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Olga, from Siberia to Italy

Today Pequod talked with Olga, a graceful young student from Russia, who lives and studies Communication Science in Bergamo.

Olga, tell us something about you. Where do you live now? Which is your current occupation?

My name is Olga Vasilyeva, I’m 23 years old. I’m Russian, from Russian Federation (Novokuzneck). I currently live in Bergamo, I’m a student.

Olga
Olga

Why did you decide to leave your country?

I like travelling and new making new experience. I think that in this way people can really grow up. In my city I could not imagine my future life and carrier, that’s why I thought to change it all and I did it.

Why did you choose Italy? 

I was thinking about one of the leading European country and I was considering Germany and Italy. In Russia, Italy is renowned as a beautiful, friendly and happy country. I visited it in 2010 first and since then I have loved Bergamo and Italy in general.  

Describe your life in Italy (your occupation, your everyday life, social life, etc.). Tell us something about the city you live in and the top 5 places to be, where to go, what to do – be our tourist information center!

Well as I said, I am a student, I’m attending the third year of a bachelor course and I am about to write my dissertation here. I love my University (Università degli Studi di Bergamo). It gives me a lot in terms of knowledge, social life, and motivation to move forward and build my carrier. I met many nice, friendly, open-minded, brilliant people thanks to the UniBG, I went to Germany for my Erasmus and I consider doing my Master here. I actively participate in different seminars, conferences and cultural events (like TEDx, University seminars etc.) to widen up my horizons. My everyday life is closely connected to UniBG, but it is not everything, of course. I work part time in Milan as interpreter at different exhibitions.

Besides friends and colleagues from UniBG, I have some others from completely different fields. Sometimes I go out to some bars in the city.

I would say that my top 5 include: 1. Città alta – to walk and get some inspiration, to go jogging, 2. Bobino – perfect place for aperitivo, 3. Clash Club to throw a party without leaving the city, 4. Edonè is good for big and healthy hamburgers, 5. Aegee-Erasmus party to socialize + Bonus: valleys  (Val Seriana + Val Brembana) mountains, lakes near.

Olga's Italian life
Olga’s Italian life

How is living in Italy different than living in your country? 

Well the cultures are not that different but the environments are. Here I feel at ease. I have more chances to meet people from all over the world and to learn from them a lot.

Which is the biggest challenge of moving to a new country? Have you had any regrets so far? What do you miss the most?

Integrating is the biggest one I think, but I was lucky, I am quite well adaptive and communicative and I learned Italian fast. Bureaucracy can also be an obstacle, but when you want something obstacles become just a challenge you can overcome. No regrets, but of course I miss my parents and my close friends from Russia.

Olga's Russian life
Olga’s Russian life

What does Europe mean for you? Do you perceive the existence of Europe as a community? 

I have actually changed my mind a bit. At first, I thought about the EU as a whole, but after I have been here for a while (since 2012 more precisely), I realized that it is hard to unite such different countries and their interests. However, of course from the political and symbolical point of view it is a community (just with its small downsides).

Italy, your country and Europe. Use three words to describe each of the previous.

Warm, “a lot to fix”, “center”
What would you say to someone to convince them to move abroad? What’s the best thing you’ve got/you’ve learnt by your experience abroad?

As I mentioned earlier, travelling opens your mind, moving abroad teaches you to be independent, responsible and to live your own chosen life. To me it was enough.

Quale sarà l’eredità di EXPO?

Da pochissimi giorni si è alzato il sipario su EXPO Milano 2015; ci sono stati eventi, inaugurazioni, discorsi, inni, proteste e incidenti. I primi giorni di apertura hanno regalato sorrisi, ottime impressioni e previsioni scintillanti per il futuro della manifestazione. Va detto, però, che il futuro in questione non è esattamente a lungo termine: il 31 ottobre lo stesso sipario calerà, bisognerà tirare le somme, fare un bilancio di quello che è stata la manifestazione, stabilire se sia stata proficua per i visitatori e per il territorio che l’ha ospitata.

In altri termini si tratterà di stabilire se EXPO 2015 avrà generato un’eredità, una legacy. Due sono, in verità, le legacy che i grandi eventi lasciano: la prima è quella spirituale, fatta di ricordi, nuove consapevolezze, sensazioni ed esperienze condivise, che possono rendere l’evento stesso una boa nella storia. In questo senso, il tema dell’esposizione si presta assolutamente ad approfondimenti e riflessioni che la stesura della Carta di Milano rende e renderà fondamentali nella buona riuscita della grande fiera.

Di altra pasta è la seconda eredità: si tratta di tutto ciò che di materiale un grande evento lascia dietro a sé e in questo caso, l’analisi è più terra terra.

L’esperienza italiana dietro ai grandi(ssimi) eventi è, come noto, del tutto particolare, ma non sempre si è potuto concludere che l’aver portato il mondo in città sia stato dannoso. Negli ultimi 25 anni ci sono state diverse occasioni, sfruttate tutte in modo agrodolce: i mondiali di calcio del 1990 hanno dato vita a cementificazione sregolata e scriteriata, l’EXPO 1992 a Genova è stata un mezzo buco nell’acqua, almeno in termini di visite ed incassi (13 miliardi di Lire, contro i 45 previsti). A Torino, nel 2006, sono state organizzate le Olimpiadi invernali, il cui ritorno è stato invece vantaggioso per la città, che si è vista infrastrutturare strategicamente, andando anche a riqualificare punti focali del proprio tessuto. Certamente rimangono anche punti oscuri, come lo stato di abbandono di alcuni impianti – la pista di bob, skeleton e slittino di Cesana Pariol o il trampolino per il salto con gli sci di Pragelato.

Il problema della riconversione delle aree destinate a manifestazioni straordinarie, tuttavia, non è solo italiano e volendo stringere il focus solo sulle Esposizioni, ci sono diversi precedenti che ne illustrano la difficoltà: quello di Siviglia (EXPO ’92 – in coabitazione con Genova) e Hannover (EXPO 2000). In entrambi i casi le aree edificate si sono rivelate poco appetibili; tutt’oggi esistono padiglioni abbandonati che favoriscono il degrado anche delle aree circostanti. Ancora, sempre in entrambi i casi, è stato sovrastimato il numero dei visitatori, con il risultato di avere zone dedicate eccessivamente estese e troppo costose per l’economia della manifestazione.

Probabilmente non è questo il futuro che immaginava EXPO Siviglia '92
Probabilmente non è questo il futuro che immaginava EXPO Siviglia ’92

Discorso diverso per Lisbona, che ha avuto un’ottima legacy dalla sua EXPO (nel 1998), vedendo la zona fieristica integrata nel tessuto urbano, creando una propria centralità che ha permesso anche ai quartieri limitrofi di beneficiarne, in termini di qualificazione qualitativa ed economica.

E a Milano? Le notizie recenti creano un po’ di inquietudine, sia per quanto riguarda l’area intera che a proposito dei singoli padiglioni.

Il polo fieristico sorge su un terreno controllato da AREXPO, una società creata ad hoc per la gestione immobiliare. La stessa AREXPO ha creato un masterplan, che illustra come dovranno essere utilizzati gli spazi dopo il 31 ottobre, con l’intento di cedere gli stessi con un bando di gara, partendo dalla cifra di 315 milioni di Euro. Bando di gara che scadeva il 15 novembre scorso e che ha visto il seguente numero di partecipanti: nessuno. Il masterplan, che prevede la creazione di un grande parco, il riutilizzo di alcune strutture per scopi aderenti a quelli di Expo, il divieto all’edificazione di centri commerciali di dimensioni superiori a 2500 metri quadrati, resta comunque attivo come linea guida, anche se si sta pensando di dividere le alienazioni in diversi lotti. Ciò dovrebbe rendere più semplice la vendita e il recupero dell’investimento iniziale.LEGACY_fl

Per quanto riguarda i padiglioni la certezza è una: verranno smontati per fare in modo che non rimangano canne al vento. Solo il padiglione Italia resterà intatto, sebbene alcuni paesi (Israele, Kazakhstan ed Emirati Arabi Uniti) sembrano aver acconsentito a regalare le proprie strutture all’organizzazione per farne ciò che meglio crede – in teoria sarebbe un contributo alla creazione della famosa legacy di cui sopra.

Un discorso particolare lo merita anche l’Albero della Vita, l’opera che è stata designata come simbolo di questa nostra Expo: secondo alcuni sarebbe necessario conservarla, proprio a memoria di quello che è stato e come monito per quel che sarà e trapiantarla nel cuore della città. Dove? Proprio in mezzo a Piazzale Loreto, che, adeguatamente riqualificato anche dal punto di vista viabilistico, andrebbe ad ospitare un altro pezzo di storia del nostro paese. Non solo, si sostiene anche che metterlo lì vorrebbe anche dire ricucire, almeno parzialmente, la distanza fra il centro e la periferia, dato che il piazzale è il punto di congiunzione di molte vie che portano fuori città.

L'Albero della Vita nella sua ipotetica nuova casa
L’Albero della Vita nella sua ipotetica nuova casa

Ad oggi non è dato sapere come, veramente, EXPO Milano 2015, si farà ricordare da chi l’ha vissuta o da chi ne ha soltanto sentito parlare. Si può affermare che la città, per ora, ne abbia giovato? Sobbarcandosi spese e costi in termini sociali (leggasi proteste, dibattiti, scandali, disagi…traffico) è stato possibile migliorare alcune infrastrutture o crearne di nuove, più funzionali e sostenibili. Creare, costruire, in modo coscienzioso e lungimirante è la chiave per fare in modo che gli eventi restino nella memoria e ne creino, che la Babele di culture che c’è ad Expo non consista solo di insetti fritti e turisti asiatici, ma una legacy tangibile tanto nei cittadini quanto nella città.

In copertina, Expo Future Food District [ph. Cesco 82 CC BY-SA 4.0/Wikimedia Commons]

Ora e allora – Cosa rimane di EXPO 1906 a Milano

Milano città storicamente in movimento, negli ultimi anni è diventata un cantiere aperto, il motivo è Expo 2015, Esposizione Universale iniziata qualche giorno fa e verrà ospitata fino al 31 ottobre 2015, trattando il tema di “alimentazione e nutrizione” declinandola attraverso i 145 paesi partecipanti.

Ma concentriamoci sul passato, le esposizioni universali hanno avuto come prima edizione Londra 1851 e poi svariate edizioni nelle principali città del mondo, per cui data la grande importanza della città metropolitana italiana per eccellenza non si è dovuto ovviamente aspettare il 2015, la prima edizione dell’Esposizione Universale di Milano è stata nel 1906.

Edizione travagliata, inizialmente avrebbe dovuto svolgersi nel 1905, ma il ritardo dei lavori del traforo del Sempione fece slittare la data all’anno successivo, inoltre, nei primi giorni di Agosto del 1906 durante la manifestazione divampò un incendio nel padiglione della galleria d’arte decorativa italiana e ungherese che distrusse diversi tra edifici e padiglioni nelle vicinanze, in soli 40 giorni tutto dovette essere ricostruito e inaugurato nuovamente davanti alla presenza del re Vittorio Emanuele III.

Come location venne scelta l’area verde dietro al Castello Sforzesco, in questa occasione in omaggio al traforo il neonato giardino venne denominato di Parco Sempione. L’esposizione fu inaugurata il 28 maggio del 1906 e parteciparono ufficialmente 40 nazioni trattando il tema de “i trasporti”.

