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Turisti a Cuba: tra danze e colori, fiesta y revolution!

Il clima di festa è il primo ricordo di Cuba di cui parla Mary, sbarcata sull’isola nell’Agosto 2016, in coincidenza con il novantesimo compleanno di Fidel Castro: «Le strade erano piene di festoni, i cui colori si mescolavano a quelli già molto accesi delle facciate, mentre i locali erano decorati con immagini del leader della rivoluzione, posti accanto agli altari domestici caratteristici della Santería. In realtà, al di là dell’incredibile mole di fiori e frasi d’auguri sparsi per l’isola, molti dei decori che colpivano coi loro toni accesi, a Cuba rappresentano l’arredo tipico di una cultura che ama circondarsi di immagini votive e idoli».

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Santiago De Cuba

Non meno caratteristico è lo spirito festaiolo dei cubani, le cui giornate sono ricche di musiche e balli, in cui amano coinvolgere le belle turiste europee: «Le cubane ci hanno subito messo in guardia sui giovani locali: “L’uomo cubano non è affidabile anche se molto passionale!” – riferisce ancora Mary – In effetti, il numero degli “Hola chica guapa!” che risuonano nelle strade è gratificante, ma spesso si accompagna a piccole richieste in denaro o baratti. L’accoglienza cubana è però davvero incredibile: sono molto solari, disponibili nel dare consigli e desiderosi di parlare della loro patria».
Della stessa accoglienza e della stessa solarità raccontano Franco e Cecilia, che hanno visitato Cuba nel 2008, quando ancora non si affacciavano le possibilità di risoluzione del bloqueo, aperte da Obama nel 2014: «I cubani sono molto orgogliosi della loro storia, di cui amano parlare con i turisti e di cui conservano memoria nei numerosissimi “santuari” della Rivoluzione: monumenti, musei, luoghi storici permettono di capire la storia di questa nazione, che per il fatto di essere recente si differenzia dagli altri stati del Centro America. I locali danno indicazioni e concludono affari con i turisti senza chiedere la propina; fatto che ci ha colpiti, dopo che avevamo incontrato quest’abitudine in buona parte del mondo latino». Un’abitudine che si è forse inserita solo in seguito a contatti significativi con i turisti europei e che comunque rimane in sordina, se posta a confronto con la sua diffusione nei paesi del terzo mondo.

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Cuartel Moncada, Santiago. La caserma venne attaccata da un gruppo di ribelli guidato da Fidel Castro il 26 Luglio 1953. L’assalto fallì, ma segnò l’inizio della rivoluzione cubana. Sull’edificio si conservano i segni dei primi colpi sparati dai rivoluzionari.
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Mausoleo di Che Guevara, Santa Clara. Il monumento funebre ospita i resti di 30 compagni rivoluzionari, tra i quali si suppone vi sia Ernesto Che Guevara (1928-1967), ritrovati in una fossa comune in Bolivia nel 1997.

In effetti, inquadrare Cuba da un punto di vista economico non è così semplice: «L’economia a inizio secolo era essenzialmente agricola, con stabilimenti industriali piuttosto arretrati; – spiega Franco – attualmente l’industria turistica ha assunto un’importanza notevole, ma che penso sia anche fonte di forti contraddizioni: di fronte ai cubani che, in base a un sistema di stipendi fissi nazionalizzati e tessere per le derrate, possono avere senza problemi l’essenziale di che vivere, ma solo l’essenziale, lo spreco dei turisti è un pugno nello stomaco». Osservazioni al contempo confermate e smentite dall’esperienza di Mary: «La differenziazione della moneta in CUC per i turisti e Pesos National per i cubani fa sì che anche gli indigeni possano permettersi di acquistare beni destinati principalmente ai turisti, ma a cifre più contenute; lo abbiamo sperimentato su una spiaggia per cubani a Santiago: i prezzi delle baracche in lamiera che vendevano cibo non erano neanche paragonabili a quelli spesi ad esempio sul Malecón de L’Avana, diventato famoso grazie ai videoclip musicali e punto di ritrovo prediletto degli habaneros. Lo stipendio in proporzione è comunque molto basso! Soprattutto nelle periferie che sono ancora molto povere, si cerca di sfruttare la presenza dei turisti per ottenere modeste mance o piccoli doni».
Ritratto emblematico dell’evoluzione della realtà cubana è la città di Varadero, ai primi posti nell’offerta turistica grazie ai numerosi resort all inclusive che si affacciano sulle sue splendide spiagge. Cecilia e Franco ricordano lo spreco esorbitante dei turisti europei di fronte ai succulenti buffet; nel 2016, Mary racconta di come i cubani in vacanza abbiano interiorizzato quest’atteggiamento consumistico: «L’ambiente era molto sporco, ma proprio per la maleducazione dei turisti, che a Varadero sono per lo più indigeni».

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Santiago De Cuba
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Malecón de L’Avana

Dal Vecchio Continente, i turisti sbarcano a Cuba alla ricerca dell’essenza dell’isola, delle espressioni contemporanee di una cultura radicata e pregnante, di colori e sapori che parlano di tradizione; i cubani rispondono assimilando il più possibile e poi ricostruendo ad hoc gli scenari folkloristici dell’immaginario europeo. Questo sincretismo culturale ed epocale, che mai arriva a una sintesi definitiva, trova espressione nella polifonia della vita notturna cubana: celeberrime le Case della Musica che offrono spettacoli della più fedele tradizione cubana, ma che sfalsano la natura modesta delle balere che si affacciano sugli sterrati periferici, dove anziani ancora arzilli si offrono alle turiste per mostrare loro qualche passo di rumba o per degustare un rum, mentre lungo la via si accendono piccoli falò attorno cui le famiglie si raccolgono a chiacchierare. Se si vuol essere turisti onesti, però, e incontrare la realtà della gioventù cubana, non sono le balere né gli spettacoli d’orchestra la vera attrazione delle notti di Cuba, ma le discoteche reggaeton dove i giovani non indossano foulard, non suonano chitarre, ma cantano hip hop e vestono all’occidentale.

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Balera a L’Avana
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Pool Party a Varadero

L’occidente si fa strada come richiesta di nuovi consumi, nella musica, nel vestiario, nell’alimentazione; eppure il paesaggio dell’isola riesce a restarne intaccato: «Quello che mi ha stupito è che nel marasma di colori dei paesaggi cubani, tutti caratterizzati dall’abitudine di ridipingere piuttosto che restaurare le case (molte splendide ville di epoca coloniale) o riparare le auto (spesso pickup risalenti agli anni ’20 tenuti insieme a spago), non comparissero cartelloni pubblicitari. A Cuba la pubblicità non esiste! In compenso, su molte facciate si leggono frasi propagandistiche o riproduzioni dei leader della rivoluzione.» racconta Mary. La memoria storica oppone ancora una forte resistenza all’ingresso del capitalismo sull’isola, forse anche a causa dell’onnipresente censura: «Ogni tre case si incontra un CDR – spiega ancora Mary – che si occupa di verificare le voci attorno al regime, denunciando gli oppositori; una sorta di polizia in borghese. Non è facile fare domande sui Castro ai locali; una cameriera si è allontanata dalle colleghe per sussurrarci che “in effetti, Fidel è un dittatore”».

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Comitato della Difesa della Rivoluzione; sistemi di vigilanza collettiva istituiti nel 1960 con compiti di sorveglianza, assistenza sociale, promozione culturale; di fatto rappresentano gli occhi e le orecchie del regime.

Anche la cameriera, però, finito il turno, si unisce con gioia ai festeggiamenti, seguita dal figlio che cresce da sola, su quest’isola dove gli uomini amano passionalmente, ma abbandonano a cuor leggero; dove non manca nulla ma ci si deve accontentare di poco; dove le ferite recenti di una guerra civile seguita da infinite restrizioni non hanno intaccato l’orgoglio patriottico di un popolo che ha realizzato una rivoluzione unica nella storia; dove il clima mite regala il ristoro di un mare caldo e la vegetazione caraibica si offre a palcoscenico di danze intervallate dall’intramontabile slogan: “Hasta la victoria siempre!

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Cuba: musica da ogni dove e da ogni tempo

Cuba è un’isola. Cuba è un particolare modo di vivere e affrontare la vita. Cuba è musica. Ovunque, a Cuba, ascolti musica.

A pochi giorni di distanza dalla proclamazione della rumba cubana a patrimonio immateriale dell’UNESCO (30 novembre 2016), ho chiesto a un amico e viaggiatore appassionato di raccontarmi di quello che catturarono le sue orecchie durante il soggiorno sull’isola.

Un’ eccentrica gamma di generi e di sonorità ibride popolano soprattutto le vie de L’Avana. Quello della musica, a Cuba, rimane un aspetto inscindibile dallo scorrere della vita quotidiana: dagli orishas, i locali risciò muniti di casse per portarsi appresso sia il turista curioso che una buona dose di musica, alla grande vitalità del malecon (il lungo mare de L’Avana) che ospita musicisti e soundsystem pieni di energia, alle piste da ballo pubbliche aperte che propongono oggi della musica che più s’ispira alla contemporaneità, una musica più internazionale.

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È a questo punto che entra in gioco il reggaeton che da turista non ti aspetti. Una moda musicale e uno stile che in questi ultimi anni è stato abbracciato e avvinghiato (come vuole il genere) dalle nuove generazioni. Nato sul finire degli anni Novanta, il reggaeton cubano possiamo definirlo, quanto meno ai suoi esordi, come un “nuovo stile originale”, una sorta di “rap sofisticato”. Questo è solo uno degli esempi di ibridazione musicale presente nella musica cubana; in particolare, quando ci riferiamo alle influenze giamaicane presenti nel patrimonio musicale e culturale dell’isola, occorre dirigersi verso est, nella città di Santiago de Cuba.

Qui i musicisti tendono a mischiare le loro radici cubane alla musica reggae. C’è da dire però che, se i testi del reggae dell’America Latina sono per lo più caratterizzati da macrotemi che rappresentano condizioni di discriminazione e disprezzo, la maggior parte delle band cubane tende a staccarsi da questo stile preferendo temi come la gioia di vivere, l’amore, il ballo e la festa per le loro composizioni.

Forse è proprio questo sentimento a muovere i musicisti cubani a un’incessante creazione di musica nuova ma che continui a trasmettere i valori e i sentimenti positivi che accompagnano la loro quotidianità, oltre che l’incessante voglia di festeggiare.

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I gruppi cubani creano continuamente nuova musica e lavorano incessantemente per avere il riconoscimento tra il pubblico internazionale. Non solo la ricerca delle novità, ma anche un imprescindibile legame con quello che è stato ed è il passato della musica cubana che continua a vivere in ogni sua nuova sfaccettatura.

­Sempre parlando di attualità musicale, non possiamo non tener conto della cultura hip hop cubana, arrivata sull’isola da Miami attraverso la televisione. Sarà negli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e tutto ciò che ne conseguì, che i giovani reperos cercheranno nella musica un canale per sfogare le proprie frustrazioni. Esempio emblematico sono gli Orishas, band nata a L’Avana nel 1999, che adotta il nome delle divinità venerati nelle forme religiose ibride dell’isola, originatesi dall’incontro tra Cristianesimo e Santeria. Un tipo di musica, la loro, chiaramente influenzato dall’hip hop statunitense, dalle radicate tradizioni cubane e dai ritmi latino-americani.

La musica cubana è il passato che si mescola con il presente, è la rumba ballata per i vicoli e nelle feste di paese ma è anche la canzone di salsa remixata che esce dalle casse di un giovane d’origine cinese che vive nel Barrio Chino di L’Avana. Sono i ritmi giamaicani e quelli di derivazione africana, insieme alla chitarra spagnola che si esibisce nelle Case della musica per i turisti che vogliono farsi trascinare dalla gioia di queste sonorità.

https://www.youtube.com/watch?v=KODWcrncnUU

 

All crazy for Western customs

What’s next for Cuba? Obama’s policy, Castro’s death and Trump’s election have made the political future of the country uncertain, but it is undeniable that things have recently changed on the island. Over the past few months ‘bites’ of capitalism have seduced Cuban citizens – Karl Lagerfeld’s Chanel fashion show in Havana being a remarkable example of the changing wind – and reminded us of other, previously socialist or communist countries, that have long now been fascinated by capitalist customs. What happened in the countries of the former Soviet Union and China is an interesting example of the increasing allure that Western and capitalist habits exercise on (once) communist states.

Eat like an American

On the 30th of January 1990, the year before the Union of Soviet Socialist Republics (USSR) collapsed, the first Mc Donald’s restaurant in the Soviet Union opened in Moscow. It had been estimated that 1,000 people would visit it on its first day, but eventually 30,000 vistors arrived for the opening, eager to try the food of the famous American chain.
The same year the first Mc Donald’s ever opened on Chinese mainland was inaugurated in Shenzhen, and the Western chain soon became a common family hangout spot and even a popular place for first dates. In general Western chains such as Mc Donald’s and Kentucky Fried Chicken (KFC) are considered quality establishments, and are highly regarded by the Chinese middle class.

Dress (Western) to impress

Since the launch of Deng Xiaoping’s “open door policy” in 1978, and the consequent opening of Chinese markets to foreign businesses, Chinese people have increasingly found everything labeled “Western” more and more interesting. That is why, in the last few decades, tons of counterfeit merchandise with illegally copied trademarks were produced in China: electronics, designer clothing and everything else you can and can’t imagine. We’re not only talking about objects: entire chains of scam stores were set up, such as fake Apple and Ikea stores.
While Russia doesn’t compare to China in terms of counterfeiting talent, it is interesting to note that the custom of jeans-trafficking was wildly popular in the Soviet Union: in the late fifties the country was invested by a jeans fever, and the latter ceased to simply be clothes, becoming instead a symbol of Western freedom. Unofrtunately, Soviet-made jeans were not as cool as the originals, so traffickers had to start sourcing and selling original denim items, risking serious punishments: there have even been cases of people sentenced to death for trafficking jeans.

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Beijing silk market

Christmas fever

Western festivities have been gaining ever-increasing popularity in China. Valentine’s Day, Halloween and even Thanksgiving Day are becoming more and more popular, but Christmas is definitely the most beloved among Western celebrations. When Christmas approaches, nearly every store puts out decorations representing Santa Claus, snowflakes and even Christmas trees. The festivity is so popular among the Chinese that every year thousands of them flock to the Santa Park located in the Finnish city of Rovaniemi – Santa’s official hometown. This success eventually led the park to hire Mandarin-speaking staff and even to plan the building of a similar facility in the Chinese city of Chengdu in the Sichuan province.
The same passion for Western Christmas symbols – lighted trees, presents, cards, Santa Claus and street decorations – is shared by Russians, despite Christmas being a controversial issue in the Soviet period: there was no place for such a reactionary celebration in the brand new atheist society envisioned by Communism. The party’s strategy to solve this awkward situation was to move the Christmas celebrations to the 1st of January, assigning all its symbols to the New Year festivity. Under Stalin the New Year celebration, Novyi God, was declared a national family holiday – a sort of surrogate Christmas stripped of any Christian meaning. This is why today in Russia Christmas trees are known as New Year’s trees…

New Year's tree in Taraz, Kazakhstan
New Year’s tree in Taraz, Kazakhstan

Article written by Lucia Ghezzi and Margherita Ravelli.

Cover photo: Chinatown gate in Havana, Cuba by Abdecoral (CC0 Public Domain).

Cuba 2016. Dopo l’embargo e Fidel 

Flavia e Davide sono appena tornati da Cuba, esattamente tre giorni prima della dipartita di Fidel Castro, uno dei protagonisti indiscussi della storia del secolo scorso. I resti del lìder màximum della rivoluzione comunista sono stati interrati accanto a quelli dell’eroe cubano Josè Martì il 4 dicembre 2016, dopo nove giorni di lutto nazionale durante i quali l’urna ha viaggiato per tutto il Paese.

Con il funerale di Fidel, sembra che per Cuba sia giunto il momento di un forte cambiamento politico e sociale. All’indomani della rivoluzione castrista nel 1959, gli Stati Uniti d’America avevano difatti imposto el bloquelo contro Cuba, un embargo di tipo commerciale, economico e finanziario. Il 17 dicembre 2014, tuttavia, il presidente Barack Obama annuncia l’intenzione di porvi fine: da allora, Obama e Raùl Castro hanno dichiarato di voler riallacciare le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Sebbene la fine dell’embargo non sia ancora stata approvata dal congresso americano e Donald Trump sia il nuovo presidente eletto, curioso è sapere cosa ne pensano i cubani di tali cambiamenti e, in particolare, scoprire come le decisioni di politica internazionale possano interagire con i piccoli gesti di vita quotidiana. Per comprendere ciò, chiedo volentieri a Flavia Serafini e Davide Pignero, veterinari in vacanza, della loro esperienza caraibica.

Ciao Flavia, ciao Davide. Quando siete stati a Cuba?

Il mese scorso, dal 7 al 22 novembre 2016.

Dove avete alloggiato?

Abbiamo sempre usufruito delle case particular, prenotate attraverso il passa parola di amici appena stati o tramite il servizio di Airbnb: da quando è arrivato Internet una anno fa, molte case particular si affidano a questo portale online.

