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Sinodo 2015: tra geopolitica ed ermeneutica

Succede che, in una famiglia, le persone crescano e autodeterminandosi, imparino a recitare il proprio ruolo sul palcoscenico della vita. Così, nella grande famiglia della Chiesa Cattolica, talvolta i pastori dislocati negli angoli più remoti del mondo, influenzati dalle diverse culture dei posti stessi che li ospitano, discostino il proprio pensiero dalla linea originaria su cui si erano formati come uomini di chiesa, teologi e Pastori. Succede, quindi, che ora in veste di padre premuroso, ora di monarca assoluto, il Santo Padre convochi il Sinodo, l’adunanza di Vescovi disciplinata dall’art.342 del Codice Canonico, per fare quadrato, per misurare la volontà delle diverse anime che costituiscono la Chiesa circa la disponibilità al cambiamento nei confronti di una Società che, molto più velocemente di loro, cambia, adottando valori universali diversi e per certi aspetti rivoluzionari rispetto l’antico ordine dell’uomo, della famiglia, della vita.

L’adunanza svoltasi dal 4 al 25 Ottobre 2015 ha avuto quale focus  “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo”,  Già la famiglia. Ma quale famiglia? La famiglia esclusivamente etero? La famiglia fondata su un’altra famiglia affondata? Si tratta di questioni da affrontare con la lucida consapevolezza che il mondo non è più lo stesso di qualche tempo fa.religioni_nel_mondo_800

L’indissolubilità del matrimonio sempre più flebile, la libertà sessuale, la teoria gender, la procreazione medico assistita sono tutti macrotemi con cui  la Chiesa dovrà fare necessariamente i conti, altrimenti la stessa sarà destinata ad un ruolo marginale, a vantaggio di quelle professioni di fede che avranno saputo meglio interpretare le richieste avanzate dalla temporalità della seconda decade degli anni 2000.

A questo punto si annoda la matassa: la necessità di rincorrere l’ermeneutico, di adattare la dottrina millenaria allo sviluppo del presente, senza snaturarsi o sconfessarsi. Perché, come in un gioco di invisibili equilibri dettati dalla geopolitica, la Chiesa, cedendo al nuovo, all’insieme di valori perpetrati dalle Società occidentali, dovrà stare ben attenta, a non cadere in contraddizione con le radici storiche del pensiero cristiano – cattolico, radici che, ora più che mai, sono ben innestate  in altre zone del pianeta dove il pensiero tradizionale resta più intrinseco nella società. Palesato ciò, lo spauracchio dunque è la parola Scisma.

In questo disgregato scenario, su questo altalenante sipario di rivoluzionari e reazionari saranno, negli auspici del Pontefice, i contributi prodotti nel mese scorso, dai 13 circoli (4 in lingua inglese 3 in italiano e francese, 2 in spagnolo e 1 in tedesco) di alti prelati, ad indicare un’unica strada alla Chiesa Romana. Gli auspici in sede di proclamazione dell’evento, restano ben descritti dall’espressione del Cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo, il quale spiegò la necessità dell’adunanza attraverso un laconico “ Dobbiamo guardare più in là”.

Le sfide sono molte. Dalle prime indicazioni, le iniziali divergenze tra i diversi gruppi di lavoro sono state appianate. Il documento finale adottato è costituito da singoli passaggi, che hanno ottenuto la maggioranza dei 2/3 dei voti. Lo stesso documento, avendo carattere esclusivamente consultivo, costituirà un possibile criterio consegnato al Papa per potersi meglio orientare nelle sue scelte future durante il suo pontificato, a cui, comunque, spetterà la parola finale da apporre a qualunque argomento trattato in sede sinodale.images

Durate l’intera seduta qualche segnale di apertura si è potuto riscontrare dal  gruppo tedesco, attraverso un forte atto di auto-responsabilizzazione, un mea culpa nei confronti di ragazze madri, figli illegittimi, conviventi, omosessuali, divorziati risposati. Infatti si legge nel testo: “Nel tentativo mal concepito di sostenere la dottrina” sono stati sostenuti “atteggiamenti duri e spietati che hanno determinato la sofferenza delle persone”. Risulta necessario, sottolineano i prelati tedeschi, “maturare un linguaggio adeguato e rinnovato sulla sessualità”. Ma senza aprire alla teorie gender. “Ogni ideologia che sta provando a rendere il genere un costrutto o una scelta individuale non sarà accettata”, ha sottolineato in conferenza il Cardinale Reinhard Marx.

Nei documenti dei diversi circoli, emerge con toni diversificati anche la questione dell’omosessualità. Il gruppo italiano, il gruppo C,  coordinato dal Cardinale Angelo Bagnasco, invita “ad un approfondimento antropologico sul tema”, il moderatore inglese del gruppo A il Cardinale George Pell (rappresentate della linea conservatrice) invita le famiglie ad accettare le persone che al loro interno manifestino tendenza omosessuali, “raccomandandoli però di insegnarli il valore della castità”.

Concluso l’incontro, il Papa ha ringraziato per il lavoro svolto, ha letto e probabilmente prenderà spunto per eventuali future decisioni. Anche se, da non addetti ai lavori, ma da semplici cittadini credenti o no, non ci sembra di essere in presenza di sconvolgenti novità. Leggendo quanto espresso dai gruppi di lavoro, pare piuttosto tutto fermo e congelato su antiche posizioni ecclesiastiche che probabilmente rimarranno tali anche post-Sinodo. Per due particolari aspetti: il primo di natura squisitamente teologica, in quanto le richieste della moderna società, saranno sempre più discostanti dall’ermeneutica di millenni fa e da chi ne è il custode. Il secondo per scelte di opportunità, dove il “nuovo” grande bacino di utenza, leggasi fedeli, ora è geograficamente dislocato in aree dove la richiesta di tale “modernizzazione dell’Istituzione Chiesa” non è certo una prerogativa, anzi potrebbe risultare solo controproducente ai fini di assoldamento delle anime, che potrebbero “smarrirsi” verso una confessioni in grado di intercettare le necessità più ortodosse di certi territori.

Insomma non è la volontà della parti la sola condizione necessaria a perché due opposte visioni convergano, talvolta le due visioni, entrambe legittime, non potranno mai integrarsi e condividersi perché radicalmente diverse e inconciliabili, o perché non particolarmente interessate a fondersi, perché fuori dall’Europa la parola Scisma echeggia e risuona sinistra fino a Roma.

 

Fotografia in copertina via vaticano.com

BOLO Paper: quando l’editoria incontra la grafica e il design

Questa settimana Pequod vi porta alla scoperta di BOLO Paper, una realtà editoriale molto particolare e ricercata, che si occupa di fotografia, design, grafica e promozione di nuovi talenti.

I loro prodotti sono non convenzionali: libri in vari formati, illustrazioni, cartoline, collages, newspaper, etc.

Ci siamo fatti spiegare da Marco Nicotra, Independent Publisher e Graphic Designer, di cosa si occupano.

Che cosa è e cosa vuol dire BOLO Paper?

«BOLO, che solitamente è inteso come quel miscuglio che si ha in bocca masticando, rappresenta per noi una metafora creativa secondo la quale ogni nostra pubblicazione è un mix – apparentemente inappropriato – di immagini che erano originariamente destinate ad altri contesti e che, unite ad altre altrettanto fuori luogo, creano spesso un effetto di straniamento negli occhi di chi guarda.

Il perchè di Paper è facilmente intuibile, poiché è la carta il materiale che utilizziamo per produrre le nostre pubblicazioni, quindi la materia prima che è protagonista. Un medium dato quasi per scontato, ma che scontato non è: se non fosse esistita la carta non sarebbe esistito nemmeno il progetto, perlomeno non nella conformazione che ha oggi».

Ultimamente la stampa ha iniziato a parlare di voi: quella nazionale per la vostra partecipazione all’Elav Indie Fest; quella internazionale per alcune vostre pubblicazioni, come quella di Candidates di Pascal Felloneau. Voi ritenete che sia necessario affermarsi prima a livello nazionale o a livello internazionale? O provare contemporaneamente su entrambi i fronti?

«Non riteniamo che sia importante affermarsi. L’importante per noi è fare quello che ci diverte nel tempo che ci è stato dato a disposizione, e questo progetto ne è la celebrazione massima e continua da quasi 5 anni. Il tipo di prodotto che realizziamo era inizialmente più appetibile all’estero, ma ultimamente le cose si sono un po’ ribaltate, sebbene continuiamo a frequentare fiere ed eventi legati all’editoria indipendente sia in Italia che fuori, senza alcuna preferenza».

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Il vostro modo di fare editoria è strettamente legalo alla grafica, al design e all’arte, che sono anche l’oggetto del vostro lavoro. Perché avete deciso di sviluppare un progetto editoriale in un campo così interessante, ma allo stesso tempo così complesso?

«La grafica, che in questi progetti a volte molto autoreferenziali si tinge di un aspetto più artistico, è semplicemente il metodo, la tecnica che abbiamo approfondito negli anni, tra università e interesse personale, per esprimere un desiderio creativo spesso inespresso nella quotidianità lavorativa dell’ufficio. Il progetto ci è servito come valvola di sfogo per poter fare autonomamente delle cose che ci piacessero, senza limiti di alcun tipo, dove fossimo finalmente noi ad avere l’ultima parola».

Recentemente avete anche lanciato il servizio BOLO LAB, per selezionare dei progetti validi perché «Possano trovare una forma cartacea, per seguirne la finalizzazione, la stampa a prezzi calmierati, ed infine per dare un aiuto nella promozione». In cosa consiste questo servizio nello specifico? Quali sono i criteri di selezione?

«BOLO Lab è un servizio nato per far fronte alla crescente richiesta da parte di illustratori, fotografi o artisti che hanno per le mani progetti molto interessanti, ma che non conoscono tutti gli step per autoprodurre una pubblicazione che li rappresenti, ed è proprio questo che facciamo, seguiamo l’autore: dal concept iniziale al layouting della pubblicazione, dalla stampa alla distribuzione. Le modalità dipendono da persona a persona e il criterio di selezione è legato a quanto il progetto proposto sia vicino al nostro mondo, a quanto quindi ci interessi rappresentarlo».

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Non ci resta che invitarvi a dare un’occhiata al loro sito, per vedere come la grafica, l’editoria, la fotografia e il design possano fondersi in qualcosa di veramente unico e nuovo!

Caravan Orkes-tour: il nostro viaggio musicale

È finalmente il giorno della partenza! Prepariamo tutti i bagagli per bene, riempiamo le custodie degli strumenti e ci dividiamo i “pesi massimi”. Siamo in nove all’aeroporto, tutti con le nostre magliettine colorate e i cappelli da ceffi balcanici: la Caravan Orkestar è pronta per questa nuova avventura. Tre concerti in pochi giorni e 3000 kilometri da percorrere.
Un tour che in realtà è cominciato molti mesi prima: persone, bagagli, strumenti musicali e aerei sono complicati da gestire (soprattutto quando si tratta di “un bandone” composto da più di venti persone), anche se ciò non ha fatto altro che alimentare in noi l’impazienza e l’emozione per questa esperienza tutta da provare. Per questioni logistiche siamo partiti in nove, appunto, direzione Soisson: un angolo di verde e magia nella regione francese della Piccardia.

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Qui siamo stati amorevolmente ospitati da la Lanterne Magique, una compagnia circense che ha sede fissa in un’antica corte con tanto di pista per i cavalli, un grande chapiteau, vecchi caravan (!) restaurati nel cortile e un centinaio di bambini e ragazzi, arrivati per un campo scuola sulle discipline circensi. La cordialità, i sorrisi e la grande attenzione nei nostri confronti ci hannno fatto sentire protagonisti!