Vennero costruiti 225 edifici progettati dai più noti architetti dell’epoca, molti padiglioni vennero costruiti in stile liberty, seguendo la moda del tempo. I padiglioni vennero interamente smantellati, tranne uno, come abitudine per le esposizioni, che venne regalato alla città, l’Acquario Civico di Milano, edificio in stile liberty di fianco al Castello. Nulla da invidiare alla Tour Eiffel rimasta a Parigi  dopo l’esposizione del 1889 e lo Space Needle a Seattle nel 1962, speriamo che l’Albero della Vita godrà almeno della metà della notorietà del nostro splendido acquario!

Noi di Pequod vi porteremo indietro nel tempo e vi mostreremo quel che resta oggi di Expo 1906 a Milano.

 

Acquario Civico

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Parco Sempione e i Padiglioni

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Piazza Giulio Cesare, i Trasporti e le mappe.

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Expo è anche Cascina Triulza: il padiglione della società civile

Con Expo ormai alle porte le novità non mancano di certo. Fra i numerosi padiglioni presenti ne spicca uno di particolare interesse: il padiglione dedicato alle organizzazioni della società civile (Expo Milano 2015 é la prima Esposizione Universale a ospitare padiglioni di questo tipo), Cascina Triulza.

Antica costruzione rurale già presente all’interno del sito espositivo, con una superficie di 7900 mq e collocata a circa 700 metri dall’accesso ovest, la cascina è stata recentemente ristrutturata in vista dell’Esposizione Universale. Il tutto è gestito dalla Fondazione Triulza, ampia piattaforma composta dalle principali organizzazioni del terzo settore. Mostre, convegni e spettacoli saranno all’ordine del giorno all’interno del padiglione che prevede ben 750 eventi durante i sei mesi di Expo.

Il programma culturale della fondazione si basa sul tema comune Energies to change the world che è stato scelto per «rappresentare il ruolo della società civile, mostrando come la straordinaria forza di cambiamento generata ogni giorno dall’iniziativa autonoma dei cittadini, dei giovani e delle organizzazioni del sociale possa contribuire a costruire, e a mettere in pratica, un modello di vita e di consumo più sostenibile», come si evince dai documenti relativi il contesto in cui si inserisce il progetto del padiglione, gentilmente inviatimi da Alice Alberga, responsabile dell’ufficio stampa della Fondazione Triulza. Ne scaturiscono sette assi tematici emersi dal confronto tra le varie organizzazioni, i quali si articolano in:

produzioni e stili di vita per uno sviluppo di qualità;
dare voce a chi non ha voce;
la responsabilità sociale dell’arte;
giovani creativi e produttivi;
cittadini custodi dei beni comuni;
vivere e convivere nelle comunità locali e globali, profit, no profit;
istituzioni: nuove alleanze per il futuro.

Attualmente sono 63 le organizzazioni del terzo settore che hanno aderito al programma culturale e al tema promosso dalla Fondazione Triulza. Da questo punto di vista le call emesse si sono rivelate un utile strumento per coinvolgere i vari enti e imprese interessati alla realizzazione di questo progetto. I piccoli produttori che si occupano di promuovere prodotti sostenibili e attenti all’ambiente, inoltre, godranno di un’area a loro dedicata, l’area mercato, uno spazio di circa 700 mq che sarà aperto al pubblico per tutta la durata dell’Esposizione. Il padiglione diventerà, quindi, un punto di incontro tra consumatori e produttori consapevoli inseriti in un clima di sperimentazione e innovazione per uno sviluppo eco-sostenibile.

L’obbiettivo é sfruttare al massimo l’occasione unica fornita da Expo e dal tema Nutrire il pianeta. Energia per una nuova Vita al fine di «far emergere il protagonismo del civile e accreditare la straordinaria forza di cambiamento generata ogni giorno nel mondo dall’autonoma iniziativa dei cittadini, dei giovani e delle realtà organizzate della Società Civile», come viene spiegato nella scheda inerente il rapporto tra il padiglione e le imprese. Il citadino/visitatore diventa, inoltre, parte attiva di tutto il progetto in modo da garantire una maggiore sensibilizzazione riguardo i temi affrontati.

Al via EXPO: Milano fra scontri, devastazioni e NO EXPO

E’ finito il conto alla rovescia, EXPO 2015 ha finalmente aperto i suoi cancelli al mondo.

A  Milano, nella giornata della festa del lavoro,  ha sfogo il fermento maturato nei mesi che hanno preceduto l’Esposizione, caratterizzati da polemiche, scontri e scandali, nonché da tanta, tanta fretta. Per le strade di Milano non sfila soltanto il tradizionale corteo dei lavoratori, guidati dai sindacati, dichiaratisi felici di collaborare con le autorità per contribuire fin dal primo giorno al successo di un tal eccezionale evento, ma anche un altro, ben più arrabbiato, indignato e temuto dall’autorità competente, il No Expo MayDay Parade.

Benché il ritrovo del corteo NoExpo fosse previsto nel primo pomeriggio, già in mattinata un gruppo di una trentina di persone ha protestato pacificamente davanti ai tornelli dell’ingresso Fiorenza dell’Esposizione, mostrando uno striscione sul quale compare la scritta “Il belpaese delle opportunità, un Expo di mafia cemento e precarietà”. L’episodio non ha avuto ripercussioni violente e dopo poco più di mezz’ora i manifestanti si sono diretti verso la stazione della metropolitana.

Poi, alle ore 14:00, i cosiddetti “antagonisti” di EXPO si sono radunati in Pizza XXIV Maggio sotto un cielo plumbeo, intenzionati a sfilare per le vie del centro. Ma per garantire una maggiore sicurezza, il percorso del corteo è stato modificato, impedendone il passaggio nelle zone sensibili e vicino ai luoghi simbolo dell’EXPO come l’ExpoGate, in Via Beltrami. Le stime indicano una partecipazione di circa 20mila persone, non solo da tutta Italia, ma anche dall’estero, molti collegati con i gruppi no-global. Quello che si teme di più è una presenza non trascurabile di black bloc, famosi per gli atti vandalici e violenze, che si potrebbe confondere tra la folla della pacifica manifestazione.

Il corteo è partito accompagnato dalla musica e con un’aria festosa, ma la tensione è palpabile e le forze dell’ordine sono in stato d’allerta.

Ad un’ora dall’inizio della manifestazione un gruppo di giovani si stacca dal corteo e in corrispondenza del primo sbarramento della polizia imbratta la vetrina di una banca con la scritta “Expo=più cemento”. Ma il cammino continua senza altri problemi.  E’ all’arrivo in Piazza della Resistenza che si verificano i primi scontri: i manifestanti lanciano petardi contro i poliziotti in tenuta antisommossa, che rispondono cercando di disperderli con l’uso di idranti. Le vetrine dei negozi nelle vicinanze della piazza vengono danneggiate e cosparse di benzina e così anche tutte le altre lungo il percorso del corteo. Non solo le banche o le sedi di particolari associazioni, ma nessun tipo di negozio viene risparmiato.

Nonostante la particolare attenzione prestata dal comune di Milano alla sicurezza e il notevole dispiegamento di forze (2200 agenti e grate d’acciaio per gli sbarramenti), la situazione è precipitata a circa un’ora e mezza dall’inizio della manifestazione quando il corteo si stava avvicinando al punto più caldo del percorso, piazzale Cadorna: gruppi di persone vestite completamente di nero si sono staccate dal grosso del gruppo e hanno iniziato a lanciare bombe carta in via Mellerio e in via Carducci. In corso Magenta sono stati lanciati alcuni fumogeni contro i poliziotti che hanno risposto con l’uso di lacrimogeni, creando una spessa colonna di fumo nero che ha reso l’aria irrespirabile e ha fermato il corteo per qualche minuto. Molte macchine sono state date alle fiamme e così un negozio, che nemmeno il precipitoso intervento dei vigili del fuoco è riuscito a salvare. Anche alcuni cassonetti sono stati dati alle fiamme dopo essere stati ammucchiati in mezzo alla strada per creare una barriera tra manifestanti e forze dell’ordine.

Gli scontri con la polizia continuano per tutta la durata del corteo con i manifestanti che cercano di farsi strada verso il centro della città, dove il loro passaggio era stato impedito. I suoni che si sentono sono quelli dei vetri infranti, dei petardi che esplodono e dei lacrimogeni utilizzati dalla polizia. L’immagine è quella confusa di una guerriglia urbana in cui circa un centinaio di manifestanti, incappucciati e nascosti dal nero delle loro vesti, attaccano i blocchi creati dalla polizia e le vetrine dei negozi che incontrano sulla loro strada.

Alla fine della manifestazione ciò che riamane sono le vesti nere di cui i manifestanti si sono liberati e i cittadini che, scesi in strada, con scope e palette ripuliscono le strade della loro città.

La bellezza sta negli occhi di chi è vicino – La rete Grandi Giardini Italiani e Expo

Spesso si sottovaluta quello che il nostro territorio ha da offrirci. Spesso preferiamo prendere aerei, andare in altri continenti, attraversare oceani, intraprendere lunghi viaggi, senza renderci conto che casa nostra ha quanto di meglio ci sia. A volte basta sollevare il velo e andare a cercare il bello che sta nascosto. L’Expo 2015 a Milano, lasciando da parte qualsiasi polemica sia stata mossa in questi mesi, ha anche questo obiettivo: farci riscoprire i posti nascosti di casa nostra. Ed è propria questa l’iniziativa promossa dalla rete Grandi Giardini Italiani: in occasione dell’esposizione universale che aprirà oggi, 1 maggio, a Milano, parchi e giardini privati in tutta Italia solitamente inaccessibili sono aperti al pubblico, permettendo di visitare quello che di solito resta nascosto agli occhi del mondo. Più di cento spazi verdi sono a disposizione del pubblico, rilanciando il turismo horticultural. In occasione di Expo, oltre al centinaio di luoghi, in tutta Italia e nel Canton Ticino, già facenti parte della rete, fondata da Judith Wallace nel 1997, altri sei giardini sono entrati a far parte dell’iniziativa, come, per esempio, i giardini vaticani o le ville pontificie a Castel Gandolfo, le cui bellezze e misteri sono noti e immaginabili.

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Ma anche le altre new entry celano realtà e aspetti interessanti, cui vale la pena fare visita.

L’Oasi Zegna, situata a Trivero in provincia di Biella, in Piemonte, trova vita negli anni Trenta quando lo stilista e imprenditore Ermenegildo Zegna si dedica alla riforestazione delle aree vicine al suo paese natale. La riqualifica del luogo, grazie a conifere, rododendri e ortensie, venne completata con la costruzione della strada panoramica, e, in seguito, della stazione sciistica di Belmonte.

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Il castello di Miradolo, a San Secondo di Pinerolo, in Piemonte, è circondato da un immenso parco (6 ettari), dalla forma ovale che richiama i giardini all’inglese; attraversato da canali e correnti d’acqua, l’intero territorio è soggetto ad un microclima particolare, che ha permesso la crescita di un boschetto di bambù. Fiore all’occhiello (nel vero senso del termine) del parco sono le sue camelie.

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A Briosco, in provincia di Monza Brianza, prende posto il Rossini Art Site, un parco verde che ospita la Collezione Pietro Rossini di sculture moderne e contemporanee: in tal modo l’arte è direttamente collegata al territorio e alla natura, che diventa anch’essa un’opera artistica. Un consiglio: non abbiate paura dei cavalli che girano liberi e indisturbati per il parco, vi faranno solo un po’ di compagnia.