Quali parti dell’Isola avete visitato? 

Partendo da L’Avana, abbiamo visto Vinales, Cayo Jutías, Playa Girón e Trinidad, facendo una capatina a Playa Ancón e finendo con Varadero.

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Cayo Jutías.

Cosa vi ha spinto fino all’isola di Cuba?

Cuba era da sempre tra le nostre mete di viaggio più ambite. Nello specifico, i racconti di amici e parenti entusiasti ci hanno spinto a prenotare, ma anche la voglia di andarci prima che “tutto cambi” è stato  un elemento fondamentale della nostra scelta.

Secondo voi, i cubani hanno cambiato il loro stile di vita dopo la fine dell’embargo? Avete personalmente vissuto tale cambiamento?

Da poco sono iniziate le trattative conseguenti alla fine dell’embargo. Ad esempio, da settembre 2016 sono iniziati i primi voli Miami-Havana, ma, a parte questo piccolo cambiamento, al momento sull’isola se ne parla e basta. Ci vorrà ancora un po’ di tempo per eliminarlo del tutto: i supermercati sono tuttora semi-vuoti, mentre i tipici prodotti americani (vedi Coca-Cola e altre bibite gassate) si trovano solo nei bar degli hotel e nei locali particolarmente turistici. I cubani stanno sì respirando un’aria nuova, ma i veri e propri cambiamenti devono ancora giungere e questo vale anche per noi turisti.

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Un contadino macina i chicchi di caffè a Vinales.
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Musicisti di strada a L’Avana.

Qualcuno di loro vi ha raccontato di aver affrontato cambiamenti nel quotidiano?

Durante il nostro viaggio, abbiamo sempre cercato di confrontarci con i proprietari delle case dove alloggiavamo. Internet è subentrato da circa un anno, grazie a Raúl Castro, e ci si può connettere solo in alcuni punti della città, solitamente nelle piazze principali. In generale, si possono acquistare le Targhete da 2 CUC (equivalenti a 2 euro) così da poter navigare in Internet per 60 minuti. Io e Davide abbiamo apprezzato questo sistema poiché ti permette di avere rete solo quando ti serve o quando ti vuoi svagare un po’, senza l’assillante possibilità di controllare la tua mail, il profilo Facebook, gli scatti su Instagram o qualsiasi altro social. È davvero piacevole e decisamente sano per la testa.

Comprensibilmente, però, i giovani cubani lo vogliono avere anche in casa e poter decidere da soli quando e dove usufruirne.

E che cosa si aspettano i cubani dal futuro?

Difficile dare una risposta immediata. I cubani hanno molto rispetto per Fidel Castro e la rivoluzione popolare che ha guidato. Finché c’è stata l’unione sovietica a sostenerli, per circa 30 anni sono stati molto bene, poi però, con il crollo del muro di Berlino, la situazione è peggiorata: durante i successivi 10 anni, nel cosiddetto periodo especial, il peso medio della gente si era ridotto di 1/3! La libreta con i prodotti base statali è stata ridotta a 2 kg di riso al mese, un boccettino di olio, una manciatina di caffè e per due anni le proteine animali sono state altresì escluse.

Con Raúl e il suo governo meno estremista, invece, alcuni esercizi commerciali sono stati privatizzati. Per esempio, a Trinidad fino al 2014 c’erano due ristoranti ed erano statali, mentre quest’anno se ne possono contare 90 e per la maggior parte privati. In questo modo la situazione economica si è un poco risollevata, ma i cubani esigono cambiamenti più drastici: chi non ha una casa da affittare ai turisti o un ristorante o un’altra attività privata fa fatica ad andare avanti. A favore però, c’è da dire che l’educazione e la sanità sono gratuite e aperte a tutti, senza contare che i medici cubani sono fra i migliori al mondo!

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Un bar a Vinales.

Secondo voi, come ha reagito Cuba alla morte di Fidel Castro? Esistono possibili differenze d’opinioni fra anziani e giovani cubani?

Le immagini in tv dei funerali di Fidel parlano da sole. Decide di migliaia di persone sono arrivate da tutta Cuba! Fidel li ha liberati da un dittatore appoggiato dagli Stati Uniti d’America. La rivoluzione di Castro fu eccezionale proprio perché è stato il popolo ad appoggiarlo, assieme a Che Guevara e Camilo Cienfuegos! Dunque non un esercito a capo della rivolta, ma un medico e un avvocato hanno guidato i cubani alla vittoria e questo, secondo noi, ha fatto la differenza.

Ovunque a Cuba ci si può imbattere in murales “VIVA FIDEL”, o raffiguranti il volto del Che e di Cienfuegos… nelle strade si respira la storia! Ecco perché i cubani lo dicono sottovoce di voler cambiare governo: provano ancora troppo rispetto per parlarne male. Tuttavia, i giovani sono più propensi al cambiamento e alla riapertura dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti; desiderano entrare in contatto con il mondo esterno, viaggiare e fare esperienze fuori dal Paese.

Qualche esperienza che volete raccontare ai lettori di Pequod per farli partecipi dell’atmosfera caraibica?

A L’Avana abbiamo speso 4 giorni e l’ultimo giorno ci siamo persi a piedi nel centro città: uno dei ricordi migliori del nostro viaggio! Gli edifici sono decadenti, ma fanno solo da sfondo a una vita di strada accesa e per nulla pericolosa. Per le strade tutti si conoscono e i bambini giocano fra di loro, mentre un signore ripara la sua vecchia Chevrolet degli anni ’50 e i carretti della frutta ti attendono ad ogni angolo. Siamo follemente innamorati di questa città!

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Murales in un campo da calcio. L’Avana.
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Due scolarette in un vicolo di Trinidad.

Infine, un suggerimento sul perché visitare Cuba, al giorno d’oggi.

Perché è un misto di storia, musica e gente meravigliosa! La consigliamo a tutti coloro che non vogliono la classica vacanza nei villaggi turistici caraibici, ma che invece desiderano scoprire abitudini quotidiane e immergersi profondamente in un popolo che sa come godersi la vita.

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Flavia e Davide a Plaza de la Revolucion (L’Avana).

Fotografie di Davide Pignero Flavia Serafini.

Scatti di luce dall’Accademia Carrara di Belle Arti

L’atto creativo di Thomas Edison, che 127 anni fa scopriva la lampadina, fu all’origine di una rivoluzione epocale. La sua invenzione ha modificato l’uso del tempo, l’esplorazione di spazi e ispirato alle generazioni successive altre creazioni, altre invenzioni, fino all’odierna ricerca di fonti di luce alternative.
Non solo un’applicazione pratica, ma spesso una fonte d’ispirazione estetica: la luce artificiale si è presto inserita tra i soggetti privilegiati dell’arte, divenendo elemento determinante d’innumerevoli opere.

Pequod ha chiesto a tre giovani artisti, frequentanti l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo di regalarci una loro interpretazione della tematica “LUCE”; interagendo, giocando e creando con essa. Loro ci hanno portato le combinazioni più estreme, tra dissolvenze e sovraesposizioni.

Gaia Boni, Emilia Regina e Lorenzo Urbani presentano i propri lavori fotografici.

Esposta, è come mi sentivo al momento dello scatto, esposta al pericolo di un dolore probabilmente, alla possibilità di non essere in grado di incassarlo, di scomparire dietro ad esso. La fotografia mi aiuta a guardare in faccia i miei dubbi e a combatterli, a farne uno scudo o un’arma con cui difendermi. 

Gaia Boni

Ph. Gaia Boni
Ph. Gaia Boni
Ph. Gaia Boni
Ph. Gaia Boni

Mi affascina la Luce perché è grazie a lei che c’è visibile il mondo, tramite di essa  percepiamo la vastità delle gamme cromatiche, ma è anche in lei che ci si può dissolvere diventando sostanze gassose o addirittura scomparire se diventa prepotente e intensa.

Emilia Regina

Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina
Ph. Emilia Regina

Il progetto è sviluppato con la tecnica del lightpainting: in una stanza priva di luce il soggetto, che rimane immobile per una manciata di secondi, viene illuminato in distinti punti con una torcia guarnita di un filtro del colore desiderato. Ad ogni colore viene assegnata una posa, caratteristica di una sensazione che scaturisce nella mente dell’autore. Le fotografie proposte sono tre: giallo, verde e rosso. Queste esprimono rispettivamente: estroversione, calma e sensualità.

Lorenzo Urbani

Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani
Ph. Lorenzo Urbani

 

In copertina, immagine tratta da una fotografia di Gaia Boni

Cieli chiari nelle notti d’Europa

Negli ultimi anni la questione dell’inquinamento luminoso nelle aree metropolitane d’Europa è diventata oggetto di interesse e preoccupazione crescenti. Salvo rarissime eccezioni, nella maggior parte delle grandi città del vecchio continente è ormai impossibile osservare una notte autentica, in cui il buio la faccia da padrone e le stelle possano risplendere nelle tenebre. Lo scenario che più verosimilmente ci offre la notte nelle metropoli è quello di una notte ovattata, di un’oscurità smorzata dai milioni di luci che la dipingono, donando al cielo sfumature chiare, giallastre, quasi tendenti al rosa, e in generale un clima surreale.

Ma anche il paesaggio notturno più inquinato dalle luci sa essere suggestivo. Nell’Europa dell’est, dove la vastità degli spazi e la minore densità abitativa rendono le aree extra urbane ancora immuni all’inquinamento luminoso rispetto ad altre parti d’Europa, le grandi città con le loro luci spiccano ancor di più e il cielo chiaro che le sovrasta di notte sembra essere più stupefacente che altrove.

Il nostro viaggio fra le capitali europee orientali comincia a Varsavia. La crescita esponenziale che ha investito la città negli ultimi decenni l’ha trasformata in un cantiere di grattacieli che si sviluppano attorno alla stazione centrale, a ridosso del centro storico ricostruito nel dopoguerra. Nei mesi autunnali e invernali la notte si staglia con prepotenza nel cielo fin dalle quattro del pomeriggio. È proprio in quel momento che si accendono i palazzi, rendendoci ancor più consapevoli della trasformazione della città in una vera e propria metropoli. I grattacieli ultra moderni si colorano a seconda delle giornate e degli eventi, contribuendo a uno spettacolo in cui il maestro d’orchestra rimane tuttavia il più vecchio fra i giganti di Varsavia, il Palazzo della Cultura e della Scienza, costruito nel 1955 in epoca sovietica, che con i suoi 237 metri rimane l’edificio più alto della Polonia.

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Palazzo della Cultura e della Scienza, Varsavia
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Nuovi grattacieli nella zona della stazione centrale, Varsavia

Spostandosi a sud-est ci troviamo nella notte di Bucarest, città che sembra non dormire mai. Le vie del centro pullulano di vetrine e locali, di insegne luminose che travolgono gli avventori, i quali nonostante il freddo pungente dell’inverno e il caldo torrido dell’estate sono inevitabilmente attratti dal cuore pulsante della capitale rumena. Camminando da un bar all’altro, da una discoteca a un fast food aperto 24/7, capita di alzare gli occhi verso il cielo e di scoprirlo magicamente tinto di un rosa surreale e incantevole, quasi a voler compensare l’assenza di stelle. E perdendosi fra le strade del centro, dove la modernità dei negozi e dell’intrattenimento si incastra in modo affascinante negli eleganti palazzi decadenti, capita di imbattersi in angoli del passato della città sorprendentemente conservati e, va da sé, perfettamente illuminati.

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Chiesa di Stavropoleos, Bucarest

Più a est, entriamo a Kiev, che con quasi tre milioni di abitanti è la città più grande e popolosa dell’Europa orientale, escludendo le metropoli della vicina Russia. La capitale ucraina è grande, la vastità delle sue piazze e dei suoi viali non lasciano dubbi sul fatto che la Mitteleuropa con le sue città dai vicoli poetici che si arrampicano verso castelli fiabeschi sia ormai lontana. Qui si respira tutta un’altra aria, quella della grandiosità a tutti costi di epoca sovietica, unita all’eleganza e alla maestosità di quello che per secoli è stato il cuore culturale, politico ed economico di una parte d’Europa. E “maestoso” è il primo aggettivo che viene in mente mentre si cammina per le otto corsie del Chreščatyk, il viale principale della città, dove luci gialle e blu brillano orgogliose e tristi, a ricordare la lotta mai finita della nazione ucraina, culminando nella ben nota Majdan Nezaležnosti, o semplicemente Majdan, dove la scritta “Ucraina” illuminata di blu ha visto trascorrere in quella piazza notti di protesta, di guerra e di speranza. Ancora, in fondo al viale, affacciato sul Dnipro, un arcobaleno luminoso sorride beffardo alla notte di una città che non si spegne mai, nonostante tutto.

 

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Hotel Ucraina, Majdan Nezaležnosti, Kiev

 

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Monumento dell’Amicizia fra i Popoli, Kiev

In copertina: Palazzo della Giustizia di Bucarest, Romania [ph. Britchi Mirela CCA-SA 4.0 by Wikimedia Commons]

Drammaturgia della luce: lighting design

Per lo spettacolo dal vivo la luce era un fattore esclusivamente legato alla necessità visiva degli agenti sul palcoscenico. Perché ultimo nella gerarchia delle esigenze o nelle preoccupazioni delle piccole produzioni, capita che non ci sia cultura rispetto alle sue potenzialità: la luce è un codice ancora ingiustamente sottovalutato. Due giovani esperienze che arrivano da due percorsi (e due Paesi) diversi, ma paralleli: Zia Holly e Veronica Monti.

Zia. «L’illuminazione era responsabilità dell’elettricista del teatro, che controllava manualmente gli interruttori con regolazione d’intensità dalle quinte». Sono le tecnologie sempre più sofisticate le responsabili dello sviluppo del campo professionale del lighting design che «è diventato sempre più accessibile e creativo». Laureata in Drama and Theatre Studies al Trinity College di Dublino, dove è nata, Zia ha seguito un programma di studio in cui alla teoria era affiancata una corposa parte pratica in materia di recitazione, direzione, gestione tecnica. Contemporaneamente, ha frequentato l’associazione drammatica universitaria e scoperto la passione per l’illuminotecnica, che al tempo condividono in pochissimi: praticando, ha avuto «tante opportunità di fare e sperimentare». Dopo la laurea ha partecipato ad un programma di formazione con la Rough Magic, dove oltre a ricevere supporto per i suoi progetti assisteva le produzioni della compagnia. Due anni «d’ispirazione e motivazione. Abbiamo fatto viaggi di ricerca a Londra, Parigi e Berlino, a vedere produzioni teatrali internazionali; ho potuto lavorare con l’English National Opera».

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La condivisione

«La progettazione inizia parlando – continua Zia – di solito i registi hanno un concept. Discutono a grandi linee la loro idea sul pezzo e poi mi chiedono di leggere la sceneggiatura, oppure se hanno già elaborato un’idea sono io che partecipo ad un workshop. Poi parliamo ancora a proposito delle mie idee e degli elementi chiave del disegno luci che entrambi vogliamo portare alla produzione». È importante il concerto dei codici, lavorare insieme, in sintonia; anzi, «è la cosa più importante. Si lavora insieme allo stesso “prodotto” finale. Senza collaborazione non si può ottenere un lavoro coeso. In più è stressante, un lavoro sensibile al tempo che non paga bene come dovrebbe. Godere del processo creativo e lavorare bene con gli altri è la parte vitale del lavoro a teatro». E aggiunge: «le persone che non lavorano bene con gli altri finiscono velocemente nelle liste nere. La mia mission è servire ogni singola produzione al massimo. Aiutare a raccontare le storie che attraversano le produzioni nella maniera più vera, vibrante e accattivante, che crei una relazione vera con lo spettatore».

Veronica. Attrice per passione, verso una laurea in Filosofia. Fa anche la maschera al Teatro Fraschini di Pavia e chiede se c’è altro che può fare. L’elettricista andrà in pensione di lì a breve: «Vuoi andare in palco?». Veronica ha iniziato a lavorare con Franco, chiamando i fari “barattoli”, pensando a trapanare i muri, creando le linee per i dimmer. «Si tende a pensare alla luce come ad una questione di scelta artistica mentre la parte tecnica è fondamentale: sapere che cosa si può fare avendo una precisa idea di quello che si ha a disposizione è la condizione base di ogni progettazione». Nutre la sua passione per le compagnie indipendenti, i piccoli festival, che lavorano con «poco materiale e pochi soldi, tantissime idee e l’impossibilità di realizzarle: le ascoltavo tutte e poi facevo di tutto per avvicinare il risultato a quello che volevano». Iniziando poi ad accettare lavori più grandi, a volte con una dose di incoscienza che porta a notti di studio sulla programmazione dei banchi luce. Il resto poi vien da sé e un po’ s’improvvisa. Per amore o per forza è un festival di compagnie giovanili organizzato dal Teatro Tascabile di Bergamo, una grande palestra per le nuove produzioni alla quale Veronica attribuisce alcune tra le grandi soddisfazioni del suo lavoro. Le necessità si mettono in ordine: «Cosa abbiamo, come ci arrangiamo, vediamo se funziona. Cos’è che resta, diceva Grotowski, se tu togli tutto dal teatro? Resta il rapporto dell’attore con lo spettatore». Nell’economia, per le luci rimane un “fai tu” e sta alla sua creatività con qualche linea guida. «Anche per questo motivo avevamo organizzato un corso di tecnica per i ragazzi del festival: perché tutti si rendessero conto dell’importanza della luce come elemento drammaturgico».

