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Eppur si muove

A partire dal XIX secolo il progresso tecnologico ha aumentato sempre più la possibilità di realizzare e registrare immagini in movimento; la mancanza di mezzi non ha però impedito agli artisti del passato di adottare soluzioni diverse per suggerire ed evocare l’azione.

Le testimonianze di questo intento risalgono ai tempi più antichi: ne è un esempio il frammento di dipinto murale conservato al British Museum di Londra (in copertina), su cui è rappresentata una scena di caccia agli aironi. Il protagonista principale, identificato come lo scriba Nebamon, si erge ritto su una piccola imbarcazione: con una mano afferra le prede mentre nell’altra brandisce l’arma con la quale sta per finirle; l’imminente pericolo ha messo in allerta il gruppo di uccelli che fuggono in un gran agitare d’ali. La situazione si presenta favorevole all’acrobatico gatto di Nebamon che coglie l’occasione per ghermire qualche preda e, come il felino, anche i nostri occhi balzano nello stormo indugiando sui dettagli e seguendo il movimento ascensionale del gruppo di volatili.

Menade danzante
Skopas, Menade danzante, 330 a.c.

Con l’arte greca si raggiungono i vertici dell’arte antica e, anche se parte delle statue sono giunte a noi mutile, possiamo ancora ammirare la bravura di quegli scultori che seppero rendere vivo il marmo. Significativa in questo senso è la Menade danzante che, seppur danneggiata, restituisce comunque il senso di agitazione che la caratterizza: il busto si inarca e l’enfasi del momento è accentuata da dettagli come i capelli scompigliati, il chiaroscuro dal panneggio e l’espressione del viso; l’energia che pervade la statua non può lasciare impassibili, tanto che ancora oggi il marmo sembra danzare.

Correndo avanti nei secoli ecco incontrare il più grande genio del Barocco: Gian Lorenzo Bernini, il quale, nell’Estasi di Santa Teresa, allestisce un vero e proprio spettacolo teatrale. Al centro si trova la santa, colpita con una freccia da un angelo, mentre ai lati, affacciati a dei balconcini, i committenti assistono alla scena e solo il colore bianco del marmo convince l’osservatore che non siamo di fronte a persone in carne e ossa. L’impeto dell’estasi che travolge la santa prende possesso del suo corpo, il panneggio amplifica l’effetto, tanto da sembrare un’onda che si infrange su una scogliera fatta dalle stesse nubi sulle quali Teresa si poggia.

Estasi di Santa Teresa, Gian Lorenzo Bernini
Gian Lorenzo Bernini, Estasi di Santa Teresa, 1647-1652 d.C.

Anticipando Bernini, Caravaggio arriva a un simile esito teatrale in pittura: nel Martirio di San Matteo la drammaticità è enfatizzata dal forte chiaroscuro e dalle molteplici direttrici sulle quali sono impostate le figure. Al centro c’è il santo riverso a terra che, con un ultimo gesto, alza il braccio per difendersi dall’ aguzzino, dall’alto due putti scendono fulminei per consegnare a Matteo la palma del martirio mentre, ai lati, la folla terrorizzata si muove in direzioni opposte aprendosi come un sipario sul tragico evento.

Martirio di San Matteo, Caravaggio
Caravaggio, Martirio di San Matteo, 1599-1600 d.C.

Arriviamo infine ai giorni nostri dove uno dei vantaggi tecnici è l’utilizzo del video e maestro assoluto è sicuramente Bill Viola. Parte del suo operato è incentrato sulla rivisitazione di capolavori del Rinascimento e del Manierismo: egli è riuscito a tradurre in un linguaggio comprensibile e immediato agli occhi di noi contemporanei, episodi che gli uomini del passato conoscevano e leggevano senza difficoltà. Altro merito è quello di aver “allargato il quadro”, nei suoi video infatti si può vedere una sorta di anteprima e di prosieguo delle opere d’arte più famose: nel celebre The Greeting, ispirato alla Visitazione del Pontormo, ripreso poi dal più recente The Encounter, due donne si avvicinano, si salutano e dialogano silenziosamente tra loro con un attento gioco di sguardi per poi stringersi in un rassicurante abbraccio.

The role of the filmmakers against YouTube liquid temporality

YouTube has been one of the first websites to allow worldwide users to upload and share videos. These videos are mostly amateur moving images, videoclips, but also short films by independent filmmakers.
A revolution on a global level, with a mass of contents uploaded minute after minute from all over the world. A world where everyone can handle a camera and has the means to spread his own voice and imagination.

However there remains a noteworthy risk, a risk often associated with an escalation of extreme exhibitionism, with no limits, rules or crafts. But, in the melting pot of video democratisation, there are also those who were able to find inspiration in order to create a real narrative. These are narratives with logic and coherence: basing themselves on – or actively searching for – the support of the individual, the strength arisen from the grassroots, they manage to investigate reality, exploring cultural differences or bringing out unexpected similarities. A result – an analysis, a state of play – that returns to the users themselves, as they provided rough material, and to the web itself.

Images from the mass that, once studied, selected, and reprocessed according to precise storylines, are eventually accessible, often under a Creative Commons License or on the website itself.
Video snapshots, the briefest flashes stolen from the mundane and contemporary living become an indelible testimony, fixed into the cinematic art after freeing themselves from the liquid temporality of YouTube.

LIFE IN A DAY 

In 2010 Ridley Scott, as executive producer, entrusted to Kevin Macdonald a project which will be considered as the first social, crowd-sourced feature film in history. From thousands of videos expressly uploaded on Youtube on July 24th Macdonald and his editor Joe Walker reassembled the pieces of everyday lives that eventually become history, not just a portrait of individual experiences but a testimony of an era.
In comparison, it is interesting to recall that the first Lumière films, with the exception of L’arroseur arrosé, were made to immortalize – for the first time with moving images – simple actions of everyday lives.

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EVERYDAY REBELLION

Althought not directly connected with the Youtube website, the production of Everyday Rebellion by brothers Arman and Arash Riahi was inspired by the many online videos that documented the Iranian green movement protests in 2009.
The strength of those images, images that were born in the streets and spread worldwide via the web, has been the driving force for the creation of a borderless documentary – a documentary that wants to explore the reasons and methods of peaceful protests and civil disobedience all around the world.
Even though most of the material has been directed by the two filmmakers, Everyday Rebellion also utilizes the visual contributions of anonymous activists or amateurs to become a semi-collaborative film, an analysis of contemporary history as it unfolds, narrated by those who are motivated to be part of it and change the course of historical events.

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Everyday Rebellion

THE UPRISING

The use of images from the web is even more radical in The Uprising by Peter Snowdon, a documentary depicted as “a multi-camera, first-person account of that fragile, irreplaceable moment when life ceases to be a prison, and everything becomes possible again”.
After spending days as a distant spectator of the Egytpian revolution via social networks, and after two years of studies of that material, the English documentary filmmaker decided to use those fragments to create a film entirely composed of videos filmed by citizens living in Tunisia, Egypt, Bahrain, Libya, Syria and Yemen. These were mostly anonymous contributors that risked their own lives to reveal what is usually prohibited to be filmed, seen or shared.
Far from being a simple collector of snapshots, Snowdon recreates a pan-arabic revolution, a liberatory cry that transports the audience between opposite ends of the arabic world: an audience uncapable of holding on to well-defined space-time coordinates but still carried away with faith in the protest, in a freed grassroots movement.

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Unlike Life in a Day, the above-noted documentaries use videos coming from the web which were not filmed for a specific project. All these films immortalize contemporary traditions, but here history becomes a protagonist, the moment itself becomes history and the individual disappears to become the voice of a movement, the voice of a change and the echo of his own time.

Images and videos have always documented and served as a proof for the contemporary. Fragments of reality, often almost accidentally shot, eventually became the lasting icon of an era.
How much of what is currently on YouTube will be able to last? Maybe, Snowdon and the Riahi brothers – among others – helped to crystallize those images, by giving them a tangible form.
Or maybe, these stories and images will be overtaken by new icons of a contemporary era which is still yet to come.

Cover picture: Fighting Pakistan’s YouTube ban, one hug at a time (Source: everydayrebellion.net)

Anniversari: dai fratelli Lumière a Youtube

Un giorno di febbraio di tanti anni fa, nel 1895 per l’esattezza, i fratelli Lumière brevettavano il cinematografo. “Qualche” anno dopo, nel 2005, nel mare magnum del web levava le ancore Youtube. Due invenzioni che hanno rivoluzionato, nel tempo, il modo di comunicare. Oggi questi due mezzi di comunicazione vivono rapporti contrastanti: una sorta di patto di non belligeranza, che a volte giunge al compromesso. Una sintesi molto ben riuscita di convergenze parallele in ambito artistico e tecnologico. Da queste, poi, nascono gli ibridi, i prestiti e le commistioni di genere. The Pills, il gruppo di youtuber romani, è da poco uscito nelle sale con un film.

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I milanesi, e altrettanto divertenti, de Il Terzo Segreto di Satira, invece, hanno optato per il teatro e, in generale, sulle esibizioni dal vivo. Per quanto riguarda la commistione con la tv, è bene tornare qualche riga sopra, ai già menzionati The Pills, e ricordarsi quanta fortuna portò loro “l’ingaggio” di Giancarlo Magalli l’anno scorso. In questo pastone introduttivo si intravede la struttura di un concetto che confluisce in una banale conclusione: viviamo nell’epoca della commistione dei linguaggi comunicativi. Su questo, credo, nessuno obietterà e infatti il mio obiettivo, almeno fin qui, è stato quello di non dire nulla di nuovo, quanto piuttosto, di evidenziare un dato di fatto che è sotto ai nostri occhi e che è bene tenere a mente ogni qual volta si parli delle nuove forme di comunicazione.

Cos’è cambiato dal 2005, anno di fondazione di Youtube, ad oggi? Anzitutto, come qualsiasi elemento che prende vita nel pianeta web, i fanatici del 2.0 ne sottolineano il principio democratico, secondo cui ognuno può esprimere il proprio pensiero senza particolari censure e poter essere visto da tutti, in tutto il mondo. Insomma, abbattere le  frontiere della comunicazione. Da qui, poi, le derive. Da Andrea Diprè, il sedicente critico d’arte che con le sue inchieste strampalate andava a scovare i personaggi più bizzarri che popolano questo nostro Paese, facendoli diventare delle vere e proprie celebrità tra il pubblico dei cibernauti; passando poi per la ragazza siciliana Francesca Ferrera, in arte Gemma del Sud, che si riprendeva in atteggiamenti ridicoli che l’hanno portata ad essere subissata di insulti (su di lei c’è anche una storia che gira sul web fatta di drammi familiari, maltrattamenti e violenze: anche questo è internet). La potenza del mezzo è evidente. L’hanno capito molto bene anche i terroristi dell’Isis che hanno fatto della preparazione e propagazione dei video online, la loro prima fonte di “sponsorizzazione”. I video dei terroristi, negli anni, hanno investito molto nella comunicazione, soprattutto nel perfezionamento del lavoro di post produzione dei video: montaggio e riprese sono drammaticamente ben orchestrate. Questa è la nuova frontiera della comunicazione per suoni e immagini. Nel frattempo, Andrea Diprè, sempre più travolto dal suo stesso personaggio, si è dato al porno, la più grande industria del web.

Arlecchino part-time

≪Arlecchino era un mezzo diavolo, ha a che fare coi sogni, quelli che ritrovi in certe persone≫

   Intervista a Paolo Rossi – Andrea Pocosgnich

 

Nella settimana del carnevale non si può non pensare alla figura di Arlecchino, prima espressione del mascheramento, con la sua tunica di pezze colorate e la maschera demoniaca.