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Se volete sentirvi come Alice nel Paese delle Meraviglie, andate a Fontanellato, in provincia di Parma: creato da Franco Maria Ricci, per ben 7 ettari si estende uno dei labirinti più vasti che ci siano; pianta a stella e fatto di bambù, al centro del sito (per i fortunati che non rimarranno smarriti nel dedalo) sorgono una libreria, un museo, un ristorante, un bistrò, una sala da ballo, due suites… di tutto e di più, ma sempre a patto che riusciate a raggiungere la fine del labirinto!

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In copertina: Giardini Vaticani [ph. Sailko CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons]

Tra 1° Maggio, EXPO e il teatro alla Scala di Milano: Nessun Dorma!

 

Invece che a Pechino, al tempo delle favole, Turandot quest’anno è a Milano, al tempo di EXPO. Molte sono state le polemiche riguardanti la festa dei lavoratori concomitante con la rappresentazione al teatro alla Scala di Milano – diretta da Riccardo Chailly nell’allestimento (rivisitato) che il regista Nikolaus Lehnhoff ideò per Amsterdam nel 2002: «Nei sei mesi di EXPO, per la prima volta nella sua storia, la Scala sarà aperta ininterrottamente dal 1° maggio al 31 ottobre. Il ruolo di istituzione culturale fra le più prestigiose del nostro paese, impone di offrire in questo modo il nostro contributo a questo grande evento per Milano e per l’Italia». Queste sono le parole di Alexander Pereira, il neo sovrintendente della fondazione.

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La prima rappresentazione dell’opera fu il 25 aprile 1926 al Teatro alla Scala di Milano, (il libretto a cura di Giuseppe Adami e Renato Simoni) sotto la direzione di Arturo Toscanini. È un dramma lirico composto da tre atti e cinque quadri: teatralmente parlando il quadro sta ad indicare una o più parti di un atto (è una semplice pausa con sipario aperto e palcoscenico vuoto – indica un cambio di scena) mentre tra un atto e l’altro avvengono cambiamenti ben visibili a livello narrativo e scenico.

Turandot è l’ultima e incompiuta opera di Giacomo Puccini (le ultime due scene, di cui non rimaneva che un abbozzo musicale discontinuo, furono completate da Franco Alfano, sotto la supervisione di Toscanini dopo la morte del compositore – 29 novembre 1924). In realtà c’è chi sostiene che non sia veramente incompiuta a causa della malattia, ma dalla difficoltà che l’autore incontrò con quel lieto fine: tutto quel trionfo d’amore (nonché l’elemento che aveva acceso il suo entusiasmo verso il soggetto) e la trasformazione della principessa Turandot da sanguinaria ad innamorata lo crucciava parecchio. Questo perché Puccini cercava di ottenere sempre un equilibrio tra azione scenica e musica: gli atteggiamenti dei personaggi e le situazioni dovevano avere delle motivazioni esplicite, nonché essere giustificate dalla logica per essere chiare al pubblico.

Turandot è una principessa sanguinaria dal cuore di ghiaccio che sottopone i suoi pretendenti ad una prova: se non riusciranno a risolvere tre enigmi irrisolvibili da lei proposti verranno decapitati. Ovviamente Calaf, il figlio del re dei Tartari, dopo essere arrivato a Pechino, dopo aver incontrato casualmente suo padre Timur e la fedele e innamorata schiava Liù (Carramba!), affascinato dalla principessa decide di affrontare la prova (ma tenendo bel celata la sua identità). Nonostante le avvisaglie dei dignitari reali Ping, Pong e Pang per farlo desistere, il principe belloccio affronta la sfida e ovviamente la supera.

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Data la sua infinita moralità non vuole sposare la principessa contro la sua volontà: se Turandot riuscirà a indovinare il suo nome prima dell’alba potrà condannarlo a morte. In nottata scoppia il putiferio in città, vengono catturati Timur e Liù (che essendo innamorata del principe si uccide per paura di rivelarne il nome sotto tortura). Nel frattempo Calaf, mentre tutti piangono, rimane solo con Turandot affrontandola con fermezza: con un bacio scioglie il suo cuore. All’alba egli rivela il suo nome mettendo la sua vita nelle mani della principessa squilibrata che dichiara:

 Turandot:

Padre augusto, conosco il nome
dello straniero!
Il suo nome è… Amor!

(I due amanti si trovano avvinti perdutamente, mentre la folla getta fiori e acclama gioiosa.)

La folla:
Amor!
O sole! Vita! Eternità!
Luce del mondo è amore!
Ride e canta nel Sole
l’infinita nostra felicità!
Gloria a te!… Gloria!

 

 

 

SEXpo Milano 2015 – transgender prostitution in Milan during EXPO

Every time there’s an important International event, prostitution plays a big role. EXPO Milano 2015 doesn’t constitute an exception.The city has been preparing to welcome visitors, but also their sexual escorts, for months. Of course, Pequod doesn’t mean to introduce you to the world’s oldest job, but at the eve of the great opening we had a chat with Vincenzo Cristiano, president of ALA Milano Onlus, and Luca Rousseau, coordinator of Progetto Via del Campo, and they told us something about a particular kind of prostitution – transgender prostitution.
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Before analyzing the link between EXPO and prostitution, could you try to describe what transgender prostitution means in Milan?

V.C.: First, we need to distinguish between street prostitution, the most known type of prostitution, as it’s the most visible and involves the local residents, and another kind of prostitution, which takes place in different environments – night clubs, private houses and websites. This particular kind of sex work indeed constitutes the 90% of the total amount of prostitution, while in Italy we usually consider only the street one. Among the 5000 sex workers operating in Milan, 500 are transgender. Only 100 of them work in the streets; the rest works in other contexts, especially in night clubs.

L.R.: Via del Campo is a multifunctional centre, working together with the prevention department of the Italian Public Healthcare system (ASL) since 2009. It deals with STDs, offering medical, psychological and social help. These are all very important aspects, because dealing with prostitution doesn’t only mean taking care of medical problems, but also helping a group of people who risk social exclusion. Since 2009 our centre has worked with 1000 people, 500 of them transsexual people. Among these, 100 are trans men (FTM), working especially with male customers, while most of them are trans women.

Which is the average age of transgender prostitutes? Where do most of them come from?

V.C.: In Milan the average age is 25 years old. The majority of them is not Italian, but comes from extra-European countries and in particular from South America – especially from Brazil and Peru.

L.R.: Half of the transsexuals are from 25 to 34 years old and come from Southern America.

What are the reasons for which transsexual people prostitute themselves?

V.C.: First of all, we should clarify that not every prostitute decides to do this particular job because they are desperate or don’t have any other option. It’s a job like many others and sometimes it’s simply a free choice. This is valid for prostitution in general. When it comes to transgender prostitution though, things are quite different. Undergoing a medical intervention to complete the sexual transition is a decision that is still seen with prejudice, that’s why it’s hard for transsexuals to get a job outside the beauty-care industry and restaurant industry. Prostitution becomes the only way to survive.

L.R.: Usually, prostitutes are people who can’t find their place in the job market and transsexual prostitutes are quite required in Milan. However, we must say that recently some multinational companies are starting to hire transsexuals according to the Diversity policy.

Have you noticed an increase of prostitution connected somehow to EXPO Milano 2015? How does it occur?

V.C.: Yes, we’ve noticed an increase but not in the streets. The offer online has increased, through specialized agencies, like Rosso Scarlatto and other meeting websites – new websites appear everyday. This is normal though, for example in Brazil for the 2014 World Cup they were preparing themselves for months before the event, offering English language lessons to prostitutes in order to give them the possibility to understand the dangerous situations and distributing condoms to promote safe sex.

L.R.: We don’t have real data now, but we’ve noticed an increase in the number of websites, also for the Design Week. Also, during the 2014 World Cup in Brazil we’ve noticed a decrease of transsexuals in Milan, as a sign that prostitution isn’t a local phenomenon anymore, but follows the international events.

What are you doing to be ready for the 1st May, the EXPO Milano 2015 opening? It seems like Italian institutions are not exactly helping…

V.C.: ALA Milano Onlus, together with Milan city council, has been promoting for months projects to spread the message of safe sex, which had started for Design Week, with the support of videos, too. That’s all, unfortunately.

L.R.: We’ll work mainly through the multifunctional centre, open twice a week, while our mobile unit will focus mostly on male prostitution, which is the most endangered one and needs a bigger effort concerning prevention.11186258_10206888935452253_148954910_n (1)Are you going to carry on a campaign of prevention and education for the whole period of EXPO Milano 2015?

V.C.: Sure! Actually, our campaign is going to last longer than EXPO, ending the 1st December, International Day against AIDS. A particularly important project is Contatto Sicuro, a web site promoting prevention and information about STDs, giving the possibility to take anonymous and free HIV tests and medical consultation at our centre.

L.R.: The problem concerns the money, because the government doesn’t spend public money for social problems. Our only help comes from the Public Health System, but still it’s not enough to cover all the expenses which are necessary to support every emergency. In occasion of EXPO Milano 2015, there hasn’t been a particular effort or will to collaborate with us and support our prevention project concerning prostitution.

 

Il lavoro ai tempi di Expo

Mentre Giuseppe Sala si dichiara stupito e Aldo Grasso parla di una generazione non abituata al lavoro, nel web si scatenano gli indignati. Facciamo un passo indietro. Esce un articolo del Corriere nel quale si afferma che l’80% dei selezionati per Expo si è tirato indietro. In particolare si parla della squadra che si occuperà degli 84 quartieri nei quali è stato suddiviso il sito espositivo per la gestione operativa. Il 46% dei primi selezionati è sparito al momento della firma, per poi passare al secondo gruppo di selezionati e poi al terzo, sino ad arrivare al discutibile dato. Le polemiche non si fanno attendere ed emergono testimonianze che raccontano di una selezione non sempre chiara e trasparente da parte di ManpowerGroup. Quest’ultima, poi, specifica che non si tratta solo di rinunciatari; nel calderone sono finite anche persone che non hanno superato i test o non sono state in grado di andare avanti nelle selezioni. Ne consegue che i dati andrebbero rivisti non considerando tutti i candidati ma le specifiche figure richieste. Under 29 con un contratto d’apprendistato fino a 1.500 euro al mese? Sembra che le cose non stiano effettivamente così.

Si parla di cifre che si aggirano tra le 500/700 euro, festivi e notturni inclusi nel computo, cui vanno sottratte spese come quelle per recarsi in loco. Tanti anche i dimenticati, le cui candidature si sono perse nell’etere o il cui processo di selezione è slittato a data da destinarsi. Intanto Manpower guarda le sue infografiche che quantificano le assunzioni scomponendole in provenienza, sesso, nazionalità, età, istruzione, precisando che le selezioni continueranno durante tutto il periodo dell’evento per far fronte ad eventuali necessità di sostituzione.

GIOVANI-E-LAVORO-ALTRO-CHE-CHOOSY

E’ andata decisamente meglio sul fronte volontario. Escludendo la possibilità del Servizio Civile Nazionale, la partecipazione volontaria a Expo è passata attraverso il CSV (Centro Servizi del Volontariato) di Milano e provincia. Le candidature anche qui sono state spropositate nei numeri, valutarle non deve essere stato semplice, ma gli scontenti sono decisamente meno.

