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Intervista a Milly Moratti


Un’intervista a Milly Moratti non solo per capire chi è questa interessante personalità di Milano, ma anche per comprendere l’interessante progetto del Chiamamilano (http://www.chiamamilano.it). Chiamamilano come esperienza di partecipazione civica per creare legami fra il territorio ed i suoi cittadini. Il progetto prende forma nei suoi spazi virtuali, il sito, e soprattutto reali come la sede in Via Laghetto 2, edificio del Comune messo a disposizione affinché divenga il fulcro di una forza centripeta che spinga gli studenti, i cittadini tutti a partecipare per rendere Milano una città migliore.

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A German in Southern France

Name and Surname: Sabine Schuster

Age: 22

Country: Germany

Nationality: German

City: Passau

 

                                          SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

  1. Which is the form of government ruling in your country?

(Parliamentary) democracy

spiaggia sul Danube Beach on the shore of Danube

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Yes I think it exists in political life but for me it is not visible and it doesn’t influence my private life.

Veste Oberhaus su Passau (Vecchia fortezza)Old Fortress, Passau

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

My mother language is German.

Yes, dialects exist in my country. They are also used by young people but often they’re considered old-fashioned. Today dialects are not used by young people as much as they were used many years ago.

sabineSabine

 

  1. Who do you believe to be the cultural icon of your country?

Johann Wolfgang von Goethe.

Goethe_(Stieler_1828)Johann Wolfgang von Goethe

                                           WHAT ABOUT EUROPE?

  1. Do you consider yourself European?

Yes, I do.

  1. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture?

Leonardo da Vinci.

640px-Leonardo_da_Vinci01 (1)Da Vinci’s statue in Florence, Galleria degli Uffizi

 

Milano expo 2015 e la sharing economy

Avete mai sentito parlare di car pooling, cohousing, coworking, fab-lab? Forestierismi di questi tempi molto comuni, diventati protagonisti di eventi e progetti a favore di città sostenibili.

La stessa Milano con il progetto ShareExpo ha deciso di scommettere su queste alternative, candidandosi come città italiana della sharing economy e approvando il progetto elaborato da un comitato e costituito da rappresentanti della società civile e da aziende. Progetto che invoglierà i visitatori durante i sei mesi di Expo a usufruire di servizi collaborativi come il car sharing per i trasporti o come il social eating per quanto riguarda il campo della ristorazione. L’obiettivo è anche quello di fornire uno stimolo progettuale ed ottenere un adeguamento normativo o un superamento dei vincoli burocratici che impediscono l’effettiva attuazione dei servizi collaborativi nella città.

Venerdì 2 gennaio infatti la giunta di Palazzo Marino ha approvato una delibera d’indirizzo per “promuovere e governare lo sviluppo delle economie di condivisione e collaborazione” sull’esempio di altre città del mondo (Amsterdam, Hong Kong, Sidney). In programma vi è l’evento del prossimo 15 Aprile che avrà una durata di mezza giornata con l’obiettivo di condividere le opportunità legate alla sperimentazione della sharing economy nella Città e Provincia di Milano durante Expo 2015.

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Ma cosa c’è dietro a questo fenomeno? Termini come car sharing o food sharing” sono solo inglesismi che nascondono realtà troppo complesse per il panorama italiano o sono fenomeni concreti in via di sviluppo? Per dare una risposta effettiva al quesito si deve prima fornire una definizione chiara dell’argomento finora trattato; il denominatore comune che raggruppa questi progetti e servizi è la sharing economy, o “economia della condivisione o collaborativa”, che comprende tutte quelle piattaforme digitali che, facendo incontrare domanda e offerta, permettono di utilizzare un bene – che sia una macchina o un appartamento – senza possederlo. Un modello socio-economico basato sull’accesso a beni e prodotti, anziché sul loro possesso in esclusiva, tramite le pratiche di condivisione, baratto, prestito, cambio e scambio, commercio, locazione, donazione e noleggio, amplificato dalle infrastrutture partecipative fornite dalle piattaforme informatiche.