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Il progetto e l’imprevisto

Veronica non ha mai progettato sulla carta prima, ma spesso mette tutto sulla carta dopo: «così so esattamente cosa abbiamo fatto e come, e lo do alla compagnia, nel caso vogliano replicare lo spettacolo». È reduce di una tre giorni con la compagnia dell’Elfo per lo splendido Sogno di una notte di mezza estate. «Facevamo la scena del bosco: luce notturna, atmosfera fiabesca, pubblico innamorato; pensavo però a quanta poca libertà rispetto a quello che deve succedere nel testo. Per il mio lavoro trovo più stimolante la danza contemporanea, che ha potenzialità creativa differente; è più libera, la coreografia osa di più con la luce». L’esperienza migliore? Uno spettacolo di Saburo Teshigawara. «Ha utilizzato degli spin: macchine anni ’70, luci come fari di un’auto legate ad un motore che le fa girare. Le scenografie erano delle quinte fisse ad arco, nere. Gli effetti luce li creavamo entrando sul palco, in nero, sui bui, per posizionarli, e poi iniziavano a girare a velocità diverse. Da fuori, l’effetto era stupefacente: lo spettacolo parlava della città e il risultato era evocativo, creavano delle suggestioni non esteticamente preordinate». Veronica, in dieci anni, ha lavorato a produzioni di ogni tipo – concerti di piazza e dirette televisive, come X Factor, dove «la progettualità serve, è fondamentale. Il progetto sulla carta deve esserci, sono delle macchine da guerra e non puoi permetterti di perdere tempo. Sono le esigenze economiche del settore. Con la lirica non puoi più avere il teatro oltre le quattro settimane: nell’ultima tournée mi son trovata a programmare le luci durante le prove dei cantanti». L’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Rispetto al futuro, la prende con filosofia: «Per ora è inutile avere delle ambizioni: il settore si sta formando, per il light design stanno creando solo adesso dei corsi di laurea. Ma per investire in questo lavoro andrei all’estero».

In copertina: una scena da The Lion in Winter, di cui Zia Holly è stata lighting designer.

No light poles thanks, smart highways please

Since the beginning of the XXI century and even more so with the rise of the technological hype, the adjective “SMART” has made its appearance in several different domains. Behind this trend is the need to make daily objects more interactive and better able to provide fast solutions to daily issues. Smart houses were created to minimise energy waste, smart wearables to improve our lifestyle, smart phones to make us feel more connected. It seems that the process of making smart devices and surroundings is affecting everything in our societies, streets and highways included.

Imagine a street with no light poles: during night-time drivers could struggle to stay on track and avoid accidents. Inadequate lighting on streets represents a serious concern in terms of safety, which cannot be tackled easily when the aforementioned street is hardly reachable by electricity suppliers. Maintaining streets and highways illuminated reveals two other important aspects to be taken into account: the high maintenance costs of lighting systems and, more importantly, the amount of pollution generated in order to supply lighting electricity. A possible solution to this issue has been developed and tested in the Netherlands: the project called Glowing Lines was created by artist Daan Roosegaarde and fully supported by the famous Dutch construction company Heijmans.

Smart Highway Glowing Lines by Roosegaarde / Heijmans: charging at daytime, glowing at night.

Roosegaarde, who is also known for his green engagement, created this innovative solution to enlighten streets in an environmentally friendly way. His solution is composed of glow-in-the-dark lines placed directly on the tarmac, which are recharged through sunlight: after storing solar power over the day, they can then provide luminescence for more than 9 hours. At this point the question arises naturally: what are these glowing lines made of? The majority could think that it is a luminescent paint, however Roosegaarde makes clear that it’s a photo-luminescent coating he created himself. The project is undergoing a process of testing in order to identify possible flaws before launching it as a definitive solution on the street-building market: the highway N329 in Oss has been the first testing field for an approximate distance of 1,5 kilometres.

Glowing Lines – Photo by Daan Roosegaarde (Daan Roosegaarde) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

In partnership with Heijmans N.V., Roosegaarde has proposed other alternative features to make Dutch highways smarter and more environmentally friendly, such as lights powered by the draft of passing cars and interactive road paints to indicate drivers the presence of icy conditions. This is a clear example of how creativity, art and technology can be merged together to find bright solutions to the issues faced by our societies, encompassing an attention to aesthetics in the strive to resolve a real life problem. The results so far have been promising, however not to the extent that the solution can be adopted nation-wide: when it comes to road safety it is extremely important to test extensively and minimise blemishes which could affect drivers’ safety.

E’ la Cina l’esempio da seguire nel settore dell’energia solare?

Nel corso dell’ultimo decennio, la Cina è diventata un Paese all’avanguardia nel settore delle energie rinnovabili ed è oggi in testa alle classifiche mondiali per gli investimenti nelle tecnologie energetiche a bassa emissione di CO2. Le ragioni di questo impegno sono molteplici, in primis il tentativo di diminuire l’inquinamento che rende irrespirabile l’aria di molte metropoli cinesi, ma anche di assicurare la propria indipendenza energetica e cercare di tenere fede alla promessa fatta in ambito internazionale di ridurre le emissioni per contrastare il cambiamento climatico.

In particolare, una delle energie rinnovabili su cui il governo cinese ha maggiormente investito è stata quella solare. Nel 2015 la Cina ha incrementato la propria capacità energetica solare di 15 GW, sorpassando la Germania e diventando così il mercato di energia solare più grande al mondo con 43,2 GW di capacità produttiva, pari al 22,5% di quella mondiale. In base agli ultimi sviluppi, inoltre, questa tendenza sembra destinata a continuare. A settembre 2016, infatti, l’Amministrazione Energetica Nazionale (NEA) cinese ha presentato l’ultimo piano per lo sviluppo del solare termodinamico: 20 nuovi progetti di centrali da realizzare entro il 2018 che produrranno altri 1,35 GW in totale.

Impianti di produzione di energia solare fotovoltaica a Hong Kong (foto di Wpcpey – utente di Wikipedia).

Tutti segnali molto positivi, se non fosse che almeno 4,5 GW dell’energia prodotta nel 2015 non è mai arrivata ai consumatori ed è rimasta inutilizzata. Le ragioni principali sono due. In alcuni casi, gli impianti semplicemente non sono allacciati alla rete elettrica nazionale, in quanto sono stati realizzati dove la rete è vecchia o addirittura non presente. In altri casi, pur essendo connesse alla rete, le installazioni sono localizzate lontano dai centri urbani e industriali dove la domanda è maggiore; di conseguenza, la loro capacità produttiva non riesce ad essere sfruttata interamente, generando così grossi sprechi di energia.  Molte delle centrali sono infatti concentrate nelle province occidentali del Ningxia, Qinghai, Gansu, Mongolia Interna e Xinjiang, che, sebbene siano le aree con le migliori condizioni di irraggiamento, sono anche tra le province più povere, arretrate e meno popolate della Cina. Siccome anche i nuovi progetti in cantiere per il 2018 verranno realizzati in queste zone, è ovvio che se il governo non riuscirà  parallelamente a sviluppare le infrastrutture per la trasmissione e la distribuzione dell’energia elettrica, questi investimenti si riveleranno inutili.

Il governo si è finalmente mosso per risolvere il problema, dando ordine alle società di distribuzione elettrica di realizzare linee adeguate per fornire la connettività mancante nelle aree remote del Paese.

Tuttavia, l’evidente squilibrio degli enormi investimenti nella realizzazione di nuovi impianti di produzione a fronte dell’assenza di un programma adeguato per lo sviluppo delle infrastrutture di collegamento getta nuove ombre sul settore dell’energia solare cinese. Le aziende cinesi di pannelli solari sono leader indiscussi a livello mondiale, tanto che sei dei dieci più grandi produttori al mondo sono cinesi. Date le previsioni non esaltanti per il settore, il governo del Dragone potrebbe aver lanciato gli ultimi progetti per sostenere le grandi imprese ed assorbire il surplus della loro produzione.

L’ipotesi potrebbe benissimo essere fondata, anche perché non sarebbe certo la prima volta che Pechino interviene pesantemente a sostegno dell’industria energetica solare nazionale. La Chinese Development Bank (CDB), nata come policy bank nazionale e a tutt’oggi braccio destro del governo, ha fornito fin dall’inizio alle grandi imprese cinesi produttrici di pannelli ingenti prestiti a lungo termine con interessi irrisori, che hanno permesso loro di crescere in maniera esponenziale e diventare leader mondiali del settore in pochi anni, inondando il mercato di pannelli solari a buon mercato. Questo però ha portato gli Stati Uniti e l’Unione Europea ad accusare le aziende cinesi e Pechino di dumping, cioè di vendere i propri prodotti a un prezzo inferiore ai costi di produzione per mettere fuori gioco la concorrenza, tanto che entrambi i Paesi hanno in diverse occasioni imposto elevati dazi di importazione sui pannelli solari realizzati con materiali provenienti dalla Cina.

Se i propositi di Pechino di ridurre l’inquinamento atmosferico e le emissioni di CO2 attraverso l’energia solare sono assolutamente ammirevoli e auspicabili, i metodi finora impiegati non sembrano completamente in linea con questi scopi e paiono più finalizzati al raggiungimento di obiettivi economici che ambientali. L’impegno e gli investimenti per sviluppare il settore dell’energia solare sono indubbi, ma la mole di lavoro che resta da fare è notevole e la posta in gioco alta. Nei prossimi anni vedremo se la green economy cinese è una possibilità reale o se in verità si dovrebbe semplicemente parlare di green washing.

“Much ado about nothing”, La Gilda delle Arti e il sogno una compagnia teatrale giovane

Questa sera alle 20.45 debutterà  Much ado about nothing, un nuovo spettacolo de “La Gilda delle Arti – Teatro Bergamo”, presso il Teatro comunale di Roncola San Bernardo (BG). Uno spettacolo che è più di uno spettacolo: i responsabili della compagnia, Nicola Armanni e Miriam Ghezzi, hanno creato un progetto autofinanziato per promuovere la cultura del teatro giovanile e formare una compagnia di teatro stabile formata da giovani. Ne parliamo con Miriam Ghezzi, regista della compagnia.

Ciao Miriam, rieccoci qui per aprire una finestra sul progetto Much ado about nothing, ispirato all’opera teatrale Molto rumore per nulla di William Shakespeare. Ci illustri a grandi linee il progetto?

«Il progetto è nato l’anno scorso per proporre qualcosa di nuovo ai giovani di Bergamo e provincia: guardare al teatro come a un’opportunità di lavoro, e non solo come un passatempo.

Da dieci anni la nostra compagnia lavora con ragazzi e giovani per mettere in scena degli spettacoli: ci sembrava giusto proporre un percorso più impegnativo che andasse oltre alla messa in scena di un copione. Abbiamo proposto ai ragazzi di cimentarsi col lavoro più tradizionale dell’attore e misurarsi con il montaggio di uno spettacolo di circa un’ora e mezza… ma soprattutto di progettare una tournée al termine del percorso. Secondo la nostra esperienza la conoscenza del pubblico è fondamentale per entrare in comunicazione con gli spettatori».

Si tratta di un modo per riscontrare più successo oppure c’è dell’altro?

«Per noi “conoscere il pubblico” significa guardare negli occhi i destinatari del nostro lavoro: desideriamo stabilire una comunicazione efficace con coloro che regalano il proprio tempo al teatro e lasciare un bel ricordo attraverso un lavoro curato e rispettoso della loro sensibilità. Per l’attore è fondamentale conoscere l’effetto del suo lavoro attraverso lo specchio impietoso degli spettatori: passare o non passare il loro esame è l’unico modo per capire davvero quali sono le strategie migliori per realizzare la propria interpretazione sul palcoscenico.

Ci rendiamo conto che parlare di “sintonia con il pubblico” e di “rispetto della sensibilità” può suonare strano di questi tempi, in cui l’atteggiamento predominante nel teatro per adulti è la creazione di una condizione di straniamento e di shock, che impedisce la piena immedesimazione nello spettacolo. Ma la nostra compagnia vorrebbe porre le basi per un ritorno dell’armonia tra spettatori, attori e testo teatrale. Vorremmo che il teatro tornasse a far parte delle abitudini delle persone, come un patrimonio di cui andare fieri: per noi avvicinarsi al gusto della gente non significa abbassare il livello culturale della proposta, ma tentare di trovare una sintesi tra tradizione e innovazione, tra arte e mestiere. Perché senza pubblico, il teatro non esiste».

Gilda delle Arti-Much ado about nothing

Potete dire di essere riusciti a creare una compagnia stabile?

«Di certo all’interno del gruppo si è creato un clima di stima reciproca e di collaborazione, il che è il presupposto per un lavoro come questo, in cui ci si deve mettere in gioco sempre e comunque. Non si può lavorare su un personaggio senza dare il massimo, non si possono scoprire i propri limiti senza mettere a nudo le proprie insicurezze. Il mestiere dell’attore è un lavoro che si crea per tentativi, e secondo noi è più semplice e costruttivo se avviene in un contesto in cui tutti prendono parte al processo di crescita della compagnia. Alcuni di loro hanno già cominciato a lavorare con lo staff “senior” de La Gilda delle Arti, dando così una prosecuzione naturale al progetto Molto rumore per nulla; altri, invece, si sono avvicinati al mondo del teatro nel 2016, per loro la strada per il professionismo è ancora tutta da costruire!»

Quali elementi possono tenere unita o disfare una compagnia teatrale? Penso, ad esempio, alla “competizione” tra attori di una stessa compagnia…

«Penso ad almeno due elementi: la passione e un obiettivo in comune. Se manca la passione, viene meno il coinvolgimento personale; se manca l’obiettivo, manca l’impulso a lavorare insieme. A questi, probabilmente, va aggiunta la fiducia nei confronti del regista, che dovrebbe essere percepito come una figura che aiuta a fare emergere la parte migliore dell’interprete e del gruppo nello spettacolo. In questa prospettiva, la competizione può essere anche un impulso a dare il massimo: la cosa importante è che si mettano tutte le energie al “servizio” dello spettacolo e della compagnia, puntando sulle qualità associative e solidali di ciascuno».

Perché avete scelto Molto rumore per nulla?

«Per tre ragioni. In primo luogo, perché è di Shakespeare: in un contesto in cui i grandi testi teatrali sono in genere poco conosciuti, ci è sembrato opportuno proporre un autore importante, per suscitare curiosità nel pubblico e permettere agli attori di arricchire la propria conoscenza delle opere più celebri del teatro tradizionale. In secondo luogo, perché è una tragicommedia: siparietti comici si alternano a momenti di alta drammaticità, un ottimo modo per affinare i ferri del mestiere. Infine, in Molto rumore per nulla i personaggi sono quasi tutti giovani e alle prese con sentimenti intensi, come i nostri interpreti».

Gilda delle Arti-Much ado about nothing

I momenti più belli di questo percorso?

«I momenti belli si sprecano quando si tratta di teatro! Per quel che ci riguarda, ogni momento è stato intenso e vissuto con passione, dalla consegna del copione alle prove individuali, dalla prova costumi alle prove generali».

Come vedi i ragazzi che si sono messi in gioco? In cosa ti hanno sorpreso?

«La cosa più sorprendente è stata la capacità di rendere sin dall’inizio le scene più impegnative con un’intensità unica: se nelle parti allegre e nei monologhi i ragazzi hanno dovuto superare diversi ostacoli di natura interpretativa, nei momenti più drammatici hanno dato immediatamente prova di un grande istinto. Basti pensare che la scena della calunnia di Ero, centrale nello spettacolo: nella versione finale porta pochissime modifiche rispetto alla proposta che i ragazzi hanno inscenato quasi nove mesi fa! Per il resto, abbiamo potuto constatare una vera crescita: i più espressivi hanno aiutato gli altri a trovare nuove strade per arrivare al personaggio, i più entusiasti hanno mantenuto alto il livello di concentrazione e i più diligenti hanno dato impulso ai compagni a impegnarsi con maggior costanza. In generale, ognuno ha tratto dai colleghi qualche insegnamento e, a sua volta, ha dato loro del materiale per riflettere sulla propria interpretazione».

Italiani all’estero: al referendum 2016 vota il 40% degli iscritti

Si sono chiusi ieri, 1 Dicembre, i tempi di arrivo in Italia dei plichi elettorali contenenti il voto degli italiani residenti all’estero sul referendum costituzionale, il voto di coloro tra i circa 490.000 concittadini iscrittisi all’AIRE che hanno esercitato il proprio diritto civico anche fuori dal territorio nazionale.
I primi dati raccolti danno un riscontro positivo circa l’affluenza alle urne: rispetto al referendum dello scorso Aprile sul rinnovo delle concessioni per le trivellazioni in mare, che aveva raccolto circa 800 mila voti all’estero, sembra che quest’anno un maggior numero di iscritti alle liste dell’AIRE abbia effettivamente spedito il proprio voto in patria. I primi numeri arrivano dalla Svizzera, che si conferma la nazione da cui gli italiani residenti votano di più, con una percentuale che oscilla tra il 38% e il 42%.