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Nelle giornate francesi per nulla ci sembrava di lavorare: quello che era lavoro, cioè il concerto, arrivava sempre alla fine di ore condivise ed era al contempo una naturale prosecuzione di quel che vivevamo prima e un anticipo di quel che sarebbe successo dopo l’esibizione. Anche a divertirci la notte in cui non abbiamo potuto dormire, siamo riusciti a divertirci: dopo il secondo concerto francese ci siamo fiondati in aeroporto, direzione Cagliari. Ormai svegli e “caffeinati”, abbiamo impiegato le ore di ritardo un po’ vagando per l’aeroporto, un po’ suonando un pianoforte scordato, un po’ giocando, per poi finalmente raggiungere il resto del gruppo giusto per l’ora di pranzo. Abbiamo caricato noi stessi e tutto l’ambaradam su un pulmino diretto a Sant’Antioco.

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In un gruppo composto da così tante persone normale è che ci si separi in gruppetti più piccoli: chi si è goduto blu del mare sardo, chi si aggirava curiosando per le viuzze del paese, chi dormiva; il concerto diventa il momento comune, richiede maggior concentrazione e attenzione a quel che ti succede attorno, quello che fanno gli altri. Non è una situazione migliore o peggiore, solo diversa e più slegata dal prima e dal dopo esibizione.

Anche l’accoglienza di Sant’Antioco è stata molto partecipata, ma le lunghe prove pomeridiane, il lunghissimo sound check e la presenza del maestro Jovica Jovic (con cui avremmo suonato di lì a poco) non han fatto che aumentare la tensione e l’adrenalina. Ciò ha inevitabilmente portato ad un concerto spettacolare, sentito e apprezzato, nella location mozzafiato dell’Arena fenicia: una bomba di emozioni che di certo faticheremo a dimenticare.

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Un viaggio diverso dal solito in cui l’attenzione verso gli altri, la condivisione degli spazi, delle tempistiche e dei problemi logistici hanno solidificato il senso di gruppo. La vacanza da musicoturista è davvero qualcosa di speciale, ma che sicuramente richiede allenamento!

Proiezioni pocket: tutta la magia del cinema in meno di venti minuti

L’idea è quella di un pezzetto di legno che si incastra nella pelle e ci rimane, infastidendo, ma stimolando: da qui sono partiti i ragazzi della Scheggia, associazione culturale milanese nata nel 2004, che collaborando sotto il segno della ricerca e della sperimentazione propongono nuovi percorsi visivi e riflessivi.

Negli anni l’organizzazione cresce e diventa punto di riferimento per eventi e rassegne cinematografiche, realizzando grandi progetti come i festival Milano Wants to Be Independent, Dispersival e Cinemartpresso il Parco Martesana.

Dopo aver lasciato la sede storica di via Dolomiti a Milano, hanno iniziato un pellegrinaggio che ha proposto il cinema in svariati luoghi e formati: locali, muri di città; nasce poi una collaborazione duratura con Santeria in via Ettore Paladini con le Cinemerende-film belli e poco visti, dove si proietta in lingua originale, e Spazio Ligera in via Padova.

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Tra le bancarelle di Levi’s consumati del mercatino delle pulci pettinate di via Stazio, abbiamo scorto un furgoncino e una gran folla: il furgoncinema!

L’idea di un cinema itinerante era già nota in Italia, ma non in formato ridotto e vintage: tutto nasce un anno e mezzo fa dall’incontro della passione della Scheggia con l’estro della Salumeria del design indirizzandosi verso rassegne legate alla città, con proiezioni che non durassero più di venti minuti, come Milano calibro nove, L’amore in città e Cinema da tavola.

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Nelle vostre rassegne è quasi sempre presente una nota marginale ed insolita, unita all’inusuale luogo delle proiezioni, da dove nascono tutti i progetti?

«Le nostre rassegne sono il frutto di collaborazioni e proposte che riceviamo, con il tempo il livello è cresciuto e noi con loro, ma quello che abbiamo sempre ricercato è il “poco visto”, qualcosa di interessante e originale, perché crediamo nella scoperta del nuovo, la conferma del vecchio la lasciamo ad altri».

Entrare nel vostro furgone è come partire per un viaggio rimanendo fermi, chi sceglie le mete visive? Cosa vorreste che rimanesse a chi si accomoda sulle vostre poltroncine?

«Le mete visive sono selezionate e montate ad hoc da uno di noi. La scelta di realizzare episodi legati a Milano ci è parsa subito la più adatta in virtù dello spazio e del tempo e anche per questo non consideriamo ripetibile il progetto altrove, vorremmo compiere un viaggio in una sorta di scatola della memoria: com’era Milano, com’è cambiata. Ci piacerebbe rimanesse la magia del cinema, anche se in formato pocket».

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Al mercatino vi abbiamo visti tra i meandri dell’handmade, del vecchio che trova nuova vita nelle mani dei nuovi arrivati: l’eredità cinematografica dei colossi della settima arte che fine è destinata a fare?

«Il cinema italiano dagli anni cinquanta in poi e quello di genere ha lasciato davvero una grande eredità e alcuni periodi, come alcuni autori, sono ancora considerati all’estero come dei maestri a cui rifarsi.  Ora l’industria del cinema crediamo sia cambiata: si va verso un cinema sempre più tecnologico, tridimensionale, dimenticandosi appunto che la magia del cinema e il suo stupore sono molto più semplici da realizzare, consigliamo a questo proposito di andare a vedere i film di Georges Méliès!»

Progetti per il futuro?

«Ad ora, quello a cui stiamo lavorando è il festival all’aperto nel parco della Martesana: Cinemart Film Festival, giunto alla sua terza edizione, si tratta di un progetto davvero ambizioso e che crediamo possa crescere negli anni. Però come diceva Joe Strummer: “il futuro non è scritto“».

 

Narcos

La piattaforma Netflix è finalmente arrivata in Italia e con sé ha portato anche i suoi preziosi prodotti originali. I titoli interessanti sono molti (di qualcuno ne abbiamo già discusso: NetflixBojack HorsemanHouse of Cards), ma oggi voglio parlare di Narcos, uscito questo 28 agosto. E’ una serie incredibilmente additiva, una puntata tira l’altra in un crescendo continuo che sfocia in un finale dirompente. E’ il prototipo perfetto delle Netflix Originals e ha già avuto un successo a livello internazionale, cinque giorni dopo l’uscita, il 3 settembre, è stata annunciata una seconda stagione. I creatori sono Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro, mentre il regista di tutte le puntate è il brasiliano José Padilha. Il cast è relativamente sconosciuto ma offre molte interpretazioni lodevoli e a livello tecnico la serie è realizzata alla perfezione. La storia riprende le vicende reali che hanno coinvolto Pablo Escobar e il cartello di Medellìn. Da spettatore, mi saltano subito all’occhio almeno tre paragoni interessanti.

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Il primo che viene in mente è con Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese, sia per i richiami alla criminalità organizzata e alla droga, che, inevitabilmente, per la voce fuori campo. Il narratore qui è Steve Murphy, interpretato da Boyd Holbrook, un agente della DEA, mandato dagli Stati Uniti con la missione di catturare, ed eventualmente uccidere Pablo Escobar. E’ molto diretto, parla in maniera schietta e non ama farsi mettere i piedi in testa, il poliziotto americano doc. Molto legato alla moglie, vuole difendere lei e gli Stati Uniti. Il suo partner, assegnatogli dalla DEA è Javier Peña impersonato da Pedro Pascal, ormai diventato celebre per il ruolo di Oberyn Martell.

TV STILL -- DO NOT PURGE -- (L to R) MAURICE COMPTE, BOYD HOLBROOK and PEDRO PASCAL star in NARCOS. Season 1 Episode 3. Netflix. NARCOS S01E03 "The Men of Always"

Un secondo richiamo importante è The Wire, la serie brillante prodotta da HBO,con la quale condivide un ritratto spietato sul mondo del traffico di droga: mandanti, fornitori, riciclatori di denaro sporco, disfunzioni delle istituzioni preposte alla legalità e all’educazione, storture del sistema dei media. La serie è impregnata di politica, ci mostra la realtà della Colombia in quegli anni, dove i “narcos” erano così potenti da poter avere influenza sulle alte sfere del governo, tramite i milioni spesi in corruzione. Il Presidente Cesar Gaviria è più volte una figura centrale, protagonista delle continue contrattazioni con Pablo, i compromessi, l’essere di fronte a delle scelte impietose.

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Infine, per certi aspetti, è difficile non pensare a Romanzo Criminale, specialmente per il modo affascinante con cui vengono ritratti quelli che canonicamente vengono considerati “i cattivi”. La lotta tra criminali, le guerre, la droga, il potere, la morte, entrambe rappresentano fatti storici, inevitabilmente romanzati, che hanno segnato la storia dei rispettivi paesi. Pablo Emilio Escobar Gaviria, interpretato magistralmente da Wagner Moura, è un personaggio imponente, un uomo che incute rispetto, che passa dalla chiacchierata rassicurante con la madre, all’omicidio a sangue freddo, a volte anche a mani nude. Orgoglioso di aver costruito un impero dal niente, desidera sempre di più, ma la sua indole lo induce a commettere errori decisivi. Fondamentale il suo rapporto con il cugino Gustavo, con cui è cresciuto e in cui ripone estrema fiducia.

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Questi tre paralleli mi sono sembrati un buon modo per narrare una serie che colpisce, ti trascina nella sua trama e nei suoi personaggi e diventa ciò di cui lei stessa parla, una droga. Alla prossima.

Nemo propheta in patria

Sempre più spesso si sente parlare del fenomeno dei cervelli in fuga, giovani laureati, motivati e con ottimi risultati accademici che purtroppo non trovano spazio nel tanto amato et odiato Bel Paese.

Che cosa spinge questi giovani che rappresentano il futuro di una nazione a lasciare famiglia, amici e un luogo a loro caro dal punto di vista emotivo per nuove realtà? Sembrerebbe una scelta dettata dalle maggiori possibilità lavorative che il paese ospitante offre ai nostri connazionali, ma oltre a questo vantaggio quali sono gli altri aspetti connessi a questa scelta ?

Francesca, venticinquenne originaria di Padova laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna che poi ha conseguito un master LLM in International Business Law presso la Tilburg University ci aiuterà a rispondere a queste domande.

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Francesca durante una tipica serata Olandese che prevede il famosissimo Beer Cantus

«A metà Agosto 2014 mi sono trasferita a Tilburg. Essenzialmente mi ha spinto la necessità di specializzarmi in Diritto Commerciale Internazionale. Oltre a questo, avendo iniziato la pratica forense, mi sono resa conto delle poche prospettive lavorative per i giovani laureati. Di conseguenza, non potendo fare progetti neppure a breve termine sia a livello economico sia a livello personale, ho deciso di investire nuovamente sul mio futuro scegliendo un’ulteriore esperienza all’ estero. »

Sorge spontaneo domandarsi per quale motivo proprio nei Paesi Bassi e non in altri stati dove il sistema universitario è spesso sinonimo di garanzia lavorativa una volta concluso il percorso accademico.

«La mia scelta è stata dettata dal piano studi offerto dall’Università di Tilburg, poiché corrispondeva alle mie esigenze, ovvero specializzarmi in diritto commerciale non Europeo ma Internazionale e al tempo stesso l’idea di maturare questa esperienza in un ambiente multiculturale e altamente stimolante. »

Francesca appare pienamente soddisfatta della sua scelta, vivendo all’estero le si sono aperti gli occhi sul fatto che i Paesi Bassi, pur non essendo il suo paese d’origine, le stiano dando quelle possibilità che la sua nazione le avrebbe dovuto dare. Ha lasciato l’Italia non per mancanza di amor patriae, bensì per l’impossibilità di fare progetti futuri, quali famiglia e carriera. Il primo impatto con gli standard olandesi non lascia dubbi sull’ efficienza di questa nazione.