Ecco la testimonianza di due giovani che non volevano perdersi questa opportunità. Camilla Maffezzini fa il dottorato al Karolinska Institutet. Da Stoccolma volerà nei mesi estivi a Milano per svolgere il volunteers program. Ma come ha fatto? Cosa l’ha spinta a investire le sue ferie in questo progetto? Tutto comincia dal colloquio preliminare del CVS che segue l’invio della candidatura. La possibilità, come naturale che sia per la selezione di un esercito internazionale, è quella di avvalersi di Skype. In sede di colloquio viene chiesta conferma circa il curriculum inviato, si approfondiscono le motivazioni che spingono a partecipare, le aspettative, le capacità di lavorare in gruppo. Si cerca di captare la determinazione della persona. Tutto normale. Superato questo primo ostacolo, vengono fornite le credenziali per l’accesso a una piattaforma e-learning necessaria all’apprendimento delle competenze. Un mese è il tempo concesso per svolgere il programma che viene gestito dal candidato in sua completa autonomia, comprendente un corso per imparare la lingua straniera nella specificità del servizio prestato. Prepararsi al meglio costa tempo; Camilla stima una dozzina di ore a settimana. Al termine si deve superare un test che verterà sulla storia delle Esposizioni internazionali, su cos’è Expo2015 e i suoi temi, sui partecipanti, i servizi del sito espositivo, i progetti e le strutture architettoniche, le aree tematiche, il padiglione Italia, la sicurezza, le funzioni del volontario, la leadership e il lavoro in team. Senza dimenticare l’inglese, naturalmente. Un’opzione ancora disponibile è quella di inviare la propria candidatura per il padiglione Europa, con un bel colloquio da svolgere tutto in inglese. Tutto per un’attività che si strutturerà in turni di 5 ore e mezza al dì, per un totale di due settimane, sabato-domenica-festivi compresi.

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Pronti-via, partenza il primo maggio per Simone Vanzini. Altro volontario che ha scelto di esserci: «Ho scelto di fare il volontario perché mi lascia abbastanza tempo libero e dovendo studiare e lavorare non potevo tenermi occupato per periodi maggiori di due settimane.» Come proclamato dagli spot, il guadagno più allettante che ritorna nelle tasche del volontario è la rete di nuove conoscenze che lui stesso si potrà creare partecipando all’evento. Simone commenta: «Da questo evento mi aspetto di aumentare la mia cultura riguardo le tematiche affrontate e spero che si venga a creare un ambiente Interculturale che permetta a tutti di crescere ed imparare. Ultimamente sento molte critiche per quanto riguarda questo evento. Indubbiamente, come spesso accade, l’organizzazione e la tempistica italiana non è stata il massimo però trovo inadeguato lo spirito catastrofista di alcune persone. Sono convinto che sia un evento che potrebbe permettere, ai partecipanti interessati, di ampliare i loro punti di vista. Non rimane che sperare che vada tutto per il meglio.»

Un contesto denso e pregnante quello di un’esposizione internazionale, che immerge in una babele multiculturale e multilingue; avere il mondo in 1 milione di metri quadri può potenzialmente fare la differenza! È in essere anche l’intenzione di collegare il mondo reale di Expo con quello virtuale dei social network, nel quale far convergere tutti i volontari del mondo. Il mantenimento di una comunità di volontari attiva, a supporto di eventuali iniziative future. Promettente! A evento concluso si tireranno le somme. Non basta avere i dati: vanno interpretati!

Nymphenburg – Castelli della Baviera #2 

Il Castello di Nymphenburg (Castello delle Ninfe) venne costruito tra il 1664 e il 1726 e fu adibito a residenza estiva dai re bavaresi.

Il palazzo si trova a Monaco di Baviera ed è distante pochi chilometri dal centro storico.

L’intero complesso esterno si basa sul modello francese, mentre i saloni e le stanze sono in stile barocco.

Il vasto salone d’ingresso è soprannominato “sala della musica”, nella quale il tema ricorrente è la musica che adorna gli sfarzosi affreschi e gli specchi presenti nella sala.

Un’altra stanza molto importante è la “camera da letto verde” dove il 25 agosto 1845 nacque Ludwig II Wittelsbach, conosciuto come il re “folle”.

Il giardino di Nymphenburg di stile inglese è abbellito da innumerevoli statue, fontane e padiglioni, con diversi corsi d’acqua che scorrono attraverso il parco, per poi fluire nel laghetto difronte al palazzo dove sguazzano numerose varietà di anatre e maestosi cigni bianchi, sempre amati della famiglia reale.

In una delle due ali laterali della reggia sono situati due musei rilevanti, il museo delle porcellane e il Marstallmuseum (museo delle carrozze e slitte), laddove tra le molte carrozze adoperate dai reali per matrimoni, funerali o semplici spostamenti, vi si trova la carrozza dell’incoronazione, usta da Ludwig II di Baviera.

Lo schloss Nymphenburg e i suoi giardini sono incantevoli, soprattutto durante le giornate di sole, per la ragion che come dice un detto tedesco:

“Quando gli angeli viaggiano, il sole sorride”.

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ceCINEpas: una scommessa visionaria

Un salotto milanese, un gruppo di amici, la passione per il cinema indipendente e il piacere del buon cibo.

Sono queste le radici su cui si fonda il progetto ceCINEpas (rigorosamente letto alla francese ndr), un’associazione orizzontale, partecipata e aperta a tutti gli appassionati e interessati, che nasce nel 2013 e inizia il suo percorso il 9 gennaio grazie a un’assemblea e a una conferenza pubblica nella storica palestra di Rocco e i suoi fratelli, al circolo Arci di via Bellezza.

Lo scopo principale è quello di aprire un cine-bistrot a Milano a emulazione del modello romano Kino, un equilibrio perfetto tra il nutrimento dell’anima e quello del corpo: due direzioni diverse, distanti, che non potrebbero essere più complementari.

A distanza di due anni sono 54 i soci che hanno sottoscritto il progetto e che armati di entusiasmo, buona volontà e competenza cercano di rendere quest’esperienza unica e senza eguali, da degustare con gli occhi, con le orecchie, con la bocca; un’emozione pubblica da condividere con chi ci siede accanto.

L’obbiettivo finale è quello di creare una location fissa nel cuore pulsante di Milano, una cornice perfetta dove poter proiettare quelle opere cinematografiche emarginate dai maggiori circuiti commerciali e poter dare spazio a rassegne, incontri e degustazioni a tema nell’atmosfera tipica di un bistrot. Una nuova chiave di lettura per quest’arte visiva che possa intrattenere, appassionare e al contempo informare lo spettatore, avvicinandolo ad artisti emergenti riconosciuti internazionalmente, che non godono dell’interesse dei colossi cinematografici.

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Obbiettivo che trova sostegno nella collaborazione attiva di una moltitudine di realtà culturali del territorio: «Abbiamo iniziato a lavorare con varie realtà milanesi, associazioni e spazi, e a far nascere delle collaborazioni interessanti, ad esempio con il Cinema Beltrade,  con il quale abbiamo una rassegna in corso. Un’altra realtà con cui abbiamo una bella collaborazione è il Teatro Franco Parenti, dove abbiamo organizzato rassegne con continuità negli ultimi due anni. Adesso vorrei citare tutte le collaborazioni, ma sono davvero tante: l’associazione culturale La Scheggia, oppure Maquis. Siamo felici e orgogliosi di poter lavorare con tutte queste realtà», ci racconta in una chiacchierata telefonica Carla Vulpiani, vice presidente di ceCINEpas.

Non mancano però difficoltà a vari livelli, come il sostegno economico o lo spazio a Milano, che è sempre molto difficile ottenere e che al momento rappresenta l’ostacolo più invalicabile.

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Con gli amici, con il partner, con la famiglia, a un appuntamento al buio, invitate il vostro vicino in treno, in metro, il ragazzo che vi sta seduto di fronte in biblioteca, trascinate qualche sconosciuto e nutrite anima e corpo con una serata organizzata da ceCINEpas.

24 aprile: a Niguarda stanno già festeggiando

Niguarda. In occasione del 70° anniversario della Giornata della Liberazione, Pequod intervista Angelo Longhi: manager IBM dall’animo antifascista ereditato dal padre, un partigiano niguardese.
Una lunga tradizione antifascista, risalente gli inizi degli anni Venti, si cela tra le pareti di Niguarda: protagonista dell’insurrezione milanese provocata con 24 ore di anticipo di quella che diventò la Giornata della Liberazione Nazionale.

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Nella mattinata del 24 Aprile 1945 la volante De Rosa, composta da alcuni elementi delle brigate partigiane dalla Valdossola (in città per recuperare viveri, armi e denaro), si scontrò con i fascisti e per la prima volta, forte del tempo ormai maturo per la resa dei conti, si fermò ed eresse le cinque barricate che diedero inizio all’Insurrezione. Circa in un centinaio, fra garibaldini della De Rosa, brigate del Comandante Di Dio e partigiani cattolici della Parrocchia di Don Mazzi, si scontrarono con i fascisti ed i tedeschi ormai in ritirata, dando un grosso contributo alla Liberazione.

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Una barricata spiccava sulle altre: quella di Via Graziano Imperatore, dove le due staffette Gina Galeotti Bianchi (soprannominata Lia), ragioniera trentenne iscritta al Partito Comunista e attivista nei gruppi di difesa della donna e Stellina Vecchio, stavano portando gli ordini dell’Insurrezione del giorno seguente agli operai delle fabbriche del Nord Milano (Pirelli, Falk, Ercole Marelli, etc.) pronti a scendere in sciopero. Furono falciate da una raffica di mitra provenienti da un camion di tedeschi che cercava di sfondare la barriera per allontanarsi da Milano. Stellina Vecchio riuscì a sopravvivere, portando con sé il ricordo di un impermeabile perforato dai proiettili, mentre Lia morì nel cortile di una casa dove il primo soccorso e il ricovero degli abitati furono vani. Iniziarono gli spari nella zona della Pirelli e, con l’aumento dei partigiani si pose ufficialmente fine alla Repressione tedesca e fascista. Il 24 Aprile 1945 i partigiani resero Niguarda libera. Il 25 Aprile 1945 Niguarda rese Milano libera.

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Domenica 12 Aprile 2015 è stato organizzato un convegno in memoria delle centomila maestranze che si resero protagoniste di un evento straordinario, quale lo sciopero generale in un territorio (al tempo) sotto una doppia occupazione: quella militare tedesca e la repressione fascista delle bande della Repubblica di Salò. Durò circa una settimana e, secondo una testimonianza del New York Times del Marzo 1945, fu uno dei colpi più forti, più potenti della popolazione italiana durante l’occupazione militare. Al convegno sono intervenuti Antonio Pizzinato (ex Segretario Nazionale CIGL) e Sergio Fogagnolo (figlio dell’ingegnere Umberto, fucilato in Piazzale Loreto il 10 agosto 1944 per essere stato organizzatore degli scioperi alla Ercole Marelli insieme ai lavoratori). Venerdì 24 Aprile al Teatro della Cooperativa si svolgerà lo spettacolo Nome di battaglia Lia in onore di Gina Galeotti Bianchi; la sera, alle ore 20.30 un corteo partirà da Via Armata, passando per il murales di Via Majorana, ove verranno depositate corone di alloro ai decaduti e finirà alle 22 al Teatro della Cooperativa per un’altra rappresentazione dello spettacolo. Per concludere la serata l’iniziativa “liberi di cantare e di ballare” in collaborazione con Radio Popolare .

Vivere senza banca

Nel 2012 è stato scambiato nel mondo denaro senza uso di contante per  un valore di 377 trilioni di dollari. Nel 2022 i pagamenti elettronici dovrebbero superare i 710 trilioni. L’uso di carte e pagamenti online è in aumento, anche nelle economie in via di sviluppo.

Chissà se Isabel entro quella data avrà alzato bandiera bianca o continuerà a resistere. Dal 2002 non usa bancomat, carte di credito. Non ha conto in banca. I soldi del lavoro  – gestire una decina di appartamenti – entrano ed escono dalle sue tasche rigorosamente in contanti. O messi al sicuro per qualche tempo in qualche nascondiglio della sua casa a Buenos Aires.