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Ancora molte perplessità ruotano attorno alle modalità attraverso cui ottenere il diritto di votare all’estero e alle funzioni svolte dall’AIRE. L’iscrizione all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, fondata nel 1988 e gestita oggi dai Comuni sulla base dei dati e delle informazioni provenienti dai Consolati all’estero, è un diritto/dovere per tutti quei cittadini italiani che si trasferiscono per un periodo superiore ai 12 mesi, oltre ai già residenti all’estero per nascita o coloro che hanno ottenuto successivamente alla nascita la cittadinanza italiana. Oltre alla possibilità di esercizio del diritto di voto, l’AIRE permette di usufruire di una serie di servizi, come il rinnovo dei documenti d’identità e della patente di guida; l’iscrizione è a totale discrezione dei cittadini, così come l’aggiornamento delle informazioni fornite all’Anagrafe, con particolare riferimento all’indirizzo di residenza: fondamentale che sia corretto per poter votare per corrispondenza.
Una volta iscritti all’AIRE, infatti, l’iter procede automaticamente, come ci ha spiegato Elena, che quest’anno ha votato da Manchester: «È facile votare: arriva tutto per posta! Il plico contiene certificato elettorale, scheda elettorale, due buste e un foglio informativo; basta fare una croce sulla casella scelta (No/Si) e inserire il tutto nelle apposite buste, su cui non va scritto nulla perché ci sono già indirizzo del destinatario e spedizione prepagata. È molto easy, non devi neanche andare in posta!».
E aggiunge: «Ci sono altri vantaggi, dati dall’essere iscritta all’AIRE: primo tra tutti, il fatto di non dover pagare doppie tasse sui servizi inglesi e italiani. Non ho ancora sfruttato la possibilità di poter fare e rinnovare il passaporto senza dover rientrare in Italia, ma è un’altra agevolazione.»
Anche Chiara, in Repubblica Ceca, si è avvantaggiata dell’iscrizione AIRE: «Quando mi sono iscritta era per non gravare sullo stato famiglia dei miei genitori, visto che ero stabile e autonoma a Praga; automaticamente ho avuto facilmente diritto di voto dall’estero: il plico elettorale arriva direttamente a casa e la procedura è molto semplice. I vantaggi dell’iscrizione all’Anagrafe però non sono molti, almeno per la mia esperienza; tanti italiani residenti in Repubblica Ceca, ad esempio, non si iscrivono per non perdere il diritto alla sanità gratuita in Italia».

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Chiara a Praga

Per gli italiani che si trovano solo temporaneamente residenti all’estero è prevista una procedura a garanzia del diritto di voto, ma nei fatti spesso risulta più complicata del previsto. Gli espatriati per motivi di studio, lavoro o cure mediche, per periodi superiori ai 3 mesi, possono votare dal luogo in cui ritrovano sempre per corrispondenza, inviando una richiesta al loro comune di residenza in Italia; un paio di settimane prima del voto, ricevono a casa il plico elettorale. Nessuna soluzione è invece prevista per i soggiorni all’estero di durata inferiore ai 90 giorni; dato spesso sottovalutato, ma che implica l’esclusione di una fascia di giovani elettori, come gli universitari impegnati in erasmus brevi con un budget economico ridotto. Non meno significata è la situazione che riguarda i flussi migratori interni alla nazione, che vede gli studenti fuorisede costretti a rientrare nel comune di residenza per votare. In territorio nazionale non è previsto il voto a distanza né agevolazioni fiscali per il rientro a casa; unica possibilità per evitare il viaggio è candidarsi a rappresentante di lista di un comitato promotore o di un partito.
Difficoltà simili le incontrano i cittadini italiani residenti in quei Paesi con cui il nostro Governo non intrattiene rapporti diplomatici, territori nei quali spesso le attuali condizioni sociali lo impediscono. Nonostante l’impossibilità di votare per corrispondenza o di esercitare il proprio diritto sul territorio, per questi elettori, sparsi in circa 28 nazioni, è quantomeno previsto un rimborso del 75% del prezzo del biglietto di rientro in Italia da parte della loro Ambasciata di riferimento, presentando ricevuta di pagamento e timbro su scheda elettorale presso la stessa. Sara dall’Indonesia ci racconta: «Per iscrivermi all’AIRE dovrei andare a Jakarta, che dista diverse ore di volo da Bali, dove vivo io, ma l’esperienza di altri connazionali mi ha fatto desistere: la burocrazia non è affatto efficiente e comunque non sono previste procedure per votare da qui. Una volta iscritta, poi, perderei l’assicurazione medica per i viaggi all’estero che ho stipulato appena venuta qui, che è la soluzione più comoda nella confusione delle pratiche sanitarie in Indonesia. I vantaggi stanno negli sgravi fiscali che poi si hanno sulle case di proprietà nei due diversi paesi, ma per me che vivo a Bali in affitto e non ho casa in Italia non c’è riscontro economico. Trovo molto più comodo organizzare i miei rientri in Italia, dove ancora vive la mia famiglia, in modo da sbrigare anche tutte le questione burocratiche necessarie».

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Balangan Beach, Bali Deli

Sebbene i dati delle ultime ore facciano ben sperare sul grado di coscienza civica dei cittadini italiani residenti all’estero, alcune lacune emergono nella burocrazia italiana, che ancora non arriva a toccare larghe fasce di elettori, spesso giovani o giovanissime, sparse nel mondo. La globalizzazione e il continuo aumento dei movimento migratori hanno messo a dura prova le istituzioni, impegnate in ingenti investimenti per stare al passo con i tempi.

In copertina ph. Christian Horvat CCA-SA 3.0 by Wikimedia Commons.

Notes on the Italian constitutional referendum

Judging by the debate surrounding the changes proposed by the Renzi government to the Italian constitution, one would gather the impression that this set of fundamental principles is some sort of sacred authority, an institution always already perfect in its form and therefore untouchable. The term “perfect”, in particular, has been regularly used to describe the Italian Constitution by those who want to highlight its extraordinary flexibility and applicability to a wide range of different situations. What has historically characterised most constitutions around the world, however, is not their fixity, but a continuous process of adaptation to historical necessity.

A few years ago Google developed Constitute, a regularly updated online platform that aims at comparing different constitutions in the world; the launch of this initiative brought to light important data about the variability of constitutions: every year an average of five new ones are born and thirty are modified. You would be forgiven for thinking that this is mostly the case for recently formed states, and the assumption is not completely wrong, but a quick look at Constitute shows that older states, whose constitutions date back to the end of the eighteenth century, have also introduced amendments to these. Among the states of the European Union (EU), only Denmark seems not to have modified its constitution since 1953, when it was first put in writing; data about all the other EU states indicate that their texts have all been reviewed at some point in the twenty-first century.

Constitute allows for a practical understanding of these changes: using its research tools it is for example possible to search and compare legislations on indigenous populations; as it may be expected, most results are related to the constitutions of Latin American countries, together with other former colonial countries such as Uganda, Angola, India and Kiribati, whose constitutions are younger and therefore more attuned to the rights of vulnerable populations. Next to these states, however, we also find the names of older European nations interested in protecting the equal right to representation, self-governance and vote of the different ethnicities within their borders: in addition to recently formed states, such as Slovenia (created in 1990 and whose constitution dates back to 1991), and those born from territorial disputes, such as Portugal (which in 1975 already recognised regional and administrative autonomy to the Azores and Madeira), the case of Belgium stands out: in possession of a constitution since 1831, in 1993 the country started an important constitutional reform that created a federal state, which accommodates better for the linguistic and cultural differences of the different regions – Bruxelles, Flanders and Wallonia – in which it is divided today. Significant is also the example of Greece, which has changed its constitution a number of times since 1975, introducing modifications in the field of human rights, with particular focus on its indigenous populations.

Umberto Terracini signs the Italian Constitution, Rome, 27 December 1947 - Source: Wikipedia
Umberto Terracini signs the Italian Constitution, Rome, 27 December 1947 – Source: Wikipedia

The Italian Constitution has itself been modified a number of times over the years: from its creation in 1948 to the year 2003 twenty-seven amendments have been approved with the support of two-thirds of the Chamber of Deputies and of the Senate of the Republic (Chambers) – a case which makes popular consultation unnecessary – on themes ranging from the modalities of election and parliamentary immunity, to the introduction of the concept of equal opportunities between genders. Constitutional referendums are not alien to the country either: in 2001 the Italian people approved the revision of Article Five, which extended the competences and autonomy of regions, while in 2006 the project of constitutional revision which would have transformed the Italian Republic in a federal one was rejected.

The development of referendums can be understood as a way of expanding participatory democracy: virtually all the existing democracies in the world provide for some form of popular consultation, which enables direct control of institutions on the part of citizens. Only five of the great contemporary constitutional democracies never held national referendums: Holland, Japan, India, Israel and the United States; while Belgium only ever held one national referendum, in 1950, which restored king Leopold III to its throne. The absence of referendums on a national level is often linked to the existence of federal governments, as is the case with the United States, where these are often held in counties. Switzerland’s case is somewhat similar, with countless examples of local referendums on specific issues, but changes to the constitution must be approved by popular vote nationally, which explains the high number of constitutional referendums in its history: 144 where in fact held between 1848 and 1990.

What makes Italian constitutional referendums a peculiar case is their “repudiatory” character: the proposal of constitutional revision does not come from the grass-root level, but has already been voted by the Chambers at the moment of popular consultation; article 138 of the Italian Constitution allows for referendums to be called for both by institutions and population, the latter being asked to vote on the modifications proposed in both cases. Concretely, this means that constitutional referendums have always been called for by governments when the support of the political opposition could not be obtained: it also means that the vote can bring to the surface agreements as well as strong discrepancies between institutional and popular agendas. This is why international media look with concern at the Italian referendum taking place in December: “What spooks investors” writes The Economist, “is not so much that Italy could lose a once-in-a-generation opportunity to sort itself out, but that Mr Renzi’s departure could pitch the country back into political disarray and spark a wider crisis in the EU economy”.

Cover Image: Palazzo della Consulta, seat of the Italian Constitutional Court. photo by Jastrow (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons

Referendum del 4 dicembre: cosa prevede la riforma costituzionale?

E’ il 4 Dicembre la data calda dell’agenda politica italiana. Reduci dalle presidenziali americane e appena scesi da una giostra di tensione, frustrazione, gioia e rabbia, toccherà a noi presenziare alle urne per votare a un referendum al fine di approvare o respingere la riforma della costituzione più stravolgente di sempre.

L’istituto del referendum è previsto dall’articolo 138 della costituzione italiana, il quale prevede che, nel caso di referendum costituzionali, perché l’esito sia considerato valido non è necessario il raggiungimento di un quorum. Ecco cosa comporta la riforma che si prefigge di modificare l’assetto istituzionale del paese.

Il bicameralismo perfetto che se ne va…..

Il parlamento si farà più imperfetto, la Camera dei deputati resterà quella che conosciamo, mentre sarà il Senato a subire modifiche notevoli. I due rami parlamentari non vivranno più in simbiotico rapporto, anzi. Saranno ora solo i deputati e non più anche i senatori, a sostenere il governo a suon di eventuali fiducie, mentre il Senato sarà solo l’espressione dei territori regionali. Infatti il Senato, nelle sue nuove vesti, diventerà un organo rappresentativo delle autonomie regionali (si chiamerà Senato delle Regioni), composto da cento senatori (invece dei 315 attuali), che non saranno eletti direttamente dai cittadini. Infatti 95 di loro saranno scelti dai consigli regionali che nomineranno con metodo proporzionale 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino-Alto Adige che ne nominerà due) e 74 consiglieri regionali (minimo due per regione, in proporzione alla popolazione e ai voti ottenuti dai partiti). Questi 95 senatori resteranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori locali.

In questo nuovo e riformato sistema parlamentare le leggi ordinarie saranno di competenza della Camera dei deputati, che resterà il solo e unico ramo dell’attuale Parlamento ad essere eletta direttamente dai cittadini. Tuttavia il Senato, ricoprendo una funzione consultiva, potrà esprimere pareri sui disegni di legge approvati dalla Camera e proporre modifiche. A tal scopo, ogni ddl approvato sarà immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, potrà disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica sceglierà se deliberare proposte di modificazione del testo, che la Camera dei deputati, pronunciandosi in via definitiva, potrà anche decidere di non accogliere. I senatori continueranno inoltre a partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica, dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e dei giudici della Corte Costituzionale. La funzione principale del Senato, però, sarà quella di agire da raccordo tra lo Stato, le regioni e i comuni.

Piazza del Campidoglio (ph: Jensens by Wikimedia Commons)

Per veder ancora il Senato assumere le vesti di legislatore bisognerà aspettare la trattazione di materie che gli studiosi definiscono “di sistema”, ovvero tutte le leggi di rango superiore. Ne fanno parte, ad esempio, le leggi di attuazione dei referendum popolari e delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, le riforme costituzionali e le leggi che determinano le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea.

L’abbattimento dei costi della politica

Proviamo ora a indossare degli occhialetti da ragioniere, accendiamo il calcolatore, ma prima di tutto riflettiamo; il Senato allo stato attuale è composto da 315 membri, mentre in seguito alla riforma l’assemblea di Palazzo Madama passerebbe a poco più di un centinaio. Vero. Contestualmente il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), composto da 64 consiglieri e con funzione consultiva per quanto riguarda le leggi sull’economia e il lavoro, verrà abolito. Salteranno dunque diverse laute poltrone? Sì. A detta del fronte a favore del “no”, tuttavia, questi tagli non saranno significativi, né soddisfacenti. Anticipiamo però al lettore che anche la riforma del titolo V potrebbe risultare motivo di risparmio di denaro pubblico. Vedremo il perché.

Riforma del Titolo V

Il Titolo V nella nostra Costituzione disciplina la ripartizione di competenza legislativa tra Stato e Regioni. Specificatamente l’art. 117 della Carta Costituzionale individua materie esclusivamente di competenza statale e materie di legislazione concorrente. Per quest’ultime la potestà legislativa spetta alle Regioni, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato. La competenza concorrente riguarda materie che spaziano dai rapporti internazionali al commercio con l’estero, dalle grandi reti di trasporto e navigazione fino alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali. Per tutte le materie non espressamente indicate, la competenza è lasciata alle regioni.

Con la riforma, invece, una ventina di materie tornano alla competenza esclusiva dello Stato. Tra queste: l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni.

Qual è la ragione alla base di questa novità?

L’obiettivo che si è prefisso il riformatore è ridefinire i perimetri di competenza di Stato e Regioni, che finora erano spesso motivo di scontro tra i due attori in seno alla Corte Costituzionale, a discapito però dell’azione di governo e della celerità della legiferazione e, non ultimo, fonte di lunghi contenziosi generatori di ingenti spese processuali. Il legislatore vorrebbe così anche mettere sul piatto qualche ulteriore taglio alla spesa pubblica.

Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri (ph, Simone Ramella CCA 2.0 Wikimedia Commons)

Referendum abrogativo e leggi d’iniziativa popolare

Il quorum che rende valido il risultato di un referendum abrogativo resta sempre del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto, ma se i cittadini che propongono la consultazione sono 800mila, invece che 500mila, il quorum sarà ridotto: basterà che vada a votare il 50 per cento più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche, non il 50 per cento più uno degli aventi diritto. Per proporre una legge d’iniziativa popolare, inoltre, non saranno più sufficienti 50mila firme, ma ne serviranno 150mila.

A conclusione, quando saremo in cabina di voto dovremo utilizzare cervello e/o cuore e fare liberamente la nostra scelta. Dobbiamo essere però consapevoli del fatto che una riforma potrà sempre essere perfettibile, ma affinché possa essere una reale miglioria per il sistema Italia non potrà mai prescindere dalla correttezza, dalla capacità e dall’onestà degli interpreti politici, i soli in grado di stravolgere in bene o in male l’assetto politico di un Paese. Gli istituti giuridici di cui abbiamo parlato finora, infatti, sono e saranno sempre come degli abiti di sartoria che, per quanto fine, sono in grado di differenziarsi solo se hanno un indossatore di un certo spessore.

Immagine di copertina Palazzo Madama, sede del Senato, Roma (autore: Paul Hermans CCA 3.0 Wikimedia Commons)

L’archeologia delle offerte formative. Intervista a Cristina Salimbene

Promuovere la comprensione di un patrimonio, di un arco di tempo che abbraccia secoli, valorizzare il territorio e offrire un’esperienza culturale adatta ad un pubblico di volta in volta differente.