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Francesca con amici in Lapponia durante il suo periodo Erasmus ad Helsinki

«A livello universitario il metodo è molto simile ai paesi nordici, periodi costantemente intensi per via degli individual/group assignments richiesti prima di giungere all’esame finale. Avendo fatto l’Erasmus in Finlandia non ho trovato difficoltà ad adeguarmi al modello universitario olandese. Per quanto riguarda lo stile di vita, diciamo che ho fatto un po’ più di fatica ad abituarmi al clima rigido e agli orari Olandesi: pausa pranzo alle 12:00 per non più di trenta minuti, cena alle 18:00 e tutti i negozi già chiusi al ritorno dal lavoro. Pienamente positivo il giudizio riguardo agli olandesi, sono stata accolta nel mondo universitario e lavorativo con estrema cordialità in un’atmosfera dove si percepisce il lavoro come un dovere ma al tempo stesso coesiste con un profondo rispetto della vita privata e dei ritmi personali. Infine, oltre alla splendida integrazione culturale e sociale che include tutti i benefici dell’essere cittadino di questa nazione, mi piace l’estrema gentilezza che cambia davvero la giornata, sali sul bus l’autista ti sorride, cerchi un’ informazione e subito qualcuno si rende disponibile per aiutarti, ti rechi semplicemente a fare le compere settimanali e tutti sono felici, sorridenti e cordiali. »

Ovviamente Francesca trasmette una piacevole impressione riguardo alla sua esperienza all’estero, quasi come se il paese ospitante fosse il paese di Bengodi. Tuttavia, il suo ritmo di vita per affermarsi nel sistema olandese, molto competitivo e professionale, dimostra la determinazione necessaria per poter godere degli aspetti positivi offerti da questa nazione.

«La mia settimana tipo inizia con la sveglia alle 5:50, prendo l’autobus per la stazione dei treni, colazione veloce e orribile, treno diretto a Eindhoven dove inizio a lavorare alle 9:00 sino alle 17:30. Finito il lavoro torno a Tilburg, vado a fare la spesa, ceno e sino a poche settimane fa mi dedicavo per tutto il resto della serata alla stesura della tesi. Il sabato e la domenica sono sacri in Olanda: riposo totale e momenti di relax che trascorro a Bruxelles con il mio ragazzo Joris »

I progetti futuri di Francesca appaiono chiari, rimanere in Olanda o comunque nel Nord Europa e continuare a lavorare per aziende di rilievo a livello internazionale, viaggiare e perseguire le stesse soddisfazioni che riceve ogni qualvolta porta a termine nuovi progetti lavorativi.

Da Gutenberg a Novepunti… La storia continua

La nuova premessa di questa settimana ha un sapore di ricerca, di storia e di una tecnica ormai da tempo abbandonata, ma mai dimenticata. Di editorie ormai ce ne sono tante, di ogni tipo e di varia importanza, ma se pensate di aver ormai visto di tutto fate un giro all’Officina Tipografica Novepunti  (link) e vi ricrederete.

Tutto nasce da un gruppo di nove ragazzi tra grafici, designer e architetti milanesi, spinti da una fervida curiosità verso un mondo conosciuto soltanto dai libri di storia a frequentare un corso di design tipografico presso la Bauer di Milano, condotto da Lucio Passerini e James Clough. Un corso che li ha rimessi in contatto con una grafica fortemente materiale e materica. Decisi a non abbandonare ciò che avevano imparato cercarono un modo per poter continuare quest’esperienza. Unirono le loro forze e le loro idee, cercarono tutti i materiali necessari e crearono, nel 2009, l’Officina Tipografica Novepunti (link) un progetto che riesce un procedimento antico come la stampa a caratteri mobili alla novità delle idee proposte dai creatori del progetto. La OT9PT nasce come Associazione di Promozione Culturale con tre precisi obbiettivi: recuperare, sperimentare e divulgare.

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Recuperare. Si tratta dei materiali che vengono utilizzati; le macchine infatti sono complesse e sicuramente non usuali, alcune risalgono alla fine dell’800, altre al secondo dopoguerra. Vista la maggiore comodità nel trasporto per le dimostrazioni vengono utilizzati i torchi leggeri, ma tutte le macchine sono in grado di coprire un vasto spettro di attività e formati.

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Sperimentare. Ogni occasione è un progetto a se’ e questo impegna molto i grafici dell’Officina in ricerche e in esperimenti volti a permettere di poter adattare il processo di stampa ad ogni tipo di occasione: per esempio se uno stampato necessita un’alta tiratura (per esempio un calendario) prima verrà realizzato un bozzetto cartaceo a mano, poi composta una forma tipografica e trasferita su un tirabozze leggero per verificarne la composizione e la resa grafica, prima di mettere la forma sulla Stella e realizzare l’intera tiratura. “Avere a che fare con macchinari vecchi o antichi e spesso non perfettamente manutenuti rende ogni progetto una sfida ma anche un’occasione per imparare, per ingegnarsi e capire come far funzionare qualcosa che non si conosce completamente” dice Alessandro dell’OT9P.

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Divulgare. Oltre a reggersi sulle sue gambe grazie all’autoproduzione e a qualche collaborazione, l’OT9PT si rende disponibile alla grande richiesta di workshop da parte di scuole e università.
Ma a garantire l’esistenza dell’Officina Tipografica Novepunti sono anche gli eventi ciclici come Letterpress Workers, un summit internazionale di stampatori ideato e organizzato proprio da 9TP. Stampatori, bibliofili e appassionati di tipografia accorrono da tutta Europa e da altri paesi nel mondo per passare insieme una settimana tra tirabozze, carte e inchiostri, con l’obiettivo di costruire un network di professionisti e amatori dediti alla sperimentazione e conservazione della tipografia.

GoCambio Zaragoza edition

Sinead is 26, she’s a dancer and an English mothertongue… She thought that she could take advantage of being a native English speaker to enjoy a great holiday in Zaragoza, Spain. All she had to do was consulting GoCambio website, finding a host living in Spain and willing to learn English and booking a flight! Pretty easy, isn’t it?

Hello Sinead, what do you think about GoCambio?

I loved GoCambio as it was such an unforgettable experience. It was a holiday with a difference and so easy to arrange through the online forum and social media contact with my hosts.

Can you describe the passages one has to do before setting off? Would you describe it as easy?

Yes it was easy as flights are straight forward to book these days and facebook helped with the contact for arrangements. Check the weather for packing your suitcase, keep an open mind and a positive mind set and you are good to go!

So, you were a Guest, which means that you were hosted for free and in exchange you had to help your host with learning and improving a language, your language. What did you do, precisely? Can you describe your day while on “cambio”?

Everyone’s will differ but my day was very relaxed and full of tapas, wine and fun! I got on so good with my hosts and so we would go sightseeing, eat out and meet friends.

Did you like your host?

I loved my host and I have made friends for life!

Would you say that you had time enough to enjoy the city and your trip? Is the “cambio” way demanding in any way or not?

I had loads of time as my hosts were so relaxed and not demanding of my time. I didn’t give formal sit down English lessons as we just hung out and we spoke that way.

Is there a moment that you especially enjoyed and would like to share with us?

My hosts knew I was a burlesque dancer and so we all went to an amazing burlesque show El Plata Cabaret. It was such a good night!

Anything nice or particular that happened with your host?

The whole trip was amazing and friendships were made.

Did this experience with GoCambio influence your idea of Europe and being European in any way? Was it significant in terms of belonging to a larger community?

I have always travelled and felt at home everywhere I go so without sounding cheesy I never specifically only thought of Europe as I feel almost everywhere is a community you can enjoy and experience.

Se questi sono esseri umani

La notizia risale a un paio di settimane fa. Sono stati ritrovati i carnefici (animali – se non siete animalisti e vi va di usare questa perifrasi-) che nel gennaio del 2014 uccisero un bambino di 3 anni, bruciandone il cadavere insieme a quello del nonno che se lo era portato appresso mentre non stava andando a fare la spesa e neppure a giocare nel parco. Forse, chissà, con la convinzione che – visto il bambino – i suoi poco ragionevoli interlocutori, avessero avuto pietà di lui per gli sgarri commessi.
Il finale l’ho già descritto.
La storia è quella di Cocò -come hanno imparato a conoscerlo tutti- e di una famiglia disgraziatamente criminale, nella quale aveva avuto la sfortuna di nascere.
Aveva anche avuto la sfortuna di nascere in una terra dove accadono cose di macabra assurdità e indicibile orrore.
Una regione d’Italia chiamata Calabria che, in alcuni tratti, somiglia alle periferie più remote della Colombia, dove la crudeltà e lo spirito animalesco (ripeto l’accostamento e le scuse agli amici animali e animalisti) che certi uomini hanno conservato, supera qualsiasi immaginazione e/o passo tratto dall’Antico Testamento.

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Oggi, in questo spazio indegnamente riservato al sottoscritto, volevo parlare dei morti ammazzati dalla cosidetta “lupara bianca”.
Valentino Galati, Francesco Aloi, Pasquale Arlacchi, Santo Panzarella. A questo elenco – che potrebbe andare avanti ancora a lungo – si sarebbe potuta aggiungere anche la testimone di giustizia Lea Garofalo (e subito qui contraddico quanto detto sopra, perchè la Garofalo è stata uccisa a San Fruttuoso, in Lombardia, riflettiamo.. ) se i 2000 frammenti ossei del corpo, lasciato bruciare per 3 giorni, non fossero stati trovati nella campagna brianzola a 3 anni dalla morte, su indicazione del pentito Carmine Venturino.
Degli altri, invece, nulla. Dalle sterpaglie dei boschi delle pre-serre calabresi, in provincia di Vibo Valentia, ogni tanto riaffiora una clavicola, un pezzo di stoffa, un pezzo di osso portato da chissà quali correnti o bestie selvatiche. Talvolta può accadere – come è successo nel febbraio del ’95 – che un pescatore, sbadatamente, inciampi su una scarpa da tennis e che, dalla stessa, escano brandelli di qualcosa, forse tessuti o resti di varia natura che il mare ha sputato a riva. Scrive il giornalista Sergio Pelaia “Peggio che uccidere un uomo, è ucciderne anche il ricordo. Farlo svanire nel nulla, privarlo anche di una degna sepoltura e tenerlo sospeso, come in un limbo eterno, in uno spazio e in un tempo che non è né della vita, né della morte”.

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Valentino Galati è morto che aveva 21 anni. Era un ex seminarista ed è stato fatto sparire il 27 dicembre del 2006. Si era invaghito della moglie di un boss. Non ha avuto scampo. Il fratello Cristian, due annni dopo, voleva cercare di capire chi e cosa avesse ucciso suo fratello. Finì legato a un albero, tramortito a martellate e bruciato vivo. Tre mesi dopo morì all’ospedale di Bari.
Ci sono poi le storie di Pasquale Arlacchi, di anni 18 come recitava il manifesto funebre che annunciava la celebrazione dei suoi funerali, svoltisi 5 mesi dopo perchè il cadavere non si trovava. Era in un cassonetto, fatto a pezzetti. E poi, ancora Francesco Aloi, Santo Panzarella e gli altri 40 che, negli ultimi trent’anni sono stati fatti sparire senza che di loro si sapesse nulla. L’unico dato certo è che stiamo parlando di un territorio appartenente allo Stato italiano, i cui figli spariscono, senza lasciare traccia e, spesso, dimenticati anche da chi avrebbe il dovere – non solo morale – di ricordarli.

