Ibrahima Fall!)».

Oltre ai cruss e alle immagini iconoclastiche, caratteristiche tipiche dell’aspetto dei Bayefall sono i capelli che liberamente prendono forma di dreadlocks, in memoria della scelta di Cheikh Ibra Fall di non tagliare i propri capelli se non quando Cheikh Ahmadou Bamba glielo avesse chiesto, e gli abiti ndiakhaas, vestiti composti da toppe (99 più una, come i nomi di Dio) e costituiti solitamente da due pezzi: i larghi pantaloni thiaya e la lunga tunica stretta da un alta cintura (zikar). Diverse sono le occasioni che spingono i Bayefall a incontrarsi in raduni più o meno numerosi; tra le attività principali di queste occasioni, vi sono la raccolta di offerte, poi devolute ai Califfi, e il canto: in gruppo e battendo il tempo con i piedi, spesso nudi, intonano gli zikar, canti della tradizione wolof, caratterizzati dalla ripetizione del nome di Dio e di ringraziamenti a Lui rivolti. [ph. Grazia De Laurentis /tutti i diritti riservati]
In copertina: Moschea di Touba (Fonte: Franco Visintainer/CCBY3.0)

A tu per tu con una Testimone di Geova

«Quindi, tu sei cristiana?», lo sguardo di Sandra si spostava perplesso dal foulard che sempre fascia la mia testa, alla piccola croce con Cristo pendente sulla mia gola. Alla mia sicura risposta affermativa, prendeva inizio la sua prima lezione circa i Testi Sacri: «Lo sai, vero, che l’iconoclastia è fortemente proibita da Dio? Quando sul monte Sinai diede a Mosè i comandamenti, Egli disse: “Non devi farti immagine scolpita né forma simile ad alcuna cosa che è nei cieli di sopra o che è sulla terra di sotto o che è nelle acque sotto la terra.”(Eso20:4;5)». Provai a spiegarle che quel monile d’oro non era per me un idolo da pregare, ma un ricordo affettivo: l’ultimo dono lasciatomi da un nonno, ateo per giunta, che a sua volta lo aveva ricevuto dalla madre; lo sguardo di Sandra, fermo quanto la sua posizione, non cambiò: «La Bibbia è molto chiara nel descrivere le immagini vietate: “I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo terreno.” (Sl115:4). Dovresti liberarti di queste immagini, legate alla falsa adorazione, per poterti aprire alla vera adorazione».

Avevo sempre evitato di entrare in dialogo con questa cliente regolare della copisteria dove all’epoca lavoravo, proprio per il suo inequivocabile aspetto corollato dei fascicoli di Torre di Guardia che sbucavano dalla borsa; eppure il giorno in cui Sandra mi ha più indispettita, quando ha appunto criticato la collanina a me tanto cara, a stuzzicarmi è stata una certa curiosità: «Perché mi stai dando questa lezione? Perché, in generale, i Testimoni di Geova suonano alle case e fermano persone per strada, già sapendo che la maggior parte di queste persone non è interessata ad ascoltarvi e proverà solo astio nei vostri confronti?» La serenità della risposta di Sandra, conteneva senza dubbio una nuova accusa alla mia fede praticata in modo scorretto: «È Gesù stesso a dare questo compito ai cristiani: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni.” (Mt28:19). Sappiamo che in molti ci disprezzano, ma già Gesù sapeva che saremmo stati perseguitati: “E voi sarete oggetto di odio da parte di tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato” (Mt10:22). Per questo, la nostra regola è che ognuno di noi deve mettere in atto almeno un’ora di predicazione al mese, ma di fatto è un piacere dedicarvi molto più tempo».

Copertine de “La Torre di Guardia”, la rivista stampata dall’omonima casa editrice di New York, diretta e finanziata volontariamente dai Testimoni di Geova; insieme alla seconda rivista della congregazione, titolata Svegliatevi!, essa è uno dei principali strumenti di predicazione e viene gratuitamente distribuita a chiunque abbia interesse a dialogare con i Testimoni di Geova. Ad oggi, è la rivista più distribuita al mondo, con una tiratura di oltre 61 milioni di copie e tradotta in 303 lingue.

Conoscevo bene i passi citati, ma la mia curiosità non era così facile da saziare e la mia insistenza si sentiva sempre più legittimata da quell’atteggiamento di saccenteria che indispone i più: «Sì, ma perché non lo hai fatto quando mi credevi musulmana?». Sandra mi rispose con una critica che più di una volta mi sono sentita rivolgere da persone di fede islamica: «La maggior parte dei cattolici non ha mai letto i Testi Sacri: conoscono i racconti dei Vangeli in forma di riassunti e ascoltano qualche passo durante la Messa, ma non leggono la Bibbia per intero; mentre molti musulmani conoscono Antico e Nuovo Testamento meglio dei cristiani stessi. Ma non credere! Molti Testimoni di Geova si convertono dall’Islam o da altre fedi; la nostra congregazione è diffusa in tutto il mondo: pensa che tra i Paesi con più predicatori, ai primi posti stanno Messico, Venezuela e Nigeria». D’istinto le chiesi: «E tu, perché sei diventata Testimone?» «Mio marito lo era e le mie figlie sono state cresciute in questa fede; -nelle aspettative di Sandra, domanda e risposta erano evidentemente già in attesa- io ero una brava cattolica, una frequentatrice della Chiesa, ma il giorno in cui sono rimasta vedova qualcosa è cambiato. Il giorno del funerale, io ero distrutta dallo sconforto, mentre mia figlia mi prese per mano e mi disse: “Mamma perché ti disperi? Tu credi in Dio e nel Paradiso, non dovresti gioire che papà è ora nel Regno dei Cieli?”. Al momento non capivo: anche lei piangeva ed era triste, ma tra le sue lacrime c’era una serenità che io non conoscevo; fu lei a spiegarmi: “La morte è nemica di Dio, tanto che lo stesso Gesù cedette alle lacrime (Gv11:35) alla morte dell’amico Lazzaro, ma nella Parola di Dio puoi trovare conforto: è infatti scritto che tutti quelli che sono nelle tombe commemorative udranno la sua voce e ne verranno fuori (Gv5:28;29)”. In quel momento ho capito che lei conosceva la Verità molto meglio di me, molto più profondamente, e le ho chiesto di diventare mia maestra».

Altre copertine de “La Torre di Guardia” in varie lingue. Ad oggi la “Torre di Guardia” è la rivista più distribuita al mondo, con una tiratura di oltre 61 milioni di copie e tradotta in 303 lingue.

In tutta onestà, la sua spiegazione mi lasciava perplessa: ogni cristiano confida nella Resurrezione dei morti, cosa c’era di diverso nella spiegazione della figlia di Sandra? Cosa la rendeva più vera? «La Chiesa cattolica ha creato nei secoli tutto un immaginario attorno alla morte, che non trova conferma nelle Scritture. –spiegò Sandra- Nella Bibbia non si parla né di Inferno né di Purgatorio: quando Satana, da angelo che era, decise di sfidare Dio, di essere adorato in vece sua dall’uomo persuadendo Adamo ed Eva a credere che Dio stesse loro mentendo, non fu spedito vorticosamente sotto terra; questo è scritto nella Divina Commedia, non nei Testi Sacri. Dio diede a Satana la possibilità di una risposta convincente, agli uomini la possibilità di riscattarsi dal peccato di avergli creduto: così Satana divenne il governante di questo mondo (Gv12:31), come dimostra il fatto che potesse tentare Gesù offrendogli tutti i regni del mondo e la loro gloria (Mt4:8); che tentazione sarebbe stata se non fossero stati sotto il dominio di Satana? Ma il suo tempo è contato: ci sarà la guerra di Armaghedon, quando i sette angeli di Dio riverseranno tutta la Sua ira sulla terra ponendo fine al regno di Satana. Allora avrà inizio il Giorno del Giudizio, che durerà mille anni, durante i quali Gesù, destinato a regnare sulla terra quando su di essa tornerà il Regno di Dio, giudicherà i vivi e i morti (2Tm4:1)». Interruppi la sua lezione per un chiarimento per me fondamentale: «E il Paradiso? Non è forse vera la critica che vi muovono in molti: di sentirvi eletti, prescelti per entrare nel numero chiuso di coloro che avranno accesso al Regno dei Cieli?» «Non è una critica falsa, ma scorretta. È scritto: “L’Agnello stava sul monte Sion e con lui 144̇000 che avevano il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulle loro fronti.[…] Questi sono quelli che continuano a seguire l’Agnello dovunque vada. […] Sono senza macchia”. (Ri14:1÷5). Queste anime pure, alla morte ascendono direttamente al Regno dei Cieli e saranno accanto a Gesù nel Giorno del Giudizio; le altre anime, invece, dormono nello Sceol (l’equivalente dell’Ade greco, ndr) in attesa di resuscitare per essere giudicati e avere la possibilità di vivere nell’Eden, il giardino che Dio ha creato per l’uomo qui, sulla terra. Nessuno ha la certezza su dove sarà dopo la morte, ma seguire la vera Parola di Dio accresce le possibilità di essere nel Regno dei Cieli».