Isabel ha buone ragioni per non fidarsi delle banche dal giorno, a fine 2001, in cui scoprì che  il suo conto bancario era stato congelato, che non poteva prelevare i dollari che aveva versato per anni, che poteva ritirare solo 250 pesos alla settimana.

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La misura, denominata “corallito”, fu adottata dal ministro dell’Economia Domingo Cavallo per evitare che di fronte all’impossibilità di rimborsare il debito pubblico con il conseguente default dello Stato  la gente prendesse d’assalto gli sportelli  generando una crisi di liquidità delle banche.

I risparmiatori si trovarono di fronte a due scelte: convertire i dollari depositati in pesos – una valuta crollata perchè la parità di uno a uno col biglietto verde in vigore dagli anni ‘90 era saltata per aria – per accedere a quanto era rimasto oppure accettare in cambio una obbligazione  in valuta Usa, che il governo prometteva di ripagare  in dollari entro i 10 anni successivi.

«Il corralito è il box dove si mettono i bambini, dice Isabel, gli argentini si ritrovarono dentro un gigantesco box, da cui era impossibile uscire senza farsi male». Il maldestro messaggio di Cavallo era comunque giunto troppo tardi: i dollari che “dovevano” uscire dall’Argentina – di finanziarie e speculatori – erano già stati depositati da tempo all’estero su suggerimento di chi era stato informato in anticipo.

«Milioni di argentini videro evaporare i risparmi di una vita, ricorda Isabel, una famiglia con 10 mila pesos – fino al giorno prima pari a 10 mila dollari – se li vide confiscati e trasformati in 2.000-2.500 dollari e non poteva ritirarli dal conto. Le banche chiusero le porte davanti alle proteste.  Solo dopo anni e molte controversie legali  il governo concesse di ritirare i risparmi ancora denominati in dollari ma solo per acquistare beni immobili. In molti casi non erano sufficienti per comprare una casa e non fu possibile recuperarli al valore di quando erano stati messi sul conto».

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Isabel – come molti argentini – da allora fa a meno delle banche. Quando incassa gli affitti paga tasse e bollette, prende i soldi per vivere nel mese e il resto lo nasconde «ma se mi ammalo e avessi bisogno di cure speciali non ho una scorta sufficiente, dovrei vendere una casa».

Durante la nostra chiacchierata ho scoperto che c’è un tesoro in quella bella casa di San Telmo, uno dei più vecchi quartieri della città. «Ci sono soldi, non tanti eh? che ho messo via anni fa in un posto che non riesco a ricordare – confessa divertita Isabel – forse un giorno mi torna in mente o salteranno fuori. Altrimenti li troveranno quando non ci sarò più, così qualcuno sarà contento della mia morte».

Ogni tanto si ritrova a fare i conti con le banche. «Due anni fa è morto mio padre e non riesco a chiudere il conto su cui riceveva la pensione. Mi continuano a dire che stanno studiando la situazione. L’inflazione al 30% annuo si mangia il potere di acquisto di quei soldi e chiedono i costi di amministrazione del conto. Capisce perché la mia qualità della vita migliora sin tener un banco?».

I 5 passaggi fondamentali per autopubblicarsi, e perché vale la pena farlo  

Il mondo dei libri è un cosmo in continua espansione: ogni giorno vengono pubblicati nuovi libri, ogni giorno i confini di questo mondo si allargano.

Voler pubblicare un libro che lasci davvero il segno, è una sfida più ardua oggi che cento anni fa, quando la letteratura aveva un ruolo più centrale nella società e la concorrenza nel settore non era così spietata.

Ma cosa può fare oggi un autore che ha un progetto rivoluzionario in cui nessuno crede, o anche un libro importante da far leggere? Arrendersi di fronte a questo mare indistinto di copertine e libri? Smettere di crederci quando arriveranno i primi no dagli editori? La soluzione c’è, c’è sempre stata ed oggi è alla portata di tutti: autopubblicarsi.

Alcuni grandi classici contemporanei furono rifiutati oppure aspramente criticati (Il famoso Diario di Anne Frank fu rifiutato da ben 15 scrittori, mentre di Fiesta di Hemingway un editore disse che era «Noioso e offensivo»), quindi non sempre le grandi case editrici riescono a individuare nuovi capolavori.

Non c’è da stupirsi se alcuni grandi autori hanno iniziato pubblicandosi in autonomia; in Italia questa strada è stata seguita con successo per esempio da Svevo e Moravia.

Ricordatevi che se volete autopubblicarvi e credete davvero nel vostro lavoro, dovete portarlo fino in fondo, cercando di impegnarvi nella cura di ogni dettaglio voi, perché non ci sarà un’intera casa editrice a fare tutto il lavoro… Ma bisogna essere davvero soli in questo cammino? Se avete chiaro quello che vi occorre, potreste anche farvi dare una mano: non siate troppo orgogliosi e non fate tutto da soli, perché ammettere e conoscere i propri limiti è il primo passo per superarli o aggirarli… A meno che voi non siate in grado di fare già tutto da soli!

Fatevi aiutare se potete (e se avete i mezzi economici pagate pure dei professionisti).

Ma prima leggete quanto segue e poi chiedetevi se siete già pronti per questa entusiasmante sfida.

 

1) Sentire il parere di un editor o di un curatore editoriale

Un genitore non può giudicare al meglio i propri figli, perciò voi non potrete mai giudicare in modo obiettivo una vostra opera: chiedete un parere a una persona esperta che possa anche aiutarvi a strutturare meglio il vostro materiale.

Cosa ne sarebbe stato de La solitudine dei numeri primi se non fosse stato segnalato all’autore che quello era un titolo migliore di Dentro e fuori dall’acqua? Oppure se non gli fosse stato detto chiaramente che il concetto di “solitudine dei numeri primi” era la vera chiave del libro?

2) Far creare la copertina da un cover designer

Parliamoci chiaro: anche l’occhio, purtroppo, vuole la sua parte nel mondo dei libri.

Una buona copertina non può essere fatta con un’immagine scaricata da un sito e una scritta aggiunta da voi su paint, c’è bisogno di usare programmi specifici (come InDesign per esempio) e di avere un’idea su come si progetta una copertina che sappia attirare l’interesse delle persone.

3) Vendi anche una versione ebook del tuo libro

Il mercato degli ebook è in continua crescita per vari motivi (titoli strutturati meglio nelle versioni digitali, aumento dei tipi di supporti per la lettura, aumento dei titoli e della scelta, etc), quindi perché privarsi di questa fetta di possibili lettori che è in continua espansione? Moltiplicherete esponenzialmente la possibilità di fare leggere il vostro libro.

4) Pubblica il tuo libro su più piattaforme possibili

Non limitatevi alle librerie, cercate anche di collocare il vostro libro in più piattaforme possibili, in modo da aumentare la visibilità del vostro prodotto e la possibilità di essere acquistato dai lettori.

5) Promuovi il tuo libro

Non pensate che se un libro è stupendo si venda da solo: oltre al caro vecchio passaparola, serve che ne parlino più persone possibili! Internet oggi è uno dei mezzi migliori da sfruttare per farsi pubblicità (blog, forum, social network, siti specializzati, stampa, etc) quindi non tiratevi indietro e fate in modo che se ne parli!

 

Dopo aver letto tutto questo ricordavi che questi sono i passaggi base da affrontare per autopubblicarsi: chiedetevi se siete pronti, e se lo siete non tiratevi indietro e impegnatevi più che potete! I risultati arrivano sicuramente quando si fanno le cose per bene… E se il libro che avete scritto è davvero unico.

Africa. La terra nera e selvaggia tra danze e spiriti

Milano. Alla vigilia di EXPO sulla scia di ritardi e polemiche, apre al pubblico uno spazio espositivo innovativo e dal design unico: il MUDEC – Museo delle Culture – risultato di un’operazione di recupero dell’ex fabbrica Ansaldo. Per l’inaugurazione sono state organizzate due mostre in collaborazione con 24 ore cultura – Gruppo 24 ore: “Mondi a Milano” ed “Africa. La Terra degli spiriti” attive fino al 30 agosto 2015.

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Se la prima comporta un viaggio tra le culture extraeuropee già note al grande pubblico, “Africa. Terra degli spiriti” si presenta come un percorso monumentale articolato attraverso più ambienti in successione che occupano buona parte del primo piano dell’edificio progettato da Chipperfield, alla scoperta della cosiddetta art negrè dal Medioevo ad oggi.

Due diversi livelli di interpretazione: uno dal sapore più occidentale con capolavori già noti al pubblico che rimandano quasi automaticamente alle avanguardie del ‘900 tra maestri quali Piacasso o Matisse, in prima linea nella valorizzazione di quest’arte; e dall’altro le opere “selvagge” della tradizione culturale e religiosa del continente africano dal congenito impatto visivo, che ne spiegano simbologia e importanza all’interno del quotidiano della popolazione della fascia subsahariana.

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Il percorso accompagna il visitatore in un viaggio che offre la reinterpretazione, la rilettura di oltre 270 opere della realtà artistica africana. L’allestimento è un gioco di contrasti continuo tra il buio impavido dello spazio espositivo e la luce aurea che illumina maschere, avori, sculture lignee, statuette e reliquari esposti in maniera scenografica; nella prima sala alcune opere all’interno di imponenti teche cilindriche sospese, sembrano fluttuare quasi magicamente, altre si elevano dall’ombra poggiate su sostegni e architetture altrettanto scuri.

Il percorso prosegue con il racconto della ricchezza reale, sovrana e maestosa, passando poi agli oggetti di uso quotidiano, parte integrante della cultura, della quale emerge il forte legame tra uomo e natura. L’ultima sala è la più emblematica e spirituale, cattura l’ospite in una dimensione sonora e colorata, nella quale le protagoniste assolute sono le maschere, simbolo dell’Arte Nera, attraverso le quali gli individui entrano in contatto con gli spiriti e diventano un tutt’uno con esse grazie ai canti e alle danze.

 

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Il visitatore potrà inoltre viaggiare attraverso tre essenziali momenti della religiosità dell’Africa Nera: il mondo degli spiriti, la divinazione che interroga gli spiriti della terra e del vento ed i sacrifici necessari a placare i demoni che minacciano la vita degli uomini e degli animali. In quest’ottica le opere riflettono la maestosità della cultura legata alla vita tanto quanto alla morte, legata al rispetto delle divinità e dei propri antenati.

Un’arte tradizionale, maestosa e colorata che si insinua sottopelle tra un’opera e l’altra, stuzzicando e provocando l’immaginazione, la creatività e la spiritualità personale.

Peta, a student – and a free spirit – from the world

Hello Peta! Could you introduce yourself to Pequod’s readers?

Hey my name is Peta, I am 23 years old Australian-Swiss-Belgian student in Communication and Information Sciences and I am currently studying in Tilburg, the Netherlands. I love moving around, discovering new people and places (and food!!) and I would describe myself as being a free spirit, as cheesy as that may sound.

Why did you choose the Netherlands?

I always wanted to study in a different country for my master because I did my bachelor in Geneva and Sydney. I like discovering new places, and I knew that Dutch universities are good. I speak Dutch and my grandpa was from the Netherlands, so moving here was an opportunity to discover a part of my heritage. In addition, I was looking for a country with a relaxed attitude, which I thought I might find here. 

Describe your life in the Netherlands (your occupation, your everyday life, social life, etc.)

I guess that most of my time is dedicated to University because I want to do well and I am very interested in what I am studying. For the rest, I spend time with my new friends, I try to discover some cool new places around the Netherlands and enjoy special beers way too often. At the moment my social life is a bit limited because of University deadlines but I always enjoy having a laugh around some beers!