In Italia i fenomeni più noti sono il car sharing, il bike sharing e gli affitti brevi ma le esperienze italiane censite su collaboriamo.org, piattaforma in cui si delineano ogni giorno le realtà mutevoli della cooperazione online, sono ormai 140 e vanno dai portali per il baratto alle piattaforme per la raccolta fondi su internet (crowdfunding), passando per il coworking o per il social eating, cioè appuntamenti culinari in abitazioni private pianificati su social network dedicati. Che si tratti di sharingper la condivisione di beni, servizi, informazioni, spazi, tempo o competenze, di bartering, ossia di baratto tra privati ma anche tra aziende o di crowdcon pratiche come il crowdsourcing e crowdfunding o di makingossia di autoproduzione dall’hobbismo alla fabbricazione digitale (fablab), dal 2011 a oggi in Italia i numeri sono più che triplicati, in particolare nell’ambito del turismo, dei trasporti, delle energie, dell’alimentazione e del design.

ChosunSharingEconomy

Condivisione dunque è la parola chiave di questo fenomeno in espansione, che oltre a creare un’alternativa all’economia capitalistica e industriale come lo studioso Yochai Benkler sostiene, crea anche un nuovo approccio culturale all’utilizzo di determinati servizi.

Usufruendo del servizio offerto dal sito BlaBla Car, per esempio, non si compie soltanto un viaggio low-cost dimezzando i prezzi con sconosciuti ma si attua un’esperienza unica a livello umano. Un altro esempio può essere quello del Social Street (http://www.socialstreet.it/), dove un quartiere intreccia le vite dei residenti nella condivisione di beni, esperienze e competenze con il proprio vicinato. In via Fondazza infatti uno dei suoi abitanti, Federico Bastiani, era stanco di sapere così poco delle persone del suo quartiere, perciò ha creato un gruppo Facebook dedicato a via Fondazza e ai suoi abitanti, nel tentativo di creare una community formata proprio dai suoi vicini: il successo è stato immediato. «Regole predefinite non ce ne sono – dice Federico – Facebook è solo un mezzo per far incontrare le persone».

Queste azioni non solo offrono un servizio ma sono volte al recupero del senso di comunità in tutte le sue accezioni. Una comunità non solo da un punto di vista locale e globale, ma soprattutto più umano e sociale, una comunità che risponde alle proprie esigenze e non a quelle del mercato. Progetti molto simili di collaborazione tra persone si ritrovano anche a Trento, dove all’interno della “Casa alla vela” si sviluppano veri e propri esempi di cooperazione tra cittadini comuni, decisi a non sottostare alle decisioni altrui e a sviluppare un vero e proprio esperimento di co-housing intergenerazionale. In questo immobile infatti convivono rispettivamente cinque signore anziane, cinque studenti universitari e due assistenti familiari e tutti insieme danno vita a un progetto innovativo che ha l’obiettivo di fornire una soluzione di socialità e convivenza agli anziani che allunghi il loro tempo di autosufficienza, allontanando la prospettiva della casa di riposo. Il tutto con costi accessibili, poiché affitto, vitto, bollette e spese del servizio di assistenza vengono divise per cinque e con l’aiuto degli studenti universitari che abitano al piano superiore e tengono compagnia, organizzano feste di compleanno e aiutano nella cura dell’orto.

Con la sharing economy si vanno a toccare tutti gli ambiti della vita nella città, dalla ristorazione all’ospitalità, dal trasporto al lavoro, con l’obiettivo di renderle più sostenibili e vivibili. Un’utopia che si sta realizzando con la collaborazione di tutti i cittadini.