In copertina: a sinistra la Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, testo sacro di riferimento dei Testimoni di Geova. Essa consiste in una nuova traduzione della Bibbia, ad opera di assemblee di Testimoni di Geova preposti alla traduzione direttamente da ebraico, aramaico e greco antico in lingue moderne. A destra Cosa insegna realmente la Bibbia?, testo con cui i Testimoni di Geova introducono alla loro interpretazione del Testo Sacro quanti iniziano ad avvicinarsi alla loro predicazione.

Seconde generazioni LGBT – le bambole, la moschea, l’amore

Identificarsi, parlare di sé, scoprirsi. Sperimentare, valutare, sopravvivere. Cambiare, o almeno provarci, accettarsi. Ho provato spesso a comprendere la sottile linea che mi lega a ciò che sono, ma molte volte sono crollato giù, come un uomo da circo che perde l’equilibrio, e cade nell’oblio della dimenticanza, dell’errore, dei sensi di colpa. Quando affiora la curiosità, tu non puoi rifiutarla, puoi solo accettarla. Accetti il tuo essere in scoperta, in esplorazione, tra impulsi primordiali ed occhi che cercano una scusa a quelle strane sensazioni che provi.

Naturale o innaturale? Giusto o sbagliato? Chi sono io per giudicare me stesso, quando posso aspettare che siano gli altri a costruire quel che sono? Mille domande cercano di disarmarti, di renderti umano e nudo davanti a ciò che non puoi controllare: il tuo essere che avanza. Il mio nome è altro, è opposto, ma è anche profetico. Mohamed, profeta in cerca di risposte.

Sono cresciuto in una famiglia a maggioranza musulmana. Mio padre si è sempre identificato come musulmano, nei limiti della accezione occidentale, mentre mia madre ha sempre girato nel vortice di una spiritualità a metà tra cristianesimo, islam e amore per i suoi figli. Amare, secondo lei, è una religione che in pochi sanno professare. I parenti tunisini, luogo di nascita di mio padre, giocano a nascondino da quando ero piccolo, o forse hanno cambiato gioco.

Non sono mai stato legato alla mia terra di origine – parlando in termini arcaici di sangue e nazione – forse a causa del mio amore verso il cibo italiano, o forse perché non mi sentivo bene in quel posto che mio padre appellava come mio vero luogo di nascita. Il sangue rappresentava l’unico legame con quella terra piena di sabbia e ricordi tristi, ma mai dimenticati. In ogni viaggio mi annullavo, regredivo ad una fase embrionale dove mia madre rappresentava la sicurezza di casa, e mio padre il tiranno che tanto voleva fossi legato a quella terra che lui chiamava casa.

I parenti si mostravano, spesso ridevano di me tra di loro. Per loro ero troppo effeminato, e ne facevano presente a mio padre che con un tono arrogante ma scherzoso sottolineava la mia passione per la poesia. Deriso, non compreso, può un padre accettare una derisione piuttosto di una verità?. La mia costruzione, il mio essere in progressione silenziosa ha radici molto lontane.

A sei anni ho scoperto l’amore per le bambole, ma ciò che mi interessava di più era farle volare in aria, quasi distruggerle. Distruggevo qualcosa che non andava, di poco professionale. La professionalità di un bambino educato alla religione musulmana.

Amavo anche mangiare, ma fin qui nessun problema. Potevo prendere peso, ingrassare, ma mio padre continuava ad essere fiero di me: un piccolo ma futuro grande “maestro di moschea”. Con un nome come il mio hai delle responsabilità da rispettare, non puoi essere fuorviante, devi rispettare chi sei, o chi devi essere.

Amavo le bambole, amavo mangiare, ma amavo anche mio padre. Le bambole non gli andavano giù, per questo le ho abbandonate. Ho detto addio alle bambole di mia cugina con certo malincuore, ricordo ancora il loro profumo di fragole. Quel profumo fu sostituito dalla polvere arida e visibile della moschea di città, un luogo angusto per un bambino, silenzioso ma ricco di dettagli artistici. Può la religione considerarsi arte?

Per me, sin da piccolo, la religione era un rompicapo complesso, più cercavo di comprenderla e più mi mordeva la testa. In quei giorni di preghiera fissavo spesso il muro e mi chiedevo come mai fosse vietato giocare con le bambole. Il maestro di moschea parlava spesso di uomo e donna, di unione religiosa, ma mai di bambole. Nella moschea imparavo la religione, cercavo di prenderla tra le mani, ma non ci riuscivo. La cercavo inginocchiato sul tappeto, mentre muovevo le dita cercando una risposta, o quando sorridevo a mio padre che non poteva che essere fiero di un figlio tanto predisposto alla religione. Si può essere predisposti a qualcosa verso cui non si prova particolare interesse?

A 12 anni le bambole erano un lontano ricordo, a quell’età non potevo che pensare ai primi peli, alla voce più rauca, a quelle strane sensazioni che sperimentavo di notte, tra indignazione, curiosità, strepito e vergogna. Provavo simpatia verso i miei compagni di classe, nonostante mi chiamassero “finocchio” tutto il tempo. Forse non era simpatia se ci penso bene, ma sperimentavo una certa dipendenza nei loro confronti. Avevo bisogno dell’idea di loro per reprimere quelle strane sensazioni che non mi facevano dormire di notte. In moschea cercavo le risposte fissando il muro bianco, ma quel muro era invisibile e non vedevo altro che strani pensieri. Non è corretto, non va bene, non è giusto, non si può.

Qualche anno più tardi, a 17 anni, ho provato per la prima volta l’esperienza di un volo a capofitto. Mi sono gettato in quelle strane sensazioni che provavo e che mi facevano tremare le mani. Finalmente avevo capito. Avevo preso le mie responsabilità e mi sono lasciato andare.

La libertà è anche responsabilità verso se stessi. Avevo assunto il ruolo di giudice e di imputato, mi infliggevo colpe e le accettavo, ma non mi interessavano. Mi definivo gay, bisessuale, asessuato. Mi guardavo allo specchio, sorridevo, poi diventavo triste. Cercavo nello specchio la vergogna del mio essere, ma ormai c’era solo sicurezza. Provavo, studiavo e mi abbandonavo al mio corpo, a quello altrui, all’amore e alla sincerità dei sensi. Mi scoprivo per l’ultima volta, dicendo addio al rancore di non poter essere me stesso, alle paure che nessun corpo nudo può levarti, ai ricordi di un passato da ciclista che corre la sua corsa verso la verità, ma senso il casco di sicurezza.

Quella sicurezza è nata in me nel momento in cui ho imparato a dire sì. Sono diverso? Sì. Ma la diversità non è altro che scoperta di un mondo dove ogni cosa funziona al contrario, dove realtà ed immaginazione si incontrano, dove il bene ed il male sono discorsi troppo impegnativi, dove l’amore vince su tutto.

L’amore, in fin dei conti, non l’ho mai dovuto scoprire. È stato un dono offerto da mia madre, si è metabolizzato in me prima ancora che scoprissi il piacere delle bambole. Mi ha amato ancor di più il giorno in cui le ho lasciato una lettera in cui a cuore aperto le rivelavo l’effetto che l’amore aveva fatto su di me. Mio padre mi amava, ma amava di più l’idea di me. Aspetta ancora il giorno in cui sposerò mia cugina. Io mi sono amato, odiato ed ancora amato.

Quando condividi l’amore, lo fai perché è un gesto spontaneo, di natura. Perché allora siamo cosi innaturali agli occhi altrui? Si parla di amore come un sentimento altruista, non di egoismo sensazionale. Ho scoperto me stesso molto tardi, ma ho imparato ad amare presto. Rupaul sostiene: “Se non ami te stesso, come diavolo puoi amare qualcun altro?”. Ed è questo il coming out più duro da fare: dichiarare il proprio amore verso gli altri, e verso se stessi.

Scritto da Mohamed

Fonte: Il Grande Colibrì

Pequod: Boarding Pass

Siete tornati dalle vacanze e avete ripreso la solita routine?

Pequod Rivista vi offre l’occasione di partire ancora per una sera!
Nella suggestiva location dell’Ex Carcere di Sant’Agata di Bergamo PEQUOD : BOARDING PASS festeggia la nuova stagione con un sacco di drink, cibo, musica, chiacchiere e un’inedita performance teatrale… preparate la vostra boarding pass e salite a bordo della nave!

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Nel blu dipinto di blues

Un blu intenso e profondo è il colore che avvolge gli Stati Uniti a cavallo tra Ottocento e Novecento. Già nel XVII secolo gli anglofoni erano avvezzi all’uso dell’espressione to have the blue devils (“avere i diavoli blu”), riferita ad uno stato d’animo di agitazione, depressione e tristezza provocato dallo stato allucinatorio che segue la crisi di astinenza da alcool – un bel post sbronza con i fiocchi (e con i diavoli blu). Sempre blue era un sinonimo gergale per indicare un ubriaco, così come blu erano le leggi che vietavano la vendita domenicale di alcolici, le Blue Laws.