How is living in the Netherlands different than living in your country?

I grew up in Switzerland which is a very quiet and conservative country, which honestly does not suit my outgoing personality. When I lived in Sydney, I found a country where the relaxed and fun-loving atmosphere really suited me and I guess the Netherlands is somewhere in between both countries. I really miss the Australian weather and the beach, and this country is really, really flat compared to Switzerland. But when I move someplace new I try not to compare it too much to the previous place I lived in because I think you have to try to discover the new aspects of every new place and try to enjoy the best of them.

Which is the biggest challenge of moving to a new country? Have you had any regrets so far? What do you miss the most?          

I think the biggest challenge is not being able to take my friends with me because they are spread out across the world and having to make new friends.

I enjoy deep friendships which are difficult to find when you move somewhere new. I try not to regret the things I do, because I firmly believe that, in the end, you regret most what you do not do. I am not particularly attached to places so if this does not work out I will just move again. I really miss my friends and family obviously, as well as some aspects of the cities I lived in previously (Tilburg is really quiet) but someone told me not to hang on to the past and to enjoy the present, so I try. And who knows what tomorrow brings!               

What does Europe mean for you? Do you perceive the existence of Europe as a community? Do you feel part of it? Do you feel European?

For me Europe is mostly the geographic definition of it. Having grown up in a country which is not European and being born on the other side of the world I do not particularly feel European. I actually do not believe that Europe should be one big community and I know that is controversial . I feel that by focusing on Europe we lose the individuality of the member countries . For me Europe is an agreement or a collaboration but countries should not disappear under the “European Umbrella”.

Festival della Comunicazione Camogli, al via la seconda edizione

Oggi, lunedì 20 aprile 2015, è stata presentata la seconda edizione Festival della Comunicazione, a Camogli dal 10 al 13 Settembre. Il festival, dopo il grande successo dell’edizione scorsa, che ha visto 20.000 presenze di pubblico, si ripropone prolungando la durata, che sarà di quattro giornate. Danco Singer, uno degli organizzatori, ha spiegato che il festival avrà come tema il linguaggio in tutte le sue declinazioni, si aprirà giovedì 10 settembre con un incontro tenuto da Tullio de Mauro, noto docente e linguista, e si concluderà con Umberto Eco, da sempre in prima fila nell’organizzazione del festival. Numerosi saranno gli incontri, 90 in quattro giorni. Tra un mese sul sito (http://www.festivalcomunicazione.it) sarà presente il programma.

Accanto ai grandi nomi di Piero Angela, Corrado Augias, Furio Colombo, saranno presenti anche blogger e youtuber, figure nuove e sempre più diffuse nell’ambito della comunicazione e del linguaggio alle quali gli organizzatori hanno deciso di dare voce.  Il festival sarà costituito da tavole rotonde, laboratori, spettacoli, ma anche mostre e un’installazione ambientale trasmetterà gli eventi in differita e in streaming proprio per rispondere al crescente interesse che esso genera.

Un progetto nuovo, dunque, nei contenuti ma non meno nella sua organizzazione che vede una collaborazione stretta con gli sponsor. Importantissimo il ruolo di Rai che seguirà l’evento come media partner garantendo la diretta.

Insomma, tutti pronti a partire per Camogli a settembre, il progetto sembra che avrà una eco notevole. Non preoccupatevi troppo: il Festival si farà trovare su tutte le piattaforme.

 

GGG: Garantisce Garanzia Giovani

Davanti agli scoraggianti dati Istat, alle parole di giornali e TV, fino alle proposte di riforme del Governo, noi di Pequod ci siamo posti la seguente domanda: cos’è veramente la Garanzia Giovani, di cui si sente tanto parlare, e cosa sta facendo di importante per noi? Ma, soprattutto, funziona? La Garanzia Giovani (Youth Guarantee) è un piano europeo che si propone di contrastare la disoccupazione giovanile nei paesi aderenti, il cui tasso supera il 25%: oltre all’Italia, ne fanno parte Austria, Belgio, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Spagna, Svezia e Ungheria. Nata il 22 aprile 2013 con la Raccomandazione europea, la Garanzia prevede di esaurire i propri finanziamenti entro il 2018. Il bacino di riferimento è, secondo la normativa, quello degli Under 25, che in Italia, a causa della maggior gravità della crisi, è diventato fra i 15 e i 29 anni: in generale, però, i destinatari della Garanzia sono i NEET (Not in Education, Employment or Training), giovani non occupati né coinvolti in un progetto formativo come un tirocinio o una scuola di qualunque grado. Ma, nei fatti, come agisce la Garanzia?

Essa è costituita da un percorso a tappe, lungo ma apparentemente sicuro, che si può dividere così:

  • Il giovane si informa e fa richiesta di adesione al programma registrandosi sul sito (Info e Accoglienza);
  • La richiesta viene presa in carico dall’operatore dello sportello più vicino (Presa in carico);
  • Viene redatto un profilo del candidato (Profiling);
  • Il giovane e l’operatore si incontrano in un colloquio per stabilire esigenze, requisiti e desideri del candidato (Consulenza orientativa);
  • Viene firmato un accordo che garantisce al giovane un’opportunità entro 4 mesi dalla richiesta (Patto di attivazione).

Il Patto di attivazione è la parte più importante della Garanzia perché consiste in quelle misure che possono aiutare il giovane nella ricerca di un lavoro o nell’assunzione a tempo determinato: si parla di un corso di formazione, un apprendistato, un tirocinio extra-curriculare, un bando di Servizio Civile, un contratto di lavoro anche a breve termine (grazie agli incentivi alle aziende che decidono di assumere alcuni giovani), fino alla mobilità professionale e alle spinte verso l’auto-impiego e all’auto-imprenditorialità. La Garanzia si impegna in un continuo monitoraggio della situazione del giovane, al fine di guidarlo passo a passo nel suo inserimento nel mondo del lavoro e aiutarlo il più possibile nella ricerca dell’opportunità migliore. Così, siamo arrivati alla questione fondamentale: la Garanzia Giovani funziona? Sta realmente sollevando le sorti dei giovani dell’Unione, oppure si tratta di un bluff del governo?Giovani-al-lavoro-ecco-un-libro-per-fare_h_partb

Dati alla mano (www.garanziagiovani.gov.it), il 3 aprile alle ore 12 è stato pubblicato online il rapporto sull’operatività del programma e il contenuto è più che positivo: i giovani registrati sono 491.806, ovvero l’87,8% del bacino di riferimento (i NEET sono stati stimati in 560.000); quelli presi in carico sono il 57,2%, mentre quelli a cui è stata proposta una misura prevista dal piano ammontano al 26,9%. Vi è stato, quindi, un aumento rispettivamente del 11,4%, del 5,1% e del 75,8% se confrontati con i dati del mese precedente. Al 10 aprile, la settimana successiva, i giovani registrati sono saliti a 501.779, ovvero all’89,6%, quelli presi in carico al 57,4%, quelli a cui è stata fatta una proposta dal piano al 27,9%. È palese un deciso incremento nelle percentuali,  che rappresenta un’ottima notizia per tutti quanti (governo, cittadini, giovani e genitori), ma è visibile anche in Europa? La situazione sta davvero cambiando? Dal punto di vista europeo, non ci sono dubbi sulle buone intenzioni e sulle pratiche per aumentare l’occupazione dei NEET: al di là degli svariati programmi concepiti all’interno dell’Unione che si prefiggono di plasmare i giovani come cittadini europei (dal più famoso Erasmus al Servizio Volontario Europeo, dal Progetto Leonardo al Servizio Civile fino alla Dote Unica Lavoro), l’occupazione giovanile sembra un problema in via di risoluzione. In Italia, se vogliamo continuare con le percentuali, il tasso di disoccupazione è tornato al 12,7% del dicembre scorso, dopo un calo a gennaio 2015. Ciò che inquieta è invece la stabilità del numero degli inattivi fra i 15 e i 64 anni, che a febbraio 2015 sono 36%: rispetto ai mesi precedenti, a febbraio la disoccupazione è diminuita proprio per la risalita dell’inattività. In parole povere, sono più gli italiani che non fanno nulla (né studiano né lavorano) che quelli senza un lavoro, ma magari inseriti in un percorso formativo. Il dato porta con sé delusione, tristezza e disperazione, perché è possibile vederlo nel quotidiano: sono gli uomini finiti sul lastrico o le donne qualificate a casa, sono i giovani che non vogliono o non possono continuare a studiare ma che desiderano mettersi in gioco subito con tutte le carte che hanno. Ed è questa l’Italia più vera, quella degli arresi.NEET

Se si guarda ai nuovo canali di comunicazione, quali i siti ufficiali di istituzioni, si può notare un diffuso e comune ottimismo: in particolare, Garanzia Giovani ha il supporto della Commissione Europea ( www.ec.europa.eu) e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (www.lavoro.gov.it), i quali danno notizie davvero confortanti. La Commissione Europea sancisce per il periodo 2014-2020 un budget per le politiche sociali in ogni stato membro (ESF, European Social Fund) e l’Italia si ritroverà con un vero tesoro da poter investire per i suoi giovani: l’OP (Operational Programmes) ammonta a 828 milioni di euro e consiste nei fondi che derivano dall’ESF e dall’ERDF (European Regional Development Fund). Vale la pena sottolineare come ogni riga del programma appaia rivolta alla crisi economica e sociale italiana di cui i giovani sono le principali vittime (si può leggere nel PON, Iniziativa Occupazione Giovane, nella quale la Garanzia riveste il ruolo centrale come misura anti-disoccupazione). Secondo il PON, l’Italia avrà in tutto 1,5 miliardi di euro provenienti dall’Unione ed è il secondo maggiore destinatario di tali finanziamenti, dopo la drammatica medaglia d’oro della Grecia. Tutte queste belle notizie, tuttavia, vengono da una situazione grave, perché la crisi ha messo in ginocchio l’Italia. Infatti, per quanto il Presidente del Consiglio Matteo Renzi parli di crescita in toni entusiasti, il Documento di Lavoro dei Servizi della Commissione redatto a Bruxelles il 18 marzo dopo un esame approfondito sul caso italiano, è tutt’altro che positivo: in generale, si presenta come un paese carente in più campi, disorganizzato e in forte ritardo sui tempi europei. Per quanto riguarda il lavoro giovanile, la Garanzia Giovani viene citata come una porta d’accesso verso il mercato lavorativo, ma i progressi sono limitati, i servizi per l’impiego poco efficienti e le politiche sociali poco sviluppate per affrontare i problemi della disoccupazione diffusa a livello nazionale. Il Jobs Act, oltre le iniziative promettenti, ha mostrato le criticità dell’Italia, fra mancanza di innovazione e di sviluppo, fra buchi neri e incapacità generale di stare al passo con l’Europa.

Fuorisalone 2015 #MDW

Milano è una città meravigliosa, una città che vive di “settimane” cariche di eventi, colori e (troppa) gente.

Parliamo di settimane internazionali che ci fanno ricordare quanto questa città sia viva nel Mondo, qui tra moda, arte e cibo si distingue  la “Milano Design Week” che ruota intorno alla gigantesca esposizione del Salone del Mobile ma porta sopratutto gli eventi off del fuorisalone che coniugano le innovazioni del design alla forma della città.

La città durante questa settimana viene divisa in distretti, Brera, Tortona e Lambrate, si sfidano a colpi di eventi cool, installazioni innovative ed esposizioni particolari.