Il Gotto esplode di fuoco e di rabbia

Oggi Pequod risale il fiume Brembo e approda a San Giovanni Bianco (BG) a scoprire l’energica realtà del Gotto Esplosivo (link) e lo fa in occasione dell’uscita del loro nuovo disco Di fuoco e di rabbia (link).
Antonio Capuzzo, Manuel Scolari, Mattia Bonzi e Nicola Milesi donano al mondo la loro musica da circa otto anni «che siamo ancora lì nella stessa pulciosissima saletta, ancora sporca uguale, a scrivere e suonare». Prova che il loro non era un rock’n’roll dream è il fatto che questi musicisti da sempre han sentito la necessità di tenere unito il Gotto, come mi spiega Antonio, «rimane un valore inestimabile che ci permette di creare le nostre canzoni, un hobby come un altro se vuoi che però ti risarcisce di grandi soddisfazioni». È sempre stato un luogo mentale e musicale dove poter sfogare la parte più pura e istintiva di se stessi «le robine, i nostri cazzi minimi personali non c’entrano; sono i pensieri, situazioni vissute, sensazioni e pipponi mentali» che nelle canzoni del Gotto escono liberamente e trovano la propria valvola di sfogo.

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Il filo conduttore del nuovo disco rimane il COME questi musicisti si sono approcciati ai temi affrontati e che riguardano tutto ciò che ha bisogno di essere esorcizzato. È un disco focoso e arrabbiato, molto intimo – parla di situazioni vissute in modo non esplicito, di esperienze – «non è che perché è musica rock allora stai sulle tematiche classiche del genere rock, spesso tocchiamo tematiche sociali ma sempre a modo nostro», seguendo l’approccio che da sempre li contraddistingue.
Dopo L’oro del diavolo (2011) ci hanno messo quattro anni per partorire il nuovo e autoprodotto album di dodici tracce. «Crescere e avere problemi a fare le prove, tra turni di lavoro e altri impegni, è crescere bestemmiando, ma è crescere».

                                                                                                        Abisso, da L’oro del diavolo (2011)

Musicalmente, in Di fuoco e di rabbia, non hanno voluto ricalcarsi: stilisticamente è riconducibile all’Oro del diavolo «molto energico, riffoni, bello violento e nervoso» anche se nel secondo album troviamo un’evoluzione dell’aspetto melodico: «diciamo che “Pentatonica, portami via!” non è stato il modus operandi. Abbiamo anche cercato di creare delle strutture, all’interno dei singoli brani, che risultassero più intriganti (a noi in primis)». Più voci, meno sintetizzatori, più attenzione alle dinamiche (mi dicono che si arriva a sfiorare il mezzo pianomp!) e più richiami ai suoni sintetici vintage.

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«Non sai mai dove finisce lo STILE e dove ti stai ricalcando. Abbiamo tentato di mantenere delle costanti stilistiche, ma spudorate riprese “Perché quella roba aveva preso bene la gente” NO, NO, NO. È uno dei motivi per cui ci abbiamo messo così tanto a creare questo disco». Questi musicisti e la loro determinazione hanno passato due anni a scrivere e provare, registrando le prove e accumulando materiale per poi scartare e modificare, con il fare da certosini che da sempre li contraddistingue: «non siamo musicisti professionisti, non suoniamo tutti i giorni e quindi il tempo necessario a dare qualcosa di diverso, di nuovo (entro i nostri limiti) è stato questo – anche per il numero di prove che abbiamo fatto, è già bello che abbiamo chiuso la lotta».

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«Questa fatica contro gli impegni imposti dal sistema stacanovista dei rispettivi posti di lavoro ci ha donato una vena rock non indifferente! E siccome questa volta l’abbiamo purgata veramente tanto, siamo ancora più solidi, conviti di aver creato un disco ROCK – non parlo di genere ma di indole».

State esplodendo di energia? Il Gotto Esplosivo è tornato!

Val d’Orcia, un paesaggio da Hollywood

Hollywood l’ha celebrata, filmata, immortalata. Cercava un luogo onirico, quieto ma struggente; un posto che potesse apparire fuori dal tempo, sospeso e protetto in un sogno; un ambiente che potesse avere la valenza di casa, dove poter tornare alla fine di una vita tribolata, per trovar pace e affetti. Forse l’Eden, o forse semplicemente la Val d’Orcia.

Fu quest’ultima la location scelta dalla produzione per il celebre film Il Gladiatore; immortalata sul finale in un quadro che prende avvio dalle parole del protagonista che, morente, immagina il proprio ritorno a casa, atteso dal figlio in lontananza, perso tra dolci colline e lembi d’ocra campagna.

Gladiatore

Sul finire d’Agosto, in giornate con il sole giallo e alto in cielo, questo pezzo di Toscana si illumina, suggestivo e straordinariamente capace di abbracciare le qualità italiane riconosciute dal mondo: l’eccellenza eno-gastronomica, l’arte e la storia che intrecciandosi ci lasciano borghi incantati, cristallizzati ai tempi di castelli e feudi, bandiere e contrade. Mario Luzi amava decantare la valle: “Ed era come essere in una strada fuori del tempo che punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma”, disse omaggiando Pienza. La cittadina, posta nel cuore della Val d’Orcia, è un modello di straordinaria bellezza architettonica, con il centro storico rivoluzionato nel Quattrocento su impulso di quell’Enea Silvio Piccolomini divenuto in seguito Papa Pio II. Progettata dal rinascimentale architetto Bernardo Gambardelli detto “il Rossellino”, che in seguito definì Pienza “città ideale” o “città utopica”, la piazza rappresenta il modello di convivenza tra l’architettura e la gente, lo studio del bello applicato in vita quotidiana.

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Pienza, oltre ad essere straordinaria custode del sapere rinascimentale, è anche fucina di prelibatezze! Spicca tra tutte il formaggio omonimo della città d’origine; delizioso se in compagnia di pere, noci e miele, superbo se affiancato dal vino da lì a pochi chilometri prodotto, il Montepulciano. Conosciuta ai più per il suo vino nobile, la cittadina che ospita questo famigerato vigneto è altrettanto ammirevole se ci si ferma a contemplare la sua costruzione rurale e l’equilibrata urbanizzazione. Anche qui è passata la radice rinascimentale, lasciando dietro di sé eleganza priva di effimero e bucolica bellezza. L’equilibrio principe è il rispetto per la natura; principio applicato nei secoli, dagli architetti più brillanti, il Rinascimento in valle ci lascia con un uomo che si appropria di spazi, chiedendo comprensione alla natura e permesso al senso estetico.

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L’avvicinarsi ai borghi è un percorso metaforico: il gruppetto di costruzioni di color pietra è quasi sempre in cima ad un promontorio da cui discende serpeggiante una strada (talvolta non asfaltata), che facendosi largo tra campagne e boschetti di cipressi ti accoglie, indicandoti la direzione verso il centro abitato senza sfarzi, senza eccessi, mostrandoti i frutti di una campagna pronta a restituire girasoli allineati come soldatini colorati di giallo.

Questa valle è così: una secolare partita a scacchi tra piaceri del palato, odori inebrianti e bellezze architettoniche inserite in una natura modellata dall’uomo con ancestrale equilibrio. Perle incastonate nei meravigliosi affreschi delineati dalle piccole contrade, fatti di colori caldi, rustici e rurali, incorniciato da filari di cipressi, che silenti contemplano il paesaggio.

In copertina ph. Hans A. Rosbach CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons.

Premio Sinbad: ecco i nomi dei finalisti

Dopo una lunga attesa, finalmente sono stati annunciati i finalisti della prima edizione del Premio Sinbad! Un premio fortemente voluto dagli editori indipendenti, tant’è vero che del comitato che organizza il concorso fanno parte minimum fax, nottetempo, laNuovafrontiera, Il Saggiatore, Iperborea e tanti altri!

La manifestazione è nata con l’intento di dare visibilità all’editoria indipendente, spesso penalizzata dai grandi premi nazionali.

La prima giuria (composta da tre biblioteche, tre librerie indipendenti, tre circoli di lettura e tre blog letterari) aveva selezionato, tra le 89 candidature, dieci titoli per la narrativa italiana e dieci per la narrativa straniera.

La seconda giuria (composta da Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Marcello Fois, Michele Mari ed Elisabetta Rasy per la narrativa italiana; da Simonetta Bitasi, Concita De Gregorio, Nicola Lagioia, Marco Missiroli e Michela Murgia per la narrativa straniera) ha in fine scelto le terne dei finalisti.

Senza ulteriori indugi, ecco a voi i nomi per la narrativa italiana:

  • Beatrice Masini, La cena del cuore. Tredici parole per Emily Dickinson, rueBallu;
  • Tommaso Pincio, Panorama, NNE;
  • Eugenio Vendemiale, La festa è finita, Caratteri Mobili.

I libri invece segnalati dalla giuria in questa sezione sono:

  • Ilaria Bernardini, L’inizio di tutte le cose, Indiana Editore;
  • Mario Pistacchio e Laura Toffanello, L’estate del cane bambino, 66thand2nd;
  • Paolo Zardi, XXI secolo, Neo Edizioni.

I fiinalisti della sezione dedicata alla narrativa straniera sono:

  • Sorj Chalandon, Chiederò perdono ai sogni, traduzione di Silvia Turato, Keller editore;
  • Annie Ernaux, Gli anni, traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma Editore;
  • Miriam Toews, I miei piccoli dispiaceri, traduzione di Maurizia Balmelli, Marcos y Marcos.

Riguardo questa sezione, hanno ricevuto segnalazione da parte della giuria:

  • Helen Humpreys, Il canto del crepuscolo, Playground;
  • Fredrick Sjoberg, L’arte di collezionare mosche, Iperborea;
  • Zdravka Evtimova, Sinfonia, Besa editore.

La premiazione avverrà al Teatro Margherita di Bari venerdì 20 novembre per la narrativa straniera, mentre sabato 21 novembre per la narrativa italiana.

Volete sapere come finirà? Seguiteci e lo scopriremo insieme!

Black Mass e i segreti del make-up

L’8 ottobre è uscito nelle sale italiane Black Mass – L’ultimo gangster di Scott Cooper. La pellicola, ispirata a una storia vera, racconta di un’insolita, e interessata alleanza tra James “Whitey” Bulger (Johnny Depp), criminale statunitense, e John Connolly (Joel Edgerton), agente dell’FBI. Questo film ha da subito fatto parlare di sé, ma più che per il suo valore artistico, per Depp che, per esigenze di copione, è stato stravolto dal make-up.

Che Johnny Depp sia tra i più noti trasformisti del cinema contemporaneo non è certo una novità. Da Edward Mani di Forbice, passando per Jack Sparrow e il Cappellaio Matto, ha sempre abituato il pubblico ai look più eccentrici, legati a personaggi altrettanto bizzarri. In Black Mass, invece, il trucco che Depp sfoggia è piuttosto minimale e naturale (ma non per questo meno laborioso), ma dimenticatevi il solito sex symbol: in questo film lo troverete invecchiato, stempiato e con gli occhi azzurri e glaciali. Il make-up artist Joel Harlow, che con l’attore ha lavorato in altri 12 film, ha raccontato che le protesi che rendevano Depp calvo sono state realizzate a mano, inserendo un capello per volta. Ciascuna di essere poteva essere utilizzata solo una volta, ragion per cui ne sono state realizzate circa 50, in un processo che richiedeva 22 ore di lavoro per ogni protesi. L’attore, poi, si sottoponeva ogni giorno a una seduta di trucco di circa due ore per ottenere l’aspetto che ha nel film. Ricorderemo questo make-up, nella sua (apparente) semplicità, tra i più strani mai sfoggiati da Johnny Depp.

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Il cinema, sin dalle sue origini, ci ha spesso regalato dei trucchi memorabili, ancora oggi frutto del lavoro manuale e della passione dei make-up artist, aldilà degli effetti speciali. Lon Chaney Sr., soprannominato “L’Uomo dalle Mille Facce”, fu il primo grande caratterista della storia del cinema: si affidò innumerevoli volte alle mani dei truccatori, subendo di volta in volta delle vere e proprie metamorfosi. Una tra tutte? Quella nel Fantasma dell’Opera.