Come mi fa osservare la Dott.ssa Salimbene, Responsabile dei Servizi Educativi al Civico Museo Archeologico di Bergamo, i musei non sono più solo vetrine, spazi espositivi nei quali le persone transitano per vedere oggetti che nel loro mutismo sono in grado di comunicare ben poco, ma vere e proprie agenzie educative destinate ad affiancarsi a scuole e famiglie. Tra le vocazioni del museo contemporaneo uno spazio sempre più importante è rappresentato dalla dimensione didattica.

In quest’ottica, il Museo Archeologico attiva differenti percorsi formativi che partono dalla Preistoria e arrivano all’Alto Medioevo, ambito di riferimento. Approfondimento dei programmi scolastici, laboratori specialistici per imparare divertendosi, incontri a tema, cicli di conferenze, corsi di aggiornamento… l’offerta è variegata e attenta a tutte le esigenze.

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L’ampia offerta alle scuole è motivata dalla volontà di raccogliere l’interesse di un pubblico giovane o dalle esigenze dei programmi scolastici?

Gli allievi delle scuole primarie rappresentano un pubblico privilegiato perché la storia antica fa parte dei programmi didattici della scuola primaria. I bambini cominciano in terza a fare Storia e dall’origine del mondo arrivano in quinta all’Età Romana. Accanto alle lezioni frontali o alle visite guidate, nel quale una particolare epoca storica viene calata nel concreto dei ritrovamenti archeologici e delle città in cui vivono i bambini, vengono pensate attività laboratoriali dove il fare diventa ideale momento di approfondimento e stimolo per i bambini ad apprendere. L’intenzione è sempre quella di creare un dialogo proficuo tra il museo e la scuola, sviluppando una passione per i musei che possa trasformarsi in abitudine per le famiglie.

Un’offerta adulti che ha riscosso successo?

Con gli adulti, naturalmente, viene meno quel carattere laboratoriale. Le attività più gettonate sono le conferenze che riguardano la scoperta di aree archeologiche locali. Inoltre, quando vengono organizzate visite guidate in aree solitamente chiuse, la cittadinanza risponde sempre in maniera molto positiva, attirando, l’archeologia, sempre molto interesse.

Tre anni fa, attivammo un corso di egiziano geroglifico rivolto ad un pubblico adulto. L’egittologia e i geroglifici sono da sempre una tematica che incuriosisce ed affascina per il suo alone di mistero. In quell’occasione, coinvolgemmo una giovane ricercatrice dell’Università Statale di Milano, come relatrice. Il corso ebbe tanti iscritti appassionati, senza necessariamente un bagaglio culturale particolarmente attrezzato. L’esito fu talmente positivo che realizzammo anche una seconda e una terza edizione di livello più avanzato.

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Nell’elaborazione di una proposta formativa sull’archeologia, quale è il modo migliore di approcciarsi ad un pubblico profano, che non proviene da studi storico-artistici?

É sempre importante considerare l’uso di un linguaggio semplice ed evocativo ponendo enfasi sulla ri-contestualizzazione dell’oggetto archeologico. Nei musei i reperti sono decontestualizzati, in un luogo che non è quello originario e sono spesso frammentari. Bisogna quindi curare l’aspetto narrativo per aiutare le persone ad immaginare il contesto di provenienza di ciò che stanno guardando. Naturalmente, avendo fondi a disposizione, molto utili risultano anche i supporti multimediali: ricostruzioni video per visualizzare come cambiano ambiente e città attraverso il tempo.

Ci sono percorsi ed iniziative che non hanno riscosso il successo che pensavate?

Per le scuole ci sono percorsi meno richiesti. Tempo fa, realizzammo con una scuola di Bergamo, nella quale era presente un alto numero di alunni stranieri, un percorso educativo legato al patrimonio ed al territorio in chiave interculturale. La finalità era quella di utilizzare l’archeologia come mezzo per favorire l’integrazione. L’iniziativa piacque molto ma non fu più riproposta perché l’insegnante con cui collaborammo andò in pensione. Ne consegue l’importanza di avere un contatto diretto e proficuo soprattutto con gli insegnanti, anche perché i progetti più innovativi si articolano in più incontri e durante tutto l’anno scolastico.

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Effettuate anche corsi per disabili?

Sì, la collaborazione è con il Centro Diurno Disabili del comune di Bergamo e va avanti da tre anni. L’esperienza continua a ripetersi ed è molto positiva. Sono stati individuati 15 utenti adulti con disabilità psichiche ai quali vengono proposte attività che li valorizzano e li spingono a tirare fuori il loro senso artistico. La metodologia pensata per questo tipo di pubblico è limitare la parte teorica ed approfondire quella pratica. In questo caso viene data meno attenzione alla correttezza filologica nella ricostruzione storica in modo che l’archeologia rappresenti il pretesto evocativo per realizzare un momento creativo. Negli anni precedenti il progetto è stato realizzato grazie al contributo della Regione Lombardia mentre quest’anno è finanziato dal Centro.

La sfida per il futuro?

CI piacerebbe cercare di essere più incisivi con il nostro punto debole: gli adolescenti. Di renderci più accattivanti per la fascia di età che va dai 16 ai 25 anni e dotarci di postazioni multimediali.

Un giorno da predone

Dall’alto delle sue colline, possenti e accoglienti al contempo nella dolcezza delle loro curve maestose, la Toscana è un’illimitata distesa di sfumature verdi, che muta di tono alla svolta d’ogni rilievo e seguendo i capricci del tempo, gli spostamenti del sole, l’agire delle intemperie e il ciclo delle stagioni. Lo sguardo si perde nel tentativo di definire le tinte e si aggrappa alla ricerca di pochi dettagli; la presenza umana, sincronizzatasi ai ritmi della terra e adattatasi alle sue esigenze, si è mimetizzata tra il succedersi di boschi da legna e colture d’ulivi, prati per il pascolo e terreni agricoli.
La mattina poi, il sole giocando a intrecciare i raggi di luce ai fili d’erba confonde le pupille, illudendo che sia giorno prima del tempo, prorompendo in un cielo che è solo per lui, limpido e sgombro, asciugando coltri di rugiada, sollecitando la fauna a cantare in versi il ritorno alla veglia. È in un mattino così soleggiato che Davide sorprende le mie palpebre, impegnate nella ricerca dentro una tazza di caffè della forza di alzarsi, con una proposta che non mi aspettavo di ricevere qui a Ripacci, in questo ritiro sulle colline maremmane: «Se hai voglia, oggi andiamo a vedere i resti di una villa romana, dopo aver portato le mucche al pascolo».

Con facce pulite e scarpe comode entriamo e usciamo dalle stalle. Accompagnati dal ciondolare lento delle anche bovine, muoviamo i nostri passi su quei paesaggi di cui all’orizzonte è impossibile delimitare i confini: scendiamo attraverso il bosco che con il deposito di legna si affaccia su un piccolo lago artificiale; circumnavighiamo la schiera ordinata di ulivi, che d’inverno si lasciano coccolare dal letame caldo adagiato ai loro piedi; arriviamo a una radura vergine su cui le mucche si disperdono, contaminando la pace mattutina. Lasciamo gli animali liberi di pascolare e torniamo sui nostri passi.
All’altezza del piccolo specchio d’acqua, Davide mi indica di svoltare e per qualche passo sembra, in effetti, che seguiamo un sentiero, ma presto la natura prende il sopravvento e noi ci troviamo a passeggiare in un campo di erba incolta da tempo. Mi perdo facilmente dietro il volo di un lepidottero, nel frinito di una cicala, al punto che quasi non mi accorgo di Davide che mi sta prendendo in giro: «Ehi! Almeno entrando in casa chiedi permesso!». Abbasso lo sguardo, scoprendo che mattonelle rosse sbucano dalla terra e via via si fanno sempre più spazio tra i ciuffi d’erba, che s’insinuano tra le intercapedini e slanciandosi verso il cielo nascondono le tracce di quello che un tempo era un pavimento. Indovinando le fondamenta di un angolo, inseguo con lo sguardo ciò che rimane del perimetro dei muri, supplendo con la fantasia le tracce che il tempo ha cancellato; qualche residuo di impiantito, evoca il fasto di un’antica pavimentazione ramata, ottenuta dall’incasellamento minuzioso di piastrelle squadrate con perizia manuale.
Davide sa darmi poche informazioni: «Costruita tra il 200 a.C. e il 200 d.C.», dice. Un lasso di tempo troppo vasto, troppo poco definito, che per un istante mi porta a dubitare delle sue parole e della storicità del posto in cui mi trovo; in fondo, si tratta di qualche mattonella e un po’ di cemento abbandonati a loro stessi, in balia degli eventi, senza nulla che ne segnali la presenza, a parte il fatto di esser lì, anonimi e silenziosi. Ad ammonire i miei pensieri, svoltando per avere una vista diversa sulla villa, interviene il basamento di una colonna ancorato a terra, all’incirca al centro dell’abitazione, con il suo stile inequivocabile, che attribuisce significato a tutto quanto lo circonda, rendendo giusto valore all’archeologia del paesaggio.

Sito Archeologico di Ghiaccioforte, Scansano
Sito Archeologico di Giaccioforte, Scansano

Sogno ad alta voce di poter scovare qualche antico reperto, provare l’emozione di spolverare un coccio di anfora romana o tastare un utensile rudimentale; Davide mi disillude immediatamente, facendomi notare con quanta probabilità il passaggio di altri visitatori prima di noi abbia fatto sì che oggi non ci sia più nulla da scoprire. Mi racconta di quanti siti si trovano così, sparpagliati tra un appezzamento e l’altro di terreno, dispersi tra la vegetazione collinare: fin dall’età arcaica, la Toscana ha accolto l’uomo con ospitalità materna nei suoi paesaggi gentili; oggi custodisce testimonianze del passaggio in diverse epoche storiche di diverse culture, dall’età del bronzo al Rinascimento, passando per le civiltà etrusca e romana. «Gli enti istituzionali si fanno carico solo dei siti dove le strutture sono meglio conservate; – spiega Davide – per le aree archeologiche meno significative non ci sono finanziamenti, così chiunque può accedervi e prelevare ciò che vuole. Capita di incontrare sulle colline qualche giovane archeologo, che sfrutta la mancanza di controllo su queste zone per provare a mettere in pratica ciò che ha studiato. Moltissimi ragazzi di Scansano sono laureati in archeologia, spesso proprio con l’obiettivo di recuperare il patrimonio dimenticato della loro terra».
Tra il perplesso e l’indispettito, metto ancora una volta in discussione le parole di Davide: possibile che una regione come la Toscana, capace nel corso dei secoli di rinnovare se stessa sempre nel rispetto della sua propria natura, passando ad esempio dall’estrazione di metalli pesanti alle colture d’eccellenza nella produzione dell’olio d’oliva, fino alla conversione negli ultimi anni di molti casali nei principali promotori di un turismo etico e sostenibile; possibile, dicevo, che una terra così rinunci al valore estetico e storico di queste oasi di archeologia? «La maggior parte dei turisti continua a preferire le capitali europee ai rilievi della Maremma, così come avviene per moltissimi centri storici della penisola italiana: bellezze architettoniche dimenticate. – costata Davide – Il comune di Scansano ha puntato molto sul turismo in questo senso, soprattutto nell’area archeologica etrusca di Ghiaccio Forte, ma operare su tutto il territorio è ancora impensabile».

Voglio una prova di questa assenza di controllo, della facilità di frode cui questo spazio si trova in balia: mi abbasso a raccogliere un paio di piastrelle, disancoratesi da terra ma ancora posizionate nell’ordine geometrico dell’incasellamento; le metto in tasca.
A letto la sera, riguardo il mio piccolo reperto archeologico, lasciato ancora impolverato sul comodino, all’apparenza muto. Lascio divagare lo sguardo come a sfiorare i bozzi che ne determinano la forma rettangolare; d’un tratto il mio reperto prende a parlare: racconta di uomini che inventavano forme nell’atto di scolpirle; di idee che si tramutano in progetti e diventano strutture; di persone che vivono in quelle forme, quei progetti, quelle strutture e lì pongono le basi per una storia che arriva fino a me. Una storia che solo il mio reperto, dalla nicchia nel pavimento cui l’ho rubato, può raccontare.
Domani torno alla villa, a rimettere nel suo disordine il mio angolo di impiantito.

The present of things past: an archaeology of post-socialism in Mostar

Visiting the country where I was born has always meant, at least partly, visiting ruins. This is true in a metaphorical as well as a concrete sense: in addition to the remains of buildings bombed out in the nineties, the landscape of my travels there has always been punctuated by stories of the awful things that happened in one place or another. As we drive through the countryside and various towns to reach Mostar, my parents tell me stories about actions carried out by armies and paramilitary groups, images that are hard to reconcile with the reality of the lived and nowadays relatively quiet localities that flow before my eyes. Archaeology is defined as “the study of historic or prehistoric peoples and cultures by analysis of their artefacts, inscriptions, monuments and such remains”. I think about this as we drive through the striking mixture of old and new that is Bosnia and Herzegovina today, and I reflect on how my knowledge of it and of Yugoslavia and my very relationship to them are characterised by an almost archaeological impulse: I look attentively, gather traces and imprint them on my memory, excavating sites by gathering stories from my parents and anyone else who will share them with me. This is how I try to make sense of Yugoslavia, the country where I was born, and Bosnia and Herzegovina, the country where my documents must now say I was born, continuing a process of weaving together a story of “its peoples and cultures” – a story of my family, and ultimately of myself.

View of Mostar from the Orthodox Cathedral - Photo by Sara Gvero - All Rights Reserved
View of Mostar from the Orthodox Cathedral – Photo by Sara Gvero – All Rights Reserved

The French philosopher Gilles Deleuze argues that there is an “archeology of the present”: certain images take us back not “to prehistory”, but “to the deserted layers of our times which bury our phantoms; to the lacunary layers which we juxtaposed according to variable orientations and connections.” Ruins are images too, although physical: I often think about this as our car enters the city and we find ourselves on the Bulevar, short for Bulevar Narodne Revolucije (Boulevard of the People’s Revolution) and the view becomes dominated by the many skeletons of houses destroyed by wartime fires. In my own archaeology of Mostar, the Bulevar is a number of things, the most important being the street where my mother grew up, the one where she lived with her family among other families of different ethnicities (although they did not think of it in those terms at the time, and even today in my own mouth these words feel forced, untrue). In the backstreets and courtyards just off  the Bulevar my mother would climb trees and play ball games with the other children living in the neighbourhood, enjoying that sort of carefree and joyous freedom that was the promise Yugoslavian socialism held for her generation. Looking at it now, it strikes me that some of these ghostly buildings must have been her friends’ homes, or must have housed the shops where children would be sent to buy bread and cigarettes on their ground floors.

Granade signs on a residential building in Mostar - Photo by Sara Gvero - All Rights reserved
Granade damage on a residential building in Mostar – Photo by Sara Gvero – All Rights reserved

With its history, buildings, and personal resonances, the Bulevar represents in my mind a sort of condensed history of the transition; if its name recalls the revolutionary promises and radical hopes of socialism, its straight line now divides the city in two, making it an epitome of post-war reality: the division, it goes without saying, is understood to be along ethnic lines. Maybe I should mention that, in addition to being where my mother played, this area is also where children would, some twenty years later, “play at war”, imitating the reality they were living in, hoping perhaps through play to impose some degree of control on it. These are some of the multiple layers of memory, meaning and affect that I associate with the Bulevar and its ruins, and while some of these may well overlap with those of other people who have lived or still live in the city, I know that there will also be other connections significant to them that I can’t possibly imagine. There are other sites that can be visited to understand the archaeology of Mostar’s post-socialist present: some, such as the infamous “sniper tower” (a former bank building) have become destinations frequented by drug users and urban explorers, others, such as Stari Most (the Old Bridge) and Stari Grad (the Old Town), favoured by tourists, are now too emotionally charged to be cherished by Mostarci (Mostarites) as they once were.

A bombed building not far from the Bulevar - Photo by Sara Gvero - All Rights Reserved
A bombed building not far from the Bulevar – Photo by Sara Gvero – All Rights Reserved

My personal favourite is Partizansko Groblje, or the Partisan Memorial Cemetery, created to remember the fighters from Mostar who died at the hands of fascism and nazism. The cemetery is one of the many Spomeniks (Monuments) built in Yugoslavia during socialism: pompously inaugurated in 1965 by Tito himself, its fame as a tourist attraction grew over time, and reached its peak with the Sarajevo Olympics in 1984. During my last visit, in 2008, I spent a long time walking around the site, mesmerised by its distinctive architecture and by the stone plaques engraved with the names of the men of different ethnicities who fought against fascism together. This piece of Yugoslavia truly feels like an archaeological site: an old structure that pays tribute to a reality that no longer applies. If indeed it is a culture and a people that archaeology studies by looking at monuments, then few sites could tell a more paradigmatic story about Yugoslavian culture and its peoples, and about those that succeeded them after the transition, than this cemetery: once a beautiful park with flowing fountains overlooking the city, Partizansko Groblje is now abandoned and scarred by vandalism. Not only are its surfaces marked by graffiti – words and symbols – praising Ustašas (Croatian fascists), but in 2014 unknown, allegedly neofascist vandals tried to impede access to the public by setting fire to its entrance. And yet, the story of the cemetery is not only a story of conflict and denial: as can be seen by walking around, people still bring flowers to honour the partisans and remember their old way of life.