Dopo la guerra di secessione americana (1861 – 1865) il blu rimane ma le espressioni gergali assumono tutto un altro significato, sempre legato a sentimenti di malinconia, sofferenza e tristezza (to be blue, “essere blu”; to have the blues, “avere i blu”) ma completamente distaccati dall’accezione alcolica precedente. Teniamo in considerazione che questa forma poetico-musicale nasce nel Sud degli Stati Uniti negli anni appena precedenti la guerra di secessione, quindi dal combinarsi di elementi appartenenti alla cultura proletaria rurale afroamericana e quelli derivanti direttamente dalla tradizione musicale colta europea. È da questo momento che l’associazione tra il sentimento blues e il genere musicale in sé diventa inscindibile: l’espressione del sentimento costituisce l’essenza della musica blues.

Il blues non come colore primario, ma una sonorità ibrida che trova le sue radici nei campi di cotone, nei porti e tra la manovalanza nera, tra il rammarico e la nostalgia. I canti di lavoro avvolgono gli Stati Uniti anche negli anni successivi alla guerra, in cui le condizioni degli ex schiavi rimangono in un clima di povertà e soggezione nei confronti dei bianchi (ma quanti colori!). Canti che donano la struttura di chiamata e risposta, call and response, di impronta africana come l’uso di particolari melismi, l’intonazione nasale e l’uso delle note blues: tutti elementi che ci riportano alla musica dell’Africa occidentale e centrale. La “messa in armonia” di questo nascente genere musicale avvenne grazie al contatto con i musicisti neri colti che, nell’Ottocento, cantavano e suonavano nelle chiese e nei templi: è qui che vennero a contatto con l’armonia classica, proprio grazie ai canti religiosi di cui venivano a conoscenza.

La codificazione del genere avviene tra il 1870 e il 1930: una forma musicale e poetica che prevede una sequenza di 12 misure, divisa in tre segmenti ciascuno di quattro misure, con un battito regolare (il più delle volte ternario). La struttura verbale va di pari passo con quella musicale, con strofe che seguono lo schema AAB che prevedono: A – un’affermazione o una domanda, A – una riaffermazione o una nuova domanda, B – la conclusione o la risposta a tutte queste domande. Il tono rimane sempre molto malinconico, intenso, molto emotivo e spesso sarcastico ma mai e poi mai sentimentale; questo anche perché i temi rimangono fortemente legati alla discriminazione razziale, alla povertà, alle gesta di eroi e alle gioie e ai dolori dell’amore, sempre strettamente legate al vissuto del cantante-autore. Per dare enfasi a tutte queste sfaccettature, sono molti gli escamotage utilizzati dai musicisti per rendere in musica tutta questa emotività, come il vibrato, il portamento, il canto “parlato” o addirittura gridato – tutte tecniche vocali atte a caratterizzarne l’efficacia espressiva. In sostanza un tipo di musica vocale in cui i testi devono esprimere insieme disperazione e sollievo nell’esprimere questa pena, dove è il testo a guidare il progredire della frase musicale, spesso a scapito di una sottolineatura ritmica precisa.

Un altro elemento fondamentale di riconoscimento di questo genere è l’uso delle blue notes, a cui le linee melodiche restano fortemente caratterizzate, ossia l’impiego esclusivo di un modo che corrisponde a una gamma maggiore con tre gradi mobili: il 3° maggiore o minore, il 5° giusta o diminuita e il 7° maggiore o minore. Le scale che vengono utilizzate dal cantante, o dagli strumenti solisti sono quasi sempre la scala pentatonica minore – Do, Mib, Fa, Sol, Sib, Do – e la scala blues – Do, Mib, Fa, Solb, Sol, Sib, Do. Questi elementi tecnici fanno sì che si crei una dissonanza tipica del blues tra l’armonizzazione e la melodia che comporta una delle caratteristiche tipiche di questa musica.

https://www.youtube.com/watch?v=U5QKpsVzndc

Tra gli strumenti che hanno accompagnato i blues man troviamo inizialmente un elastico inchiodato ad una tavola, utilizzato dai primi musicisti neri freschi di liberazione dalla schiavitù; segue la cigar box, una scatola di sigari con una manico e dalle due alle quattro corde. Scatola di sigari o qualsiasi altro contenitore che fosse in legno o in metallo, con corde abbastanza alte che permettevano un uso particolarmente agevole con la tecnica dello slide (spesso utilizzando un collo di bottiglia per scivolare su e giù). Con questi strumenti rudimentali tutto era lasciato letteralmente in mano al musicista, ai suoi gusti e al suo più o meno buon orecchio musicale. Il passaggio alla chitarra è pressoché naturale.
Un altri strumento principe di questo genere è l’armonica a bocca: i generale parliamo sempre e comunque di strumenti di facile reperibilità e molto economici.

Un’ulteriore evoluzione musicale del blues è dovuta all’utilizzo degli strumenti a ottone da parte dei musicisti neri, così come di generi musicali derivanti direttamente dalla tradizione europea.

A seguire, in un processo del tutto naturale, le pubblicazioni e le prime incisioni danno l’avvio al fenomeno degli standard blues; si avvia anche la commercializzazione che però trova i suoi riscontri solo nel secondo dopoguerra: Memphis e Chicago diventano i due grandi centri musicali, le blues cities. Si moltiplicano gli artisti e con loro gli stili, fino allo sconfinamento del blues nel rhythm and blues e nel rock and roll.

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Cinquanta sfumature di letteratura kitsch

Facile pensare ai colori solo in termini visivi: «[…] un libro, buono o cattivo, deve piacere dalla copertina», affermava Casanova paragonando ai libri, appunto, la donna; e certo qualsiasi amante della lettura potrà raccontare di almeno un episodio in cui il solo motivo a spingerlo a sfogliare un determinato libro, a leggerne la trama sulle alette, sia stato il colore del dorso di copertina, piuttosto che l’immagine stampata sulla prima.

Come non ricordare, a tal proposito, la brillante invenzione di Lorenzo Montano, che nel 1929 ideò la collana Il Giallo Mondadori? Attraverso la semplice omologazione cromatica dei volumi in collana, la raccolta riuscì non solo a fidelizzare al genere poliziesco ampissime fasce di pubblico, ma addirittura diede essa stessa nuova identità al genere, in Italia rinominato “giallo”. La brevità e familiarità del termine è rivelatrice del suo primissimo pubblico: lettori della prima generazione alfabetizzata in massa, consumatori della neonata società borghese e industriale, ignari delle strategie e delle dinamiche di marketing, pertanto facili prede di slogan diretti e colori vistosi.

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A poco meno di cent’anni di distanza dalla creazione della collana Mondadori, il pubblico è certo profondamente cambiato: un secolo di riforme nel sistema scolastico e nella produzione industriale del prodotto librario ha reso possibile l’edizione di una quantità di romanzi inimmaginabile a inizio Novecento, per la cui vendita le strategie pubblicitarie, sempre più palesi al pubblico, hanno progressivamente dovuto affinarsi, di pari passo con una sempre migliore qualità dell’immagine stampata. La centralità attrattiva della copertina non è andata scemando, come ci si poteva aspettare dall’emergere di un pubblico di massa sempre più istruito e critico, bensì ha acquisito nuovi significanti, o ridato vigore ai vecchi. In quest’ultimo senso, un esempio piuttosto palese è dato da un veloce confronto tra le copertine dei classici della letteratura, quand’anche in edizione economica, e dei romanzi di consumo: caratteristiche del primo genere sono le riproduzioni di quadri d’autore, legati all’epoca e all’ambiente descritti nel romanzo; fotografie su carta patinata o disegni grafici spiccano, invece, sulle copertine del secondo genere. Una distinzione netta e individuabile al primo colpo d’occhio.

Più significativo è però il modo in cui è cambiata la titolatura dei libri, divenuta in qualche modo essa stessa “opera letteraria”, al fine di imprimersi più nettamente nella memoria e non confondersi tra i ricordi di altre letture. Fino alla Rivoluzione Industriale, infatti, la nomenclatura dei testi, era estremamente semplice: l’intera letteratura di epoca classica e medievale è fino a oggi titolata con sintesi dei contenuti dei testi o con il nome del protagonista; simili sono state le scelte nei titoli per i poemi cinque e seicenteschi. Per tutto il Settecento e l’Ottocento, i romanzi mutuano quest’attitudine alla sintesi, ma con l’avvento dell’industria e la trasformazione del libro in una merce, anche il titolo acquista un ruolo nuovo: sfavillante al centro della copertina, deve esso stesso essere attraente.

Costretti in un gioco tra detto e non detto, gli autori moderni si cimentano tra perifrasi, metafore, evocazioni che sollecitino l’immaginario dei lettori e la loro curiosità; non è un caso che trovino spesso, nella ricerca di una sintesi perfetta, un facile alleato proprio nei riferimenti cromatici. Una recente conferma del formidabile supporto che l’immaginario di sensazioni evocabili da un colore può fornire alla letteratura viene ancora una volta dal mondo dei best sellers di consumo, da un esempio tra quei successi prima letterari e poi cinematografici, che definiamo prettamente di massa: praticamente impossibile, infatti, non aver sentito almeno citare il titolo delle Cinquanta sfumature di…, che proprio a tre diversi colori affida il senso della propria tripartizione.