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Dal 1981 viene assegnato il premio Oscar al miglior trucco (dal 2012 comprende anche l’acconciatura) che riconosce con l’ambita statuetta il duro lavoro dietro le quinte dei make-up artist. Tra i film vincitori troviamo Dick Tracy (1990), in cui anche il make-up racconta efficacemente l’origine fumettistica del film, ma anche Mrs. Doubtfire (1993) in cui il compianto Robin Williams sfoggiava una grande espressività nonostante le numerose protesi sul viso: merito dell’abile mano di Ve Neill. Men in Black vinse il premio nel 1999 e per capire il perché basta pensare a una sola cosa: Vincent D’Onofrio dentro il suo “Edgar-abito”.

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Per chiunque sia interessato a conoscere e approfondire i dettagli di questo mestiere, la piattaforma via cavo statunitense Syfy trasmette Face Off, un talent show dove una serie di professionisti del settore, tra cui i vincitori di Academy Ve Neill e Michael Westmore, settimana dopo settimana giudicano e aiutano truccatori amatoriali nella realizzazione di make-up prostetici. I più appassionati apprezzeranno.

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Intervista’l’musicista: La tromba del Bon vecchio Piero

Eccezionalmente per Pequod si rivela a noi Marco Pierobon: uno dei musicisti italiani più affermati sulla scena internazionale. Ammaliata dalla sua musica e dalla sua tromba vi consiglio di starvene seduti comodi e far partire i consigli musicali che ci ha lasciato Marco.

Led Zeppelin,Whole lotta love (Link)
W.A. Mozart: Symphony No. 41 (Link)
Skrjabin, Poema dell’Estasi (Link)

Chi si cela dietro questa magnifica tromba?

Marco Pierobon, 40 anni (sigh!), nato e cresciuto a Bolzano (fino ai 18). Poi emigrato in giro per il mondo, ma di base, ora, in provincia di Parma. Nebbia e Zanzare.

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Qual è in tuo primo ricordo musicale?

Primo ricordo musicale? Il mio maestro di solfeggio che mi dettava le lezioni da imparare sul quaderno. Fotocopie? Ciclostile? Mah…

Quale è stato il tuo percorso come musicista? Parlami delle tue origini, dei tuoi primi ascolti, le band del liceo, i gruppi in cui hai suonato che più han significato per te e per la tua crescita musicale.

Ho iniziato a 8 anni alla scuola elementare, in un corso “casuale” di musica. Subito dopo, a scuola della banda, a Bolzano. Alle medie mi sono convertito al Metal (!!!) per cui Iron Maiden, Bon Jovi, Guns’n Roses. Vinili e musicassette. CD? Ancora non pervenuti…

Ho fondato gli “Universe” alle scuole medie, suonavo la batteria. Poi al liceo il salto di qualità: “Five Faces”, una cover band degli Zeppelin (sempre batteria) e “Alfio e gli Apodi” (chitarra), Doors e co. Ma anche gruppi di musica latino americana con la tromba. Poi è stata la volta del conservatorio, l’Orchestra Giovanile Italiana a Fiesole, concorsi vinti, l’Orchestra Toscanini di Parma,  il Maggio Musicale Fiorentino, l’ Accademia di S.Cecilia di Roma e una capatina alla Chicago Symphony Orchestra. Ora solo conservatorio, il quintetto d’ottoni (GomalanBrass Quintet) e concerti da solista.

 

Come ricordi gli anni di studio in conservatorio/scuole di musica? Qualche aneddoto particolare?

Ho degli splendidi ricordi del Conservatorio. Molto lavoro, tanti concerti, molta esperienza. Ma ho visto volare anche qualche sedia in sala orchestra, per fortuna non ero io il destinatario.

Ora la situazione è ribaltata e potenzialmente sei tu quello che può lanciare le sedie. Cosa significa per te insegnare musica? Come lo affronti, quali sono i valori che vuoi trasmettere  e le delicatezze da tener presente?

Insegnare è un’esperienza intensa. Voglio trasmettere la mia intenzione di comunicare attraverso la musica, cosa non scontata. E non lo posso fare suonando in prima persona, ma ispirando i miei studenti. La cosa più bella non è far suonare un allievo come me, ma farlo suonare al meglio delle sue possibilità, nel suo stile. Accantonando le mie idee musicali. Suggerendo e guidando, non imponendo. Mi riesce quasi sempre. Quasi.

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Uno strumento musicale che avresti voluto imparare a suonare?

Banale. Il pianoforte. Suonicchio, ma da schifo.

Lasciami un pensiero musicale per salutare i nostri lettori.

La vita senza musica sarebbe un errore (non è mia…). Quindi non sbagliate. E non fate sbagliare i vostri figli. Non tutti devono diventare musicisti. Ma saper ascoltare è una delle regole basilari della musica. Pensa se la applicassimo ai rapporti fra le super-potenze mondiali.

Qualche consiglio dascolto?

Tutto, senza preconcetti. Se io ho ascoltato Led Zeppelin e Mozart contemporaneamente (Mozart era più Heavy Metal di tanti rockettari di oggi, btw) si può fare. E da tutto si può apprezzare e cogliere il bello, l’energia:

Led Zeppelin,Whole lotta love

W.A. Mozart: Symphony No. 41 “Jupiter” in C major

Skrjabin, Poema dellEstasi

 

 

EXPO: aspettative e prospettive di una grande opera italiana

A meno di due settimane dalla chiusura, Pequod torna a parlare di Expo 2015 per riflettere sulle problematiche che hanno segnato la sua storia e capire cosa resterà del grande evento quando si spegneranno i riflettori e i turisti andranno altrove.

Il punto (interrogativo) sui visitatori

La notizia è di questi giorni: Expo 2015 ha tagliato il «traguardo minimo obbligatorio» dei 20 milioni di visitatori. Pochi ci avrebbero scommesso all’inizio, quando le previsioni “expottimiste sui 4-5 milioni di entrate nei primi mesi risultarono, nei fatti, più che dimezzate: l’amministratore delegato Giuseppe Sala aveva diffuso dati “gonfiati” e indifferenziati, includendo biglietti omaggio, volontari e addetti ai lavori. Così è partito il tormentone degli sconti sui biglietti, dai 10 € per gli universitari all’omaggio a persone con imponibile inferiore ai 10 mila euro annui, fino al recentissimo 2×1. Grazie a una campagna pubblicitaria pervasiva, Expo chiuderà con più di 100.000 visitatori al giorno, con il picco dei 259.093 del 26 settembre.

«Non che i numeri siano il fattore principale», dichiara soddisfatto Sala. Ma intanto pensa a un nuovo obiettivo: abbiamo fatto 20, facciamo 21 (milioni).

Code interminabili all’ingresso di Expo, così lunghe che un cittadino romano non è riuscito a visitare i padiglioni e si è rivolto al Codacons: è la prima causa italiana contro Expo.
Code interminabili all’ingresso di Expo, così lunghe che un cittadino romano non è riuscito a visitare i padiglioni e si è rivolto al Codacons: è la prima causa italiana contro Expo.

«Sicurezza» sul lavoro

Le polemiche sui contratti “pirata” giocati al ribasso avevano chiarito agli aspiranti lavoratori prima dell’inaugurazione che non sarebbe stata Expo 2015 a garantire la sicurezza di un impiego. Ma non ci si aspettava nemmeno che per «motivi di sicurezza» si potesse negare il pass o licenziare un neoassunto. Tra i 70 mila dipendenti ignari sottoposti a controlli di polizia, 680 sono stati segnalati dalla Questura di Milano per pendenze risolte o senza ragioni. Dopo i primi ricorsi, il vertice del 23 giugno tra sindacati ed Expo spa decide per la revisione dei profili “non idonei” e il possibile reintegro di 200 persone. Peccato che molte, ormai, avevano perso il lavoro.

Il vero problema è nel metodo per Antonio Lareno, delegato Cgil all’Expo, «quello per cui si possa andare a cercare nel passato di una persona per decidere se darle il diritto di lavorare oppure no».

Per chi il lavoro l’ha ottenuto, comunque, i disagi non sono mancati. Su Change.org è ancora aperta la petizione per chiedere più tornelli e parcheggi riservati, precedenza sulle navette e ai punti ristoro. Ma la fine del mese è vicina, è già tempo di pensare a un nuovo impiego.

 Il volantino dell’organizzazione San Precario, che offre assistenza ai lavoratori precari di ogni tipo, anche agli assunti di Expo
Il volantino dell’organizzazione San Precario, che offre assistenza ai lavoratori precari di ogni tipo, anche agli assunti di Expo

Toto-Expo: l’eredità materiale di Expo 2015

Partiamo dalle buone nuove. Il successo estivo della Darsena fa ben sperare sulla riuscita dell’opera di riqualificazione dell’area: prosegue il piano di pedonalizzazione e si azzarda di arrivare fino a via Tortona; alla movida serale si potrebbero affiancare gare di vela e canoa e le attività di Mercato Metropolitano.

Le proposte più quotate per il dopo-Expo sono la nuova Città Studi dell’Università Statale, con un campus, residenze per studenti e strutture per la ricerca; ma anche la “Silicon Valley” di Assolombarda, un parco tecnologico sull’agroalimentare. E l’Albero della Vita? Lasciarlo dove si trova o portarlo in piazzale Loreto, in Darsena, a Rho? Ma soprattutto, chi ne sosterrà le spese?

Mentre il piano di smantellamento partirà a novembre, il governo sembra voler rilevare le quote di Arexpo per investire sul futuro del sito. Poche certezze per ora, a parte l’attenzione dei cittadini milanesi, lombardi, italiani che chiedono trasparenza: sulla rifunzionalizzazione dell’immensa area e lo smaltimento dei rifiuti speciali, ma soprattutto sul rispetto del protocollo di legalità. Perché non si ripetano le storie di corruzione che hanno macchiato Expo 2015 (tra gli ultimi lo scandalo dell’appalto truccato per Palazzo Italia e il commissariamento di Set Up Live, l’azienda che si è occupata dell’allestimento dei cluster, sospettata di rapporti con la ‘ndrangheta). Perché non si sprechi l’occasione di lasciare alla collettività, principale finanziatore dell’impresa, spazi rinnovati e fruibili.

Il grande sito dell’Esposizione milanese, esteso per 1milione e 100mila metri quadrati…
Il grande sito dell’Esposizione milanese, esteso per 1milione e 100mila metri quadrati…
… e l’Albero della Vita
… e l’Albero della Vita

Carta in tavola: l’eredità culturale di Expo 2015

Nutrire il pianeta, energia per la vita, ovvero salvaguardia delle biodiversità, pratiche agricole sostenibili e diritto al cibo. Questi i temi di cui l’Expo milanese doveva farsi promotrice, ma sembra che, per quanto i padiglioni si siano ispirati alle linee-guida (e non sempre è così evidente), ben poco sia stato percepito dai visitatori. Così la pensa una visitatrice “speciale”, Sara Pezzotta. Appena tornata da 6 mesi di lavoro in Sud Sudan, è stata catapultata nella sfavillante fiera per rappresentare le attività dell’onlus Tonjproject.

«Ho visto molta contraddizione. Ho visitato i padiglioni dei Paesi africani: sembravano delle attività puramente commerciali». Un’altra amara scoperta lo spazio di Save the children, che illustra la cruda storia di un bimbo africano che soffre la fame: «Molto forte, ma troppo “spettacolarizzata”». E infine il supermercato tecnologico di Coop: «Pensavo fosse una provocazione. Tocchi un prodotto e un pannello interattivo ne mostra origine e proprietà. A prendere la frutta ci pensa un braccio meccanico. Uno scenario futuristico angosciante». Più confortante l’«interattività sobria» dei percorsi sensoriali di Slow Food.

L’impressione è che Expo 2015 abbia sacrificato i grandi temi in nome dell’autopromozione dei singoli Paesi e dello spettacolo visivo. Non ci si aspettava una rivoluzione delle coscienze, ma la coerenza di essere i primi promotori del cambiamento che si auspica nel mondo.