View of Partizansko Groblje - Photo by Fanny Schertzer - Some Rights Reserved - License: CC BY-SA 3.0
Partizansko Groblje – Cimetière des Partisans, Mostar – Photo by Fanny Schertzer – Some Rights Reserved – License: CC BY-SA 3.0

Saint Augustine wrote that “There are three times: a present of things past, a present of things present and a present of things future. For these three do somehow exist in the soul and otherwise I see them not: present of things past, memory; present of things present, sight; present of things future, expectation”. The story of the cemetery points at these three times simultaneously: a past of socialist promise, a present of political disappointment, and the hope for a future where these may be reconciled. As I walk through Mostar, I think about Deleuze’s use of the word “lacunary”: it is an interesting term that refers to the quality of incompleteness. A lacuna is in fact “an empty space, or a missing part; a gap”, in its anatomic sense it indicates “A cavity, space, or depression, especially in a bone, containing cartilage or bone cells”. This last definition strikes me as an extremely accurate description of the half-destroyed buildings on the Bulevar and of Partizansko Groblje: open wounds in the urban landscape, these sites reveal the anatomy of specific histories, exposing their flesh, their blood vessels, the very tender and vulnerable material at the core of the bones of a society. Lacunary is also the word that best describes my knowledge of my country of birth, and if this sounds like a painful statement, it is also a hopeful one: exploring these empty spaces, engaging with the many missing parts, it is perhaps possible to begin to outline a post-transition archaeology, a different present for things future and past.

Cover photo Partisan Memorial in Mostar by Kripptic (CCA 2.0  Wikimedia Commons)

Archeologia e archeomafie: Morgantina, la polis ritrovata

Si narra che nel lontano 1922 Howard Carter, uno dei due archeologi che scoprì la tomba di Tutankhamon, davanti alle raffinate decorazioni e alla ricchezza di statue e ori ammutolì, fin quando affermò: «Vedo qualcosa di meraviglioso».
Forse questo pensiero, almeno per un istante, passa nella mente di chi, nel cuore della notte, scava buche profonde nel terreno, alla ricerca di tesori da trafugare. Ma qui inizia una di quelle storie così frequenti in Italia, paese di innumerevoli ricchezze archeologiche, che preferiremmo non raccontare.
Tema portante di questi miti, tutti fondati, è il traffico illecito di reperti antichi. Spesso affiancato dalla mano della mafia. I protagonisti sono gli scavatori clandestini, i cosiddetti “tombaroli”, ma anche insospettabili collezionisti e direttori di musei internazionali.
I luoghi sono i più diversi. La nostra storia comincia in un paese nel cuore della Sicilia, abbarbicato sui monti Erei, tra campi aridi e strade dissestate.
Aidone, comune in provincia di Enna, ospita una delle maggiori attrazioni siciliane, il sito archeologico di Morgantina, polis ellenistica i cui resti presentano uno straordinario stato di conservazione. La sua fama internazionale, macchiata dalla storia degli scavi clandestini, può vantare oggi il ritorno in patria di reperti archeologici di grandissimo valore: nell’ordine, una coppia di statue acrolitiche arcaiche, il tesoro di argenti ellenistici, la Dea di Morgantina, statua tardo classica prima nota come “Venere di Malibu” o “Afrodite Getty “, e infine la Testa di Ade (325 a.C.), terracotta soprannominata “Barbablù” per la caratteristica barba di un blu acceso.
Barbablù è tornato ad Aidone grazie alla ricerca dell’archeologa Serena Raffiotta, catanese di nascita e aidonese per vocazione. E’ lei la voce narrante del nostro racconto.

Quando è nato il tuo interesse per l’archeologia e per le bellezze storiche di Aidone?

«La mia famiglia ha origini aidonesi e, anche se ho sempre vissuto a Enna, considero Aidone come il mio paese. Dico sempre che ho imparato a camminare calpestando cocci: sin da bambina ho trascorso le mie estati nella casa di campagna a Morgantina, a due passi dal sito archeologico. Guardarmi intorno circondata da antiche rovine era per me la cosa più normale del mondo, così come raccogliere frammenti e divertirmi a lavarli per vedere se avevano decorazioni o tracce di vernice nera era uno dei miei passatempi. Tutto questo, oltre alla grande passione “contagiosa” di mio papà per la storia antica, ha condizionato le mie scelte future: sia la scelta di studiare Archeologia all’Università di Catania, sia la scelta di rimanere in Sicilia, terra ricca di storia».

La Testa di Ade, soprannominata "Barbablù" dalla stessa Raffiotta, che ha tenacemente contribuito a riportarlo ad Aidone tra il 2013 e il 2014.
La Testa di Ade, soprannominata “Barbablù” dalla stessa Raffiotta, che ha tenacemente contribuito a riportarlo al Museo Archeologico Regionale di Aidone nel 2010.

Negli anni Ottanta-Novanta, gli “anni d’oro” del traffico illecito dei reperti archeologici, forse i cittadini aidonesi non percepivano il danno al bene storico e artistico comune. Di certo Serena Raffiotta, nata nel 1976, non aveva l’età per fare delle riflessioni sul fenomeno. «Però mi rendevo conto che esisteva e che aveva implicazioni più gradi di quanto potessi immaginare».

In quegli anni, il “tombarolo” si poteva identificare quasi sempre con l’agricoltore o l’allevatore che, in difficoltà economiche, trovava nello scavo clandestino un modo per “arrotondare” a fine mese. «Ma da quello che percepisco da non addetta ai lavori», continua Raffiotta, «credo sia cambiato qualcosa. Purtroppo è un fenomeno che persiste, favorito dalla crisi economica e dalla disoccupazione. Ho però la sensazione che mentre in passato esistevano intere famiglie dedite a questo “mestiere”, oggi si tratti di “tombaroli” occasionali, persone che si improvvisano tali e che non si occupano di quest’attività con continuità».

La Dea di Morgantina, nota al pubblico americano come "Venere di Malibu", quando si trovava al Getty Museum di Los Angeles.
La Dea di Morgantina, nota al pubblico americano come “Venere di Malibu” quando si trovava al Getty Museum di Los Angeles.

Grazie alle confessioni dell’aidonese Giuseppe Mascara, tombarolo “pentito”, nel 1988, si è saputo dei trafugamenti degli acroliti e degli argenti di Morgantina. Da indagini più complesse, invece, si è arrivati alla restituzione della Dea di Morgantina e, infine, la ricerca archeologica di Serena Raffiotta, partita dalla stesura della tesi di specializzazione, ha identificato le origini della Testa di Ade.
Si delinea una fitta rete di relazioni che partono dall’Italia e toccano Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti; dai terreni di campagna saccheggiati dell’Italia centro-meridionale alle sale di importanti musei d’oltreoceano, come il J. P. Getty Museum, che solo nel 2010, dopo molte resistenze, ha annunciato la restituzione “volontaria”  della statua della Dea, in realtà tornata nell’ennese dopo un iter sofferto. Ma oggi i reperti archeologici sono più tutelati da questo punto di vista?

«Da quando alcuni musei internazionali sono stati costretti alla restituzione di opere d’arte e pubblicamente accusati di traffico illecito e ricettazione, come nel caso eclatante del Getty Museum di Los Angeles, la cui curatrice Marion True è stata processata a Roma nel 2005, possiamo immaginare che le istituzioni museali straniere siano più prudenti nelle acquisizioni. Tuttavia le aste continuano a pullulare di reperti e, conseguentemente, di acquirenti; a me personalmente risulta difficile immaginare che tutte queste opere d’arte in vendita abbiano certificazioni di provenienza regolari».

Eppure, collocare i reperti archeologici nel loro contesto d’origine è una questione cruciale per gli studiosi, a maggior ragione quelli che quel contesto l’hanno abbandonato forzatamente, perché rivenduti e acquistati da trafficanti d’arte. Conferma Raffiotta: «La motivazione più importante a sostegno del rimpatrio di un reperto nella legittima terra di provenienza è il fatto che lo stesso si riappropria del contesto culturale e storico-artistico che lo ha creato. Quando la stampa si accanisce, per fare un esempio, contro il museo di Aidone perché poco frequentato e valorizzato, sostenendo che la statua della dea di Morgantina sarebbe stato meglio lasciarla negli Stati Uniti, bisogna replicare spiegando che in America quella statua era muta, non raccontava nulla di sé, anche se apprezzata da migliaia di visitatori per la sua indiscutibile bellezza. Riappropriandosi del proprio contesto di provenienza, Morgantina, oggi quella dea ci racconta la vita religiosa dell’antica città, testimone di culti e riti di un grande centro urbano della Sicilia antica tutelato dalla grande dea in quanto terra dedita all’agricoltura».

Negli anni in cui le immagini di devastazione di immensi patrimoni culturali ad opera dell’Isis satura i canali mediatici, appare sempre più importante il ruolo di studiosi appassionati, e per questo coraggiosi, per promuovere l’educazione al paesaggio, al patrimonio artistico e perché no, anche alla legalità.
Si può cominciare dagli adulti o dai più piccoli, dalle grandi città o da un piccolo paese dell’entroterra siciliano.

In copertina: Il teatro di Morgantina dopo il restauro (2005)

Da truccabimbi e babydance al teatro-gioco. Diritto al gioco guidato?

Nel novembre di 27 anni fa, l’ONU approvava la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, riconoscendo a tutti i bambini del mondo il DIRITTO AL GIOCO. Dal testo della Convenzione:

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  1. Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.

  2. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.

In vent’anni sempre più attenzione si è rivolta al fanciullo e al suo tempo libero, la cui organizzazione è pensata oggi come fondamentale nella formazione educativa dei bambini. Di pari passo  si è vista una crescita esponenziale di associazioni, onlus e progetti indirizzati in questo senso e pronti alla collaborazione con gli enti scolastici. Ciò ha probabilmente dato una spinta propulsiva al riconoscimento di figure “nuove” all’interno delle scuole e delle stesse associazioni: l’animatore specializzato, lo psicomotricista, i tirocinanti di Scienze dell’Educazione, gli attori professionisti che portano avanti attività teatrali per l’infanzia e la gioventù.

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Uno strato sociale che oggi sembra essere indispensabile nella dimensione formativa, che vuole l’interazione di soggetti educativi diversificati. Numerosissime sono le associazioni dedicate all’infanzia; nel territorio bergamasco, ad esempio, Airone Associazione dal 2003 propone attività atte alla stimolazione creativa della crescita educativa dei fanciulli: dai progetti scolastici artistico-motori, ai Centri Ricreativi Diurni (estivi e invernali); dalle attività extrascolastiche con laboratori riguardanti le arti, ai progetti di assistenza e terapia. Un approccio educativo, creativo e ricreativo è quello che si tenta di seguire in questi progetti: istituzionalizzazione del gioco?

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L’associazione propone inoltre attività legate alla figura della babysitter e dell’ animatore specializzato, di quelli che animano le feste dei bambini di oggi. Svaghi come il truccabimbi, “sculture di palloncini”, ma anche le feste a tema con tanto di spettacolino teatrale, giochi musicali di gruppo e babydance. Tutti elementi ormai considerati essenziali per una qualunque festa che preveda uno spazio dedicato ai bambini.

Si parla in questi casi di gioco “guidato”: una tipologia di gioco in cui è la figura dell’adulto a proporre e guidare determinate attività, che abbiano degli obbiettivi specifici e/o pensati, studiati e legati al contesto in cui vengono svolti. Giochi apprezzati molto da insegnati, educatori e genitori, che riescono così più facilmente a gestire e orientare il tempo libero dei più piccoli; forse meno amati dai bambini, che chiedono spazi di gioco libero.

Il gioco guidato, che spesso si fonde con attività di tipo ludico-artistico, trova spazio nel mondo dell’arte, della musica, della danza e del teatro. L’educazione all’arte viene trasmessa sotto forma di percorsi guidati e specializzati. Sempre nel contesto bergamasco troviamo due esempi di questo tipo di progetti: Pandemonium Teatro e Erbamil.

Scuola di teatro comico sperimentale nata negli anni ’80, Erbamil dona un ampissimo spazio nelle sue energie al mondo dell’infanzia: percorsi ad hoc vengono proposti in relazione alla stimolazione della creatività, alla partecipazione e al divertimento, all’educazione all’ascolto e alla creazione di un piccolo e proprio lessico affettivo.

Pandemonium, Teatro d’arte contemporanea per le nuove generazioni, declama la propria attenzione per il mondo dell’infanzia già nella definizione che dà di sé. Le produzioni della compagnia e le rassegne proposte sono tutte rivolte a un piccolo pubblico che trova nel gioco del teatro un forte canale di educazione alla sensibilità.

Oggi si parla molto di educazione, obiettivi, attività, stimoli e orientamenti; si parla poco di libertà e spontaneità, di spazio lasciato alla creatività che proviene dal basso di quelle testoline esagitate. Al di là di come cambino le generazioni e i modelli educativi, io ripenso con nostalgia al pavimento che diventava un mare di lava e al “facciamo che io ero una principessa”.

Pedagogie d’altri continenti

«In metro, un bimbo di una ventina di mesi stava seduto sulle gambe della mamma e teneva in mano un gioco di gomma: si divertiva a gettarlo in terra, ridendo per il rumore prodotto, e il papà a ogni tonfo si abbassava a raccoglierlo. In un movimento monotono la scena continuava a ripetersi, il gioco cadeva e il papà si abbassava, ma a nessuno veniva in mente di innervosirsi e sgridare il bambino», un amico di rientro dal Giappone mi racconta di quest’episodio per spiegarmi la libertà totale di cui godono i bambini nel Paese del Sol Levante. Nell’immaginario occidentale, i piccoli giapponesi crescono addestrati fin dall’infanzia a essere parte di una società operosa e produttiva, alle cui regole è imposto sottostare acriticamente; in realtà, in età prescolastica il modello educativo giapponese è tra i più lassisti e liberali del mondo. Ne Il crisantemo e la spada, Ruth Benedict dà un’immagine grafica di questo modello educativo: l’arco di vita dei Giapponesi segue una curva ad U (contrapposta al modello americano che ha forma Ո), «in cui i massimi di libertà e di indulgenza sono riservati ai bambini e ai vecchi, mentre le limitazioni all’autodeterminazione individuale aumentano lentamente dopo la fanciullezza per raggiungere il punto più basso della curva nel periodo che immediatamente precede e segue il matrimonio».

L’educazione degli infanti avviene quasi totalmente per mezzo di provocazioni psicologiche, di cui la Benedict offre interessanti esempi: «quando un altro pic­cino viene a far visita, la madre in presenza del proprio bambino, si mette a vezzeggiare il piccolo ospite e dice: “Ho intenzione di adottare questo bambino; desidero proprio un bambino così carino e così bravo. Tu invece non ti comporti come dovresti per la tua età” […] oppure la madre dice al bambino: “Tuo padre mi piace più di te: lui sì che è un uomo come si deve”». In questo modo si ottiene il risultato di far sorgere nel giapponese adul­to quel timore del ridicolo e della condanna sociale che è un elemento così tipico della sua mentalità e che trova il suo fondamento nel kimochi-fugi, che Azuma definisce come «la tendenza a dare importanza ai sentimenti degli altri, o a tentare di simpatizzare con i sentimenti degli altri e di percepire le loro intenzioni».

Sempre grazie a questa filosofia, i bambini sono educati a essere membri di una società imperniata sul gruppo, di cui presto dovranno imparare le gerarchizzazioni, riflesse per la loro importanza nel linguaggio quotidiano: le espressioni “fratello” e “sorella” esistono, infatti, in Giappone solo accompagnati da riferimenti all’età, ossia come ani (fratello maggiore) o otōto (fratello minore), ane (sorella maggiore) o imōto (sorella minore).

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Questa gerarchizzazione, data dall’ordine di nascita, che attribuisce un vero e proprio potere, una vera e propria autorità, mi ricorda in qualche modo quello che in Senegal ho osservato essere l’ordine che naturalmente si costituisce all’interno delle famiglie. In tutta l’Africa, l’età è motivo di vanto e la persona anziana considerata più saggia dei successori; questo principio è tanto radicato da diventare significativo anche tra individui della stessa generazione, soprattutto in età infantile, quando ancora non subentrano titoli acquisiti e meriti, a mutare la piramide voluta dalla cronologia di nascita.