Egli nella Commedia dell’Arte è uno Zanni (antica maschera bergamasca) un servo, buffo ma soprattutto furbo, in grado di mandare avanti l’azione improvvisando e rinnovandosi di volta in volta, nella Commedia dell’Arte come nella vita.

Oggi l’Arlecchino, furbo e benevolo, è tornato all’attualità, non solo per l’impresa dei grandi registi contemporanei di rimettere in scena il teatro delle maschere, quanto più come riflesso di un atteggiamento sociale.

Gli Arlecchini nel 2016, sono quelli che tentano di capire come difendersi da una situazione economica, sociale e civile; tanto difficile da non permette di intravedere soluzioni o vie d’uscita. Con prontezza e scaltrezza, giovani e meno giovani, si reinventano per adattarsi e sopravvivere in un mondo in cui il problema principale oltre alla crisi economica è il cibo e la mancanza di materie prime, una società tanto malata che nonostante ciò non sa vedere oltre i concetti di guadagno, successo e visibilità; ma fortunatamente ci sono gli Arlecchini che tentano il confronto e cercano di fare discorsi intelligenti, per smuovere una coscienza critica reincarnandola nella satira.

È questa la situazione dei tanti migranti sociali, intesi non solo come quelli che lasciano la terra natia alla ricerca di nuove vie, ma anche di quelli che per andare avanti cambiano lavoro ogni mese, si mettono nelle mani delle agenzie interinali, sfruttano ogni occasione e non si lasciano abbattere; è la società dei freelance, collaboratori esterni, di quelli con la partita iva, compenti e capaci; che saranno la svolta per una civiltà che guarda al cambiamento.

 

Cercami con le tue passioni, SparkMe

In un mondo sempre più social le novità non mancano di certo e SparkMe (link) ne è la prova. App che consente di conoscere nuove persone condividendo interessi comuni, è disponibile sull’ app store dal 15 giugno scorso. In questa settimana dedicata al Carnevale e al migrante sociale, Pequod ha scovato questa chicca che al meglio rappresenta il cambiamento nell’approcciarsi all’altro. Trovare e contattare ad ogni costo qualcuno che condivida le stesse passioni in un grande contesto cittadino (che forse, ancora spaventa un poco).

L’ideatore, insieme ad un gruppo di suoi coetanei, è Marsel Nikaj, giovane universitario di 23 anni nato in Albania e cresciuto a Varese. «Questa applicazione si focalizza sul social dating abbattendone il puro aspetto superficiale e mettendo in contatto le persone per affinità di interessi», spiega Marsel.

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La prima realise è stata rilasciata su piattaforme IOS ed è scaricabile gratuitamente dall’ app store del proprio Iphone. Il suo funzionamento è molto semplice: una volta creato il nostro account andremo ad impostare la nostra immagine del profilo e sei immagini opzionali che diano un’idea dei nostri interessi. Il passo finale consiste nello scegliere tre passioni selezionabili tra 104 disponibili divise in sei macro-categorie e tre luoghi preferiti, ciascuno accompagnato da un’immagine e da una breve descrizione. Dopo di che SparkMe suggerirà all’utente persone affini e che sono geograficamente vicine, mentre con il tasto “Esplora” permetterà di poter visualizzare i profili di tutte le persone con cui poter entrare in contatto ed aumentare il numero dei propri “Sparkers” utilizzando il tasto “Spark”. Infine si potrà inviare una richiesta di amicizia che, una volta confermata, permetterà di chattare. Ma le novità non finiscono qui e secondo il giovane ideatore: «in futuro sarà possibile creare dei gruppi personalizzati che si basano esclusivamente sui propri interessi in modo da poter connettere ancora meglio le persone che utilizzano l’app».

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Ma come mai un ragazzo così giovane ha pensato a dar vita ad un’idea così innovativa? «Tutto è nato circa un anno fa: stavo bevendo un caffè con un mio caro amico ed entrambi riflettevamo sul mondo del social dating, su come molto spesso questo mondo si basi quasi esclusivamente sui flirt. Così mi sono detto: perché non creare un qualcosa che permetta di incontrare nuove persone grazie a ciò che l’accomuna e condivide? Da qui è partito il progetto SparkMe!». Progetto che vede alla base un’idea di fondo: «il mio desiderio sarebbe quello di poter lasciare un segno, un qualcosa che attesti che il nostro passaggio non sia inutile» e sicuramente SparkMe è un buon punto di partenza per realizzare questo desiderio.

SparkMe (link facebook) può rappresentare una svolta nel mondo dei social dating. Anzi, forse è proprio la svolta di quel mondo. Non più una chat fine a se stessa ma una chat che può portare ad un qualcosa di piacevole e anche di costruttivo, perché coltivare le proprie passioni è, probabilmente, ciò che ci permette di realizzarci meglio e quindi perché non farlo insieme ad altre persone che condividono i nostri stessi interessi?

Darsi alla macchia e fiorire: una migrazione in Maremma

Capita il momento in cui l’inadeguatezza preme e schizzare via è l’incerto palliativo.
Meta fantasticata, rinnovare la mente, andare a caccia: questo serve e questa è l’idea-propulsore per raggiungere la velocità di fuga.
Andare come unica possibilità di sanità spirituale, farsi proiettile e concedersi a gravità altre.
Così nel Marzo 2013, in muta euforia, lascio la scolorita valle natale bergamasca e prendo il treno che si rivelerà essere il più fecondo della mia giovinezza.
Sarei dovuto partire per un’esperienza di 2 mesi. Sono passati 3 anni.

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La Toscana è armonica come si crede, non delude attese, ti fa microbo e partecipe al ciclo.
Qui ho trovato il respiro, il fissare i bei momenti, l’indizio di vita nella terra.
Le colline ospitano gli scenari variopinti delle macchie boschive che spartiscono ondulati spazi con i pascoli, le vigne con gli uliveti e, là, l’Argentario apre l’occhio alla Panthalassa.
Il cielo, la notte, è il più generoso che abbia mai visto: pulita volta tempestata dal palpito delle costellazioni.

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Arrivai a Ripacci (frazione rurale di Scansano, paesino nel mezzo della Maremma), presso l’azienda agricola Podere Novo, da wwoofer ovvero apprendista volontario in cambio di vitto e alloggio.
In breve tempo ho potuto munirmi dei rudimenti per condurre una vita agricola in buona parte autosufficiente. Oggi qui ci lavoro.
Isolata, a 7 km dal paese, questa contrada contadina crea una piccola comunità sinergica, un insolito e azzardato tentativo di condurre una vita sociale d’altri (nuovi) tempi.
La fattoria nacque 30 anni fa come progetto di comune rurale dall’entusiasmo di una dozzina di persone provenienti da svariate regioni italiane; ristrutturarono un rudere riconvertendolo ad abitazione e attorno costruirono stalla, caseificio e un’incantevole sala da meditazione. Eressero persino un rustico teatro a cielo aperto dalla tribuna in roccia che sorge tra l’uliveto e il versante dei campi, custode di un’arcana e magnetica atmosfera.
Romanticamente, pare qui latitino i ricordi di chi viene a cercare un abbraccio nel panorama.

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I giorni corrono tra le innumerevoli attività stagionali d’orticoltura e raccolta e la puntuale cura del bestiame. Nei mesi più caldi si aggiunge l’impegno in agriturismo.
Fossi solo, non sopporterei il ritmo a lungo, ma fortunatamente la costante presenza d’altri wwoofer concede tempi di lavoro ottimali e condivisione del quotidiano.
L’azienda, oltre ad essere prossima alla costa, situa a poco più dimezz’ora di auto dalle sorgenti termali d’acqua sulfurea di Saturnia, il bacino del fiume Albegna e le pendici del monte Amiata.
In un’area così contenuta ogni genere di scenario è contemplabile, perciò domeniche e giorni festivi si risolvono in sempre differenti escursioni.
Una profusione di giovani che vanno e vengono sperimentando qualche settimana o mese di vita agreste (i wwoofers sopracitati) tiene vivo il rapporto umano, la gioia dell’aver intrapreso questa via, lo studio dei caratteri e del linguaggio (2 volontari su 3 sono stranieri: ciò sprona a perfezionare il proprio inglese).

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Da 2 mesi a 3 anni dicevo.
Fuggire da una gravità non significa essere immuni ad altre, maggiori.
Va tutto bene. E’ perfetto. Le mani nella terra, i piedi sui prati finché ciò mi nutre.
Poi nessun problema.
Lo abbiamo ormai imparato: sappiamo evadere.

Arlecchino, il migrante sociale

Bergamo al tempo del Rinascimento non è che brillasse per fermento culturale o grandi corti di intellettuali. C’era cultura a Bergamo, ma non c’era una cultura bergamasca e salvo i colti festini della cricca del Colleoni, il resto della popolazione guardava alla Serenissima con la voglia di prendere e partire. Sia gli intellettuali che i popolani sentivano il bisogno di una nuova linfa vitale: molti decisero di andarsene dalle impervie valli per dirigersi verso città portuali come Pisa, Livorno, Genova e Venezia, dove i bergamaschi di montagna, laboriosi e forzuti, erano molto ricercati.

Facchino, manovale, servo erano i lavori più abbordabili nonché i più degradanti e, come accade ancora oggi: “Maledetti questi bergamaschi che ci rubano il lavoro!”. Dalla loro però avevano da giocarsi la carta della simpatia: un aspetto ridicolo, il gozzo – causato da acque cattive e pessima alimentazione – che gonfiava il collo e un dialetto molto stretto, ma che fornì a queste persone l’occasione di diventare degli attori professionisti.

Claudia Contin "Arlecchino", attrice italiana che porta in scena la più nota delle maschere maschili
Claudia Contin “Arlecchino”, attrice italiana che porta in scena la più nota delle maschere maschili

L’ “Arte” della Commedia, infatti, altro non è che “mestiere”, e i nuovi protagonisti della scena avevano mestiere da vendere: abilità diverse (canto e ballo, recitazione e acrobazie) si adattavano all’esile drammaturgia dei ‘canovacci’, in un continuo alternarsi di comico e drammatico, di battibecchi tra borghesi saccenti e Zanni sempliciotti ma efficienti e delle romanticherie degli innamorati; trame semplici e ‘tipi fissi’ che attirano il favore di ogni tipo di pubblico.
Il segreto del fascino della Commedia dell’Arte stava nell’improvvisazione, una ricerca lunga una vita che non ha nulla a che fare con l’incompetenza. Pensate a qualcosa come una jam session: in scena gli attori improvvisavano sul testo affiancando alle battute collaudate i detti popolari e riferimenti ammiccanti all’attualità del posto; attori che assimilavano qualsiasi forma spettacolare incontrata in viaggio, rinnovando continuamente la propria presenza scenica.

https://www.youtube.com/watch?v=LYpNlHuHPQg

Accademici ed ecclesiastici aberravano tutto questo ciarlare nelle piazze: «i loro costumi sono questi: il saper vivere sempre per le osterie, l’essere vagabondi, spergiuri, ciarloni, puttanieri, giocatori e per corona di tutto bugiardi sopraffini». Le loro donne? Catalogate come «puttane erranti».
Già l’essere attori faceva di loro persone al limite della società; aggiungeteci il fatto di non vivere stabilmente a corte, sotto le dipendenze di un nobile signore, ma per strada: la piazza era il palcoscenico. Perché piacevano questi Zanni? Perché parlavano di tutto il popolo, del contadino bergamasco e dello schiavo veneto, dello spocchioso capitano di ventura e del dottore intellettualoide. La società che li accoglieva, nel bene e nel male, era l’ispirazione per lo sviluppo di trame rocambolesche dove gli unici obbiettivi dei servi Zanni e Arlecchino erano mangiare, bere e concludere qualcosa con la servetta di turno.