Il possibile riscatto è la Carta di Milano, documento sottoscritto da autorità di tutto il mondo e cittadini comuni, discussa l’11 ottobre tra 26 tavoli tematici. Grande assente, per Caritas Internationalis, è «la voce dei poveri»: manca una strategia per la risoluzione di problemi come «la speculazione finanziaria, l’accaparramento delle terre, la diffusione degli Ogm e la perdita di biodiversità». Gli obiettivi a lungo termine di questo grande evento sono ambiziosi e impegnativi: speriamo non rimangano solo parole sulla carta.

Agostino Dessì: il maestro delle maschere

Alice Atelier è il luogo dove Agostino Dessì, sardo di nascita, ma fiorentino d’adozione, dà vita alla materia creando le sue magnifiche opere d’arte. Per tutti è il maestro delle maschere di via Faenza. La sua bottega è un brulicare di turisti che rimangono ammaliati davanti alle sue creazioni. Un continuo sospirare e meravigliarsi di fronte alle immagini scolpite nella forma dal maestro. Tutti sono pronti a scattare un’immagine da postare, condividere o semplicemente dimenticare. Ma il tutto fuori dalla bottega, perché dentro “bisogna lasciar libero l’occhio di poggiarsi dove più gli aggrada”. I soggetti e le allegorie sono molteplici, non tutti percepibili con uno sguardo approssimativo.

Inoltre, l’opportunità di aver conosciuto il maestro in circostanze diverse dal lavoro, mi ha permesso di instaurare con lui una forma di confronto sincero, elemento essenziale per la realizzazione di questo fotoreportage. La sua curiosità e il suo interesse genuino per le scintille artistiche scaturite dal mio obiettivo mi hanno profondamente colpito ed ho subito pensato che deve essere questa la semplicità che caratterizza i grandi artisti. In fondo lui è un uomo affermato, che ha girato il mondo, mentre io mi muovo timidamente alla ricerca di me stesso, eppure il suo interesse nei miei confronti si è dimostrato vero e mai forzato.

Infine i materiali: cuoio, bronzo, gesso. Su ognuno di essi è impresso un volto, e ogni creazione dona all’avventore sensazioni sempre nuove. Le fotografie che ho scelto vorrebbero essere un riassunto dello stupore e dell’ammirazione che ho provato la prima volta che sono entrato in questo piccolo ma al tempo stesso sconfinato luogo che è Alice Atelier.

Buona visione.

Pigmenti: rafforzare la relazione tra i cittadini e gli spazi

Quando sentiamo le parole riqualificazione urbana la maggior parte delle volte pensiamo che significa rendere i muri più carini, rintonacare un muro malmesso. Errato! Lo scopo del progetto Pigmenti è quello di riqualificare la relazione tra i cittadini e gli spazi.

«É innegabile che viviamo in un tempo abbrutito, siamo una “generazione di fretta”, con modelli estetici da fast food, superficiali perché più funzionali. Oggi va forte la televisione perché è comprensibile, ti parla, punta alla tua testa con un susseguirsi di notizie, consigli, liti, leggerezze, ecc…non ti lascia il tempo di rielaborare. Lavorare con l’arte pubblica ti consente di puntare a sorprendere, colpire, incuriosire, a lavorare non sulla testa ma sul sentimento, a muovere alla contemplazione, a utilizzare un linguaggio che non lascia spazio all’immediatezza del verbale ma che obbliga alla profondità».

Il percorso non é lineare, può essere del tutto casuale può lavorare senza che ce ne accorgiamo e può colpire tutti. La vera svolta è «il fatto di non dover andare in una galleria o in un museo per “accedere” alla suggestione di un’opera, perché permette di aggirare quella naturale scrematura fatta di interesse/cultura/istruzione/abitudine/status che fa in modo che in molti non percorrano mai la strada che li porta da casa al museo. Il trucco sta nel fare arte pubblica su altre strade e costringere a un incontro fortuito e, proprio per questo, per alcuni, anche più autentico».

Pigmenti nasce dalla serigrafia Tantemani di Cooperativa Sociale Patronato San Vincenzo, un laboratorio formativo e lavorativo per ragazzi con diverse abilità cognitive e relazionali. La collaborazione con alcuni street artist per la stampa di magliette in serigrafia (tra i primissimi ad esempio Orticanoodles), hanno iniziato ad avvicinarsi e ad appassionarsi a questo mondo. « Connettere la serigrafia al mondo dell’arte pubblica, come già avviene in tante realtà in Italia e all’estero, ci ha permesso di lavorare sul piano più ampio della città e di moltiplicare il nostro impatto sociale e culturale».

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Quest’estate hanno collaborato con l’ Associazione Open Space, che già dall’anno scorso lavora per far rivivere uno spazio abbandonato nel quartiere Boccaleone a Bergamo. «Noi abbiamo contribuito portando 11 artisti da tutta Italia per dipingere i 10 piloni della superstrada che incoronano quello spazio. Ogni artista ha lavorato a un pilone sul tema “creature urbane” nel primo week end di festa durante il quale le persone hanno potuto vedere gli artisti all’opera». Gli 11 artisti coinvolti sono: Collettivo FX + Astro Naut, Giorgio Bartocci, Nemo’S, La Fille Bertha, Geometric Bang, G Loois, ilBaro, Casciu, Seacreative e Ale Senso. A settembre le stampe delle opere sono state presentate in una mostra collettiva presso la Traffic Gallery (Bergamo).

Ora stanno partecipando al bando “Che fare” il progetto che hanno presentato si intitola Time Specific e consiste «in una piccola e pregiata carovana di artisti urbani, documentaristi, animatori e stampatori che transiterà attraverso sette luoghi significativi della città di Bergamo.
In ognuno di questi luoghi il gruppo sosterà per incontrare le persone che li abitano, realizzare laboratori narrativi e partecipativi e realizzare opere di pittura murale.
Nel loro sostare indagheranno il Tempo: come è vissuto e considerato dalle diverse persone che incontreranno, le sue distorsioni, le diverse prospettive.
I luoghi toccati saranno tre scuole di diverso ordine e grado, un ospedale, una casa di riposo, un carcere e una piazza. Luoghi forti, vissuti da un’umanità varia, che consentiranno di collezionare visioni e prospettive molto differenti sulla vita e sul Tempo».

Tutte le piccole e grandi storie che nasceranno verranno stampate a mano in serigrafia, opere di arte murale sulle pareti interne ed esterne degli edifici, brevi video e un film che racconterà in forma documentaristica la riflessione sviluppata per parole e immagini intorno al tema del Tempo. «Le opere di arte pubblica verranno realizzate da quattro artisti di fama internazionale: Tellas, Hitnes, Nemo’S Collettivo FX. Avranno un duplice obiettivo: rigenerare i luoghi dell’intervento conferendo loro nuova dignità e rendere l’arte e la cultura oggetto di un percorso partecipato e condiviso. Il coinvolgimento dei cittadini porterà a riappropriarsi del processo creativo dell’arte e a riconoscere con nuovi occhi il proprio territorio e le sue potenzialità.»

Alla domanda quali sono i loro progetti per il futuro rispondono: «Se dovesse andare in porto il progetto Time Specific sarebbe la nostra progettualità centrale per il prossimo anno, al di la di questo prosegue il nostro lavoro di serigrafia con stampe di magliette d’artista (le ultime con Nemo’S e Casciu), prima di Natale faremo un paio di workshop di serigrafia e altre tecniche di stampa artigianale e a marzo abbiamo in programma un intervento importante legato a Bergamo Jazz, festival jazzistico bergamasco, per il quale stiamo ancora valutando quale artista coinvolgere».

Per votare il loro interessante progetto, basta un click qui. Visitate il loro sito e la loro pagina Facebook per tenervi aggiornati.

L’umanità di Bodrum, dai commercianti greci ai migranti siriani

Basta sedersi al porto, lasciarsi alle spalle il chiasso dei locali notturni di Gümbet, affinare la vista e si è subito in Grecia, in un altro Paese, in un altro continente. Bodrum è un crocevia di diverse culture: per la sua posizione strategica nell’ Egeo ha visto camminare per le sue vie greci, bizantini, ottomani, curdi e turchi, senza dimenticare quell’umanità migrante che scappa dalla guerra in cerca di un posto migliore, scolando verso l’Europa e usando Bodrum come fosse un imbuto. Ciascuno vi ha lasciato qualcosa: un anfiteatro, un mausoleo, un castello. Vite umane.

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Erodoto, lo storico che qui nacque attorno al 400 a.C., l’avrebbe chiamata Alicarnasso: è qui che il re Mausolo dal 377 alla sua morte nel 353 a.C. vi fece costruire la sua tomba, il Mausoleo, termine che oggi è addirittura entrato nel nostro vocabolario per indicare un sontuoso monumento funebre costruito in memoria di una o più persone. Non è un caso: il Mausoleo di Mausolo è annoverato tra le sette meraviglie del mondo antico, anche se oggi, dopo millenni di scorrerie, rimangono solo pochi rocchi di colonne. Molta più soddisfazione dà invece il teatro, costruito nel II sec. a.C. e posizionato sulle colline che da Göktepe guardano verso il porto: qui non mancano i mulini a vento, che sono diventati il simbolo nazionale della ventosa città. A pochi passi dal porto, invece, sorge il castello medievale di San Pietro, risalente all’epoca in cui la città cambiò nome in Petronium: oggi diventato Castello di Bodrum, venne costruito attorno al XV sec. d.C. ed è stato nel tempo trasformato in Museo d’Archeologia Subacquea, dove sono esposti reperti dell’Era del Bronzo.

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La cittadina di mare vive oggi di una forte presenza turistica, sebbene non sia meta di turisti da villaggio e tour organizzati; piuttosto vi si incontrano viaggiatori europei e la ricca borghesia turca. Non è difficile, infatti, vedere passeggiare per strada bellissime donne che vestono l’al-Amira, il velo tipico che copre la testa e il collo, appena scese coi loro mariti dagli yatch parcheggiati nel porto, o bianchissime famigliole belghe appena sbarcate a bordo dei tradizionali Tirhandil con la prua e la poppa a punta. Assieme si addentrano nel mercato coperto che si apre sulla strada principale, dove è possibile acquistare chincaglierie varie di scarsa qualità, ma anche bellissime borse di pelle pregiata. In pochi si inerpicano sulle vette più alte della città: ad andarci a piedi viene il fiatone per quanto le strade sono in salita, mentre con il taxi devi essere esperto e conoscere bene la cittadina. Io ho avuto la fortuna di salirci con un amico e, da là sopra, guardare verso il golfo: l’emozione è indescrivibile! La musica commerciale dei tanti locali del porto è ovattata, mentre le luci che ne escono giocano a rincorrersi in cielo, per le strade, nel mare. Indifferente ai loro movimenti artifciali, la luna dall’alto si specchia nel mare, dividendosi in mille lamelle bianche e riflettendo un’immagine che ricorda proprio quella impressa sulla bandiera della Grecia, un paese su cui da secoli, nonostante il passaggio di tante civiltà, brillano le stesse stelle.

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In Copertina ph. Hans A.Rosbach CCA BY-SA 3.0/wikimedia Commons

A Zadar chi suona è il Mare

“L’imprevedibilità del mare con la sua forza, moto, direzione e marea crea un concerto perpetuo, irripetibile nelle sue variazioni musicali. L’autore di questa sinfonia è la Natura stessa”

Zadar, Croazia. È qui che il 15 aprile 2005 venne inaugurato l’Organo Marino (Morske Orgulje) ad opera dell’architetto Nikola Bašić: situato nella banchina che circonda il centro storico, in un luogo da tempo abbandonato, quest’opera venne concepita come luogo di riqualificazione e attrazione. Alla creazione di questo immenso strumento musicale collaborarono Vladimir Androšec (professore all’Università di Ingegneria e Architettura di Zagabria) come consulente per il sistema idraulico marino, Goran Ježina (del laboratorio di produzione d’organi Heferer di Zagabria) che si occupò dell’istallazione delle canne e della produzione dei 35 labium finemente accordati dal professor Ivica Stamać.