Come in Giappone, in Senegal il bambino sotto i tre/quattro anni sembra in qualche modo escluso dalle interazioni sociali, quindi esonerato dalle norme che le regolano: trascorre gran parte del tempo fasciato sulla schiena della madre, viene preso in braccio ogni volta che piange, mangia e dorme quando decide. Crescendo invece, l’infante è tenuto a obbedire a qualsiasi richiesta l’adulto ponga e a rispettarne le regole, ma gode, a differenza dei giapponesi, di totale autonomia nella gestione del tempo libero, anche grazie alla presenza di una comunità priva di pericoli e coinvolta nell’educazione; è tipico veder correre per i vicoli tra le case dei quartieri di Dakar gruppi di bambini che liberamente giocano, entrano ed escono dai cortili, litigano, fanno pace e stabiliscono gerarchie entro le loro microsocietà. Totalmente differente è però l’approccio dei genitori all’educazione scolastica; un’altra similitudine emerge tra Senegal e Giappone: fin dai primissimi anni d’istruzione, fondamentale è il successo scolastico, che viene misurato attraverso una vera e propria classifica di confronto tra compagni di classe. In entrambi i paesi, inoltre, la distinzione tra periodo scolastico e vacanze è molto meno netta di ciò cui sono abituati gli studenti europei: sull’isola asiatica il periodo festivo è impegnato tra club sportivi, attività extrascolastiche e servizi volontari per i comuni; i bambini senegalesi trascorrono invece buona parte delle mattinate estive nelle scuole coraniche, dove imparano il testo sacro attraverso forme di educazione rigide, che non escludono la punizione corporale. Quest’attitudine all’obbedienza prende periodicamente forma rituale nelle cinque preghiere comandate, quando il richiamo del muezzin fa correre le bimbe a coprirsi il capo e i bambini a prendere i tappeti da stendere in direzione della Mecca, senza che gli adulti intervengano a sollecitare.

Le riflessioni pedagogiche sul bambino come adulto, che tanto hanno caratterizzato l’Europa tra ‘800 e ‘900, sembrano aver appena sfiorato la cultura senegalese, in cui i rapporti tra adulti e bambini sono regolati dalla mera interiorizzazione di una gerarchia, che giustifica l’autorevolezza dei primi sui secondi. Di quest’ordine i bambini non soffrono, perché hanno autonoma gestione del tempo non impiegato in attività necessarie. Diverso è il caso dei bambini di strada, numerosissimi a Dakar, che trascorrono gran parte del tempo elemosinando e chiedendo gli avanzi di cibo nelle case, per poi rientrare nella scuola dove l’imam impartirà la lezione coranica; o ancora dei bambini che sui marciapiedi lavorano con le madri, vendendo acqua, frutta di stagione, piccoli dolcetti. Nessuna legge vieta il lavoro minorile né impone un’istruzione obbligatoria, benché a Dakar si trovino moltissime scuole pubbliche.

Alla base delle numerose similitudini tra i due paesi, geograficamente tanto distanti tra loro, sta il comune denominatore di un’idea di società come di una comunità coesa, i cui membri interagiscono collaborativamente tra loro, a formare una sorta di estensione dell’ambito domestico, che si esprime nella creazione di gruppi all’interno della società giapponese e nell’idea del social living senegalese. Caratteristica di entrambi i popoli è il rispetto sempre dovuto all’infante, aldilà dell’estensione della possibilità di rivolgergli richieste. Nel bambino, infatti, entrambe le culture vedono un riflesso dell’adulto che sarà in futuro; entrambe le culture hanno considerazione dell’individuo che racchiude in potenza e che sarà un giorno il punto di riferimento dei genitori che oggi si occupano della sua educazione.

In primis, nel bambino, Giapponesi e Senegalesi vedono la speranza di una continuità nel tempo della stirpe famigliare.

I libri per ragazzi spiegati agli adulti

Per parlare di letteratura per bambini e ragazzi è necessario, prima, sfatare almeno un paio di falsi miti.
Anzitutto, se pensate che i libri tra le mani di bambini e ragazzi siano solo quelli elencati nelle  odiate letture obbligate durante le vacanze di Natale, i numeri del mercato editoriale vi smentiranno. I lettori più avidi di libri extrascolastici si contano tra i bambini dai 2 ai 5 anni (63,3%) e gli adolescenti tra i 15 e 17 anni (53,9%), contro una media del 42% estesa a tutta la popolazione italiana. Non a caso, quindi, i titoli per bambini e ragazzi contribuiscono alla crescita del mercato editoriale italiano, costituendo il 17,4 % del fatturato totale e il 22,9 % delle copie vendute.
Ma a comprare i libri sono gli adulti, e qui arriviamo al secondo, forse più grande pregiudizio sulla letteratura per ragazzi.
Alcuni pensano si tratti di letture “facili”, storie semplificate in una scrittura semplice. Sono quegli adulti che hanno dimenticato di essere stati bambini, parafrasando Il Piccolo Principe, e i cambiamenti che hanno segnato la loro crescita. «Ma le domande che ci poniamo da ragazzi ci inseguono per tutta la vita».
Sarà per questo che per Mara Pace, giornalista, redattrice e traduttrice, il legame con il mondo della letteratura per l’infanzia non si è mai spezzato.
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Le prime esperienze al Giornale di Brescia, poi una laurea in Scienze della comunicazione, un master in Editoria e lo stage diventato lavoro presso il Corriere.it. Oggi, le attività di ufficio stampa in CAST Alimenti, importante scuola di cucina; le grandi traduzioni per la casa editrice Rizzoli; le collaborazioni con Il Castoro, Editoriale Scienza, la rivista Io e il mio bambino e soprattutto con Andersen, mensile di letteratura e illustrazione per il mondo dell’infanzia, «il fil rouge, la costante del mio percorso».
Nella rivista, Mara si occupa di recensioni e interviste, ma anche del blog Premio Andersen, lo spazio che ogni lunedì La Stampa.it dedica a vecchi e nuovi libri per ragazzi, e del progetto Leggevo che ero, raccolta di fotografie scattate a ogni autore intervistato con “il” libro d’infanzia. Sì, perché ognuno di noi ha un libro che porta nel cuore fin da bambino, che ci ha guidati verso le letture “consapevoli”, scelte per curiosità e passione.
Quello di Mara è Le streghe di Roald Dahl, autore cult di un’intera generazione di futuri editor, librai e scrittori per ragazzi (per i più giovani, l’autore de La fabbrica di cioccolato).
È da questo libro che parte la sua passione per la letteratura d’infanzia, ed è da qui che partiamo.
Fotografia di Mara Pace per la rivista “Andersen”.
A quando risale la tua riscoperta della letteratura per l’infanzia?

«Lavoravo al Giornale di Brescia. Un giorno mi hanno affidato la recensione di un libro per ragazzi di cui nessuno si voleva occupare. Io ero entusiasta, mi sono ricordata esattamente le emozioni che avevo provato da bambina. Sono stata una grandissima lettrice, amavo i libri, perciò ho dei ricordi molto forti. Ricordo quando ho comprato Le streghe, quanto mi era piaciuto, e il fatto di tornare in libreria e in biblioteca per cercare “lo stesso libro”. Una ricerca perenne di quell’entusiasmo che ti ha dato un libro e che cerchi tutta la vita. E così, quando ho incontrato di nuovo i libri per ragazzi, mi sono chiesta: ci sono ancora le collane che piacevano tanto a me da bambina? Che cosa è uscito nel frattempo? Era rinato l’amore per questo mondo affascinante e vastissimo. E ho scoperto la passione per l’illustrazione e il fumetto».

L’illustrazione è molto importante nel libro per ragazzi…

«Il rapporto parola-immagine è fondamentale e ci tengo a precisare che le immagini non servono a sostituire le parole! Possono semplificarle, ma a volte le complicano, danno dei contenuti aggiuntivi alla parola. I libri senza parole, i silent books, talvolta sono più difficili da leggere di un libro con le parole. Sono libri che abituano a leggere le immagini, fondamentale in un mondo in cui siamo quasi più bombardati da immagini che da parole. Per questo apprezzo quando l’immagine e il testo non raccontano la stessa cosa, ma riescono ad essere complementari, a volte anche discordanti, e quindi creano qualcosa insieme».

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I libri possono essere un gioco per i bambini?

«Questa domanda mi fa pensare ai libri de La Coccinella, famosi in tutto il mondo, che puntano sulla varietà di forme e idee cartotecniche. Il libro per la prima infanzia spesso è materico e il bambino gioca con le sue superfici. Sì, il libro è un gioco, ma è anche altro: la prima lettura nell’infanzia è affidata ad altri, agli adulti, perciò il libro diventa un oggetto attraverso cui passa il rapporto d’amore con la mamma, il papà, anche la maestra d’asilo. Che un adulto legga una storia è un gesto importante, che va al di là della storia letta e tocca l’affettività. Fino ai 5 anni, la lettura è a due: per un bambino è sentirsi raccontare una storia da qualcun altro. Per questo gli albi illustrati non parlano solo ai bambini, ma anche all’adulto al suo fianco, e i più belli emozionano entrambi».

Che cosa può trovare di interessante un adulto nei libri per bambini e ragazzi?

«Ci trovi un’umanità incredibile. Ci sono libri per adulti molto profondi, che scavano e scavano, e a volte trovi una profondità unica nella leggerezza dello sguardo bambino. Se pensi alla letteratura per bambini fino ai 12-13 anni, guardi il mondo da un punto di vista più basso. Ci trovo qualcosa di filosofico nell’abbassare lo sguardo, che a volte significa alzarlo: devi essere all’altezza di un bambino, non abbassarti al suo livello. Ricordiamoci che i bambini stanno una spanna sopra di noi perché hanno uno sguardo diverso sul mondo».

Una caratteristica trasversale che unisce la letteratura per ragazzi a tutta la letteratura?
«Ti insegnano a pensare, a guardare il mondo con i tuoi occhi e a ragionare con la tua testa. Il libro bello, qualsiasi libro, ti lascia con un senso di inquietudine, una domanda aperta, la voglia di vivere e di riflettere sul mondo. Con un punto interrogativo che ti emoziona e ti scuote. E questo nella mia esperienza lo fa più spesso il libro per ragazzi più che il libro per adulti».
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Per concludere, Mara Pace ci lascia con alcuni riferimenti per approfondire: buona lettura!
Riviste:
Rivista Andersen
Premio Andersen
Hamelin
LiBeR
Pepe verde

We are receiving the right education, aren’t we?

Education represents a crucial element of our societies, becoming increasingly important as more and more people pursue the educational path to secure better job opportunities. Considering this, a question arises naturally: is the type of education we are currently receiving providing the strongest boost to our cognitive capabilities and intellectual growth? If this weren’t the case, what would be other possible options in terms of educational methods?

A process of teaching, training and learning especially in schools or colleges, to improve knowledge and develop skills: this is the definition of education that can be found in the Oxford Dictionary. Is education a mere process of teaching and learning, solely aimed at making students acquire and develop new skills? How multifaceted could the education we receive nowadays be? In order to answer these questions, it is important to understand how the Western education system has developed and how it is structured, but also if there are alternative options to the standard one.

As Sir Ken Robinson underlines in his speech regarding the current education system, its paradigmatic structure was conceived during the Enlightenment and subsequently developed in the socio-economic context of the industrial revolution. A more accurate analysis of the present educational model shows its flaws, both in terms of promoting motivation and of its potential benefits.

RSA Animate – Sir Ken Robinson – Changing Education Paradigms / Website: http://www.thersa.org/events/rsaanimate

What appears clear from Sir Ken Robinson’s point of view is that modern education is more likely to deaden creativity and curiosity than stimulate them. In his quest to identify the weak spots of the Western education system, he points out that standardised tests do not encompass all the different cognitive aptitudes of pupils. As a result, individual skills are minimised and most of the time not understood.

Maria Montessori, who developed an alternative education method at the beginning of the XX century, recognised pupils’ aptitudes and categorised them in universal innate tendencies, such as  communication, exploration, orientation, order, activity, manipulation, perfection, abstraction, work, repetition, and exactness. According to the Montessori method, these cognitive tendencies must be stimulated and equally developed through the process of personal and educational growth. The crucial aspect of this educational method is represented by the different stages identified in the learning process: four in total, they differ between specific age groups such as birth to six, six to twelve, late twelve to eighteen, and eighteen to twenty-four. The leitmotiv of this educational development method is that of embracing the child’s growth from a multifaceted perspective, so that children can develop on multiple levels, including the social, cognitive, emotional, and physical ones.

Child's hand using Montessori counting materials - Photo by Tacher School Milton - License CC BY SA 3.0
Child’s hand using Montessori counting materials / Photo by Tacher School Milton / Source: Tacher Students Using Montessori Materials / Some rights reserved / License: CC BY SA 3.0

Another alternative educational approach is offered by Waldorf schools, better known as Steiner education. This type of didactic method was developed by Rudolf Steiner in the first decade of the XX century. The core of his model is characterised by an approach different to those of most standard educational methods. As a matter of fact, he identified three important stages during the intellectual growth of pupils: early childhood education (aged two to six), elementary education (aged seven to fourteen), and secondary education (aged fourteen to eighteen). Each stage deserves a dedicated approach: in the early childhood period particular importance is given to practical activities and creative play, in the period of elementary education emphasis is put on developing the artistic and social side of the pupil, while during the secondary education stage the student focusses on strengthening critical reasoning and empathic understanding.

Anne
Anne / reuse not allowed

Anne, who is studying nursing at Avans, in The Netherlands, attended the Waldorf school in Breda from the age of four until the age of twelve. She confirms that during the kinder-garden period practical activities were the essence of her days, ranging from building objects, playing outside, learning to carry out various tasks and singing while baking bread once a week: she still recalls the scent of baked bread around the hallways. The first day of primary school a particular celebration was organised to welcome kinder-garden pupils into the new educational phase: Anne states that this type of initiation made a big impression on a little child and helped future students feel welcome. When Anne started secondary school she noticed that the Steiner method, which emphasises independence, was less pronounced, probably because of the government requirements set for secondary education on the national scale. However, the activities peculiar to this type of education were still present: for instance the first two hours of every morning were dedicated to lessons of subjects ranging from physics to literature, architecture, poetry and mathematics for a period of three weeks. These lessons were characterised by an in-depth approach and exploration of the subject discussed. According to Anne, another distinctive feature of the Waldorf School was that she never felt the pressure of taking tests and exams: she describes it as an idyllic phase of personal and intellectual growth.

Photo by Cade Martin, Dawn Arlotta, USCDCP / Pixnio
Photo by Cade Martin, Dawn Arlotta, USCDCP / Pixnio

Alternative options in terms of education systems are available: the different methods discussed here seem to give more importance to aspects of children development that are sometimes neglected in the standard education system. Educational policy-makers should wonder whether intelligence and intellectual development can be standardised. This question hasn’t found a proper answer yet, however, it is important that the process of educating new students be able to seize individual potential and stimulate their interest and imagination.

Cover image by Wokandpix / Pixabay

Giocare è una cosa seria

Giocare è un diritto di tutti i bambini. Tuttavia, chi pensa che il gioco sia un’attività fine a se stessa non potrebbe avere più torto. Infatti, sulla convinzione che giocare costituisca un momento fondamentale dello sviluppo del bambino è fondata la psicomotricità, disciplina nata in Francia alla fine del XIX secolo ed approdata in Italia negli anni Sessanta. All’inizio gli esperti di questo particolare ambito legato alla formazione e allo sviluppo infantile si trovavano a dover sfidare le convinzioni dominanti e a dover mettere in discussione i modelli educativi. Oggi che la psicomotricità è largamente diffusa in tutta Italia e le sue aree di competenza si sono evolute, lo psicomotricista si trova comunque a dover combattere contro pregiudizi e titubanze. A fare il punto della situazione e a capire perché sia così importante conoscere la psicomotricità e soprattutto praticarla ci aiuta Elena Campagnoli, psicomotricista di Vimercate.

Ciao Elena, ci racconti di cosa ti occupi?

Ciao, sono psicomotricista, o terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, e lavoro presso l’ospedale di Vimercate (MB) dove mi occupo di riabilitazione infantile e della diagnosi di disturbi vari, come i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Dal 2015 inoltre collaboro con l’associazione Airone, con cui conduco progetti di monitoraggio alla crescita e coordino gruppi di psicomotricità educativa nella scuola dell’infanzia e primaria, oltre che negli asili nido, a partire dagli otto mesi.

Come spiegheresti la psicomotricità a chi non la conosce?

La psicomotricità è quella disciplina che supporta i processi evolutivi dell’infanzia, dando modo al bambino di mettersi in gioco e valorizzarsi integrando le sue componenti emotive, intellettive e corporee, attraverso l’azione e l’interazione, con gli altri e con lo spazio. Aldilà di questa definizione generale, ciò che è fondamentale chiarire è che la psicomotricità non è soltanto un’attività terapeutica, pensata per bambini affetti da disturbi di vario genere; la psicomotricità, e nella fattispecie quella educativa, è pensata per tutti ed offerta a chiunque si trovi in età prescolare e fino ai primi anni di scuola primaria. Certo, aiuta a risolvere i problemi ma è soprattutto un’attività di supporto allo sviluppo complessivo del bambino, nella sua vita assieme agli altri e come individuo con le proprie peculiarità e predisposizioni. Detto ciò, uno psicomotricista si occupa dunque di attività diverse, concepite sia per bambini con particolari problematiche fisiche, mentali e disabilità sia per bambini con un regolare sviluppo e senza problemi evidenti.

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Parliamo del gioco: perché è importante? A cosa serve? Esistono miti e convinzioni da sfatare sul gioco dei bambini?