Si può passeggiare per le strade ed incappare in un autoscontro a Piazza Affari, in un oceano di persone che da Porta Genova cercano di approdare in via Tortona e quando si cerca un luogo tranquillo in cui scappare, semplicemente non si trova.

In questo fotoreportage che non è altro che un giro per alcuni punti del fuorisalone potrete trovare delle miniature della famigerata statua di Cattelan venduta da Toilet Paper, qualche sedia volante del peso di una mattonella e delle lampade in bilico sui alcuni “uominini”, dei timbri artistici ed un pianista che con le sue vibrazioni muove un campo di plastica intorno a se. Senza dimenticare le creazioni di alcuni ragazzi di Overdrive, le tondeggianti creazioni di #LEPALLE ed i partecipanti al progetto #26motiviperfarearte.

Insomma questo è una parte di quello che ci ha lasciato il Fuorisalone2015, buona visione!

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foto di Primo Vanadia

Un Antieroe nel mondo dell’Hip-Hop

Paolo Miki Cagnetta, 23 anni, in arte: Antieroe.

Si è scelto un nome, come fa il Papa o, più probabilmente, come fanno quasi tutti quelli che spera, un giorno, diventeranno suoi colleghi. Ha scelto un nome perché nella vita ha deciso di intraprendere la carriera musicale e diventare un artista Hip-Hop.

Sì, perché quando la passione per la musica ti raggiunge, non puoi sperare di voltarle le spalle, né, tanto meno, di sfuggirle. Ti prende, ti assale, ti entra nella testa e nel cuore, ascolti musica, canti musica, respiri musica, la vivi!

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Nato e cresciuto a Milano, Paolo nel 2008 ha cominciato a sviluppare grande passione e ammirazione per la cultura Hip-Hop, in tutti i suoi aspetti. Non avrebbe mai immaginato però che, nel giro di qualche anno, avrebbe provato a percorrere la stessa strada dei suoi artisti preferiti: «Io e mio fratello ci divertivamo molto a fare freestyle, tutto qua. Coinvolgendo anche alcuni amici passavamo pomeriggi e serate ad improvvisare, tirando fuori tutto quello che provavamo, che pensavamo e che poteva riguardare la nostra vita di adolescenti. Era puro divertimento».

Dopo qualche tempo comincia a maturare un’idea nella testa di Paolo. Non si tratta più solo di divertimento, ora si tratta di voler portare all’attenzione dei coetanei, e di chiunque abbia interesse, quei pensieri e quegli argomenti così spesso presenti nelle sfide di freestyle: «Ho iniziato a scrivere principalmente per due ragioni: voglio che le mie canzoni siano un invito per gli altri a riflettere e a parlare di ciò che ci circonda nella vita quotidiana, ciò che accade attorno a noi. E poi per amore di mia madre, lei è una vera guerriera e io voglio renderla fiera di me».

Così, Paolo e suo fratello Francesco si sono costruiti un home studio nel corso degli anni, per dar vita ai loro progetti, alla loro musica, ma anche per dare la possibilità di esprimersi a quei ragazzi che, pur non disponendo di una solida base economica, come loro vogliono dar voce ai propri pensieri e alle proprie idee attraverso la musica.

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Come Antieroe, Paolo si è autoprodotto un demo nel 2011, a soli 19 anni, e ha contribuito attivamente alla produzione di altri due demo e diverse tracce sparse di artisti dell’interland milanese e non solo. Ovviamente il tutto non è stato semplice; ha richiesto, per lui e suo fratello, un grande sforzo, sia a livello economico, sia a livello di studio e autodisciplina: «È stato difficile fin da subito realizzare produzioni musicali. Non essendo dei musicisti, compensare il gap richiede molta pazienza, studio e forza di volontà. Spesso è frustrante, ma quando otteniamo il risultato che cerchiamo è una vera soddisfazione. È stato davvero bello dare vita al nostro studio e, aiutando altri a crescere e realizzare i loro progetti, siamo cresciuti anche noi».

Dopo aver bloccato l’uscita di un EP nel 2013, anch’esso completamente autoprodotto, perché non all’altezza delle sue aspettative, Paolo sta ora producendo un beat per un altro artista emergente come lui, Augustus Bernard, portoghese, in precedenza conosciuto come ACB. Per il futuro prossimo è in lavorazione un mixtape, che conterrà, oltre ai diversi brani scritti da Paolo, anche alcune strumentali prodotte da lui e da suo fratello.
Il mixtape sarà disponibile in free download, perciò restate connessi… Antieroe sta tornando!

Get your kicks on Route 66

Get your kicks on Route 66, cantava nel lontano 1946 Nat King Cole. Il brano, successivamente arrangiato da altri artisti quali Chuck Berry nel 1961, i Rolling Stones nel 1964 e i Depeche Mode nel 1987, canta lo stile della più famosa highway americana, la Route 66 appunto, che taglia trasversalmente gli USA. Forse più attratti dai luoghi che dal sistema yankee, la mia famiglia ha deciso di intraprendere il lungo viaggio a stelle e strisce nel luglio 2009: tre settimane per attraversare in macchina sette stati, partendo da Chicago ma “deviando” all’altezza di Las Vegas per raggiungere San Francisco in aereo. Ebbene, quella strada ha generato in me un vero cambiamento: partita con un mucchio di pregiudizi sulla società americana, volti, storie, luoghi e scenari d’ogni genere mi hanno smentita e, piacevolmente, ho scoperto un’America inedita e molto più “umana” di quanto pensassi.

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L’avventura è cominciata sotto il cartello che segnala l’inizio della Route 66, a Chicago (Illinois): nella città aleggia ancora un’aria da inizio Novecento, quando i cantieri del Monadnock Building erano appena stati dismessi; quando il Loop, la metropolitana sopraelevata, sferragliava per le vie del centro; quando Al Capone muoveva i suoi primi passi nel crimine del quartiere Cicero. Ad accomunare l’Illinois al Missouri c’è Springfield, la cittadina che è tanto comune negli States quanto le città intitolate ai Santi qui in Italia: io ho dormito nella Springfield del Missouri, nel primo di una lunghissima serie di motel scelti al momento sulla strada.

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Risotoratici in Missouri è già tempo di ripartire ed eccoci in Kansas, a Joplin; qui ho incontrato l’anziano proprietario dell’Eisler Brother’s General Store, una piccola drogheria sperduta tra i campi di mais, che con una cadenza fastidiosamente americana mi ha detto: «Io adoro Italia». “Sì – ho pensato – gli piaceranno la pizza e l’idea che s’è fatto della mafia”. Ma ecco la prima smentita: quella persona aveva imparato a cantare la lirica italiana da un’insegnate d’altri tempi, e amava l’Italia per le sue note melodiose, per i suoi figli Giacomo Puccini e Giuseppe Verdi. Sulle note della nostra musica siamo così arrivati in Oklahoma. Verde e ricca d’acqua (bellissimo il lussureggiante laghetto con scivolo a forma di balena nella città di Miami), è stato ad Oklahoma City che la maledizione del viaggiatore ci ha colpiti: la ruota anteriore della nostra Chrysler è rimasta a terra.

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Ce lo dovevamo aspettare e, aggiustata la gomma, siamo ripartiti alla volta della spaventosa Texola: la città fantasma più austera di sempre segna il confine tra Oklahoma e Texas dove, tuttavia, trova dimora un luogo storico della Route, il Cadillac Ranch di Amarillo. Progettata nel 1974 da Chip Lord, Hudson Marquez e Doug Michelsdal, l’opera, dieci auto rottamate di marca Cadillac piantate nel terreno, è diventata anche titolo di una canzone di Bruce Springsteen dell’ album The River. Il New Mexico non mi è piaciuto: il caldo e i finti pueblos mi hanno proprio stancata, per fortuna che siamo giunti in Arizona e al Grand Canyon.

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Lo spettacolo è stato davvero imponente, tra gole di pietra, il letto del Colorado, piccoli arbusti qua e là. E uno scoiattolo talmente avvezzo agli umani da rubare a un incauto turista un hot dog con senape e ketchup.

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A King Man abbiamo salutato la Route per dirigerci a Las Vegas (Nevada): se non fosse per la bella centrale idroelettrica che, dagli anni Venti, fornisce energia alla città più finta del mondo, Las Vegas sembrerebbe davvero un miraggio nel mezzo del deserto: la finta Venezia, la finta Tour Eiffel, la finta Sfinge, i finti matrimoni con finti Elvis.

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Ma a farci tornare a una (bella) realtà ci ha pensato San Francisco, con i tram che, giunti da tutto il mondo, scalano le colline della città, il meraviglioso Golden Gate, la paurosa Alcatraz, la cappella interconfessionale della Grace Cathedral col trittico firmato Keith Haring. Ed è stata umanità allo stato puro.

Premio di poesia russo italiana Bella, ecco i vincitori

Sul nostro articolo di febbraio vi avevamo parlato di “Bella”, un concorso per giovani poeti organizzato in onore della poetessa russa Bella Achmadulina. Il concorso premia i giovani talenti della poesia russa e della poesia italiana, con l’obiettivo di promuovere la letteratura e la cultura di queste affascinanti terre.

Il 15 aprile sono stati proclamati i vincitori dell’edizione di quest’anno. Di seguito riportiamo i risultati della sezione italiana, tratti dal comunicato stampa ufficiale inviatoci dagli organizzatori di “Bella”.

La giuria italiana, composta da Stefano Garzonio, slavista e professore di letteratura russa all’Università di Pisa e presidente della giuria italiana del premio “Bella”, Alessandro Niero, slavista, traduttore e docente all’Università di Bologna, Davide Rondoni, fondatore del Centro di poesia contemporanea a Bologna, Annelisa Alleva, poetessa, traduttrice e slavista, Maria Ida Gaeta, direttrice della Casa delle Letterature di Roma e del Festival della Letteratura di Roma, hanno individuato quattro finalisti: Bernardo De Luca con la poesia “Provo a modularti una fiaba” (dalla raccolta “Oggetti trapassati”, Edizioni d’If, 2014), Maria Caspani con la poesia “Rovine” (tratta dalla raccolta “Impronte digitali”, Gatto Merlino Editore, 2014), Maddalena Bergamin con la poesia “Il passaggio di vetro” (pubblicata in “Gradiva” International Journal of Italian Poetry, 2014) e di Lavinia Collodel “Deluso” (pubblicata sulle pagine del “Corriere della Sera” il 4 gennaio del 2014).

La decisione della giuria italiana ha stabilito che vincitore della terza edizione del premio letterario italo-russo “Bella” è Lavinia Collodel con la seguente motivazione: “Il testo di Lavinia Collodel si costruisce sulla ricerca di una linea di espressività essenziale, armonicamente precisa e lieve che si sviluppa molleggiando attraverso un’andatura leggera e naturale del ritmo. E’ questa una poesia fatta di assonanze, intrecci verbali e improvvise metafore che illuminano di eleganza e сoncisione tutto il testo in un movimento quasi di danza”.

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Lavinia Collodel. vincitrice del Premio per la sezione italiana

 

Interessante novita’ dell’edizione di quest’anno e’ stata la decisione di premiare una nuova categoria, che ben rappresenta la forte volontà di preservare e promuovere la cultura espressa dai promotori di “Bella”.

Nel corso della conferenza si è stabilito di introdurre da quest’anno una nuova categoria di premio, nell’ambito della poesia, della saggistica e della traduzione, volta a riconoscere il contributo di studiosi russi ed italiani per una maggiore comprensione delle reciproche letterature. La nuova categoria di premio prenderà il nome di un verso, “Italjanjas’, ruseja”, tratto da una delle poesie dei “Quaderni di Voronez” di Osip Mandel’stam. Vincitore in questa categoria è risultata la poetessa e slavista italiana Annelisa Alleva per il suo saggio “Isof Brodskij. La luce. Il monumento e la statua. La cosa”.