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Io ci sono capitata un po’ per caso, un po’ per destino una sera di fine agosto. Di primo acchito altro non sembra che una serie di gradinate che danno direttamente sul mare ma, man mano ci si avvicina si viene avvolti dalla magia!

Al di là della magia e della suggestione, rimane una grande opera di ingegneria che, mio malgrado, tenterò di spiegarvi al meglio: ci sono sette sezioni di gradinate da 10 metri ciascuna; al di sotto di queste, posizionate parallelamente alla riva e al livello della bassa marea, si trovano 35 canne di polietilene di varie lunghezze, diametri e inclinazioni che si alzano trasversalmente fino alla pavimentazione della riva per terminare nel canale, allo scopo di far passare l’aria e l’acqua producendo un suono diverso a seconda delle condizioni del vento e del mare.

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L’onda del mare spinge l’aria attraverso la canna, il cui diametro va pian piano ristringendosi; il suono nelle canne è prodotto dall’accelerazione dell’aria che fa vibrare i labium (labbro, dal buon vecchio latino – si tratta della parte interna all’imboccatura di flauti dolci, ocarine, fischietti che permette la produzione del suono facendo infrangere l’aria su di essa; nell’organo avviene la stessa cosa con la differenza che l’aria viene spinta meccanicamente e il suono viene prodotto dalla vibrazione interna delle canne ad anima, o labiali). Questi labium, dicevamo, sono situati praticamente sotto i nostri piedi e il suono esce da dei buchi nella pavimentazione del marciapiedi.

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I suoni prodotti da questo strumento sono continuamente diversi e modulati secondo sette cluster (sono gruppi di note vicine – da tre a cinque – che vengono suonate simultaneamente) e cinque toni tipici della musica tradizionale dalmata a cappella.

Al di là di questo affascinante funzionamento che unisce magistralmente la forza della natura alla sublime meccanica organistica, sedersi su quelle gradinate è stato un momento che, a mio avviso, farò fatica a dimenticare. Metteteci il mare a metà tra il tranquillo e l’arrabbiato tipico di una sera ventosa, una luna quasi piena, isolate il vociare dei turisti e nascondetelo alle vostre orecchie e avrete un momento speciale.

Il ritmo e la melodia dipendono in tutto dal moto ondoso e dal vento, sparisce il classificato concetto di musica – dei suoni a caso, come se trentacinque persone suonassero una nota di un flauto tutti nello stesso momento o quando gli pare. Fatto sta che è qualcosa di veramente bello, studiato e fine: c’è la riqualificazione di una parte snobbata di una cittadina marittima, c’è il rispetto e il vero coinvolgimento della natura, c’è la musica.

Se mai passerete da Zadar fermatevi ad ascoltare.

In copertina: Organo marino di Zadar [ph. Böhringer Friedrich CC-BY SA 2.5/Wikimedia Commons]

BeccoGiallo Edizioni: un nuovo modo di fare giornalismo?

BeccoGiallo non è la solita casa editrice per vari motivi, due in particolare saltano subito all’occhio: il primo è che l’etica è alla base del loro lavoro, dato che pubblicano solo opere d’impegno civile; il secondo è che si occupano di solamente di graphic novel, anzi per la precisione di graphic journalism.

Dieci anni di attività alle spalle sono tanti, specialmente se si lavora in un settore di nicchia, trattando argomenti estremamente delicati. Pequod vi porta oggi a fare due chiacchiere con Guido Ostanel, direttore editoriale di BeccoGiallo.

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La vostra linea editoriale è ben definita e molto interessante: vi occupate di fatti di cronaca, di inchieste e di reportage. Perché avete scelto di interessarvi di giornalismo in questo modo alternativo e molto stimolante?

Perché non volevamo rassegnarci di fronte al ritornello: «Oggi ai giovani non interessa più niente». Chi se ne frega di chi ha ucciso Pasolini, chi se ne frega di chi ha messo una bomba a Piazza della Loggia, chi se ne frega di Falcone e Borsellino, chi se ne frega della Resistenza. Ci pareva troppo facile dare tutta la colpa ai giovani distratti. Forse gli strumenti usati fin lì dai “vecchi” per tenere viva la memoria, non funzionavano più così bene?

 

Sul vostro sito main.beccogiallo.net spiegate come «non è nato» il vostro progetto: dite che nessuno di voi è un disegnatore, né uno sceneggiatore di storie per immagini, ma vi definite dei «discreti lettori». Come mai avete scelto questo linguaggio per intrattenere e informare i lettori?

Perché il linguaggio del fumetto – per come funziona – invita naturalmente chi legge a mantenere un atteggiamento attivo durante la lettura. Un po’ il contrario di quanto è successo per decenni con la più brutta televisione italiana: praticamente, un invito alla passività più totale. Questo aspetto del fumetto ci sembrava molto interessante e abbiamo provato ad approfondirlo.

 

Ogni vostra graphic novel è curata in ogni dettaglio, la qualità media dei vostri prodotti è molto alta. Quanto tempo dedicate alla cura di un libro? Quanti ne riuscite a pubblicare in un anno?

Produrre un libro BeccoGiallo come Piazza Fontana o Peppino Impastato è un processo lungo e faticoso, sia per la redazione sia per gli autori coinvolti. In base al soggetto, il tempo e le energie dedicate alla fase di documentazione, alla raccolta dei dati, spesso con interviste e approfondimenti condotti “sul campo”, possono rivelarsi molto dispendiose. In un anno, fra ristampe e nuove proposte, pubblichiamo una decina di titoli.

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Gli ebook ormai sono una realtà e il loro mercato è in crescita costante. Molti dei vostri libri sono disponibili anche in formato digitale: credete che gli ebook possano servire a diffondere meglio i vostri prodotti o i fumetti in generale?

Per quanto abbiamo potuto osservare noi, difficilmente – almeno nel caso dei nostri fumetti – la copia fisica viene sostituita da quella digitale. Molto più interessanti, invece, si sono finora rivelati gli esperimenti con il digitale sulla promozione del singolo libro, del marchio e della lettura.

 

In dieci anni di attività, una longevità che non è da tutti, avete raccontato molte storie, trattando di personaggi ancora attuali: da Marco Polo a Giovanni Falcone, da Pasolini a Maradona. Avete già in mente qualche personaggio di cui vorreste parlare in futuro? O una storia che vorreste assolutamente valorizzare?

Una donna che ci piace molto: Wisława Szymborska. Il libro che le abbiamo voluto dedicare arriverà presto.

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Insomma, un progetto fresco e innovativo quello di BeccoGiallo al quale auguriamo di cuore una lunga vita. Forse hanno trovato il modo di avvicinare di nuovo i giovani – e non solo – alla storia e al giornalismo.

AEGEE Summer University will change your student life : Simonas can vouch for that!

As you already know AEGEE gives you several chances to integrate in the international University social life, today we have a special guest to interview, a young Lithuanian guy who has just become vice-president of AEGEE Tilburg.

Hello Simonas, we have heard that now you are involved directly with AEGEE Tilburg but first tell us something about you.

 Hello, my name is Simonas Valionis, I am 25 years old and I come from Lithuania. At the moment I am doing a master in Communication and Information Sciences at Tilburg University with specialization in Digital Media and Business Communication. During my previous education I studied to become translator from Lithuanian to English and vice versa .

Why did you decide to leave your own country and apply for a master in the Netherlands?

After finishing my translation studies I was offered a job in the same college I was studying, the job was related to communication and international relations, I was responsible for the Erasmus programme in my institution and I also supervised several European projects in high education. For instance, there was a large project called ADUQUA which was related to adult education and whose main goal was to help immigrants all over Europe to integrate better in their countries. After working in this position for two and half years I felt that it was time to move on, find new challenges and change my environment. Why the Netherlands? Well, I started applying for MA degrees in several countries such as Austria, Belgium, Germany, Switzerland, and the Netherlands because I was always fascinated by the Western part of Europe. Finally, I got accepted by two different Dutch Universities, respectively, Radboud University Nijmegen and Tilburg University. After reviewing them both I decided to go with the latter one.

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Simonas and his friends during AEGEE Summer University in Spain

So far so good in the Netherlands?

Absolutely ! I have been here for one year only and I feel that this country has become my second home, I do really enjoy living here. However,  after graduating I am planning to explore other continents and countries, most likely USA.

We also know that last summer you had a great experience with AEGEE, could you please describe your experience ?

I participated in the biggest project of AEGEE which is the summer university . It was the best summer I have ever had in my life, I spent 18 wonderful days in the North of Spain travelling and experiencing  amazing cities like Zaragoza, Burgos, Leon, Madrid. I met a bunch of amazing people from all over the Europe who became close friends and we continue to keep in touch until now. This summer university was the reason that I decided to become an active member of AEGEE Tilburg because I wanted to return the favour to the organization which gave me this incredible chance to widen my horizons. I contacted the previous board members of AEGEE Tilburg to ask if could join the new board that was expected to be elected in the coming weeks, after several interviews I was appointed  as a vice-president of the student association.

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Dionne, Tsvetelina, Nikki, Simonas and Ruben respectively the board members of AEGEE Tilburg

Would you recommend the same experience to young students then?

I would definitely recommend everyone to join AEGEE and participate in a summer University for several reasons : ability to experience new cultures through their local food, heritage, and citizens , have the chance to meet the most incredible young people from all over the Europe who want to exchange their knowledge and talents, finally have the time of your life.

Let’s change topic, Lithuania has been part of the European Union since 2004 at the beginning of this year more precisely the 1st January 2015 joined the Eurozone by adopting the euro currency. What is your impression about this decision?

There is no doubt that it is a great achievement for Lithuania to be part of the EU since 2004 and the option to adopt the EURO was a main topic from the very beginning. However, it required a lot of systematic hard work and many years inside the country in order to be ready to change the currency. The reason why this process took so long it was basically that in order to change the currency the economy of a country must be stable, back in 2004 Lithuania was still a growing country  not yet ready for such big changes. After three governmental terms and an improved economical situation it was the right time to embrace the Euro currency. Well, my impression is that this change was inevitable and it happened at the time when the country and the people were already prepared for that. Even though, it can be noticed that the prices have increased a little bit, the benefits carried by this decision in the long term period will outweigh this aspect.

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Simonas and his friends enjoying Amsterdam during the Queen’s day

Do you  perceive the EU as a whole entity or given the recent events such the Greek referendum and all its implications you think that this great project is still far from being achieved ?

 For me personally, the EU project is what makes the whole Europe unite. There will always be challenges and difficulties for the complete and equal integration of the continent, but if we all think about other people, not only ourselves and systematically work towards the same goal, we will overcome the darkest times, setting the life quality at the level which satisfies everyone. In my opinion, Europe should be borderless and available to all who are interested. Some call it Europe, I call it home!

Fame di terra saziata con grano europeo

Nasce tutto a Ferrara, tra le guglie estensi e viottoli medievali, all’interno di un Festival che avevo deciso di godermi per personale curiosità, senza nessuna volontà di volerci ricavare materiale per un nuovo pezzo. Invece eccomi qua a scrivere, prendendo uno spazio a Pequod, con un fine: fungere da eco ad un’inchiesta portata avanti da due ragazzi, Diego Gandolfo e Alessandro di Nunzio, giornalisti freelance per vocazione, che hanno “ficcato il naso”, in un settore ai più oscuro, riuscendo, con il loro validissimo lavoro, a vincere il Premio Morrione, per la migliore inchiesta.