Partirei da una convinzione da sfatare sul gioco che è intrinseca nella comune accezione de termine. Il termine “gioco” nel linguaggio comune infatti sminuisce il vero significato della parola, lo estrania dalla vita reale. Per noi psicomotricisti invece il gioco è un fenomeno esistenziale legato alla storia di ciascun bambino e parte imprescindibile del suo processo evolutivo. Giocare è un passo fondamentale per lo sviluppo del bambino, è un’attività di apertura verso il futuro, in libertà e senza giudizi. Il ramo della psicomotricità che lavora nelle scuole, con bambini “sani”, è quello della psicomotricità educativa; non a caso, “educare” significa proprio “tirare fuori”, far sì che i bambini riescano a far emergere le proprie capacità.

Raccontaci come è strutturata l’attività psicomotoria nelle scuole.

Solitamente i percorsi nelle scuole durano al massimo sei mesi, durante i quali si devono far provare più cose possibili ai bambini, così che abbiamo spunti sufficienti per approfondire ciò che più si avvicina alle loro inclinazioni. Un percorso tipo è composto da dieci incontri: i primi due sono di conoscenza, servono ad instaurare un rapporto di fiducia nei confronti dello psicomotricista e lasciano ai bambini la possibilità di giocare liberamente con il materiale a loro disposizione. Si passa poi ad attività strutturate, per le quali il movimento costituisce sempre un elemento fondamentale. Ad esempio, si scandisce il ritmo con un tamburello per far muovere i bambini, insegnando loro a rispettare le pause, a riconoscere le parti del proprio corpo e del corpo degli altri, si preparano dei percorsi con schemi motori diversi, che prevedono di camminare all’indietro, strisciare, rotolare e altro ancora. Si dedica poi del tempo ad attività particolari con oggetti specifici, come costruire, travestirsi, giocare con la palla. Nel corso di questi incontri vigono delle regole che pian piano i bambini imparano a rispettare, dal rispetto dell’altro al rispetto dei tempi, dal coinvolgimento di tutti alla condivisione del materiale e degli spazi. Negli ultimi due incontri i bambini sono nuovamente lasciati liberi: questa è la fase di monitoraggio, in cui emergono le preferenze individuali e in cui si ha modo di verificare l’avvenuto sviluppo del bambino e l’acquisizione delle regole di comportamento e delle capacità di relazionarsi con rispetto verso gli altri.

Avendo a che fare con i bambini di oggi, quali ritieni che siano gli aspetti più difficili e cruciali nel crescere ed educare i bambini nel 2016?

Lavorando con i bambini si ha ovviamente a che fare con i genitori. Nella mia esperienza, ho osservato l’esistenza di due tipologie opposte di genitori: da una parte vi sono coloro che giustificano tutto quello che i loro figli fanno o dicono, prendendo alla leggera anche i comportamenti sbagliati; dall’altra ci sono genitori estremamente rigidi, che rimproverano i bambini con una tale severità e senza cercare un confronto da finire per spaventarli senza tuttavia insegnare loro una lezione. Più in generale, quella che ritengo essere una caratteristica comune alle famiglie di oggi è il fatto di essere complicate: oltre ai casi di separazione e divorzio, in cui tipicamente i genitori tendono a concedere tutto ai figli per il senso di colpa che provano, ci sono genitori super impegnati, non troppo giovani e quindi con meno energie, che spesso preferiscono lasciar correre per una questione di mancanza di tempo e semplificazione. I problemi frutto di una tale situazione sono molteplici: la mancanza di regole, l’incapacità di rispettare i tempi altrui e soprattutto di ascoltare qualsiasi adulto, dalla mamma alla maestra, con la conseguente difficoltà di apprendere. La psicomotricità si assume dunque l’obiettivo di educare al rispetto di se stessi e degli altri, si impegna a far passare ai più giovani il messaggio dell’esistenza di altri al di fuori di noi stessi e dell’importanza di vivere ascoltando ed assecondando anche le esigenze altrui.

Credi che in Italia la psicomotricità abbia lo spazio che si merita nella formazione dell’infanzia?

Benché nel nostro Paese esistano moltissimi centri privati che si occupano di psicomotricità educativa, essi ancora faticano a superare lo stigma che si tratti di un’attività esclusivamente ideata per bambini con problemi. Tuttavia, di recente l’interesse per la disciplina sta crescendo, spesso motivato dalla pura curiosità, dato che molte volte non si sa bene di cosa si tratti. Di conseguenza, le scuole che attuano progetti di questo tipo sono ancora troppo poche e nella maggior parte dei casi il tempo e i fondi concessi per queste attività sono troppo pochi. Ciò su cui noi psicomotricisti vogliamo insistere è l’importanza del gioco e di attività strutturate per tutti i bambini, sani e non, che oggi più che mai hanno bisogno di essere educati a sviluppare le loro potenzialità e a rispettare gli altri, le regole, gli spazi e i tempi di un mondo sempre più difficile.

Parigi un anno dopo: guardare in faccia una strage

Cette planète fait encore un bruit douloureux” – questo pianeta fa ancora un rumore doloroso. E’ passato un anno da quando scrivevo queste righe a Parigi. In quei giorni il piccolo e freddoloso appartamento di Montmartre mi offriva rifugio più che mai mentre cercavo di nascondere ai miei occhi il volto straziato di Parigi, che perdeva sangue, colpita a morte da sei attacchi terroristici in una sola notte. Un volto che non avevo mai visto. Non è molto semplice fare mente locale su quanto accaduto: riportare qui vicino, su di un foglio davanti a me, una realtà che ho volutamente tenuto lontana chilometri e mesi, sepolta dal trascorrere dei giorni.
Non sono i bilanci che voglio fare, né fingere di raccontarvi come l’opinione pubblica avesse reagito allora e come lo fa adesso. Tuttavia, occorre essere onesti quando si trattano questi argomenti. Occorre avere il tatto di un medico, di chi con la freddezza e la professionalità della scienza sa di avere a che fare comunque con una materia calda e imperfetta, l’uomo, e con corpi fatti di carne, di ossa, di emozioni e paure. Occorre essere onesti. Fino ad oggi avevo sempre pensato che quel bacino di dolore e follia che è stato un anno fa Parigi non mi appartenesse, non fosse mio o non mi avesse mai sfiorato. Invece lo ha fatto e mi ha ferito. Ecco quindi cosa troverete nelle prossime righe: la storia di una ferita.

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La chiamano resilienza, la capacità degli uomini di saper reagire in maniera positiva ad eventi traumatici, di saper rispondere a esperienze stressanti. La chiamano così in psicologia. Ma questo termine nasce in un altro ambito, quello della tecnologia dei materiali, in cui indica la capacità di assorbire un urto senza rompersi. Come abbiamo detto però, gli uomini non sono oggetti e la loro materia è imperfetta, fatta di carne, di ossa e pure di emozioni. Gli urti magari non li spezzano, ma non possono non lasciare tracce sui loro corpi e ferite nelle loro anime. Gli uomini sono fragili e si frantumano, piano piano, di nascosto.
Ricordo la mattina dopo gli attentati. Era come quando da piccoli si passa la notte ad ascoltare nascosti e impauriti sotto le coperte il temporale che impazza ed imperversa fuori. La mattina però, quando si allunga incerti il naso fuori dal letto fino alla finestra, pronti a vedere esterrefatti ciò che resta della follia devastatrice notturna, tutto è calmo e tranquillo. Anche io con questo spirito scrutavo Parigi dalle tende bianche del mio salotto. Ricordo un’arzilla combriccola di anziani che faceva jogging, ricordo le signore che compravano la baguette e qualcuno persino al bar a fare colazione. Assurdo. Era stato solo un brutto sogno? Era stato tutto il frutto di un’allucinazione?
No, adesso lo so. C’è voluto un anno per avere le idee più chiare. Era solo iniziata la medicazione della ferita, quando ci si mette nell’ordine delle idee che il dolore c’è stato, quando si piangono i morti ma con la lapide pronta a coprire quello che è già un passato, quando la consapevolezza di essere vivi e sopravvissuti è giustamente più forte del dolore per i morti, anche se non lo si ammette, quando i punti sulla ferita tirano e fanno male ma si sa che oramai l’operazione è conclusa e da lì in avanti non si potrà che stare meglio. Tutto bene. Tutto questo è necessario per andare avanti, per darsi una prima spinta, per non affogare.

Il memoriale per le vittime degli attentati a place de la République a Parigi, il 16 novembre 2015. (Christopher Furlong/Getty Images/Internazionale)
Il memoriale per le vittime degli attentati a place de la République a Parigi, il 16 novembre 2015. (Christopher Furlong/Getty Images/Internazionale)

Alcune ferite, però, sono in profondità e non si rimarginano. Nelle viscere della nostra massa imperfetta, tenute a debita distanza, continuano a pulsare, a fare male. Ma il tempo passa scandito dai giorni, dai mesi e poi capita inevitabilmente che scocchi un anno. Un primo sigillo dal quale non ci si può sottrarre, non un giorno qualsiasi, non un metro più in là lontano dal disastro. Un anno a ricordare, un anno a riportare in superficie quella frattura. La verità è come il sole e la ferita che a lei si espone brucia e fa male. Non ci si può sottrarre al tempo, soprattutto quando questo ci chiama con le sue scadenze. E se non si può far finta di nulla allora io ripeto: che questo ci serva per essere onesti. C’è una frattura. Siamo tutti ammaccati. Tutti noi un anno fa abbiamo avuto un terribile incidente, ci hanno inferto una ferita. No, noi non siamo resilienti o, se lo siamo, lo siamo solo in minima parte. Cos’è Parigi un anno dopo? E’ il Bataclan che riapre con un concerto di Sting, perché dove rinasce la musica, rinasce la vita. Sono le commemorazioni per la città per dire e dirci che questo non deve accadere più, non può accadere più. E’ tutto vero. Ma un anno dopo, tutto questo è soprattutto sentire un dolore forte che non si pensava potesse presentarsi più. E’ soprattutto rendersi conto che il rumore doloroso del mondo non è a Parigi e non è fuori di noi, bensì è nelle viscere della nostra naturale e comprensibile imperfezione e ad esso non ci si può sottrarre.

 

Fotografia in copertina di Mstyslav Chernov  (CC-BY SA 4.0 via Wikimedia Commons).

Il peggio è accaduto. E adesso? Una riflessione sulla vittoria di Drumpf

Come era successo la notte prima che venissero annunciati i risultati del referendum sul Brexit, ieri sera molti di noi sono andati a dormire sperando che la catastrofe si sarebbe evitata. Invece stanotte il peggio è (di nuovo) successo: Donald Trump ha vinto le elezioni americane, diventando così effettivamente il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, carica alla quale ascenderà ufficialmente a gennaio 2017. La sua vittoria è certamente espressione di un sentimento anti-istituzionale che si è diffuso tra le fasce più svantaggiate delle popolazioni occidentali negli ultimi anni, come reazione alla crisi economica ed alle seguenti politiche di austerità, così come all’incapacità della politica ufficiale di dare risposte valide ai problemi dei cittadini e di coinvolgerli attivamente nel processo politico. Ma si tratta anche del prodotto di un fenomeno parallelo e più preoccupante, ovvero della crisi di un certo senso di identità fortemente radicato nel mantenimento dello status quo dominante: bianco, maschile ed eterosessuale. La vittoria di Trump riflette infatti sentimenti di ansia, paura ed insicurezza vissuti da una parte di elettorato che si vede non solo lasciato indietro da un capitalismo sfrenato, ma anche privato della possibilità di farsi forza di quegli elementi che, in un mondo precedente alle battaglie per i diritti civili (delle donne, delle minoranze sessuali e razziali, di chiunque sia stato storicamente sfruttato o subordinato), permettevano di identificarsi almeno parzialmente con il lato dei “vincitori”. Il fenomeno Trump è rassicurante per chi partecipa di questa incertezza, perché offre l’esempio di un uomo (e che sia uomo e non donna è importante) privo di capacità od esperienza politica, volutamente anti-diplomatico ed anti-intellettuale, il cui unico capitale spendibile in queste elezioni era quello di essere in qualche modo “diverso” dai politici con la P maiuscola, e che ha saputo trasformare quelle che potevano essere viste come gravi mancanze in un punto di strabiliante vantaggio. In questo senso, Trump rappresenta la vittoria di tutto ciò che una parte dell’elettorato che lo supporta sente minacciato: il senso flebile di un privilegio ereditato attraverso la casualità dell’esser nati bianchi ed americani (meglio se maschi): la certezza di far parte, senza alcun impegno o merito individuale, del gruppo dei potenti.

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Photo by Johnhain / Pixabay

In un articolo uscito stamattina sul New York Times, il giornalista David Remnick insiste sul fatto che Trump ha saputo far leva sul senso di espropriazione ed ansia di milioni di votanti, soprattutto bianchi, fiduciosi nel fatto che il magnate si sarebbe fatto carico dei loro risentimenti, della loro rabbia e della loro sensazione di vivere in un nuovo mondo che cospira contro di loro. Questo elemento (alcuni lo chiamerebbero vittimismo) è cruciale per capire il successo del tycoon, visto da alcuni commentatori delle sinistre americane ed europee come il prodotto dell’insoddisfazione delle classi popolari verso il sistema economico attuale. Se questo è in parte vero, quello che questi opinionisti dimenticano di indagare è il fatto che tale sentimento si è espresso nella preferenza verso un candidato che non risparmia esternazioni e comportamenti razzisti, sessisti ed antidemocratici, finendo per identificarsi con un ideale di purezza nazionale su linee razziali, sessuali e di genere. Piuttosto che su di un genuino sentimento anti-capitalista o anti-establishment, la campagna di Trump ha infatti puntato su una vaga retorica anti-globalizzazione ed anti-liberal che mira soprattutto a difendere ciò che è “nostro” (sicurezza, potere, privilegio e ricchezza) dalla minaccia rappresentata da coloro che a vario titolo reclamano il diritto di condividerne i vantaggi (migranti, donne “maligne”, minoranze razziali e sessuali). Va da sé che tale retorica omette sempre di citare il ruolo che questi “altri” hanno avuto nel produrre e conservare le ricchezze della comunità nazionale (per rimanere nel solo campo economico: il lavoro coatto degli schiavi neri, quello sottopagato dei migranti latini, quello domestico e di cura da sempre svolto in maniera non retribuita dalle donne). Non è un caso che lo slogan della campagna di Trump sia stato “Make America Great Again!”, ovvero “Rendiamo l’America Grande di Nuovo!”, dove il “di nuovo” allude al ritorno ad un passato ed un mondo in cui “noi” (uomini bianchi e potenti, e potenti perché bianchi) eravamo grandi e in controllo, e “loro” (donne, migranti, minoranze di ogni tipo) rimanevano al loro posto, ovvero subordinati. Che il motto di Hillary Clinton “Stronger Together”, ovvero “Più Forti Insieme”, non sia riuscito a convincere una fetta sufficiente dell’elettorato americano a schierarsi con lei, così come non ci è riuscito il supporto del presidente e della First Lady in carica, si deve non solo al fatto che molti la vedono come non necessariamente migliore di Trump, ma anche e soprattutto al prevalere in queste elezioni di una mentalità del “noi oppure loro”, capace di concepire il successo di un certo gruppo di persone sempre e solo a scapito dell’altro.

Photo by Thekurupi / Pixabay
Photo by Thekurupi / Pixabay

Come è stato scritto da molti ed in maniere diverse, la vittoria di Trump rappresenta la vittoria di chi non si fa problemi a riappropriarsi in maniera per nulla dispiaciuta o timida del proprio privilegio economico, razziale e di genere. Come spiega Benedetta Pintus su Pasionaria.it “a vincere è stato chi di questo privilegio non si vergognava. Chi, anzi, ne faceva una bandiera. Chi l’ha usato non per blandire, ma per spaventare, dividere, dare voce all’arroganza e imporre la legge del più forte. Niente di nuovo sotto il sole”. Niente di nuovo, già, ma le reazioni sconcertate provenienti da ogni parte del mondo oggi dimostrano che per molti l’elezione di Trump alla guida degli Stati Uniti rappresenta una prospettiva ben più inquietante di quelle cui abbiamo avuto modo di assistere nel panorama politico degli ultimi anni. Il peggio è successo, e la domanda da farsi a questo punto è: e adesso? Come scrive sempre Remnick sul New York Times “la disperazione non è una risposta”. Se Trump ha saputo convincere l’elettorato di classe medio-bassa che si sarebbe preso cura dei suoi problemi è anche perché l’establishment democratico non ha saputo dare lo stesso messaggio rassicurante, fallendo nel coinvolgere ampie fette della popolazione americana oramai estraniata dal processo politico. Quello che ci resta da fare a questo punto è riprenderci dallo shock nel tempo dovuto, e poi tornare a lavoro, continuando a chiedere con maggior forza che i diritti ed i valori che riteniamo importanti vengano rispettati nel futuro che ci attende. Se Trump ha vinto cavalcando l’onda del risentimento, noi possiamo consolarci col pensiero che, parafrasando Albert Camus, “appena diventerà possibile per gli uomini avere il più piccolo frammento di speranza, si può dire che il regno di Trump sarà effettivamente finito”.

Immagine di copertina di Professionell-Pflegende / Pixabay