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Ma dietro la maschera c’è molto di più: tra coriandoli e stelle filanti, nel Carnevale riaffiora un rito antichissimo, il gioco magico e religioso del travestimento che è alle origini della storia dell’uomo.
Dietro la maschera c’è un attore che sfida i propri limiti, che smaschera bugie e lusinghe della parola e della mimica facciale rivelando la verità del linguaggio del corpo.
Dietro la maschera c’è un uomo che si trasfigura per adattarsi o opporsi a una nuova società, ieri come oggi.

Con buona pace degli aristocratici, i comici dell’arte hanno avviato una grande rivoluzione teatrale e sociale. La Commedia dell’Arte è alle origini del teatro moderno, fatto di attori professionisti e pagati, ma anche dell’emancipazione della donna, per la prima volta accolta su un palcoscenico senza dubbi sulla sua moralità, e dell’emancipazione sociale di chi, vagabondo per necessità, ha fatto dell’itineranza una scelta di vita o, almeno, un viaggio alla scoperta dell’altro e di se stesso.

Articolo di Sara Alberti e Alice Laspina

Job market for young students? Whatever the question INTERNSHIP is the answer

Studying and working can be seen as two different worlds sometimes, being the former really focused on theoretical frameworks while the latter is more focused on being productive, efficient, and independent.

More and more companies are hiring new employees with one pre-requisite that nine times out of ten makes them standing out from the crowd: working experience. The question rises naturally, how can you expect a new student who has just finished her/his studies to have already such experience?

There should be a starting point, there should be a chance to fill this gap between the academic world and the working one. What is the trade-off of such system?

Most of the time the answer is simply one: INTERNSHIP, which generally can last from 6 months to one year and the main aim of the company is to introduce the new student in the working environment starting with basic tasks to make her/him accustomed. Subsequently, the student is involved in more complex tasks which are pertaining to her/his domain of expertise. Benefits in terms of employability and success can be noticed at first glance in figure 1.

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Figure 1. Job offers and internship

The type of internship can vary according to the type of institution/organization, which can be for profit, nonprofit, private, federal or local. What emerges in all the different organizations is that all the paid internships are more likely to provide a full time offer when compared to unpaid ones. When it comes to receive a full time job offer, the difference shown in figure 2 underlines a considerable advantage for those who did a paid internship.

Figure 2. Full time job offers by paid or unpaid internship
Figure 2. Full time job offers by paid or unpaid internship

Three essential constituents involved in the job market system are students, universities, and companies. Given the importance of the internship in order to get access to the job market easily, universities represent the bridge between students and companies. Several universities provide online platforms which put in contact students and companies, job vacancies or internship positions are constantly uploaded, others organize career days where students have the chance to meet the company delegates who are looking for new potential employees.

Dutch universities make this connection possible by providing detailed online sections regarding the labor market and all the important steps to take to find the best working path for each candidate. For example on the UvT  website, these sections include training courses, workshops, CV consultations, application advices, career events and also insights on the labor market trends. In addition to these, active student associations give their contribute to the pursuit of job experience both at national and international level. One of the most known and active organization is AIESEC, which counts more than 70.000 members worldwide spread in 2400 universities in 126 countries.

Several leading companies cooperate with AIESEC to allow young students to develop their potential, gain experience, and widen their horizons through global internships.

AIESEC

If companies and private institutions appear to be a bit hesitant before hiring a new young employee with no experience at all, on the other hand a new young employee with such experience reached during an internship represents a more desirable candidate. The reason for such type of choice can be found in the considerable cost that a company has to invest if the candidate has no prior knowledge of practical tasks required or even if the theoretical knowledge goes beyond the practical one.  For the state of the job market which nowadays is getting more and more dynamic, hectic, and specialized such asset can represent a crucial element in the job offer and hiring process. All the necessary ingredients to boost a young student’s leap into this competitive and challenging arena are available around them, the rest depends on personal motivation, capability of adaptation and fast learning, positive aptitude, and of course a bit of luck.

Si stava meglio quando gli altri stavano peggio

Il dibattito riguardo l’ambiente e i cambiamenti climatici sta diventando fortunatamente ogni anno più acceso e l’attenzione ad uno sviluppo sostenibile è finalmente diventata una priorità per alcuni Stati, anche per alcuni storicamente reticenti all’affrontare questa tematica, come si è potuto vedere dai risultati (anche mediatici) della COP21 di Parigi.

Tuttavia l’approccio a questi temi è quantomai variegato e servirebbe fare un poco di chiarezza.

Questo articolo, che dovrebbe essere una sorta di contraltare all’intervista fatta dagli amici di Pequod al presidente del ‘Movimento per la decrescita felice’, propone di analizzare, in modo assolutamente non esaustivo, alcune proposte dei teorici della decrescita. 

Infatti, benché io mi possa trovare sotto molti aspetti d’accordo con le loro posizioni, ritengo che siano da riportare alcune precisazioni, anche di carattere terminologico e tecnico.

Oggigiorno l’impatto dell’uomo sull’ambiente è indiscutibilmente enorme e dovrebbe senza dubbio essere ridotto. Purtroppo, per ottenere quest’obiettivo solamente due strade sono possibili: o si effettua unadecisa riduzione dei consumi o si ottiene una migliore efficienza energetica, passando anche attraverso l’utilizzo di fonti pulite o rinnovabili.

La decrescita è, per definizione, il primo dei due percorsi appena proposti e presenta enormi criticità: una contrazione dei consumi porta logicamente ad una riduzione del PIL che di per sè potrebbe anche non essere un problema (secondo le teorie di Bauman, ad esempio) ma questo significa al contempo una altrettanto inevitabile riduzione dei posti di lavoro.

E qua la faccenda si complica un poco.

Ad oggi (quasi) nessun occidentale baratterebbe il proprio impiego per un minore livello di emissioni. Allo stesso tempo, l’esigenza di un ambiente più pulito è percepita dalla maggior parte della popolazione come secondaria e sottostante ad altri bisogni, primari e non (dal cibo allo smartphone, per intenderci).

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Serge Latouche, autore del libro “Breve trattato sulla decrescita serena” e altri testi affini.

Ma consumiamo davvero così tanto? Serve davvero ridurre il nostro tenore di vita?

Abbastanza. In Europa, di media, si consumano poco meno di 5 GWh all’anno (fonte Banca Mondiale), la metà dei cittadini USA e molte volte il consumo di un paese in via di sviluppo.

Posto che il limite minimo di consumo annuo per un essere umano è da considerare attorno ad 1 GWh, ovvero l’energia contenuta nel cibo necessario al sostentamento, si potrebbe ragionevolmente ipotizzare di poter contrarre il nostro fabbisogno di energia di un 20-25% arrivando a circa 3,8KWh.

Tuttavia questa riduzione non potrebbe rappresentare un equilibrio stabile e sostenibile, a tecnologie date, sul lungo periodo.

Infatti, qualora ogni persona al mondo consumasse questa quantità, si arriverebbe ad un livello totale di energia richiesta superiore a quello attuale: ad oggi il consumo medio si attesta a soltanto 2KWh circa, grazie soprattutto al grave ritardo di sviluppo di alcuni paesi molto popolosi, come l’India, dove ogni cittadino consuma meno di 1 GWh/anno. Tuttavia questo divario si sta progressivamente assottigliando e i governi dei paesi in via di sviluppo sono tutt’altro che favorevoli ad un rallentamento, come affermato durante la conferenza di Parigi.

Inoltre serve anche precisare che una stagnazione della nostra economia, se non coincidente con un analogo freno dei paesi emergenti, farebbe perdere all’occidente il proprio ruolo di guida mondiale. E anche questo tema credo possa essere non troppo condiviso dalla popolazione e dai governi.

In sostanza, una riduzione dei consumi, e la decrescita, non sembrano rappresentare una soddisfacente risposta per contrastare l’impatto ambientale dell’uomo, ormai vincolato alla sua eccezionale dimensione demografica.

Ragionando in tema di tecnologie verdi si potrebbero forse dischiudere spazi un poco più ampi: in questo caso si parla comunque di sviluppo sostenibile, cosa ben diversa da decrescita.

Purtroppo la disponibilità energetica da fonti pulite non riesce ad oggi non solo a colmare l’attuale domanda (fonte David MacKay, Without Hot Air, libro fatto benissimo, che si trova gratuitamente online e che incoraggio a leggere) ma risulta essere anche estremamente dispendiosa: in questo senso solo un progressivo miglioramento delle tecnologie potrà portare ad un aumento del loro impatto sul bilancio energetico globale.

Sfortunatamente la ricerca di queste nuove soluzioni è molto dispendiosa in termini economici e nessun privato è in grado (o interessato) ad affrontare quest’impresa. Ecco dunque che i ruoli della politica e dello stato diventano centrali, anche se complicati.

Domani mattina il caucus dell’Iowa esprimerà le prime effettive indicazioni rispetto ai candidati repubblicani alla Casa Bianca e tutti i paesi del mondo occidentale guardano a questo evento con interesse in quanto sarà il primo elemento del futuro puzzle mondiale: tuttavia una cosa è certa, nessuno dei candidati parla di ambiente e di clima e questo è emblematico.

Infatti, uno dei più grandi meriti dell’amministrazione Obama è stato quello di porsi come obiettivo insindacabile l’autonomia energetica attraverso le fonti tradizionali e al contempo di disporre concreti piani di sussidio per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie verdi. Purtroppo, ad oggi, questi finanziamenti non hanno portato a risultati concreti e probabilmente saranno un grosso scotto da pagare per i democratici nelle elezioni di Novembre.

I cittadini statunitensi hanno, da una quarantina d’anni, una scarsissima passione per l’intervento statale e la spesa pubblica, specialmente se questa non genera profitti. E gli investimenti in materia energetica sono spesso sostenuti in un’ottica differente rispetto al mero ritorno economico.

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Questa realtà è enfatizzata nel caso statunitense proprio per la sua particolare condizione sociale e culturale, ma è presente in qualsiasi Paese: ad oggi i maggiori investimenti (in termini proporzionali) sulla sostenibilità energetica sono prevalentemente effettuati da quei Paesi che si trovano in ‘deficit positivo’, dall’Europa del Nord (Norvegia e Danimarca) agli Emirati Arabi (Abu Dhabi), e che possono quindi affrontare delle spese non remunerative e non di immediata utilità.

Al contrario, tutti le grandi nazioni europee, che si trovano a dover districarsi tra le complicate problematiche di bilancio emerse dalla crisi del debito sovrano, faticano a racimolare consenso su questa tematica, soprattutto tra le classi più deboli della popolazione.

Anche in questo caso diventa quindi fondamentale la volontà politica e sociale che, attraverso una nuova coscienza condivisa e responsabile, può portare lo Stato ad ampliare il proprio impegno nello sviluppo sostenibile.

Serve quindi creare questa nuova prospettiva, e su questo tema sono perfettamente d’accordo con il Movimento per la decrescita felice: senza una chiara e decisa presa di posizione di tutti verso una maggiore responsabilità sociale sarà molto più difficile, se non impossibile, conseguire i necessari risultati perché nessuno avrà abbastanza credito e tempo per farlo.

Articolo di Andrea Armani.