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Il terzo libro della serie, “Cinquanta sfumature di rosso”, il cui film omonimo uscirà nelle sale da febbraio 2018.

Tre colori che, presi tutti assieme (così come nel 2011 è stata pubblicata la prima edizione), sembrano mettere in luce proprio quanto lasciano escluso: Cinquanta sfumature di grigio, poi nero e rosso; nel tentativo di intrecciare tra loro i tre cromatismi, l’occhio immaginifico nella mente del lettore si trova a incespicare in quella sfumatura che resta nel non detto, nell’impronunciato. Negata qualsiasi possibilità di biancore, non c’è rosa; eppure proprio nella letteratura rosa avremmo pensato di collocare questa trilogia, il cui pubblico è in fondo lo stesso dei romanzi d’amore. La scelta cromatica fatta dall’autrice nell’elaborazione del titolo si fa portavoce del suo intento comunicativo: E.L. James parla d’amore, ma non di quell’amore romantico così tipico della narrativa di consumo, bensì di un sentimento complesso e oscuro.

Così l’autrice ci invita ad addentrarci alla scoperta delle sfumature del celato, del taciuto, del proibito; anche se poi in realtà, le prime Cinquanta sfumature di grigio altro non sono che le molteplici sfaccettature di una precisa persona, Mr. Grey appunto, che ha sì fantasie più o meno celate, più o meno torbide, ma è soprattutto un animo tormentato da paure del passato, che l’amore della protagonista femminile tenterà di curare. A conclusione del primo libro, i protagonisti si separano, ma basta la casualità di un incontro per far riaffiorare la passione e avviarci alla scoperta delle Cinquanta sfumature di nero; un titolo che arrovella la mente nella ricerca di tonalità sconosciute, mentre la fantasia scava nei tabù più reconditi, domandandosi cosa chiederà di nuovo l’appetito sessuale di Grey.

Di fatto, nel secondo libro le fantasie del protagonista, esperto master BDSM delle cui abilità crediamo di aver conosciuto un solo accenno, corrispondono in numero esattamente alle sfumature di nero: zero. Per amore della giovane impiegata che ha deflorato, infatti, il protagonista rinuncia al sadomaso e addirittura sceglie di anteporre al proprio piacere quello di lei, che nel frattempo è sempre più interessata all’erotismo alternativo. In questo modo, possono riconciliarsi le anime dei due amanti, unite in matrimonio nei primi capitoli di Cinquanta sfumature di rosso, che tra passaggi quasi polizieschi e reminiscenze d’erotismo, esauriscono infine tutto questo ventaglio cromatico in quell’unica sfumatura che ci sembrava di non trovare, illudendoci si sarebbe persa in abissi di colori ben più curiosi: rosa sono infine le sfumature di rosso e rosa è la trilogia di E.L. James.

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Statua del dio Priapo, la cui offesa costituisce l’antefatto da cui muovono le sventure, in ambito sessuale, del giovane protagonista del “Satyricon”, Encolpio, prima costretto dalla sacerdotessa Quartilla a prendere parte a un’orgia, poi reso impotente dal dio stesso; per sottrarsi a tale maledizione, Encolpio arriverà a correre il rischio di un rapporto anale suo malgrado.

Il titolo di questa raccolta, pur non trattandosi di un’opera letteraria di particolare rilievo, consiste in un’astuzia stilistica, i cui frutti sono facilmente riscontrabili nel suo successo di pubblico: nell’illusione di disvelarci ben 150 possibili sfumature dell’umana fantasia erotica, attraverso questa coppia di protagonisti che probabilmente impallidirebbe di fronte alle descrizioni di Petronio delle prestazioni sessuali imposte ai protagonisti del suo Satyricon, l’autrice costringe il lettore a scavare nella propria fantasia e riscoprire il proprio erotismo, grazie a sensazioni che la mera citazione di colori dal carattere intenso ha potuto stuzzicare.

La vita a Bruxelles dopo gli attentati

Raccontando i luoghi della storia della guerra che si combatte tra terrorismo islamico e cultura europea,  è impossibile non citare Bruxelles, città più e più volte protagonista in questi anni di articoli e telegiornali, illuminata da riflettori che piovono da più direzioni.

In questa florida città, capitale della piccola Monarchia Costituzionale del Belgio, l’Europa ha infatti posto il proprio centro politico e decisionale; qui si incontrano politici da tutto il mondo per prendere accordi, da qui dipartono tutte le direttive rivolte all’Europa come Comunità.

In questo senso, stupisce quasi che i primi attentati non si siano verificati proprio qui, nella culla del potere politico europeo; ma il ruolo di Bruxelles nelle dinamiche dei progetti degli estremisti era di tutt’altro tipo: di cittadinanza belga sono molti degli attentatori e dei programmatori degli attacchi, di cui diversi fermati proprio a Bruxelles.

Bruxelles è oggi contemporaneamente sede del Parlamento Europeo, della Commissione Europea e del Consiglio dell’Unione Europea, rappresentando il luogo delle decisioni sulle misure antiterroristiche, e centro delle preoccupazioni dei politici europei, che accusano il Belgio tanto di essere il paese che fornisce più combattenti alla jihad, quanto di essere uno Stato disorganizzato dal punto di vista della sicurezza.

  

Una preoccupata attenzione è sempre stata rivolta al quartiere Molenbeek, a dieci minuti dalla Grand Place nel centro di Bruxelles, presunto rifugio di diverse cellule terroristiche. A Molenbeek si raccoglie una delle più coese comunità islamiche: il quartiere conta circa 90̇000 abitanti, di cui l’80% di religione musulmana; in poco meno di 6 km² si contano 22 moschee. Qui è stato arrestato Salah Abdeslam, attentatore di Parigi.

E’ stato invece il quartiere di Maelbeek che ha subito un attacco e ricevuto la sua ferita: il 22 Marzo 2016 un’esplosione distrugge la fermata metropolitana del quartiere, provocando una ventina di morti.

A raccontarci di quel giorno è Olga, ventiquattrenne belga che da quattro anni vive in centro a Bruxelles, a dieci minuti di metro da Maelbeek: «Il giorno dell’attentato, ero a letto quando la mia coinquilina ha bussato alla porta della stanza per dirmi di guardare i giornali. C’era appena stato il primo attacco all’aeroporto. Lei era in panico: avrebbe dovuto prendere un volo il giorno dopo e continuava a pensare che sarebbe potuta essere lì. Un’ora dopo, alle 9 del mattino, c’è stato l’attacco alla stazione metropolitana di Maelbeek. Molte persone prendono la metropolitana per andare al lavoro a quell’ora; era spaventoso pensare che alcuni amici potessero essere lì. Sono rimasta a casa tutto il giorno controllando gli aggiornamenti, chiedendo alle persone se erano al sicuro e rassicurando gli altri che io stavo bene. L’atmosfera a casa era davvero pesante. Avevo un appuntamento quel giorno; volevo andare, ma ho realizzato che non c’erano treni in circolazione».

La risposta della popolazione di Bruxelles, però, è stata immediata; non c’era alcuna intenzione di lasciarsi schiacciare dalla paura suscitata da questi attacchi: «Nel tardo pomeriggio ho letto i messaggi su Facebook di alcuni amici che dicevano di riunirsi in Bourse Square, portando dei gessetti per scrivere messaggi di pace e tolleranza. Ho partecipato e mi ha fatto sentire meglio. È stato bello vedere le persone riunirsi, cantare e portare fiori. L’atmosfera era strana, davvero molto strana: ricca di emozioni!».

Certe ferite non si rimarginano in un giorno, ma Olga ci racconta di come in breve tempo la vita di tutti giorni abbia ripreso il suo ritmo regolare, probabilmente anche grazie alla resistenza pacifica portata avanti dai cittadini di Bruxelles, fin da quella prima serata di Marzo 2016.

«Il giorno dopo l’attentato, – ricorda Olga – i trasporti pubblici erano ancora vuoti. Alcune persone della mia famiglia dovevano venire a Bruxelles per una performance, ma non hanno potuto farlo. Credo però che per le persone che vivono nella città, la vita sia ricominciata abbastanza velocemente. Ad oggi, non noto nessun cambiamento, né è cambiato qualcosa nella mia vita di tutti i giorni. Ma quest’anno ho lavorato con i rifugiati e ho realizzato che sono loro le vere vittime di questi attentati».

Il problema che Olga mette in luce non è di poco conto: se i cittadini di Bruxelles hanno immediatamente risposto al terrore suscitato dagli attentati con spirito di coesione, non così è stato per le decisioni prese dal Governo, volte a contenere l’immigrazione e ridurre le possibilità di asilo. «Per gli immigrati è diventato sempre più difficile ottenere i documenti. – spiega ancora Olga – Le leggi emanate, che pretendono di proteggere la sicurezza nazionale, stanno di fatto disconoscendo i diritti degli stranieri».