Ma che futuro ha un’economia fondata su questi principi? Girovagando sul web fonti statistiche certe non se ne trovano, spesso ci si imbatte in dichiarazione di esperti che spingono verso un passo antecedente la sharing economy: un cambio totale di mentalità, abbandonare l’egoismo per farci plasmare dalla condivisione e della collaborazione, anche intergenerazionale. Certo è che, andando avanti di questo passo, con questa nuova sensibilità, tali tendenze avranno un impatto determinante sul nostro futuro. La tendenza più ampia sembra essere quella “progettazione per la condivisione”: solo in questo modo si potrà assistere a un ampio impatto sul modo in cui le merci vengono consumate. Tramite Internet sarà più semplice condividere una gamma crescente di prodotti e servizi e tenere sotto controllo gli accessi degli utenti, aspetto che permetterà di ridurre drasticamente i rischi della condivisione.

Insomma, una progettualità ampia che ci porrà di fronte a un fenomeno del tutto nuovo e profondamente lontano dallo stile di vita a cui siamo abituati ad assistere.

 

“Nuove Premesse”: L’incontro con sogni e progetti da realizzare

Redazione

Sul nostro sito è nato un nuovo modo di raccontare il presente: la sezione “Nuove Premesse”.

La scuola, l’università, lo stage e poi, ancora, il tempo determinato e il precariato, per i più audaci la necessità di spiccare il volo verso nuove e più accessibili oasi del lavoro e del benessere economico.  Un percorso molte volte già scritto e ineludibile,  costellato dalle tinte fosche di un futuro quanto mai incerto e minaccioso.

Se vi ritrovate in questo schema  forse la vostra unica colpa è quella di essere nati nel posto sbagliato al momento sbagliato, o forse no. O forse, semplicemente, è andata a finire che ci siamo infilati dentro al tunnel di una crisi, che se prima era solo economica, adesso riguarda il nostro legame con la realtà circostante. Il comune denominatore: la paura.   

In un’intervista risalente al 1987, il giornalista Tiziano Terzani, a chi chiedeva circa le origini della sua fortuna da inviato in Asia, dichiarava “c’è una cosa in cui credo fortemente. Bisogna uscire dagli schemi con cui si è abituati a vedere il mondo adulto… dico sempre ai miei figli di cercare fuori dalle gabbie di piccione precostituite: il banchiere, l’avvocato ecc.. Inventatevi un ruolo vostro!”

Ora, non sappiamo, in termini strettamente economici e politici, quanto durerà e come si evolverà la situazione che stiamo vivendo. Tuttavia ci teniamo a raccontare le storie di persone che, nonostante i tuoni e i fulmini all’orizzonte, si imbarcano verso nuove sfide e si approcciano alla realtà seguendo le loro passioni. 

Annalisa, comunicarsi nel disegno

Il disegno e l’arte come espressione di sé e raffigurazione del mondo. Chissà se nel nostro tempo, sia ancora data la possibilità di esprimersi secondo modalità di comunicazione che nulla hanno a che fare con il web e con i social media. Oppure se, in una società fondata sull’economicismo, sulla monetizzazione di qualsiasi cosa, ci sia ancora spazio per fogli e carboncino.

Abbiamo incontrato Annalisa Zungri, che studia lettere alla Normale di Pisa e nel tempo libero dipinge, anche se ci tiene a sottolineare che il suo non è semplicemente un hobby: «Disegnare è qualcosa senza il quale non sarei in grado di riconoscermi, una parte decisiva della mia personalità» ci dice.

Oggi ve la presentiamo perché in questo momento storico, in cui sono in molti ad accantonare aspirazioni e passioni soltanto perché poco spendibili a livello puramente economico, vale la pena raccontare storie che hanno al centro “l’utilità dell’inutile”. Imprimere sul foglio le emozioni proprie e donarle agli altri conservandole nel codice collettivamente segreto dell’arte.

Annalisa fa del suo lavoro uno “specchio dell’anima”. Ne fa un modo di comunicare. Le sue linee e i chiaroscuri il suo canale primario.