The Bottom Up – Rivista

Intervista al Movimento per la decrescita felice, la critica al sistema economico tra Pil, coriandoli e Arlecchino

Coriandoli, maschere e carri: Carnevale sta arrivando! La dissolutezza, padrona vera della festa, potrà agire incontrastata, sovvertendo ordini sociali e rapporti di supremazia. Tutto viene capovolto, destabilizzato attraverso un’orgia di colore, perché questa festa è così; nasce per sovvertire e sublimare, centrifuga i ruoli e mischia le carte tra chi è servo e chi è servitore. Ne è un esempio la storia della celebre maschera orobica di Arlecchino, che con il suo comportamento furbesco e truffaldino prova a farsi beffe del padrone per il quale lavora, arrivando talvolta ad umiliarlo. È il caso del padrone diventato cieco, deriso a sua insaputa e vessato da “servili” fendenti di bastone utili a condurlo come una bestia da soma.

Soffermandoci su questa maschera, importante protagonista della Commedia dell’arte italiana dal XVI secolo, non possiamo fare altro che annotare il suo ruolo di sberleffo colorato della società borghese, classe sociale dominante di allora.

 

Come Arlecchino ieri, oggi un’associazione, il Movimento per la decrescita felice, si diverte a smontare e sovvertire il pensiero dominante contemporaneo, discostandosi dalla logica del successo misurato con il PIL; anzi, ritenendo che ad ogni aumento del PIL si possa riscontrare una proporzionale diminuzione della qualità della vita. Qualità, questa, ritrovata e valorizzata con il ritorno alla campagna. Come? Insegnando ai giovani le tecniche di recupero delle pratiche tradizionali, adoperate dai nonni nelle campagne d’Italia e oggi utili per affrontare la crisi economica e l’oscura emergenza ecologica planetaria. E qui troviamo l’ennesima similitudine con Arlecchino, o meglio, con il suo avo medioevale, Hellequin, personaggio proveniente dalle fredde e cupe lande nordiche (la trasposizione contemporanea, vien da sé, va alle sconfinate aree urbanizzate), e successivamente migrato verso latitudini meridionali, dove si sarebbe sovrapposto ai riti di estrazione agricola legati al culto della fecondità vegetale.

 

Ma ora proviamo a capire quali sono gli obbiettivi, il pensiero e gli strumenti del Movimento per la decrescita felice; ne parliamo con Jean-Louis Aillon, presidente dell’associazione.

Buongiorno presidente.

Buongiorno Mirko. Siamo coetanei, perciò diamoci del tu, ti va?

Certo! Allora, anzitutto parlami della visione del Movimento per la decrescita felice.

L’associazione si fonda su un pensiero che è anche una filosofia di vita, un progetto non solo sociale ma anche politico, spirituale, che si sviluppa attorno a un concetto: “si vive meglio consumando meno”. Attraverso un percorso di decrescita, o meglio, di rinuncia alla fede cieca della crescita come unico scenario percorribile dall’umanità.

Quali sono le azioni concrete per attuare tale rivoluzione culturale?

Sono azioni quotidiane connesse tra loro: sicuramente lo sviluppo della tecnologia non fine a se stesso, ma funzionale all’aumento dell’efficienza energetica; successivamente un progetto politico pronto a cogliere il cambiamento, dove per “progetto politico” s’intende non di un sistema partitico, ma di una gestione attenta della polis, sganciata dalla logica del profitto a tutti i costi. L’economia deve tornare uno strumento dell’uomo e non viceversa.

Una politica fatta di gesti quotidiani: in che senso?

Una gestione della polis che provi a diffondere un diverso paradigma culturale. Facciamo qualche esempio: per noi bere l’acqua in borraccia è un gesto politico, fare un orto in città è un gesto politico, andare in bicicletta è un gesto politico… insomma, comunicare alla gente che c’è un modo più credibile e più sostenibile per vivere.

E il legislatore?

Se ci sarà qualcuno in grado di fare delle leggi in questa direzione, ben venga. Noi vogliamo assumere il ruolo di ispiratori, ci piacerebbe che qualcuno, all’interno dello scacchiere politico, cogliesse il nostro input culturale. Perché oggigiorno è chiaro che sia la destra che la sinistra non si discostano dalla ricetta della crescita, dalla stessa errata visione: c’è bisogno di introdurre nuove idee, nuovi valori in politica.

Jean-Louis, svaghiamoci un po’, andiamo al cinema o a teatro…

A questo proposito, bisogna dire che c’è tutta una produzione cinematografica che è funzionale al mantenimento del sistema predominante di valori.

Cioè?

Parlo del mainstream, della grande produzione hollywoodiana di massa. I valori vincenti e predominanti restano sempre il successo, il lavoro, un costante atteggiamento di dominio verso la natura, l’edonismo del consumo. A noi piacerebbe decolonizzare l’immaginario, proponendo una visione diversa, dove colui che risparmia non sia visto come un taccagno ma come una persona sobria, portatrice di un modello positivo, utile al benessere di tutti. Dove vivere senza sprechi possa essere una condotta vincente. L’arte è importante perché, se ben orientata, può incanalare messaggi e valori che potrebbero stravolgere questo mondo arrivando con immediatezza all’emotività delle persone.

 

Mi segnali qualche esempio di produzione “virtuosa”, fuori dagli schemi consolidati?

Penso a uno spettacolo teatrale molto bello proposto dalla compagnia Papalagi, composta da operatori e pazienti psichiatrici, organizzato dall’Usl di Lucca. È uno spettacolo incentrato sui racconti di un capo-comunità delle iole Samoa che fa ritorno alla sua tribù, che riporta tutto quello che l’Europa gli ha lasciato come viaggiatore, come testimone distaccato del nostro mondo.

Insomma, un’arte portatrice di valori condivisi nuovi o semplicemente rivisitati, come l’importanza dell’agricoltura e l’impegno dei giovani.

Sì, infatti il primo passo verso il cambiamento è l’evoluzione dell’immaginario collettivo, che in passato ha reso poco appetibile il contesto agricolo, il lavoro in campagna. Una mia amica insegnate raccontava che a Salerno un bambino veniva segnalato come “anomalo”, “problematico” perché riferiva di amare la terra. Non è necessario che facciamo tutti i contadini, chi non vuole potrà continuare a fare altro, ma la rivoluzione culturale dovrà portare a vedere il contadino come un mestiere nobile e ad arricchirlo con una formazione universitaria in grado di porre questa attività come un tassello per un futuro diverso.

Dunque il ritorno alla campagna può rappresentare un palliativo alla disoccupazione giovanile?

Sì, assolutamente. Se fatto con la testa, attraverso un percorso accademico professionalizzante, in realtà associative utili allo sviluppo della biodiversità e dell’eccellenza del territorio, secondo i metodi della permacultura.

Parlando di ritorno all’agricoltura, un cenno al  vegetarianesimo è d’obbligo…

Noi del movimento abbiamo un approccio assolutamente libero, rimane però la consapevolezza che sia la scelta più sostenibile. Lo dice un carnivoro che però si impegna a limitare fortemente il proprio consumo di carne.

E poi ci sarebbe il tema Expo, la neocolonizzazione chiamata eco-sostenibilità, la questione dei Paesi emergenti… Insomma, c’è materiale per scrivere un altro pezzo sulla rivoluzione del Carnevale, o forse su una vera e propria rivoluzione culturale, se è vero che oggigiorno la cultura dominante può essere ben sintetizzata da una massima del filosofo polacco Zygmunt Bauman: «Se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo».

Il ghetto ebraico: un silenzioso labirinto nel cuore di Bologna

Dimenticatevi la frenesia e il traffico di via Rizzoli a Bologna e addentratevi con me nel suo ghetto ebraico.

Era il 1506 quando lo Stato Pontificio sottometteva Bologna ed era il 14 luglio 1555, in piena età controriformista, quando Papa Paolo IV con la bolla Cum nimis absurdum, tradotto “perché è oltremodo assurdo”, costringeva intere comunità ebraiche ad emigrare. In breve, la bolla consisteva in una legge che limitava i diritti degli ebrei e imponeva ai credenti di portare un distintivo giallo che li escludeva dal possesso di beni immobili e dall’esercizio di alcune professioni, tra cui quelle sanitarie. Ma soprattutto sanciva la costruzione di apposite aree entro le quali gli ebrei avrebbero dovuto obbligatoriamente vivere, i ghetti. In particolare, gli ebrei bolognesi vennero rinchiusi l’8 maggio del 1556 e ci rimasero fino al 1593, quando furono definitivamente cacciati.

Oggi il ghetto, delimitato da via Zamboni, via Oberdan e via Marsala, conserva la struttura urbanistica originaria, ovvero un complicatissimo groviglio di vicoli stretti e portici in sequenza, avvolti da un’atmosfera così tranquilla da avere l’impressione di trovarsi in un’altra città. L’accesso all’area era regolata da due cancelli: il primo all’imbocco con via De’ Giudei, e il secondo nell’attuale via Oberdan (un tempo via Cavalliera). Percorrendo via del Carro si incontra via dell’Inferno, l’arteria principale, dove al civico 61 vi sorgeva la sinagoga del ghetto, di cui oggi ne rimane solo una targa in memoria.

Dunque, posate cartine e mappe e lasciatevi guidare dalla mano di Fatima. Vi condurrà tra le vie di questo emblematico labirinto, fino al Museo Ebraico in via Valdonica, dove avrete la possibilità di ripercorrere la storia della comunità ebraica bolognese e non solo.

Una riflessione: minoranza che avanza

Parlare di Giorno della Memoria significa impegno a riflettere, a richiamare nella mente le cose apprese.

E se l’omofobia, la paura del diverso e le discriminazioni in genere sono le nuove malattie della società odierna, iosonominoranza.it  è il farmaco orientato a curarle.

Iosonominoranza è un progetto di Think community che nasce nel contesto veronese, uno spazio di condivisione e di scambio per proporre il nostro punto di vista minoritario, si legge. Il sito (nomination ai Macchianera Italian Award 2015, tra i migliori siti LGBT) è un agglomerato di contributi di vario genere, un contenitore aperto alla partecipazione di tutti, che restituisce una panoramica sulla lotta contro tutte le discriminazioni. Come tutti i progetti ben riusciti nasce da un bisogno: superare l’incomprensione, l’intolleranza, la sensazione di non accettazione e diversità. Il fine ultimo è proprio quello di costruire una società più aperta, unita, sana e rispettosa della diversità di ognuno, qualunque essa sia; il mezzo è quello di un orgoglioso e festoso condividere che cerca, nel frattempo, di abbattere tabù e sradicare ignoranze.

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Attualità, cultura, testimonianze, esperienze, petizioni, approfondimenti, sono tante le sezioni in cui il sito è articolato. Tra le parti più scanzonate possiamo citare la rubrica video Pink Logan Risponde, animata dall’ esuberante drag queen Pink Logan, pensata per risolvere dubbi e rispondere alle domande della community. Altra felice risorsa di intrattenimento sono i loaded del programma radio @GayBar di Radio Stonata, dedicato alla comunità LGBT italiana: vero e proprio progetto sociale che di puntata in puntata affronta e approfondisce un argomento differente.

Selezionando uno fra i tanti percorsi offerti, posso menzionare la sezione Fuori dall’Armadio, dedicata al coming out. Lungi dal voler indicare una sorta di percorso obbligato, vuole semplicemente essere un punto di riferimento o appoggio per tutte quelle persone che hanno intenzione di dichiararsi ai loro cari. Dall’accettazione di sé stessi si passa attraverso le ragioni, i modi, i tempi per arrivare sino alle reazioni, alla creazione di un momento di transizione condivisa, di ascolto e comprensione reciproca.

 

L’ evento significativo del passato weekend, quando le associazioni LGBT si sono riversate nelle piazze al grido di #svegliaitalia, in vista della discussione al senato del ddl sulle unioni civili, è uno spunto di riflessione su cui il Paese non può più temporeggiare. Visitare iosonominoranza è un’occasione per imparare a vedere l’altro, liberandosi da inutili specchi deformanti. Opportunità per riflettere.