Le sue preoccupazioni, sebbene più vaghe, sembrano passare da un livello nazionale ad uno più ampio, quando chiediamo a Olga un’opinione sugli effetti di questi attacchi sulla Comunità Europea: «Non so molto riguardo l’Europa e il terrorismo; non conosco esattamente le misure prese a livello europeo per combattere il terrorismo, quindi non posso dire se sono o meno d’accordo. Tuttavia, da diversi punti di vista, sono decisamente scettica riguardo le politiche europee».

Essere parigini nel 2017

Un tempo si diceva che le capitali europee come Parigi o Londra fossero città multiculturali. “- inserire un nome di qualsiasi città in Europa – multiculturale” sarebbe stato un titolo perfetto per qualsiasi articolo di un giornale di viaggi o per un pezzo in copertina di una rivista di moda che ritraeva modelle vestite con abiti con fantasie africane intente a posare su uno sfondo urbano.

Dopo gli attentati terroristici del 13 novembre 2015 nel cuore di Parigi, nonché cuore dell’Europa, il concetto di multiculturalismo non è più nominato solo in riferimento a una maggiore concentrazione di ristoranti etnici in alcuni quartieri di una città, ma ha assunto un significato ben più complesso. L’opinione pubblica ha iniziato a dare sempre più attenzione alle comunità straniere che vivono nelle città europee, molti membri delle quali sono cittadini europei.

Un angolo del quartiere Marais a Parigi (Wikimedia Commons).

In questo senso, Parigi è la città multiculturale d’Europa per eccellenza, con una tradizione di immigrazione che risale all’epoca coloniale. In tutto il mondo les Parisiens sono ritratti come snob, orgogliosi della loro città e dell’eleganza che la accompagna. Tuttavia, se si va oltre lo stereotipo, non si può fare a meno di riconoscere la vera natura degli abitanti di Parigi, abituati al multiculturalismo da ben prima che fosse cool e che vivono in quartieri storicamente abitati da diverse nazionalità. Probabilmente il più alla moda e sicuramente uno dei più esclusivi, il quartiere Marais è il centro storico della Parigi ebraica, mentre Rue du Faubourg Saint Denis è il fulcro della Parigi multiculturale. Per non parlare di Little India, le strade vivaci e pittoresche intorno a La Chapelle, e di Belleville, il cui multiculturalismo è stato reso famoso dai romanzi di Daniel Pennac.

Essendo abituati a convivere con la diversità, la maggior parte dei parigini non ritiene che la causa degli attentati terroristici sia da ricercare nei propri vicini stranieri, tant’è vero che, nel parlare dei fatti del 13 novembre 2015 e di come hanno influenzato la vita quotidiana, in genere la natura multiculturale di Parigi non viene citata come motivo di preoccupazione. Ne abbiamo parlato con Emeline, una ragazza francese di 26 anni che vive a Parigi da circa 2 anni.

Emeline (foto di Emeline, tutti i diritti riservati).

Ciao Emeline. Dov’eri il 13 novembre 2015? Ti ricordi cosa stavi facendo quella sera?

Ciao. Io vivo a République, il quartiere proprio al centro degli attacchi. Quella sera ero a casa, stavo facendo un riposino prima di uscire. In questo caso la mia pigrizia si è rivelata provvidenziale, facendo sì che non fossi già fuori casa a quell’ora. Non appena mi sono resa conto di quanto stava accadendo, ho iniziato a preoccuparmi per i miei amici e ho scritto subito ai miei coinquilini e al mio ragazzo per assicurarmi che stessero bene. Dalle finestre vedevo la gente correre. A un certo punto ho visto una persona che conoscevo e l’ho raggiunta nel bar sotto casa, che potevo raggiungere dal mio cortile senza dover uscire per strada. In quel momento preferivo stare con qualcuno invece che sola a casa.

Hai notato dei cambiamenti nella città da quel giorno? Dalle abitudini quotidiane al comportamento e alle relazioni umane?

In realtà non ho notato grandi cambiamenti. Semplicemente, quando si sente un forte rumore che potrebbe sembrare un colpo di pistola o una bomba, a volte la gente si mette a correre in cerca di un posto sicuro, oppure si ferma e cerca altre persone con lo sguardo, quasi a dire “E’ tutto a posto? E’ stato strano, no?”. A parte questo, però, non ho notato alcuna differenza nel comportamento della gente, neanche nei confronti delle comunità musulmane.

Vista dalla finestra di Emeline, République, Parigi (foto di Emeline, tutti i diritti riservati).

La tua vita quotidiana è cambiata? Hai mai pensato di trasferirti?

Non amo stare in mezzo alla folla, non mi sento sicura. Devo ammettere che non mi piaceva molto nemmeno prima, ma adesso sento che il motivo è un altro. Comunque, dal 2015 mi è capitato di essere in mezzo a una folla, ad esempio durante gli scioperi. E’ un’abitudine francese, non ci è proprio possibile farne a meno!

In quanto ragazza francese, come vedi l’Europa? Pensi che questi attacchi stiano in qualche modo minacciando il concetto di Europa unita?

A mio parere l’Europa è un concetto basato su un mercato e una politica comuni, nonché su leggi e cultura condivise, ma non penso che individualmente ci si senta parte dell’Europa. Intendo dire che personalmente non mi sento una cittadina europea, non è la mia identità. Credo che sicuramente gli attentati terroristici e la paura che hanno generato non aiutino le persone a sentirsi uniti, né a pensare alla questione della libera circolazione tra le frontiere a cuor leggero. Ciononostante, non credo che il terrorismo sia la causa principale dei problemi dell’Unione Europea.

Secondo Emeline, a Parigi la vita è andata avanti. Tuttavia, la paura di quella notte non può certamente essere dimenticata con facilità, e gli attacchi terroristici che si sono susseguiti in Europa dopo quelli di Parigi non hanno sicuramente aiutato i parigini, e gli europei in generale, a sentirsi al sicuro nelle proprie città. A darci speranza in questi tempi difficili, però, è il fatto che Parigi, la meravigliosa, multiculturale e accogliente Parigi, non ha perso la propria identità, né il suo orgoglio di essere una delle città più belle e multietniche del mondo.

Intervista di Francesca Gabbiadini; traduzione di Lucia Ghezzi.

Immagine di copertina di Martina Ravelli, tutti i diritti riservati.

How you doin’, Manchester?

Talking about terrorist attacks is not easy at the present moment, when everybody wants to respect the grief of the victims’ families and the privacy of the injured. However, I truly believe that there is a great need to report how the citizens of the countries hit by violence are currently reacting. On the 22nd of May 2017, 22-year-old British Muslim Salman Ramadan Abedi detonated a homemade bomb at the exit of the Manchester Arena in Manchester, England, at the end of a concert by American singer Ariana Grande. Twenty- three adults and one children were killed, Abedi included.

Bombing location map. (Credits: Wikipedia, Eugen Simion 14 – Base map from OpenStreetMap, CC BY-SA 2.0).

Manchester is a lively city. I had the pleasure to live there during the last winter, and what surprised me most of it was the extreme variety of cultures living together. For example, I was truly impressed by the huge sign indicating the Gay Village in the city centre, something that couldn’t happen without issues in my hometown Bergamo, close to Milan.

Gay Village in the city centre of Manchester. Credits: Francesca Gabbiadini

During my stay, I attended an English course at a private school in the city centre, situated about 7 miles from the Manchester Arena. Immediately after the attack, I contacted Paul Ames, a 49-year-old British teacher who works at the school I attended, to understand better how Manchester is doing. Paul has lived in the Middle East for 6 years and worked there as an English teacher, discovering himself and facing the challenge of living immersed in another culture. Paul is originally from Manchester and currently lives approximately 10 miles from where the attack took place. When the terrorist attack happened, Paul was in Italy, on a holiday in Venice. For that reason, he found out about the attack on the morning after, when he checked the news on his mobile: «At the beginning, I felt a mix of shock and sadness. Then, I became very angry imaging all the suffering this attack was causing».

This is the first attack to hit the city after the powerful truck bomb which exploded in central Manchester on June 1996. At the time, it was the biggest bomb to have been detonated in Britain since the Second World War. It caused widespread damage and injured 200 people, but there weren’t any deaths. Despite the surveillance the city is under and the fact that Paul didn’t expect the attack, he adds that «however, it was not a big surprise since it felt like it was just a matter of time until a terrorist attack took place».

Rushholme, the Arabic neighborough where I used to live during my stay in Manchester. Credits: Francesca Gabbiadini.

Manchester is a lively place, I have already told you this. Anger is not the feeling that is currently running in the streets of the city. The citizens reacted with empathy and answered the terrorist act by flooding the places surrounding the Arena with flowers, poems, drawings and balloons. On the 4th of June, Ariana Grande came back to Manchester as hosted a benefit concert entitled “One Love Manchester” at Old Trafford Cricket Ground, which was broadcast live on television, radio and social media. The benefit concert and associated Red Cross fund raised £10 million for the victims of the attack.