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Annelisa Alleva

Tutte le informazioni al sito del Premio di poesia russo-italiana “Bella”

 

Vanitas vanitatum et omnia vanitas

I suoi occhi profondi son fatti di vuoto e di tenebre,

e il suo cranio, artisticamente acconciato di fiori,

oscilla mollemente sulle gracili vertebre.

Oh, fascino di un nulla follemente acconciato!

 

C. Baudelaire, ‘Danse macabre’, ‘Fleurs du mal’

 

Chi è la cupa signora che ha stregato Baudelaire? È la stessa che con il suo sguardo cavo ha ammaliato Barbara Frigerio e i visitatori dell’esposizione Lovely bones, in via dell’Orso 12 a Milano. La galleria che ospita la mostra è di modeste dimensioni, ma la portata delle creazioni esposte supera ogni aspettativa.

Ispirata al racconto e film Amabili resti, Lovely bones indaga uno dei temi che sin dagli albori del pensiero lascia insonne la sensibilità umana: la morte, o meglio, ciò che resta dopo che il respiro si è spezzato.

Nessuna audio-guida, nessuna parola, sono teschi e bucrani a spiegare quello che ancora non sai dell’oscura signora incappucciata.

In realtà, il fil rouge che conduce, dall’estremo realismo di Anna Cirillo e le pennellate, così delicate e sottili di Momina Muhamamad, è la vanitas.

La vanitas, in pittura, ritrae nature morte intrise di un forte simbolismo allusivo, prediligendo teschi abbandonati su un tavolo,  tra fiori appassiti, clessidre o strumenti muti. Tutto rievoca la caducità della vita e l’immobilità dopo la morte, quando il nostro corpo sfiorisce e ciò che rimane è solo un misero mucchio d’ossa bianche.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas’ (vanità delle vanità, tutto è vanità): sì, tutto è vanità, tutto è scorza, la pelle, le unghie rosse e il belletto, come la terracotta di Paolo Schmidlin, che ci offre una Bette Davis inghiottita dalle cavità ossee del suo volto di cera, che si differenzia dal proprio teschio solo per il rossetto e la messa in piega.

È questo, infatti, l’obiettivo di queste ossa interpretate dagli artisti scelti dalla Frigerio: mostrare il succo dell’uomo, presentare a noi stessi quello che spesso ci scordiamo di essere: tutti uguali e senza scampo.

 

Trovarsi davanti alla verità non è facile, le certezze a cui ti aggrappi non valgono più nulla quando sei messo a nudo, con le spalle al muro. Lovely bones è uno specchio, una finestra personale alla quale affacciarsi in solitaria, così che ognuno si renda conto di non essere migliore di chi gli sta accanto.

Le ultime scarpe che hai comprato ti fanno sentire cool quando passi per strada, ma tornano ad essere solo stoffa e lacci quando ti rendi conto che, sotto sotto, hai la stessa carne di chi quelle scarpe non le comprerà.

I relitti ossei di via dell’Orso diventano così un mezzo introspettivo per scoprirci e per ridere del buio che c’è dopo. Ciò che traspare infatti è anche la spiazzante ironia con cui il tema viene accolto dalla mente degli artisti: del drammatico nemmeno l’ombra, neanche una stilla di sangue, solo una clamorosa risata davanti alle porte dell’Ade.

È tipico dell’uomo sdrammatizzare ciò che teme di più e a partire dall’epoca tardomedievale numerosi sono gli esempi in ambito artistico di Danza macabra, nei quali venivano rappresentate, in risposta alla devastazione delle grandi epidemie, scheletri danzati insieme ad alcuni uomini appartenenti alle diverse categorie sociali.

Lovely bones diventa il memento mori d’eccezione, ricorda a tutti che nulla è per sempre e che abbiamo tutti lo stesso traguardo da tagliare, ma non c’è motivo di angustiarsi.

Venezuela VS Italy

Editing by Margherita Ravelli

This week Pequod went back to the reality of immigrants in Bergamo. This time we had a chat with Albanelis, a girl from Venezuela.

Albanelis, could you introduce yourself to Pequod readers?

I’m Albanelis, I’m 25 years old and I’m from Venezuela. At the moment I live in Bergamo, Italy. I’m unemployed.

Why did you decide to leave your country?

When I was a child, my mother got married with an Italian man and they decided to live in Italy .

Why did you choose Italy?

I couldn’t choose where to live. Probably, if I could choose, I would not live in Italy. But now this is my country – I came here when I was 8, so now I am Italian, even though I still consider myself an immigrant.

Describe your life in Italy (your occupation, your everyday life, social life, etc.). Tell us something about the city you live in (top 5 places to be, where to go, what to do – be our tourist information center!)

I don’t work, so don’t have many things to do. I spend a lot of time at home, doing the chores just to spend some time. I also like to go out and meet some friends. In the afternoon, I meet my boyfriend, he is an immigrant, too. He comes from Senegal and we usually hang out in bars where there are other Latin Americans or Africans.

In my opinion, the most beautiful places in Bergamo are Città Alta, especially San Vigilio, the castle from which you can see Bergamo, the countryside, the mountains and, if you’re lucky, even Milan! I also like Orio Center, a huge shopping mall, because I love shopping.

In the evening, I love to go out for dancing: there are a lot of latin places in Bergamo, probably because there are a lot of Latin Americans living here.

View of Bergamo from San Vigilio
View of Bergamo from San Vigilio

 

How is living in Italy different than living in your country?

I really can’t say that I know Venezuela’s reality because I was a child when I left my country. Plus I was living with my mum, who is from Dominican Republic. Only my dad is still living in Venezuela . I know better how you can live in Santo Domingo, where my maternal family lives – there people are more easygoing and happier, you cannot feel alone. For me, Venezuela means charisma, union and love, while Italy means work, opportunity and sacrifice.

Which is the biggest challenge of moving to a new country? Have you had any regrets so far? What do you miss the most?

The biggest challenge has been leaving my dad, I miss him! But I have not regrets: I like Italy, it’s my country and where my friends and most of family live. Also, Italy is the place where my nephews are born and where I met my boyfriend. I miss Venezuela’s weather and food; I like eating Latin American restaurants. And also the houses: in Venezuela they are way bigger!

What does Europe mean for you? Do you perceive the existence of Europe as a community?

I don’t know what to say about Europe: I don’t really have a definition of this concept, so I suppose there’s no such European Community in European reality.

What would you say to someone to convince him to move abroad? What’s the best thing you’ve got/you’ve learnt by your experience abroad?

I really cannot find motivation to move abroad. Even if I believe that travel is constructive, I don’t think that there are particolar reasons for leaving Venezuela and coming to Italy; I’m here just because my mum got married. But here I’ve learnt some important things, like earning a living – here I discovered the satisfaction of buying something with the money that you earned.

TEEM, la semina dell’asfalto darà i suoi frutti? – Gli espropri: la VERA procedura d’urgenza, il foraggio per il bestiame che non basta più.

Una Chiesetta secolare, abbandonata dal tempo in un fazzoletto di terra, che con rassegnazione osserva malinconica il contrappasso storico ed ambientale, dove ettari ed ettari di campagna lombarda cedono il passo a nuovi concetti d’impiantistica stradale, a moderne arterie di una società sempre più bisognosa di essere connessa nel minor tempo possibile.

La fotografia del cambiamento è già stata scattata nei precedenti articoli, ma gli attori principali, le Aziende Agricole del “conteso” territorio, come hanno vissuto l’epocale cambiamento?

Dai e nei secoli passati ad oggi, mai nessun evento aveva così rivoluzionato gli equilibri di questa parte di pianura padana. A ciò le Cascine come hanno reagito agli espropri subiti ? Quali sono stati gli strumenti giuridici adottati dalla società costruttrice?

Va da subito specificato che la norma che regola l’Istituto dell’Esproprio è il DPR 327/2001,  fonte giuridica, questa, che disciplina e cerca di contrapporre attraverso la logica dell’equità, i diversi interessi in gioco, tra espropriato ed espropriante, nella nostra specifica storia tra le Aziende Agricole e la società Teem. Infatti l’articolo 20 al comma I  prevede forme di tutela in senno al soggetto che subisce l’esproprio, al punto che vincola il costruttore ad offrire una somma così detta “preventiva”, lasciando agli espropriati il diritto entro i successivi 30 giorni, di presentare osservazioni scritte e documenti utili alla loro causa.  Accordando inoltre, un lasso di tempo  utile alle Aziende per poter presentare, una quantificazione di ciò che gli viene espropriato.

Tuttavia, visto, spiegato e sincerati dagli strumenti di tutela previsti, per chi  si vede espropriata una proprietà, è necessario capire, invece, perché come questo non sia stato applicato e non si sia potuto utilizzare  per le Aziende agricole indicate nell’iter promosso da TEEM. Nulla di illegale, per carità, ma tracotante, forse.

Nella stessa legge analizzata poc’anzi, è prevista una seconda strada sicuramente più celere ed approssimativa, meno attenta alle esigenze di chi subisce l’esproprio, perpetrata attraverso la totale mancanza di dialogo, la quale conferisce all’espropriante un potere immediato sul bene rivendicato. Quest’ultima procedura regolata dall’art. 22 bis prevede che, qualora l’avvio dei lavori rivesta carattere di particolare urgenza, tale da non consentire, in relazione alla particolare natura delle opere, l’applicazione delle disposizioni di tutela viste prima, il procedimento può essere avviato senza particolari indagini e formalità, producendo un decreto motivato che determina in via provvisoria l’indennità di espropriazione e che dispone anche l’occupazione anticipata dei beni immobili necessari. Questo è quello che qui è avvenuto, i terreni sono stati presi attraverso la procedure d’urgenza, ed i lavori sono iniziati postergando le quantificazioni da attribuire ai proprietari dei terreni, ciò vero è, al punto che, persino il Consiglio Regionale di Lombardia, attraverso la seduta del 19 Giugno 2013, invitava la giunta regionale, a sollecitare la società Tangenziale Esterna SpA a monitorare le occupazioni temporanee, verificandone l’effettiva necessità e la restituzione delle aree al termine delle necessità dell’opera secondo le normative vigente. Oltreché, ed ancora più importante,  intervenire affinché si potesse giungere alla definizione e sottoscrizione di un protocollo d’intesa, volto a permettere ai proprietari e conduttori dei fondi agricoli di programmare il loro futuro imprenditoriale, scongiurando così di determinare anche sul piano psicologico gravi problemi personali e famigliari.regione

L’iniziativa regionale, tuttavia ha registrato un parziale buon risultato, il 7 Agosto 2014 è stato siglato un Protocollo d’Intesa tra  le parti, dedicato alle modalità e criteri di esproprio, nonché alla definizione delle indennità delle aree agricole necessarie per la realizzazione della Tangenziale Est Esterna di Milano.BioEcoGeo_tangenziale-tem

Ora, oggi, le Aziende Agricole, dovrebbero essere arrivate, dopo un lunghissimo iter, alle battute conclusive per la monetizzazione, o almeno cosi  auspichiamo.

Ma mutuando le parole di una signora sentita, proprietaria da decenni  di una di queste aziende, “resta il magone per quello che era”, insieme però ad un pensiero, sul vero significato della parola “urgenza”, se questa parola è più contestualizzabile alla costruzione di una strada, o se diversamente alla mancanza del foraggio alimento principe delle bestie allevate, perché non c’è più la terra necessaria a coltivarlo?