Guardare oggi la storia nei paesaggi di Varsavia e Berlino

Beatrice atterra in aeroporto, di ritorno dalla Polonia; la vado a prendere con una punta d’invidia e molta curiosità: dovevo essere con lei ad esplorare una tra le più famose città teatro della Seconda Guerra Mondiale, ma gli impegni lavorativi me lo hanno impedito.
Così appena sale in macchina, la investo di domande; non vedo l’ora di sapere: «Com’è Varsavia?»
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Mi aspetto racconti di monumenti e memoriali, essendosi nella sua breve gita concentrata sulla Città Vecchia, invece Beatrice inizia descrivendomi parchi e palazzi:
«Il parco Lazienki è un’immensa distesa di verde al centro della città, intervallato da architetture sei/settecentesche. È come un giardino incantato in cui appaiono palazzi da fiaba, laghi e statue; tra cui il monumento a Chopin, uno dei più famosi di Varsavia.»
La interrompo subito: io voglio sapere del sapore di storia della città, del suo ghetto e di come i suoi abitanti ci camminino. «Ma il ghetto è rappresentato soltanto da una linea tracciata a terra che ricorda le mura che lo cingevano; puoi camminare da una parte all’altra, ma anche passarci sopra, e puoi non accorgertene nemmeno! All’interno c’è la Via della Memoria, con alcuni monumenti dedicati agli ebrei.»
«E quindi che impressione dà muoversi tra le case di Varsavia?» «La città è molto bella, ricca di palazzi colorati, di giardini e piazze; ovunque si posi lo sguardo, s’incontrano attrazioni esteticamente indiscutibili: dall’impeto della Statua della Sirena ai caldi mattoni del Castello Reale, dalla maestosità della Cattedrale di San Giovani Battista al fiabesco Barbacane. Se però cerchi un riscontro all’immagine della città di cui raccontano i libri di storia, allora ciò che ti circonda appare come un grande parco giochi: tutto è stato ricostruito, fino a non lasciare traccia dei bombardamenti subiti.»
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La mia mente, con un breve volo pindarico, si sposta alla città di Berlino, dove io e Beatrice abbiamo passato qualche giornata assieme, un po’ di mesi fa. Ovviamente penso al gigantesco Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa e al Museo Ebraico, ma soprattutto la mia memoria si concentra sull’atmosfera che aleggia nella città: su quei segnali di passaggio della storia e di continuo rinnovamento dei tempi che parlano in tutte le strade. Massima espressione del sincretismo epocale è l’East Side Gallery, quotidiana reinterpretazione del concetto di libertà, ma anche ultimo tracciato di un muro che sollecita la memoria storica. Con un sorriso ricordo il travagliato viaggio che abbiamo intrapreso per raggiungere il quartiere russo, dove aveva sede una collettiva di performer provenienti da tutta Europa, e i pasti a base di noodles cinesi vegetariani, mentre Beatrice si gettava nell’ennesimo kebab turco; ripenso all’accoglienza dell’ostello francese e dei suoi piccoli letti in legno e al pessimo caffè americano preso per scaldarsi dal vento di Alexanderplatz.
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Due modi diversi di interpretare la storia, due modi diversi di rapportarsi al presente: Varsavia si è raccolta in se stessa ed è oggi un piccolo gioiello settecentesco entro l’Europa del XXI secolo; Berlino si è aperta all’esterno, diventando baluardo europeo dell’internazionalità, dell’integrazione e dell’innovazione. Entrambe sono città che raccontano una storia e che si fanno emblema di come l’estetica di una città influenzi gli orizzonti anche interiori di chi la abita.
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Le cicatrici di Lanzmann

A tutti quelli che conoscono a menadito il lavoro di Claude Lanzmann farà piacere sapere che è in arrivo un biopic, firmato dal giornalista americano Adam Benzine, nominato nella cinquina dell’Academy come Best Documentary Short Subject. Claude Lanzmann, francese, scrittore, insegnante e regista, amico di Simone de Beauvoir e di Jean-Paul Sartre nonché direttore di Les Temps

modernes, nel 1973 inizia a lavorare a quella che passerà alla storia del mondo (e del cinema) come un’opera magna: Shoah esce nel 1985 e parla dell’olocausto attraverso un’eccezionale finezza di regia e montaggio; 11 anni di lavoro e 10 ore di film che hanno consacrato Lanzmann nell’olimpo dei maestri d’indagine del reale. Serio e pacato, Lanzmann volge la sua ricerca verso i testimoni oculari, le persone che hanno vissuto il rispetto delle regole senza domande e adotta un punto di vista interno su un sistema folle e ordinario. Shoah è un fiume di parole, frammentato da quadri bucolici dei luoghi di morte; nessun repertorio, ché «l’immagine uccide l’immaginazione»: a parlare è la storia degli uomini.

La Soluzione Finale non fu mai dettata da un ordine scritto, ma da una burocrazia che fu «una successione di piccole tappe, superate secondo una logica» scrive Giuseppe Genna, al termine della quale «i burocrati sono diventati inventori». Shoah è testimonianza eccezionale nonché lezione fondamentale sulle possibilità del documentario, sul suo linguaggio e sulla sua grammatica.

Locandina del film Shoah e copertina del DVD.

Dopo anni di lotta con gli spettri di Shoah, nel 2013 arriva Le dernier des injustes, la storia di Benjamin Murmelstein, il primo intervistato da Lanzmann a Roma negli anni ’70 e da subito meritevole di un film a sé.

Tre decani si alternarono all’ “amministrazione” del ghetto-modello di Theresienstadt, 60km da Praga, specchietto per le allodole per il resto dell’Occidente: l’ultimo e l’unico decano sopravvissuto fu Murmelstein, al lavoro con “il demone” Eichmann anche per le liste di chi doveva restare e chi doveva partire.

Scagionato dal tribunale cecoslovacco dall’accusa di collaborazionismo, Murmelstein è passato alla storia come figura estremamente controversa e Lanzmann ne restituisce un’immagine complessa, al di là del bene e del male. Curiosamente, lo stesso anno Claudio Giovannesi completa un altro pezzetto del puzzle, filmando l’isolato WOLF Murmelstein, il figlio dell’ultimo degli ingiusti.

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Scena da Le Dernier des Injustes.

In un mondo composito di testimoni e fatti storici, Lanzmann ha sempre messo a punto la sua versione, lavorando a tesi. Non fategli domande: quello che c’era da dire è già nell’autobiografia Le lièvre de Patagonie (2009) e nei suoi film.

Intervistarlo è compito arduo, ma questo non ha dissuaso Benzine. Spectres of the Shoah è il documento finale, il passaggio in cui l’intervistatore passa dall’altro lato e racconta l’approccio alla materia, che agli albori non superava la nozionistica generale sui numeri. Quello che non sapeva è quanto questo gli avrebbe cambiato la vita: l’angoscia che continua a pervadere l’autore e che, conseguentemente, non può mancare nello spettatore; la stanchezza, che gli ha impedito per anni di mettere mano alla storia di Murmelstein. Oltre questo, nell’intervista di Benzine c’è tutto il processo produttivo, compreso l’inganno necessario su soldi e tempi per portare a termine la ricerca, compresa la spinta oltre i limiti con i suoi intervistati, messi alle strette e portati a parlare, a rivelarsi. Benzine fa un ritratto calcolato, arricchito da altro materiale inedito dall’Holocaust Memorial di Washington, creando un film di taglio giornalistico, primariamente per il pubblico americano.

Per chi non ha mai segnato Shoah tra i film da vedere, un consiglio senza retorica: 9 ore e mezza passano come un fulmine e lasciano davvero un’emozione irreversibile. Farà da testo la realtà, dove le cicatrici del regista sono quelle di chi ha percepito l’umanità. È la memoria dell’oppressione che vivono tutti i popoli sotto nuove e vecchie dittature, scoperte o mal celate sotto la coperta dell’Occidente democratico. È ricordare che in Europa non manca mai il ritorno inutile di spinte nazionaliste.

Per chi non fosse ancora convinto di rinunciare alla fiction, almeno per dovere di cronaca vale la pena di segnalare un’altra opera cinematografica di qualità, ché si possono superare Schindler’s list e Benigni: date una chance all’ungherese László Nemes, già assisente di Béla Tarr, e alla sua opera prima Son of Saul. Dentro vi troverete, ancora, tutte le cicatrici di Lanzmann.

American concentration camps during WWII, the other side of persecution

Holocaust Memorial Day (HMD) is the anniversary of the liberation of Auschwitz concentration camp by the Soviet Army in 1945, and it’s also the occasion for remembering the victims of Nazi Persecution, at least for one day in a year. Pequod Rivista would like to delve deeper into the matter of concentration camps crossing the Atlantic Ocean to report a quite underrated fact, the existence of American concentration camps during World War II.

After December 7, 1941 the position of the United States about WWII changed, as a consequence of the unexpected Japanese aircraft attacks on the US Pacific Fleet at Pearl Harbor in Hawaii. American reaction was as harsh as such an unfair attack had been – in facts, Japanese hadn’t declared war to US and Pearl Harbor events came just out of the blue. Not only did American government decide to enter WWII after that tragic event, but also it established the building of several concentration camps for Japanese-Americans in the western part of United States.

Original WRA caption: San Francisco, California. Exclusion Order posted at First and Front Streets directing removal of persons of Japanese ancestry from the first San Francisco section to be effected by the evacuation. Source: http://www.densho.org  
Original WRA caption: San Francisco, California. Exclusion Order posted at First and Front Streets directing removal of persons of Japanese ancestry from the first San Francisco section to be effected by the evacuation. Source: http://www.densho.org

After the bombing, President Franklin Roosevelt authorized to incarcerate 120,000 Japanese-Americans, both adults and children (referred to as “Nisei”, term indicating Japanese immigrants’ children in USA), with no distinction between immigrants and citizens.  According to Executive Order 9066 (link) and to Public Law 503 (link) the US government gave the Army the power to exclude Japanese-Americans from American society in case of “military necessity”. Later, from February 1942, people of Japanese ancestry were forced to move from the West Coast to the inland western states. The aim was preventing Japanese-Americans from sabotaging and spying on the US affairs in favor of their home country.

Source: https://en.wikipedia.org/wiki/Internment_of_Japanese_Americans
Source: https://en.wikipedia.org/wiki/Internment_of_Japanese_Americans

The War Relocation Authority (WRA) tried to run camps as small cities, where the Japanese-American inmates could go to school, do recreational activities and go to the market, even hold elections for self-government. Located in the desolate desert, the internment camps were shaped as blocks of wooden barracks with communal bathrooms, laundry facilities and dining halls, surrounded by barbed wire fences along the perimeter and by watching towers overlooking the inmates.

Copyright Ansel Adams: “Mrs. Yaeko Nakamura and family buying toys with Fred Moriguchi.”
Copyright Ansel Adams: “Mrs. Yaeko Nakamura and family buying toys with Fred Moriguchi.”
Source: https://en.wikipedia.org/wiki/Internment_of_Japanese_Americans  
Copyright Ansel Adams: “Nurse Aiko Hamaguchi, mother Frances Yokoyama, baby Fukomoto.”

At the end of 1942, a feeling of unrest among the inmates was animating the camps. The WAR circulated a questionnaire in order to figure out how many of those Japanese-Americans were loyal or disloyal toward United States. Those who proved to be loyal could leave the camps but were forced to enlist. In 1944 the government started drafting men from the internment camps. Most of them seized the moment, as it was the only way to restore their honor, but 300 of them strongly refused to fight for a country that had ignored and cancelled their civil rights.