Paul doesn’t notice any difference in his daily life after the bomb attack and he doesn’t have any desire to move to another place. He maintains that Muslim communities and the Muslim neighbourhood Rusholme didn’t receive a different treatment from the citizens or the police. Finally, I asked Paul a question about Europe and whether in his opinion these attacks are somehow threatening the concept of a united Europe: «The attacks may threaten a united Europe but I don’t think that is the intention of daesh. Unless Europe and its leaders wake up, it will sleepwalk itself into disaster in the next 20-30 years».

Floral tributes to the victims of the attack in St Ann’s Square in Manchester City centre (Credits: Wikipedia, Tomasz “odder” Kozlowski – Own work, CC BY-SA 4.0).

Konrad is a 23-years-old Polish man who attended my same course at the private school where Paul is currently teaching. Having moved from Poland to the UK, Konrad is currently working in London in order to save some money to attend an acting course in France’s capital in the future. I contacted him in order to understand better what moving across Europe feels like: «When the terrorist attack happened I was in Sevenoaks, near London, training to become a Personal Assistant for disabled people. I found out about it from my colleague… I was totally in shock; it’s hard to express all the sadness, sympathy as well as grievance caused by this security fail». He explains to me that he won’t stop travelling around Europe, or change his daily life just because terrorist attacks can happen everywhere: «Actually, I am thinking more about what kind of things I should have on in case a terrorist attack should happen [where I am], and if there are any things that could be useful to know».

Konrad has a positive attitude towards the European Union: «How do I see Europe? I see EU as a safe place to live in and welcoming people from around the world. We can make changes together».

Cover Picture: Manchester City centre. Credits: Francesca Gabbiadini

Being a Parisian in 2017

The multicultural character of European cities like Paris and London used to be a given. “Multicultural – insert name of any European capital” would be a fitting title for any travel magazine article concentrating on one of these cities, as well as for a cover story on a fashion magazine where models wear African inspired outfits against a urban background. In the aftermath of the 13th of November 2015 and of the terroristic attacks that hit other European capitals more recently, multiculturalism has started to be considered as more of a complex issue and less of an indicator of a significant concentration of ethnic restaurants in some neighbourhoods of a city. Public opinion is now paying more and more attention to the migrant communities that live in European cities, many members of which are European citizens.

Corner of Le Marais, Paris (Wikimedia Commons)

In this sense, Paris is the multicultural city par excellence, with a tradition of immigration that dates back to the colonial time. All over the world les Parisiens are portrayed as snob and proud of their city and the elegance that comes with it. But beyond this stereotype it’s easy to recognise the true nature of its inhabitants, people that have been used to multiculturalism “way before it was cool” and have lived in neighbourhoods historically inhabited by different nationalities. Probably the most fashionable and definitely one of the most exclusive, the Marais is the historic centre of Jewish Paris, while Rue du Faubourg Saint Denis is the epicentre of multicultural Paris. Not to mention Little India, the vibrant and colourful streets around La Chapelle, and Belleville, whose multiculturalism was made famous by Daniel Pennac’s novels.

Being used to living together within diversity, most Parisians haven’t seen the cause of the terrorist attacks in migrant communities, and, when talking about the facts of November 2015 and how they affected their lives, they most often don’t mention Paris’ multicultural nature as a reason for concern. For our series on cities affected by terrorism, we spoke to Emeline, a 26-year-old French girl who has lived in Paris for the last two years.

Emeline (photo by courtesy of Emeline, all rights reserved)

Hello Emeline. Where were you on the 13th of November 2015? Do you remember what you were doing that night?

Hello. I live in République, which was quite in the middle of the attacks. That night I was at home, taking a power nap before going out. On this occasion I was thankful for my lazy way of life, which kept me away from the streets at that specific time of the evening. As soon as I realised what was happening, I started to worry for my friends and texted my roommates and boyfriend to make sure they were safe. From the windows I could see people running. I also spotted an acquaintance from the window and I joined him at the bar downstairs, a place I could reach through my courtyard without going out in the streets. I would have rather been with someone in that moment and not at home alone.

Have you noticed any change in the city since the attacks? Have everyday habits and human relationships changed?

Not really actually. The only thing is that when they hear a loud noise that sounds like a gunfire or a bomb, people sometimes start running and try to find a safe place, or some just stop walking and look for the gaze of others, they seem to say “Is it ok? – It was weird, wasn’t it? “. But apart from that, I didn’t notice any difference in people’s behaviours, not even toward Muslim communities.

View from Emeline’s window, République, Paris (photo by courtesy of Emeline, all rights reserved)

What kind of changes have occurred in your everyday life? Have you ever thought of moving?

I don’t really like been in a big crowd. I don’t feel secure. I must admit I didn’t like it before because I am not much of a people person, but I feel that now my refusal has another reason. Nevertheless since 2015 I happened to be in crowds, during strikes for example. That’s a French habit, there’s not much you can do to prevent us from doing it!

As a French girl, how do you see Europe? Do you think these attacks are somehow threatening the concept of a united Europe?

In my opinion Europe is a concept based on shared economics, politics, common rules and culture, but I don’t think we individually feel like a part of Europe. I mean, I personally don’t feel like a European citizen, that is not my identity. Speaking of terrorist attacks and the fear they generated, I think this is definitely not helping people feel united and carefree when thinking of borders, but I don’t believe the terrorist concern is the main cause of Europe’s problems.

According to Emeline, life has moved on in Paris. But of course the fear of that night can’t easily be forgotten and the terrorist attacks that followed across Europe haven’t helped Parisians, and Europeans in general, feel safe in their cities. What is giving us hope in these hard times is the fact that Paris, the beautiful, multicultural and welcoming Paris, hasn’t lost its identity and its pride in being one of the most beautiful and diverse cities in the world.

Emeline was interviewed by Francesca Gabbiadini

Cover photo by courtesy of Martina Ravelli, all rights reserved

Dall’11 settembre alle stragi di Parigi: il volto del terrorismo jihadista

È il pomeriggio del 13 novembre 2015. Due commando si preparano ad attaccare lo Stade de Franceil teatro Bataclan e un bistrot all’aperto, mentre un terzo gruppo è in attesa in un residence ad Alfortville, a pochi chilometri da Parigi. Il primo attacco, durante una partita di calcio, distoglie l’attenzione, il secondo assorbe i soccorsi e le forze di sicurezza tramite una serie di raid, mentre il terzo, quello del Bataclan, provoca una carneficina: 130 morti e 60 feriti, l’aggressione più cruenta in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per la prima volta i nemici non sono dichiarati, non sono giornalisti satirici, musulmani apostati o infedeli. Il massacro è indiscriminato e i responsabili sono tutti francesi, di origine algerina. Poche ore dopo, il Presidente statunitense Obama condannerà “un attacco non solo contro Parigi, ma contro tutta l’umanità”, mentre Hollande annunciava lo stato di emergenza sul territorio francese, il tutto prima che l’ISIS rivendicasse gli attentati con un video su Youtube.

La domanda che sorse spontanea fu “Siamo in guerra?” e poco dopo risuonò l’eco di quella War on Terror, la guerra globale al terrorismo, proclamata dal Presidente Bush dopo l’11 settembre 2001. Da allora il terrorismo ha costretto l’Occidente alla contraddizione: siamo in guerra, ma non siamo in guerra. I confini tradizionali del conflitto vengono meno e si crea una sorta di zona grigia che attrae dentro di sé i concetti di pace e di guerra per restituirli deformati. È l’inizio di una nuova era che, per usare le parole del filosofo Heidegger, potremmo definire “Guerra Totale”. Un conflitto in cui non ci sono vincitori o vinti, perché l’intero globo è diventato guerra e la pace non ha più spazio per esistere.

Raduno spontaneo di cittadini davanti al ristorante Le Carillon, uno dei luoghi degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi (Fonte: Citron / CC BY-SA 3.0)

La risposta al terrorismo islamista ha portato l’Occidente, dopo l’11 settembre, a rispondere alla minaccia jihadista con gli strumenti bellici del secolo precedente, fatti di invasioni militari, bombardamenti indiscriminati e raid delle forze speciali. Ma a poco a poco la paura e l’insicurezza hanno prevalso, tanto da far introdurre strumenti nuovi. Tra questi l’USA Patrioct Act del 2001, che ha permesso alle agenzie di intelligence americane di spiare chiunque ritenessero un pericolo per la nazione tramite intercettazioni a tappeto senza nessun controllo giurisdizionale, o l’USA Military Order del novembre 2001, con il quale si autorizzava la detenzione, al di fuori delle garanzie costituzionali e della Convenzione di Ginevra del 1949 sul diritto dei prigionieri di guerra, di qualunque soggetto non americano (classificato come combattente nemico illegale) che fosse dichiarato pericoloso per la sicurezza nazionale. Ma non solo. La paura ha portato una sorta di regressione sociale, permettendo la reintroduzione della tortura come strumento di lotta al terrorismo. Dopo che l’illuminismo l’aveva condannata come pratica aberrante e la Convenzione ONU del 1987 l’aveva espunta dal panorama giuridico mondiale, ecco che la guerra al terrore la ripresenta come una necessità. Gli orrori delle prigioni di Abu Ghraib e Guantanamo, per non parlare delle decine di siti segreti di tortura della CIA sparsi per il pianeta, raccontano come la smania di combattere il terrorismo abbia portato a cancellare il senso stesso di umanità che avrebbe dovuto differenziare i jihadisti da noi. E lì sta la vera vittoria del terrorismo: aver ridotto la democrazia ad uno stato di emergenza perenne, in cui le libertà civili ed i diritti umani devono cedere il passo alla sicurezza.

Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda, esultò in un video dicendo: “Ecco l’America, piena di paura dal sua confine settentrionale a quello meridionale”. Era il 7 ottobre 2001 e gli USA invadevano l’Afghanistan dei Talebani. Ora Bin Laden non c’è più, è stato sostituito dallo Stato Islamico, ma la sostanza non è cambiata. Negli anni, l’uccisione di civili inermi durante i raid americani e le atrocità commesse nelle carceri segrete sono stati i migliori strumenti dati al terrorismo per fomentare l’odio e spingere i proseliti al martirio e alla Guerra Santa. Se la democrazia, rispondendo al terrorismo che viola le norme, le viola a sua volta, finisce per negare sé stessa, autodistruggendosi. I terroristi hanno usato la Francia, culla delle libertà civili, come paradigma di un mondo che considera le stesse irrinunciabili e hanno voluto colpire loro per colpire il mondo occidentale nel suo insieme. Questo vuol dire che, per battere il terrorismo, non bisogna agire solo sul piano militare, ma anche su quello culturale e, soprattutto, rimanere nel recinto della legalità. Solo affermando la legge e gli strumenti del costituzionalismo moderno occidentale, solo usando i diritti umani come scudo contro la barbarie, la democrazia potrà uscire dal buio spazzando via quella zona grigia che alimenta e legittima la ferocia del terrorismo. Ed è questo che ci auguriamo: il ritorno della pace così tanto agognata.

 

In copertina: le Torri Gemelle a New York prima dell’attentato dell’11 settembre 2001.

UlisseFest: Slovenia, un paradiso a due passi da casa

Schiacciata tra Europa e Balcani, con una superficie poco più grande di quella del Veneto e la metà dei suoi abitanti, la Slovenia è un Paese che sulla cartina si fa quasi fatica a notare, ma che in realtà è una piccola gemma per turisti e viaggiatori. Alessio Franconi, fotografo e scrittore italiano che negli ultimi 15 anni ha esplorato la Slovenia in lungo e in largo, ha cercato di raccontare questa piccola Nazione agli spettatori di UlisseFest all’evento di domenica 2 luglio, in collaborazione con I Feel Slovenia.

Ciò che più colpisce è come la Slovenia, nonostante le sue dimensioni ridotte, offra davvero attrazioni di tutti i tipi, adatte a diversi tipi di viaggiatori. In primo luogo la natura rigogliosa, con foreste e montagne ricche di laghi e corsi d’acqua, perfette per escursioni a piedi di ogni livello, rafting e paracadutismo. Una menzione speciale è inoltre riservata alle grotte, particolarmente numerose grazie al terreno carsico che ne favorisce la formazione. Oltre a quelle di Postumia, famose in tutto il mondo, Alessio Franconi consiglia anche le grotte di San Canziano o Skocjan, dove si può ammirare il canyon sotterraneo del fiume Reka.

Per chi vuole invece rilassarsi, la Slovenia offre moltissime località termali, alcune delle quali già celebri ai tempi dei romani, come le terme di Ptuj, una tra le più antiche città del Paese.

Parlando di cibo, viene nominata la lunga tradizione enogastronomica nazionale. In particolare, nella zona del Carso viene prodotto il vino Terrano, che si sposa in maniera eccellente con il prosciutto locale, simile al San Daniele friulano.

Foto di Pequod RIvista – Tutti i diritti riservati.

Meritano certamente una visita anche le due città principali della Slovenia, la capitale Lubiana e Maribor, il secondo centro più grande del Paese. Tra le due città c’è molta rivalità, che si rispecchia anche nelle due birre locali, la Union di Lubiana e la Laško di Maribor. Ordinare una delle due birre equivale a parteggiare per la rispettiva città.

Dal racconto di Franconi, appare inoltre evidente quanto la Slovenia sia cambiata negli ultimi 15 anni. All’epoca del suo primo viaggio, nel 2003, il Paese non faceva ancora parte dell’Unione Europea e per andarci bisognava superare i controlli al confine. Lo scrittore racconta come, in quell’occasione, l’ufficiale di frontiera, visibilmente felice di avere qualcosa da fare, perquisì minuziosamente la sua automobile per un’ora intera, per poi dargli il benvenuto in Slovenia con un sorriso genuino a 32 denti.

Con l’ingresso nell’UE i muri e le frontiere sono caduti e la qualità delle strutture ricettive è aumentata, così come i prezzi, decisamente più alti che in passato. Ora come allora, tuttavia, la Slovenia resta un paradiso per tutti i gusti dove “al mattino ci si può svegliare sulle Alpi Giulie e nel pomeriggio fare un tuffo nel mare”.

  In copertina: la città di Piran, sulla costa slovena (Richard Huber/Wikipedia/CC BY-SA 3.0)

Ulisse Fest: Viaggio negli USA più remoti

Un incontro davvero particolare si è svolto Sabato 1 Luglio in Piazza Vecchia a Bergamo, dal titolo Viaggio negli Usa più remoti. Davanti al pubblico molto interessato di Ulisse Fest, gli ospiti, tutti grandi viaggiatori ed esperti di storia degli Stati Uniti, hanno raccontato i loro viaggi più recenti e alcuni aneddoti.

Giorgio Vasta, quest’anno candidato al Premio Strega, si trovava in America proprio in concomitanza alle elezioni del novembre scorso. Insieme a Ramak Fazel, un fotografo di origine iraniana naturalizzato americano, ha scritto qualche anno fa un libro intitolato Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani, dopo un viaggio dei due amici in jeep, che parla dei deserti di California, New Mexico, Arizona, Nevada e Lousiana e dei non – luoghi dello spazio americano.

Ciò che interessa ai due autori è soprattutto vedere e toccare con mano quell’America della quale raramente si parla, quella delle cittadine di poche centinaia di abitanti che si sentono dimenticati dallo Stato. Quell’America che ha votato in maggioranza per Trump nelle elezioni, e della quale tutti i giornalisti e gli analisti si sono dimenticati in quel giorno di novembre in cui nessuno ha capito cosa fosse successo. Giorgio Vasta ci racconta che il posto che l’ha più colpito dei suoi viaggi negli USA è Glendora, una piccola cittadina nel Mississipi, con 200 abitanti, di cui nessuno si era iscritto alle liste elettorali per votare, perché profondamente disillusi, e che viveva nella più assoluta povertà. Questa è la vera America, ci dice.

Insieme ai due amici viaggiatori, anche Mauro Buffa parla della sua esperienza americana al pubblico. Nel 2015 ha infatti scritto il libro Usa Coast to Coast, nel quale racconta la sua esperienza di girovagare per gli USA usando i leggendari greyhound bus. Da ovest a est, da New York a San Francisco, Mauro incontrerà la più varia umanità e si ritroverà a passare ore con la parte più vera dell’America: i veterani che tornano dal fronte, le madri adolescenti che non possono permettersi una macchina, i viaggiatori curiosi che vogliono sperimentare un modo diverso di viaggiare.

Tutti gli autori hanno invitato il pubblico ad uscire dalle classiche destinazioni e le grandi città, per inoltrarsi in posti meno battuti che sanno raccontare storie che non ci si aspetterebbe, dall’America. E voi, cosa aspettate a partire?

Tatami Time: Yoga al chiostro di San Francesco con Ulisse Fest

Ulisse Fest è iniziata venerdì 30 giugno in Città Alta a Bergamo. Gli appuntamenti della prima giornata sono stati accompagnati da vento e pioggia che non hanno fermato gli avventori… del resto non sono due gocce d’acqua a fermare i veri viaggiatori! Anche Tatami Time, l’appuntamento del festival pensato per rilassarsi con lo yoga in giornate frenetiche, ha sfidato le intemperie e ha coinvolto un piccolo esercito di adepti armato di tappetini e abiti sportivi. Al riparo sotto i portici del chiostro il primo dei tre allenamenti a cura di Bali Yoga ha avuto luogo nel tardo pomeriggio. I prossimi appuntamenti con il tatami? Sabato 1 e domenica 2 alle 9:00 sempre nel suggestivo Chiostro di San Francesco.