Dopo cinque mesi di investigazioni giornalistiche, grazie alle dolorose grida di aiuto di agricoltori illegittimamente defraudati dei propri campi, si è scoperchiato un vaso di pandora: la sottrazione dei fondi europei destinati all’agricoltura da parte delle cosche siciliane. È la terra a far gola alla mafia. Più terreni possiedi, più finanziamenti ricevi. Questo meccanismo in Sicilia ha inquinato l’intero sistema di assegnazione e compravendita dei terreni. L’importante, dunque, è riuscire ad arrivare (molto spesso con mezzi violenti) a possedere fondi e agri perché sarà la terra a generare automaticamente denaro di natura pubblica – comunitaria. Denaro che l’Europa eroga sottoforma di sostegno al reddito per le persone occupate nell’agricoltura. Scenario lavorativo-economico sempre più “EXPO STYLE”; tutti convinti di dover sviluppare ampliare e sostenere. Il problema grosso, oltre alla gravosa e socialmente distruttiva presenza mafiosa, è che molti di questi soldi la campagna non la vedranno mai.province-tagli

La cronaca giudiziaria ha attestato che i denari in questione, per una sorta di legge del contrappasso – o forse più con una forte tonalità di acido sarcasmo – sono purtroppo finiti nel commercio del cemento, senza frutti, senza derrate e con il grano lasciato a marcire con buona pace del reale raccolto ottenuto. A questo si è riusciti ad arrivare anche perché nella regolamentazione dell’ammortizzatore sociale previsto, non è nemmeno lontanamente menzionato un seppur minimo obbligo di rendimento o di rendicontazione. Se a questo si mescola l’egoismo criminale, la miscela mortale per l’intero comparto agricolo è aimè servito.

Ma cosa non funziona? Come si è riusciti ad arrivare a questo? Premettiamo che le domande per le concessioni dei fondi comunitari destinate all’Agea, (che è l’ente che si occupa della gestione ed erogazione dei soldi pubblici nell’ambito delle politiche agricole), devono necessariamente passare presso i Caa (centri di assistenza agricola) i quali, risultano essere limitati nei loro poteri istruttori di controllo. Ugualmente limitante è la normativa, che prevede l’obbligo di richiesta della certificazione anti-mafia solo ed esclusivamente per i finanziamenti superiori a 150.000 €. Una soglia ormai davvero troppo alta, che non permette di escludere l’operosità della mafia anche a cifre inferiori. Mafia, sì, come quella “dei Nebrodi”, che ha costretto le autorità del posto, quali il sindaco di Troina, e il presidente del Parco dei Nebrodi a vivere sotto scorta, perché minacciati, colpevoli di voler semplicemente ripristinare lalegalità in questa vorticosa e maleodorante giostra dell’assegnazione delle terre attraverso la minaccia e il metodo criminale. Purtroppo, però, il giocattolo è rotto, fuori controllo. Secondo la Corte dei Conti molti dei proventi illegalmente ottenuti negli anni sono andati definitivamente persi perché prescritti.1328943557_8700c7d681_b

Ma c’è di più: il rischio è che l’intero costo di questo vorticoso ingranaggio mafioso, perpetrato ai danni della Ue, andrà a pesare sulla collettività Italia, inficiando la legittimità stessa dei fondi. La Direzione generale agricoltura della Commissione europea intende proporre una rettifica finanziaria relativa a tutti i debiti non recuperati anteriormente al 2010.
L’importo massimo della correzione ammonta a 388.743.938 milioni, che verrebbero così decurtati dal budget italiano della Pac 2014-2020, con buona pace di chi di agricoltura ci vive, per chi davvero potrebbe avere un progetto funzionale, biodiversificato; per chi con quei fondi e grazie ad un’ottima idea e ad una forte volontà potrebbe essere pioniere di un’eccellenza in coerenza con  EXPO, ospitata proprio quest’anno dal nostro paese.

Confrontandomi con gli stessi autori, si è inoltre avuto modo di riflettere sul focus tutto siciliano della loro inchiesta e ciò ha contribuito ad allarmare gli animi. Se questa malattia diagnosticata sull’isola si fosse diffusa su tutto lo stivale le conseguenze nei rapporti italo-comunitari sarebbero quanto meno nefaste. Ciò che invece consola è che l’Italia ha, quanto meno, ottemperato ad uno degli obblighi istituiti all’art. 325 punto 2 del Trattato Ue, rubricato “Lotta contro la frode” dove espressamente si obbligano gli Stati membri, ad adottare le stesse misure utilizzate per combattere le proprie frodi domestiche, al fine di contrastare le frodi comunitarie. almeno su questo punto siamo stati, come sistema Italia, impeccabili e affidabili, conformando il nostro sistema di controllo dei finanziamenti europei a quelli italiani, con lo stesso criterio colluso e inadatto.

Le Dolomiti: al livello delle nuvole

«Sono pietre o sono nuvole? Sono vere oppure è un sogno?»

Non c’è frase migliore del poeta giornalista Dino Buzzati per rappresentare le Dolomiti, insieme di gruppi montuosi delle Alpi Orientali italiane, collocate in Alto Adige e considerate le montagne più belle d’Italia, tanto da essere riconosciute, nel 2009, patrimonio dell’UNESCO.

Le Dolomiti prendono il nome dal naturalista francese Déodat de Dolomieu, che per primo studiò il tipo di roccia predominante nella regione, battezzata dolomia in suo onore.

Situata tra le Dolomiti, troviamo la Val Gardena, terra di folklore, ricca di storie e leggende, suddivisa in tre comuni: Ortisei, St. Cristina e Selva,  paesi dove il tempo sembra essersi fermato grazie agli abitanti che salvaguardano i loro usi e costumi.

Partendo dagli impianti delle funivie, presenti ad Ortisei (Urtijëi in lingua ladina) in pochi minuti si raggiungono i rifugi, dai quali si ha una vista mozzafiato delle Dolomiti, potendole ammirare in tutto il loro splendore.

Nelle fotografie presenti qui sotto, sono raffigurati il Seceda alto 2519 metri e il gruppo del Sassolungo, composto dal Sassolungo (3181m), Sasso Levante (3114m) e Sasso Piatto (2956m).

Questi luoghi sono da visitare almeno una volta nella vita, per gli amanti della natura e non (che molto probabilmente cambierebbero opinione su essa), e ricordate, come diceva il poeta cileno Pablo Neruda, «se non scali la montagna non ti potrai mai godere il paesaggio».

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C.A.C.C.A.: una montagna di idee

Il nome, di certo, non passa inosservato ed è pressoché impossibile dimenticarsene. Ma non è l’unica caratteristica di C.A.C.C.A. (Cose A Caso Con Attenzione) Link – che vi sorprenderà. C.A.C.C.A. è una fanzine (termine nato dalla contrazione delle parole fan e magazine), è un progetto editoriale, culturale e partecipativo, uno spazio dove esprimere liberamente le proprie idee.

C.A.C.C.A. è stata concepita, nell’Agosto 2013 durante il Collecchio Film Festival, dalle menti a caso di Giacomo Mha, Nicola Manghi e Francesco Cibati.
Francesco ci racconta:« Non vi era nessuna necessità particolare nel dare vita a C.A.C.C.A; l’intenzione era quella di creare uno spazio stampato in cui dare, a noi stessi in primis, ma anche a chiunque altro lo volesse, la possibilità di esprimersi liberamente tramite immagini e testi. Sino ad inizio 2014 nulla si è mosso, fino a quando non ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo cominciato a contattare persone per la produzione del numero zero della rivista, che ha visto la luce nel Marzo dello stesso anno.»

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Di cosa si occupi C.A.C.C.A. non lo sappiamo neppure noi, perché è una sorpresa! Per ogni numero in uscita vengono infatti scelti, collettivamente, una parola chiave e un colore. Il progetto che nascerà in seguito, ruota intorno alla parola e al colore scelti, e tutti (compresi anche voi lettori) possono inviare poesie, illustrazioni, fotografie o testi interpretando liberamente il tema.
Inizialmente la redazione di C.A.C.C.A. era composta da poche persone, ma da quando la loro fama si è sparsa, il numero è in costante crescita. La redazione al momento conta oltre 500 collaboratori da tutta Italia, ma ci sono state anche collaborazioni provenienti da Messico e Olanda (!), proprio per via della natura intrinseca del progetto, ossia di una produzione dei contenuti aperta a tutti.
Spesso e volentieri, la stessa redazione si è trovata in difficoltà a selezionare il materiale da pubblicare, proprio per la grande quantità di contributi che riceve.

C.A.C.C.A. è una rivista autoprodotta e non è a scopo di lucro, poiché viene venduta a prezzo di costo e i ricavi percepiti dalle vendite vengono interamente utilizzati al fine di aumentare il numero possibile di pagine da produrre, in modo da poter dare spazio a sempre più persone.

I progetti per il futuro sono molti ma, ovviamente, è impossibile conoscerli. Sempre Francesco ci spiega: «Come dice il nome stesso, la nostra filosofia è quella di fare le cose in maniera casuale, naturale e spontanea. Nel corso del tempo abbiamo dunque dato vita a progetti collaterali legati ad eventi o temi particolari, che continuiamo a portare avanti. Per definizione continueremo a fare cose a caso, probabilmente cambiando le carte in tavola in modo improvviso e senza stare a pensarci troppo!»

Per scoprire quale sarà il futuro di C.A.C.C.A non vi resta quindi che seguirli sul loro sito ufficiale e sulla loro pagina Facebook, e ovviamente comprare la loro rivista.

Cambia_menti: il collettivo Cesura in mostra al MuFoCo

20 settembre 2015 – 31 gennaio 2016

Quattro storie. Quattro vite. Quattro fotografi pronti a raccontarle.

Una mostra dedicata al tema della diversità/inclusione, quella in scena al Museo di Fotografia Contemporanea, all’interno della sede secentesca di Villa Ghirlanda, nel cuore storico di Cinisello Balsamo (Milano); frutto delle ricerche del collettivo di fotografi indipendenti Cesura, a cura di Roberta Valtorta e Diletta Zannelli e in collaborazione con RS Components, un’azienda che della responsabilità sociale d’impresa ha fatto un tratto distintivo della propria identità.

I progetti sono interamente installati nella sala espositiva principale, mentre nella più piccola si trova una presentazione del progetto con materiali informativi su RS Components e sui progetti che il MuFoCo da anni porta avanti con l’azienda.

Quattro protagonisti che, attraverso altrettanti racconti profondamente attuali, affrontano i problemi importanti della controversa società contemporanea, affrontando il tema delicato della capacità di cambiare se stessi e il mondo che ci circonda.

 

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LA BUONA POLITICA
Alessandro Sala racconta, attraverso installazioni toccanti, del sindaco di Petrosino (Trapani) Gaspare Giacalone da anni portavoce di valori quali la tutela del territorio, il turismo sostenibile, la legalità, l’arte e la cultura, lotta oggi contro la costruzione di un parco eolico a sole 2 miglia dalla costa.

 

 

 

TERRE RARE
Arianna Arcara porta in scena il binomio donne – tecnologia, con la storia di Biniana Ferrari, vincitrice del premio internazionale Le technovisionarie che, grazie alla tecnologia unica in Europa adottata dalla sua azienda Relight, ricicla rifiuti hi-tech estraendo alcuni elementi chimici estremamente preziosi per le aziende di elettronica, le cosiddette Terre Rare.

 

 

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TECHNOLOGY
Luca Santese mostra gli ultimi risultati concreti, frutto della collaborazione tra tecnici e artigiani, nella costruzione di protesi e prodotti volti a migliorare le condizioni esistenziali dei pazienti.

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THROUGH THE LIGHT
Gabriele Micalizzi si concentra su disuguaglianza ed integrazione, temi scottanti al centro dei più grandi conflitti internazionali contemporanei. Elemento predominante è la luce che diventa strumento uniformante per le diverse etnie ritratte.

Scatto dopo scatto emerge quanto il cambiamento non possa essere tale se non implica cambia_menti di se stessi e del mondo, attraverso scelte etiche e sostenibili.