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“Goodbye my son”, by Henry Sugimoto (1942).

With the end of the war, all the concentration camps were quickly closed, with the exception of Tula Lake, and the Japanese-Americans started to go back home, trying to integrate themselves again within the American society. Once they were back their lives were all but easy. On one hand, those who went back to the city found it hard to find accommodation and job; on the other, people who had come from the countryside found out that they had lost their farm and had to start again as farmers.

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Charles Isamu Morimoto, a well- know artist in Los Angeles, he documented his life in Manzanar’s camp.

Only in 1988 the US government officially apologized for the “grave injustice” done to Japanese people during the war. Actually, also in the immediate postwar many Americans had recognized the injustices of the wartime. Nowadays it’s really important to remember and to understand what happened during WWII in the United States, especially considering the contemporary issues connected to terrorist threats. The diffused opinion that governments are allowed to overpass civil liberties in the name of public safety should consider how dangerous some decisions might be, remembering that in the past many innocents lost their lives and their freedom only because of blind fear of the unexpected and of the unknown.

Cavie umane ieri e oggi: i volontari, gli inconsapevoli e gli ingannati

Tra gli orrori che si sono consumati nei lager nazisti, gli abusi della sperimentazione scientifica su cavie umane non si discosta per obiettivi e risultati dalla “soluzione finale”: due operazioni nate dalla volontà di affermare la supremazia della razza ariana e destinate a condurre milioni di persone alla morte. Tra queste, i deportati chiusi in camere di decompressione, per testare quanto si potesse sopravvivere ad alta quota senza pressurizzazione; quelli nutriti solo con acqua salata o quelli cui furono asportati ossa e arti, abbandonati a una rapida morte per infezione.

Questa aberrante combinazione di darwinismo sociale e teorie eugenetiche trovò terreno fertile anche prima dell’avvento dei fascismi e non solo nel Reich hitleriano, come confermano le pratiche di sterilizzazione su soggetti accuratamente selezionati negli Stati Uniti e negli evoluti Paesi scandinavi, seguiti da Canada, Francia e Giappone. Ma soprattutto, la storia delle sperimentazioni pericolose e spesso segrete si è protratta ben oltre il secondo conflitto mondiale, dalle ricerche sugli effetti della radioattività a est e a ovest della cortina di ferro fino ai test di farmaci dei giorni nostri, nonostante l’approvazione del Codice di Norimberga e della Dichiarazione di Helsinki, documenti fondamentali per la tutela dei diritti dei soggetti sperimentali.

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«Se la storia della sperimentazione clinica sull’uomo può insegnarci qualcosa, dalle sanguinose pratiche di vivisezione del millennio appena concluso fino al Tuskegee Study sulla sifilide, è che il peso dei possibili abusi tende a ricadere su quelli tra noi che sono più poveri e socialmente più deboli». Così scriveva nel 2007 la giornalista Sonia Shah nel suo libro-inchiesta Cacciatori di corpi, ricordandoci che i progressi della ricerca medica, di cui beneficiamo tutti, sono spesso il risultato di innumerevoli test condotti su centinaia di esseri umani che non ne traggono alcun vantaggio o addirittura ne rimangono danneggiati. Qualche decennio fa erano i malati psichiatrici e ospedalieri, i detenuti e gli immigrati, perfino le donne incinte e i bambini; oggi sono persone povere e bisognose di cure dei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, ma anche i volontari dei Paesi europei, attirati più dai facili guadagni che dalla voglia di contribuire al progresso scientifico.

La morte recente di uno dei partecipanti alla sperimentazione di un farmaco promossa dal laboratorio francese Biotrial ha riacceso i riflettori sui numerosi volontari che si prestano ai trials clinici per i medicinali sperimentali. Si tratta di casi piuttosto rari (uno degli ultimi circa dieci anni fa, il ricovero in terapia intensiva delle sei “cavie” che avevano assunto un antileucemico a Londra), che le case farmaceutiche cercano di scongiurare attraverso opportune precauzioni; anzitutto criteri di selezione rigorosi, la sottoscrizione del “consenso informato” e il limite di partecipazione a un test ogni tre mesi. Inoltre nel Canton Ticino è stato istituito un registro dei volontari sani, di cui il 90% sono italiani di Milano, Varese e Como.

La vicina Svizzera attira molti giovani come Lorenzo, 34enne romano che un anno fa raccontava a Il Giornale la sua storia di «sperimentatore»: laureato in giurisprudenza ma disoccupato, preferisce passare qualche settimana in altri Stati europei piuttosto che cercare lavori poco remunerativi. Certo dev’essere difficile vivere nell’Italia della crisi se si possono avere un compenso giornaliero di 200 € circa e un check-up gratuito, ma i Comitati etici avvertono di non sottovalutare gli effetti collaterali e non illudersi di fare di questa attività un lavoro continuativo. È dello stesso avviso l’Università di Trento, che gestisce il gruppo Facebook “Bacheca Esperimenti” per “reclutare” nuovi soggetti per test di natura psicologica e cognitiva.

Talvolta la decisione di sottoporsi a test per la ricerca farmacologica sembra essere presa un po’ troppo alla leggera, ma quest’impressione diffusa rimane spesso taciuta: dal business della sperimentazione scientifica traggono vantaggi reciproci i volontari e le case farmaceutiche, interessate a superare velocemente le quattro fasi che permettono infine di introdurre il nuovo prodotto sul mercato.

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Tempi rapidi e costi molto contenuti, questo sembra spingere le aziende leader dell’industria farmaceutica in Sud America, Africa e Asia, dove sono state condotte sperimentazioni caratterizzate da gravissime carenze etiche che non sarebbero state tollerate nelle sedi occidentali. Tra gli ultimi scandali quello svelato da un’inchiesta del quotidiano inglese The Independent: nel 2011, in diversi villaggi dell’India avevano partecipato ad almeno 1.600 test clinici per conto di colossi come Pfizer, Merck e AstraZeneca più di 150mila persone, perlopiù analfabete e povere, del tutto inconsapevoli di essere cavie di sperimentazioni cliniche. Di queste, tra il 2007 e il 2010 almeno 1.730 sono morte perché già malate (e non curate) o proprio a seguito dei test effettuati.

Il rischio che la delocalizzazione degli esperimenti scientifici si trasformi in una nuova forma di “colonizzazione” è già realtà, come osserva il Comitato Nazionale per la Bioetica nel documento La sperimentazione farmacologica nei paesi in via di sviluppo (2011), perché in Paesi in condizioni socio-economiche svantaggiate «il concetto di ricerca tende ad essere confuso con la cura e l’assistenza medica». È impossibile, in questi casi, parlare di “volontari”: spesso i soggetti si sottopongono alla sperimentazione di nuovi farmaci per ricevere pasti gratuiti, senza alcuna consapevolezza delle funzioni di un vaccino o del loro stesso ruolo in una ricerca scientifica. Una consapevolezza che non manca agli enti promotori e ai governi dei Paesi occidentali, costantemente  richiamati al rispetto dei diritti umani, di tutti gli esseri umani e a rinnovare le proprie procedure, in direzione di una nuova etica per la bioetica.

Secondo il CNB, il “gap” culturale tra Paesi ricchi e Paesi a basso reddito potrebbe essere colmato elaborando nuove forme di comunicazione attente non solo ai cavilli formali, ma anche all’effettiva comprensione da parte dei soggetti coinvolti; una sorta di mediazione culturale che riduca lo squilibrio culturale tra tradizione occidentale e usanze locali, avvicinando il mondo della medicina alla società.

Probabilmente ne deriverebbero grandi benefici anche per le “cavie” dei Paesi più ricchi, dove il “consenso informato e volontario” si è ridotto a una pratica burocratica che protegge le parti a livello legale, ma che chiarisce ben poco dei rischi delle sperimentazioni. Di certo allontanerebbe il rischio di uno sfruttamento più o meno celato dei «più deboli» economicamente, che si trovino a Nord o a Sud del globo.

Cavie Umane, Svizzera in Canton Ticino ad Arzo, presso la Cross Research vengono sperimentati nuovi farmaci su volontari,

La ruta del Desierto: i colori di Atacama

Percorrere la Ruta del Desierto è un’esperienza che regala paesaggi mozzafiato. E’ la strada che collega le estremità dell’immenso Deserto di Atacama.

Si passa dalla desolazione dei luoghi più remoti alla caotica frenesia delle città. Queste ultime sembrano isole lontane e scomunicate tra loro. Nei centri abitati la vista è quasi surreale, si scorgono contrasti cromatici molto forti: il giallo secco e arido della sabbia, l’azzurro intenso del cielo, il profondo blu dell’oceano, sfumato dalla spuma bianca delle onde che si rompono su se stesse senza sosta, il grigiore di case tutte uguali da dove spuntano, di tanto in tanto, edifici altissimi.

Penetrando nella distesa di sabbia, la presenza dell’uomo si fa più rara e lascia spazio ai disegni della natura. Il paesaggio è riarso, assetato, il sole impera e si rispecchia nelle macchie di sale e acqua che si incontrano ad alta quota. In primavera il deserto rinasce e ci fa scoprire l’incanto della fioritura che irrompe con forza nel panorama brullo.  La vivacità del lilla, verde e dell’azzurro  dipinge il deserto con giochi di luci, colori e aromi inusuali e meravigliosi.

 

Il fascino latino della cultura

L’associazione più frequente che viene in mente è quella con le baby gang, poi le storie di violenze, traffici di droga e le connessioni con il crimine organizzato italiano. Quando si parla di America meridionale, a parte che per le spiagge e tumbler colmi di mojito da sorseggiare sdraiati all’ombra di una palma, non vengono in mente immagini di sviluppo e progresso.

Forse è un filo rosso che lega tutti i “sud” del mondo. Pensiamo a ciò che noi italiani immaginiamo pensando al nostro sud. Forse. Il punto però, è che esistono realtà di cui non riusciamo nemmeno a definirne il peso specifico a livello sociale. Associazioni, nomi e numeri per fare sentire la voce, e non solo, di un’intera comunità che, lungo la nostra penisola, rappresenta più del 7% della popolazione straniera residente in Italia. Secondo i dati diffusi dalla fondazione Moressa (link) 354.186 immigrati latino americani. Il 62,7% sono donne; 66 mila i minori a scuola. La nazionalità più rappresentata è quella peruviana (98.603), seguita da quella ecuadoregna e da quella brasiliana .

Tra le tante iniziative messe in piedi dalle varie associazioni presenti nel nostro territorio, risulta da segnalare l’Associazione per la Promozione della Cultura Latinoamericana in Italia (APCLAI ) che dal 1985 si occupa di valorizzare gli aspetti della cultura dell’America meridionale attraverso forme espressive artistico-letterarie.

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In particolare, segnaliamo il festival del cinema Latino Americano di Trieste (link) – dove la stessa associazione è ormai radicata – che da anni ospita eccezionali opere prime, accompagnati dalla presenza costante di artisti e intellettuali di levatura internazionale.

Da Marcela Serrano a Luis Sepulveda, a Santiago Pol e Marco Müller (Direttore del Festival di Venezia), molte personalità, negli anni, hanno dato lustro a questo festival che si svolge ogni anno nel mese di ottobre.

Non meno interessante, l’attività svolta dall’IILA (Istituto Italo-Latinoamericano) che negli anni ha saputo ritagliarsi uno spazio importante per le attività svolte sia in ambito culturale che dal punto di vista istituzionale, grazie alla collaborazione con istituzioni di profilo italiano ed europeo.