Ulisse Fest: Professione reporter

Non amare i viaggi sarebbe un vero problema per gli ospiti dell’evento Professione Reporter. L’inviato speciale tra fiction e realtà, tenutosi in Piazza Vecchia a Bergamo il 30 giugno in occasione di Ulisse Fest. Giulia Tornari, editor di contrasto e coordinatrice dello staff di fotografi, ha chiesto a degli ospiti d’eccezione di raccontare la loro professione senza censurare gioie e dolori della vita da reporter in viaggio, talvolta freelance, altre volte invece alle dipendenze di un giornale.

Fra i reporter che hanno incantato il pubblico con i loro racconti c’è Lorenzo Tugnoli, fotografo, che collabora stabilmente con il Washington Post e ha pubblicato i suoi scatti su testate di tutto il mondo, da The New York Times agli europei Der Spiegel e Le Monde. Attualmente di base a Beirut, con i suoi scatti ha rappresentato l’umanità nelle sue diverse sfaccettature, dai bambini soldato di Gaza agli artisti di Kabul, di cui insieme alla scrittrice Francesca Recchia ha narrato difficoltà e quotidianità nel volume The Little Book of Kabul.

Enrico Franceschini, corrispondente estero de La Repubblica da Londra, ha scelto di condividere con la platea di Città Alta il racconto della sua carriera trentennale in giro per il mondo inseguendo eventi e notizie. Difficile fare una classifica di viaggi e luoghi per chi come lui è stato dappertutto e ha saputo conoscere realtà diverse fra loro, ma confessa che la Russia rappresenta per lui uno dei luoghi più significativi. Per anni inviato da Mosca, ci trasporta nei suoi ricordi dell’Unione Sovietica degli ultimi anni e nella Russia post-comunista degli anni Novanta, dove tutto era possibile, anche sedersi su un missile senza alcuna protezione. La Russia di Enrico Franceschini e i suoi protagonisti, da Gorbačëv a Eltsin, dalle barricate ai boschi senza fine.

Da ultima la più tosta di tutti, Francesca Borri, giovane giornalista freelance divenuta esperta di jihad, ha parlato delle sue Maldive, il paradiso dei turisti mondiali dove i giovani sognano di arruolarsi e combattere la guerra santa. Racconta che per capire un luogo non ci si può rimanere per pochi giorni, e che per creare contatti e costruire le proprie storie è necessario tornare spesso, anche quando apparentemente non succede nulla. I suoi reportage nascono proprio dalla costante ricerca e dal continuo confronto con le persone. Le sue parole trasmettono la passione per il suo mestiere, le difficoltà e il peso emotivo di certe esperienze forti che ha saputo curare soltanto rimettendosi in viaggio, più tenace di prima.

Non sono mancati commenti sulle sfide della vita da freelance e sulle spietate dinamiche dello scoop, ma in fondo si può dire che i tre reporter professionisti siano d’accordo con il premio Pulitzer David Remnick, quando disse che il loro è forse il mestiere più divertente che si possa fare con i calzoni addosso.

“Tommy e gli altri”, alla scoperta dell’autismo adulto

Cinema e autismo, un tema affrontato spesso dalle grandi produzioni hollywoodiane (indimenticabile Dustin Hoffman in Rain Man) e forse, proprio per le classiche esigenze di copione (e di botteghino), sempre più romanzato in storie che non riescono a raccontare fino in fondo la complessa realtà dell’autismo e delle neurodiversità.
In Italia, però, qualcosa è cambiato: Gianluca Nicoletti, giornalista per La Stampa e Radio24 e padre di Tommaso, ragazzo autistico, ha deciso di raccontare la realtà che vive quotidianamente e quella di altre famiglie come la sua nel documentario Tommy e gli altri, presentato in anteprima lo scorso 30 marzo in Senato e poco dopo sul piccolo schermo, l’1 e il 2 aprile, in occasione della giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo.
Non solo il primo film italiano sull’autismo: nella pellicola scopriamo l’ “autismo adulto”, qualcosa a cui non siamo abituati a pensare, qualcosa che nemmeno lo Stato italiano, racconta Nicoletti, sembra riconoscere, se non nei termini del contributo mensile destinato a chi si occupa di queste persone nella maggiore età.
Ne parliamo con Nicola Gualandris, fonico, compositore e musicista, che nel progetto filmico si è occupato dell’audio in presa diretta.

Tutto nasce dall’incontro a Roma tra Nicoletti, fondatore del sito web Per noi autistici e Massimiliano Sbrolla, futuro regista di Tommy e gli altri e già fondatore della Zoofactory film production, con la quale aveva realizzato il documentario Il viaggio di Sammy su un ragazzo affetto dalla sindrome dell’invecchiamento precoce. Un incontro tra esperienze vissute in prima persona, un incontro di interessi comuni: raccontare quelle che a prima vista sembrano vite inenarrabili.

https://www.youtube.com/watch?v=PEwbFMj_1y8

In Tommy e gli altri colpisce anzitutto la differenza tra la “strategia educativa” adottata da Nicoletti con Tommaso e il comportamento delle altre famiglie incontrate: la scelta di un’educazione quasi “marziale”. «In effetti spicca questo suo modo di non far diventare un problema la situazione» conferma Gualandris, «Nicoletti analizza tutti i lati positivi del problema. Certo, lui negli anni è stato forte. Spesso diceva: “Devi dargli dei paletti, essere costante, diretto, quasi fosse un addestramento. Tranquillo e duro allo stesso tempo. Trattarlo come una persona uguale a tutte le altre, e non nasconderlo in casa”».

È proprio questo il nodo della questione: «Sono persone come tutti, con desideri, bisogni ed esigenze», continua; «non si può pensare di rinchiuderle in strutture e dimenticarsi di loro oppure fingere che i genitori potranno occuparsene per sempre. E infatti la quasi totalità dei genitori intervistati si domanda: “Cosa faranno quando io non ci sarò più?”». In Italia, appunto, la legge prevede che dopo i 18 anni coloro che fino al giorno prima erano considerati bambini autistici di cui prendersi cura diventino adulti “normali”, con diritti ma soprattutto doveri, pur essendo a tutti gli effetti dipendenti dalle cure parentali o delle strutture ospitanti.

Poche le strutture d’eccellenza in Italia: il pensiero va a Casa Sebastiano, raccontata in Tommy e gli altri nelle scene di vita quotidiana degli ospiti e nelle parole del presidente, Giovanni Coletti, imprenditore trentino e padre di due bambine autistiche. «È la dimostrazione che se accompagnate da un personale adeguatamente formato», racconta Gualandris, «queste persone sono perfettamente in grado di lavorare, di svolgere mansioni magari semplici, ma comunque possono essere membri attivi della società, non certo dei “pesi” da scaricare sulle famiglie o da segregare in casa». Una soluzione possibile, ma pur sempre parziale.

 

A fronte di uno Stato assenteista o comunque inadeguato nel supporto a queste famiglie, non resta che guardare agli aspetti positivi della vita: questo sembra l’approccio che Nicoletti vuole trasmettere a chi vive con un figlio autistico, oltre a scardinare i pregiudizi ancora radicati nel Paese. Gualandris ne è convinto: «Questo documentario è importante perché Nicoletti, con il suo lavoro di educazione, dimostra quanto sia possibile vivere serenamente una dimensione simile. Alcune famiglie intervistate, invece, hanno cresciuto i propri figli nella paura che agli occhi degli altri fossero percepiti quasi come dei mostri, e questo ovviamente non aiuta, soprattutto per chi ha l’introversione come caratteristica dominante, ad aprirsi, ad interagire, a vivere bene. Nicoletti lancia un messaggio fortissimo», continua Gualandris: «che il ragazzo autistico deve vivere in mezzo alle altre persone perché respira, sente, guarda e vive il mondo come gli altri».

E in mezzo alle altre persone, quelle della troupe, Tommaso ha cercato momenti di interazione e di affetto con ognuno. «Ogni volta che si sedeva su una sedia girevole il gioco era che ad ogni giro mi dava il cinque, e si divertiva tantissimo… poi certo, magari a volte mentre gli parli lui prende e se ne va, ma poi ti cercava, ti voleva. Percepiva la troupe come una famiglia». Ma Gualandris ci racconta anche episodi che lasciano basiti. «Un giorno, durante le riprese, a Nicoletti è arrivata la notizia, tramite colleghi, che la Rai voleva produrre una fiction sulle persone affette da autismo e aveva lanciato un casting in cui si cercavano “bambini disabili che ispirano tenerezza”. Capisci? Ancora pietismo, vittimismo, buonismo a buon mercato».

Se i mass media più influenti sono lo specchio del pensiero diffuso nel Paese, è evidente che in questo caso le parole che lo esprimono a loro volta fanno emergere una comprensione davvero scarsa del fenomeno e talvolta, nonostante questo, incurante dei rischi di rappresentazioni semplicistiche e distorte. L’obiettivo di Tommy e gli altri è stato proprio offrire una narrazione diversa dell’autismo: «Lo vedi nel documentario: le famiglie delle persone affette da autismo non cercano compassione, è tutta gente che affronta i problemi giorno per giorno con caparbietà. Chiedono solo che qualcuno si occupi dei loro figli quando loro non potranno più farlo».