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Da otto anni, la stessa associazione, organizza il festival “América Latina Tierra de Libros” che quesst’anno si è svolta nell’ambito della XIV edizione di “Più libri più liberi” – Fiera nazionale della piccola e media editoria. Un’ulteriore occasione per ribadire come la cultura Latinoamericana tiene continuamente accesi i riflettori sulla propria letteratura, nel solco della tradizione che l’ha segnata nei secoli e che ha consegnato i grandi narratori e poeti che ben conosciamo, da Garcia Marquez a Pablo Neruda, per citare i più conosciuti.

Una cultura -quella Latinoamericana- capace di ritagliarsi uno spazio ben definito nell’universo culturale e che oggi trae nuova linfa anche dal prezioso lavoro di queste comunità e associazioni.

Viaggi Vintage: il Perù degli anni ’80

Sono passati diversi anni da quando Antonella è stata in America Latina, all’epoca era una giovane sposa che amava la montagna e che col marito aveva deciso di scoprire le vette delle Ande peruviane; oggi è una signora in carne che ha ancora le montagne vicine, ma ha smesso di scalarle. Ogni qualvolta sente parlare di Perù, il suo sguardo si fa attento e tiene ben in vista in salotto il quadro di lana che ha portato dal suo viaggio; la realtà peruviana ha fatto breccia nel suo cuore ed è felice di condividere le sue esperienze, che più che di montagne, parlano di persone.

Antonella negli anni ’80 sull’altopiano peruviano.

Antonella Ferrari è partita per il Perù a metà anni 80 come membro di una spedizione CAI; all’epoca il solo aeroporto dello stato era situato a Lima, che come altre capitali dell’America Latina, dall’Ottocento aveva accolto molti migranti italiani.
«Quando noi siamo arrivati, gli italiani erano molti e vivevano da benestanti; avevano case basse e bianche, dagli ingressi rialzati e con giardini rigogliosi. Anche noi dormivano in un bellissimo albergo che nella hall ospitava fiori e colibrì e una delle prime sere fummo invitati in un ristorante di lusso su palafitte.»
Qui la prima immagine di realtà locale: «Lungo il pontile d’ingresso c’era un indigeno che suonava un carillon a manovella, mentre una scimmia ballava. Il nostro ospite commentò: “Povera scimmietta!” Io gli risposi: ”Povero lui!” Ed ebbi un blocco allo stomaco per il resto della cena.»
Tra gli italiani che incontrarono, Padre Taddeo accolse a braccia aperte le medicine destinate alla baraccopoli di Gnagna di cui era direttore, un addensamento di casupole in terra e sterco raccolte attorno a chiesa e scuola, e regalò loro un ricordo unico: «Accompagnammo il Padre ad un funerale; entrammo in una stanza di terra che ospitava una bara di ferro e dopo che fummo presentati, i famigliari ci strinsero la mano: erano onorati che degli stranieri fossero giunti da lontano per salutare il loro caro defunto.»

«A Lima passammo pochi altri giorni e li vivemmo da turisti; la città era piacevole, con il mercato stabile in cui gli indigeni vendevano i loro prodotti dentro casupole stipate d’ogni tipo di merce: dai mestoli ai vestiti in lana di alpaca, dai tappeti ai gioielli in bronzo imitanti gli splendidi monili del vicino Museo dell’Oro. Avrei voluto portare tutti quei colori a casa con me! Ricordo che mi colpì un piccolo presepio, chiuso in un guscio di noce.»
Il resto del mese trascorso in viaggio fu speso scalando le montagne; il gruppo di Antonella si allenò sulla Cordigliera Nera, raggiunta sfidando i precipizi con un piccolo pulmino stipato d’umanità e animali, e sfidò i 6768 metri del Huascarán; attraversarono Machu Picchu, ne sorvolarono i dintorni; raggiunsero Cuzco.
Qui l’episodio che più s’impresse nei ricordi di Antonella:
«Un padre semivestito, magro fino a mostrar le costole, portava per mano la sua bambina, coperta solo con una maglia larga, scalza. Attraversavano il mercato e uno dei miei compagni si avvicinò a me chiedendomi di portar loro il denaro che mi porgeva; io ero piccolina e magrolina, con discrezione mi avvicinai all’uomo. Questi quando gli porsi il denaro s’inginocchiò davanti a me e ringraziò Dio. »

Antonella oggi, accanto ad alcuni souvenir di viaggio, tra cui il quadro di lana portato dal Perù.

Buscando a Gastón, riscatto sociale e cucina politica

Maggiore attenzione ai prodotti alimentari e alla loro filiera produttiva, tutela dell’ambiente e delle specie che lo abitano, riscoperta di processi slow: questi i temi che animano la discussione mondiale attorno al cibo. A questa si è accompagnata, nel corso dell’ultima decade, una massiva produzione di cinema documentaristico specializzato nel racconto legato all’ambiente culinario. Proprio tra qualche settimana la sezione Kulinarisches Kino della Berlinale, curata da Thomas Struck e realizzata in partnership con l’International Slow Food Movement, compie il suo 10° anniversario, con il motto “Make Food Not War”.

Proprio dalla selezione Berlinale 2015 arriva Buscando a Gastón dell’indipendente Patricia Peréz, autoprodotto con la sua Chiwake Films. Dopo 14 anni di esperienza in produzione e televisione tra Perù e Stati Uniti, la Pérez decide di rivolgersi solo al food film. Il lavoro Mistura. The Power of Food (https://vimeo.com/21245206) parte dall’annuale “feria gastronomica más importante de Latinoamérica”, Mistura (http://mistura.pe/), fondata nel 2007 e organizzata dall’Apega (Sociedad Peruana de Gastronomía), per porre l’accento sullo stato di salute del Perù, paese che si è alzato in piedi dal Duemila imbastendo una rivoluzione che passa dal «nuevo escudo national», la cucina, guidata da un leader, il cocinero Gastón Acurio.

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Già fondatore dell’Apega (e di Mistura), classe 1967, Gastón nasce all’interno della borghesia limeña, figlio dell’ex-senatore Gastón Acurio Velarde, ministro del governo Terry, che lo spinge a studiare legge in Europa. A Parigi, dove viene meno il controllo, il giovane Gastón però abbandona giurisprudenza per dedicarsi alla cucina: la tradizione francese – negli anni ’90 ancora la più lodata e raffinata cucina del mondo – e l’incontro con la futura moglie Astrid Gutsche alimentano la passione e la ricerca gastronomica. Ma è il Perù, il paese natio, dove Acurio desidera di tornare a lavorare: qui si trasferiscono nel 1993 e un anno dopo apre Astrid&Gaston – Haute cucine, a Miraflores. Si parte dalla cucina francese, integrando le contaminazioni della tradizione peruviana dalle conquiste spagnole in avanti (500 años de fusión titola uno dei libri di Acurio) e la ricerca di sapori e profumi autoctoni.

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Vent’anni dopo, nel 2013, Gastón Acurio è un uomo che ha votato se stesso alla realizzazione di un progetto d’impianto sociale, alzando il coperchio della fumante ricchezza culinaria del Perù (e del latinoamerica), creando occupazione, istruzione e urbanizzazione delle periferie: l’Istituto de Cocina Pachacútec per le nuove generazioni; appoggio a progetti per l’infanzia dedicati alla cultura del cibo salutare e naturale; esportazione e utilizzo dei prodotti tipici. Largamente divulgativo e promozionale, Buscando a Gastón manca di un vero intento cinematografico, ma restituisce il ritratto di un personaggio carismatico e consapevole della ricchezza del suo ruolo e del suo Paese. Acclamato dalle folle, Acurio parla allo spettatore attraverso drammatici primi piani in bianco e nero (gli stessi riservati alle interviste illustri a Rene Redzepi, Massimo Bottura, Rodolfo Tafur). Il resto è a colori: un giro nei suoi ristoranti, da Lima a San Francisco all’Europa; un viaggio tra le tipiche comunità lavorative peruviane; riconoscimenti internazionali e scene di vita quotidiana. «Il futuro è l’identità locale ma rivista in versione globale», sentenzia il saggio Acurio.
Al di là del film, nel 2016 i rumors lo vedono – non troppo a torto – ad un passo dalla candidatura politica. Se così fosse, ci sarebbe da chiedersi se il vero riscatto sociale (e politico) del Perù passi davvero dalla sua cucina o se rischi di essere ancorato all’immagine carismatica di Gastón.

 Territorio y Acción Colectiva – when people shape territories

It is extremely hard to define which path to development the societies should follow. It is even harder to establish which kind of development can be considered as sustainable. But I strongly believe that when people become protagonists and crucial actors of their own territories, this should be perceived as boosting development processes.
This is the reality that I found in Talca, Maule Region, Chile. Here, I spent few months to take the final internship of my master degree in Local Development at the University of Padua. I arrived in Chile with the will, the hope and the desire to put in practice my academic background and I had the opportunity to work for Surmaule, an NGO working for 10 years in the city of Talca. The peculiarities of this association are the deep commitment for the public issues and the strong bond with the different social actors in order to encourage and promote the territorial transformations and processes of change. Through the training, education, collective work, the empowerment, the articulation of the actors and the analysis of social processes, Surmaule boosts the democratic and participative construction of the society. In 2015, the NGO developed 12 different projects with the communities of the city and the region, enhancing their capabilities to create networks, manage and impact the public agenda.

Las Américas, Talca
Las Américas, Talca

Among the several projects, I chose to work as a trainee in Territorio y Acción Colectiva– TAC” (Territory and Collective Action).  This project was born two years ago and aims to enhance the capabilities of local actors, by turning them into the motors of the development of their own territory, by means of prioritisation of actions and planning strategies. The project has been implemented in three neighbourhoods of Talca (Las Américas, Territorio 5 and Unidad Vecinal 46), in the northern peripheral part of the city. The projects have been carried out in the different neighbourhoods in different moments, but the methodology used has been the same for all the territories.

The process consists in 5 steps: first, meeting the inhabitants and trying to understand with them which are the most relevant problems of the area; second to organize an educational process during which people bolster their knowledge about citizenship and democracy; third to map their territory and identify where and how the several problems appear; fourth to produce an assessment of the social study of the territory in which people can describe their territory, its needs and potentialities and define their strategies of action. Finally, the inhabitants and the most important actors of the neighbourhood establish a territorial table, whose aim is to start debates and dialogues with public authorities in order to take actions and initiatives to improve the territories.  Thus, problems such as housing, transport, connectivity, environment, security, communitarian equipment, public spaces, communication and services are proposed to be solved by people with bottom-up strategies and perspectives.

The formative phase in the territory Unidad Vecinal 46
The formative phase in the territory Unidad Vecinal 46

In that way, people get to know, understand and strengthen their own territory. The latter stops to be seen as a given, fragmented and dead space and, thus, it becomes a social construction and product in which inhabitants become active actors of their area, by defining their needs and identifying their potentialities. Territories become territorialised, that is to say that people foster their capacities to stimulate processes of transformation. Moreover, in the perspective of collective action, people have, on one hand, the opportunity to build up processes of common knowledge, identity and values and, on the other, have the possibility to influence the relations of power and the decision-making processes  that often define and shape territories with a top-down perspective.

Urbanization in Talca
Urbanization in Talca

 In Chile, cities are often the product of the neo-liberal policies implemented during the Pinochet’s dictatorship that dominated the state for 17 years. This kind of city produces itself spatial fragmentation: the division of the space perfectly responds to the model centre/periphery and creates smaller territories. This dichotomy splits the city in smaller spaces. Each one of these “smaller territories” is more and more characterised by social and economic homogeneity and provoke inequalities among the different parts of the same cities. Not all the citizens have the same opportunities and access to the city: the peripheral areas still remain in a situation of segregation and social exclusion. Through the possibility to question and re-think their own space, the citizens are granted the chance to redefine and claim their right to the city.

Territorio 5 public report of its activities
Territorio 5 public report of its activities

The importance of experiences like TAC is to offer a concrete and alternative model to the individualised society. People start to build bond ties with their space, creating a background of trust and communication. Territory is being collectivised through the valorisation of its specificities and the empowerment of its human capital. The challenge that should be maintained and always called out is to incite and encourage the collective work of the civil society. The latter might always preserve its proactive role and be able to define its own ideal of territory and neighbourhood, by stimulating inclusive, democratic and participative processes

Contacts and information: 

http://surmaule.cl/ 
http://accionyterritorio.cl/

Il futuro rinnovabile dell’Uruguay

Quella che sto per raccontarvi è la storia di un piccolo Paese affacciato sull’Atlantico un Paese di 3,4 milioni di abitanti, un Paese che ha deciso di intraprendere una nuova strada. Il Paese in questione è l’Uruguay e la decisione che ha preso riguarda il rinnovamento del proprio sistema energetico. In meno di dieci anni, infatti, le emissioni di carbonio sono state drasticamente ridotte tanto che ora le energie rinnovabili soddisfano il 94,5% del fabbisogno elettrico del Paese. Tutto ciò senza particolari sussidi governativi o aumenti dei costi energetici per i cittadini. Anzi, al contrario i prezzi si sono  abbassati ed inoltre i black-out si verificano  meno frequentemente grazie ai diversi sistemi utilizzati per produrre energia pulita, quando invece in passato poteva succedere che le centrali alimentate solo con combustibile fossile non reggessero la domanda.

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L’energia rinnovabile proviene in buona parte dagli impianti eolici ma anche da quelli idroelettrici e dalle biomasse. I miglioramenti introdotti in questi settori, ed in particolare in quello idroelettrico, dove le dighe delle centrali trattengono più a lungo l’acqua dopo le stagioni piovose riducendo così i periodi di siccità senza causare alcun danno alla produzione energetica nazionale, si uniscono al clima che favorisce l’uso delle rinnovabili consentendo una grande produzione di energia. Più energia vuol dire poche importazioni dall’estero e, anzi, paradossalmente, nel caso in cui si avesse un surplus della produzione si sarebbe nella condizione di poterla vendere. Qualche anno fa, prima della “rivoluzione verde” tutto ciò sarebbe stato impensabile. Il petrolio rappresentava una buona fetta delle importazioni dell’Uruguay e, come se non bastasse, erano in cantiere progetti per comprare gas dall’Argentina. Ora, invece, la spesa che più incide sulle importazioni è quella per le turbine eoliche, una vera e propria inversione di rotta!

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Ma questo grande successo è stato possibile anche grazie alle politiche del Paese in materia energetica a cui si aggiungono una democrazia forte ed un’economia sana. Di conseguenza gli investitori stranieri trovano terreno fertile in Uruguay dove la concorrenza ha fatto abbassare notevolmente i prezzi degli appalti. Le tariffe agevolate e le spese di costruzione e manutenzione più basse e stabili, inoltre, garantiscono un profitto certo. L’energia rinnovabile è diventata un business in Uruguay: sette miliardi di dollari, pari al 15% del PIL nazionale annuo, sono stati investiti in questo settore, cinque volte in più rispetto la media dell’America latina.

Una pala eolica a Tarariras, a 180 chilometri ovest di Montevideo, Uruguay (MIGUEL ROJO/AFP/Getty Images)

È vero, il modello uruguayano non può essere adottato da ogni singola Nazione perché le differenze sono troppe ed i contesti sociali, ambientali e politici vari.  Tuttavia prendere esempio non è vietato però, necessitano scelte decise e concrete, basta solo iniziare.

Una cantata anarchica per De André

Erano tante le persone che lunedì sera, nonostante il freddo e la minaccia di pioggia, si sono incontrate in piazza del Duomo, a Milano, per omaggiare, con le sue stesse note e parole, una delle voci più amate del cantautorato italiano, quella di Fabrizio de André, nel giorno del diciassettesimo anniversario della sua morte.

Tra chitarre, percussioni, abbracci e bottiglie di vino si è svolta la Cantata Anarchica, un raduno che, nato spontaneamente, da cinque anni a questa parte è diventato tradizione consolidata e richiama sempre più gente, di ogni età e provenienza: c’erano giovani e meno giovani, italiani e stranieri; c’era chi sapeva suonare, chi sapeva cantare, e anche i meno intonati, al suono delle parole di Faber, si sono uniti al canto, che è durato dalla sera fino a mattina.

La partecipazione di una tale quantità e varietà di persone è la dimostrazione di come la poesia di De André, per un poco, senza pretese, sia riuscita ad entrare nel cuore di molti, in modi e momenti diversi, e rimanga viva anche oggi.

 

Quando il nemico diventa la strada

“Via del Campo c’è una bambina 
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina”.

L’8 Febbraio sarà la giornata contro la tratta e lo sfruttamento sessuale. Giornata importante che ci ricorda come questo problema sia ancora presente e molto diffuso, tuttavia, diverse associazioni  (ma non solo) sono nate con l’ unico scopo di combatterlo. Una di queste è nata a Bergamo nel 2001 e si chiama la melarancia onlus la cui coordinatrice principale è la dottoressa Marzia, «La mela in quanto frutto di tutti i giorni indica la quotidianità, mentre l’arancia con i suoi spicchi indica tutti i servizi, come l’ospedale, l’A.S.L., il servizio per gli immigrati ecc…, a cui noi ci appoggiamo per dare vita ad un progetto integrato che vive nel quotidiano». La melarancia onlus nasce in un contesto ben preciso: nel 1998  è entrata in vigore una legge, il decreto 286/98, che  riconosce che in Italia esistono vittime di sfruttamento sessuale, «Da quell’ anno iniziarono a nascere associazioni per combattere questo problema, Bergamo, però, ne era sprovvista ed è qui, quindi, che arriviamo noi», spiega la dottoressa.

L’associazione opera grazie ad un’equipe formata da educatori e volontari competenti e copre l’intera provincia di Bergamo. Con quattro uscite alla settimana, due di giorno e due di notte, la squadra si reca nelle zone dove la prostituzione è più frequente ed entra in contatto con le ragazze. Nel 2015 i casi registrati sono 498, donne che sono in prevalenza di nazionalità rumena ed albanese ma anche, seppur in maniera minore, polacche, russe, e sudafricane. Oltre a combattere lo sfruttamento delle donne sulla strada, la onlus è attiva, da circa sei anni, anche sul fronte della prostituzione invisibile, quella che avviene tramite annunci e all’interno di spazi chiusi. «Teniamo monitorati i siti di annunci delle donne e le contattiamo per telefono proponendo un servizio di prevenzione ed assistenza, un po’come facciamo con le donne sulla strada», mi racconta la coordinatrice.

 

 

La promozione delle donne in condizioni di disagio, vittime dello sfruttamento sessuale e il loro affrancamento dalla schiavitù, o ancora, l’integrazione sociale di persone emarginate attraverso servizi atti a soddisfare i loro bisogni, sono solo alcuni degli obbiettivi che l’associazione si prefigge. Uno degli scopi più importanti dell’attività riguarda l’aspetto sanitario: spesso, la condizione di emarginazione in cui vivono le ragazze fa sì che non siano consapevoli di quali siano i diritti loro garantiti in materia di sanità, quindi, da questo punto di vista la figura dell’ operatore è importantissima in questo campo poiché funge da tramite e da aiuto tra la ragazza ed il servizio.

 

L’ esempio che questi volontari danno è veramente grande: la loro lotta è una delle più ardue anche perché il nemico non è semplice da battere. Tuttavia un giorno, come nelle più belle favole, si giungerà ad un lieto fine ed è lì che allora la frase vissero tutti felici e contenti diverrà realtà.

https://www.youtube.com/watch?v=n6SGXVdtE-U

 

Genova in cerca di graziose e memoria

Stazione Principe. Gennaio.

Due giorni di pellegrinaggio per la città con fare vagabondo di chi è sceso per vita alla fermata casuale, sapendo poco nulla del paesaggio ospite. Solo due intenti prefissati:

-girare le zone d’ombra, ispezionarne ogni vicolo, per una maturata idolatria verso la sensibilità di un Fabrizio passatoci;

-ripercorrere ritualmente le strade che fecero da scenario alle giornate del Luglio 2001; testarne l’empatica ferita.

Imbocco la prima via, random, cinque minuti di “tonnara” di passanti e trovo una scalinata;

il primo bacio lo ricevo qui.

Da un pulpito, dalla tribuna elevata frequento il tramonto esaltato dalla caoticità con cui i palazzi hanno deciso di fondere in un tutt’uno la Casa di Genova, la città che scende nell’arancione indistinto di mare e vespro.

Attraverso quartieri. Tante chiese, belle, con apice nella cattedrale semi-gotica di S. Lorenzo.

Ma non è il principale interesse del momento: cerco forni.

Predo specialità in più d’un panificio con curiosità culinaria e sentenzio:

“I Genovesi sono esosi & la focaccia cui siam abituati è un succedaneo scarsino.”

È masticando e con le papille gustative sorridenti che penetro i vicoli in notturna: dal patrimonio mondiale dell’umanità dei palazzi dei Rolli al genuino e brulicante degrado dei carruggi.

Fortezze dei “fuoricasta”, le venature del dedalo ospitano laboratori artigianali, piccoli magazzini, negozietti regolari e non, carne e lussuria e, là dove le vie s’allargano, market e pub.

Ricerco il mio ostello nella zona alta, su per le scalinate (le famose creuze); dagli usci spande sgraziata musica latina; i corpi delle donne ritmati da una cinica, innocente cecità.

Non c’è alcuna graziosa in Via del Campo.

La mattina discendo la città obliqua: sulle banchine e nell’odore forte di pescato, più che in ogni altro scorcio, sta l’anima d’una città portuale. Potresti camminare tutto il giorno lungo gli approdi e Genova e il suo mare continuerebbero a raccontarti una storia intima.

Lasciando le acque e la tavolozza dei condomini svolto a palazzo S. Giorgio (calderone architettonico dove 800 anni di storia convivono) per addentrarmi nel centro nevralgico.

Piazza de Ferrari si apre nel suo eclettismo e neoclassicismo dove gli edifici suggeriscono, con le loro sinuosità, l’incanalarsi nelle fughe di Via Dante e Via XX Settembre.

Da qui divento Genovese. Vado come fossi nella mia città: vedo le piccolezze, le aiuole, i passanti, il “normale”.

Corso Torino: le scritte sui muri aumentano, rievocano nubi bianche, detriti.

Via Montevideo: la fantasia galoppa. Indietro di una dozzina d’anni. Persone piegate, grondanti.

Una giovane mi passa appresso. Me ne innamoro.

Piazza Alimonda: ritorno all’attuale (sono infastidito da idiozie opposte).

È come il passeggiare in un cimitero per un ateo: qui lo spirito interroga la sua natura.

Faccio su un tabacco e penso che a Fabrizio la sua città avrebbe dato ancora tanti spunti di scrittura.

Ho il treno tra due ore e un’ultima tappa.

È architettura fascista, non ci avevo fatto caso prima. Un bel bagno di sole la coccola tutta ma nemmeno una targa a scopo informativo, nessun monito da far scintillare.

Due studenti sembrano divertiti dalla presenza di un “turista” davanti alla loro scuola, sghignazzano verso il mio look fricchettone. Non ricordano dove stanno.

Ma ha senso che lo ricordino?

E poi come potrebbero?

Tutto è stato lavato via.

 

 

In copertina: Facciata del Duomo di San Lorenzo [ph. Yoggysot CCA-SA 3.0]