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L’artista Annalisa Zungri

L’idea è chiara e si esprime senza alcuna titubanza nel desiderio di perfezionamento, di modelli da seguire e reinterpretare. «Quello che detesto del mio modo di disegnare – racconta lei – è che ho un’innata tendenza ad estetizzare, per cui anche quando provo a disegnare qualcosa di brutto risulta sempre come sospeso in un’atmosfera, che tende a valorizzarne una qualche bellezza».

E vale veramente la pena perdersi  nelle linee della sua matita. Nei ritratti di figure umane, negli elementi che costituiscono il suo modo di disegnare. «Spesso mi chiedo se ci siano delle attinenze tra il modo in cui disegno, il modo in cui vedo il mondo, e il modo in cui penso: alcune volte mi sembra di cogliere queste “corrispondenze” in una passione sconsiderata per il dettaglio».

Tra i suoi riferimenti troviamo i grandi disegnatori italiani, da Manara a Schiele, da Pazienza a Dix. Ma nel dolce naufragare del foglio bianco non mancano le grandi bussole dell’arte contemporanea: Frida Khalo, Beardsley, Grunewald, Khnopff.

Dicevamo non essere un hobby questo, ma un elemento innato, una passione che cerca di rinnovare se stessa, stimolata dalle letture e dalle esperienze umane anche distanti tra loro, non per questo meno affascinanti. «Al liceo lessi, in una biografia di Schiele, che questi usava disegnare senza gomma, fissando sul foglio le figure e strappando, stralciando, gettando via tutto, nell’eventualità di un solo “errore”, e questo è un modello di determinazione a cui da allora ho sempre mirato. C’è poi  una perla di saggezza di mio padre, che anni fa mi spiegò che non ha senso definire ogni dettaglio, ogni linea, altrimenti si priva lo spettatore del piacere dell’immaginazione, del vagheggiare oltre le forme fissate sulla carta».

Il disegno come forma d’arte, espressione di sé. E se è vero che il sonno della ragione produce mostri, specie in questo rinnovato clima di smarrimento sociale, soltanto il risveglio dei sensi potrà salvarci dall’incubo del disorientamento.

Kumiko
“Kumiko”

“In quale oceano in quale notte
la sto perdendo
chiesi al delfino

Disse il delfino:
nell’acqua nera
dove quello che unisce separa
dove il silenzio è un boato
dove sei perso anche tu”

Michele Mari

MILANO: UNIVERSITA’ CHIUSA

Di Alessandro Giuliano e Andrea Turchi

Immaginate di essere studenti universitari. Immaginate di recarvi nella vostra sede perché quel giorno dovete sostenere un esame, un colloquio di ricevimento con un professore, o anche semplicemente per usufruire delle aule e biblioteche messe a disposizione per studiare. Ecco, immaginate di trovare a sorpresa i cancelli della facoltà sbarrati, chiusi. Sul portone un foglio in formato A4 con su scritto che quella sede resterà chiusa per tre giorni e che tutte le attività che si sarebbero dovute svolgere in esse, sono trasferite nelle altre sedi. E’ quanto è accaduto stamani presso la sede centrale dell’Università Statale di Milano in via Festa del Perdono. Allo sconcerto e alla rabbia di professori e universitari per la sgradita sorpresa, dato che non c’è stato alcun preavviso da parte del rettore, si è unita quella dei alcuni collettivi coinvolti direttamente nella vicenda.

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 La vicenda

Per oggi era previsto un evento nel quale si sarebbe trattato il tema dell’alimentazione, secondo un canone alternativo rispetto a quello maggiormente sponsorizzato da EXPO, attraverso dibattiti seguiti poi, nella serata, da un aperitivo Bio a chilometro zero, in collaborazione con un GASP (gruppo di acquisto solidale e corporale) e da un concerto. C’è da specificare che l’iniziativa era organizzata da alcune realtà cittadine extra universitarie, come il Centro Sociale Cantiere e collettivi universitari, come Lapsus e The Take, come ci dice una ragazza facente parte di quest’ultimo. Rispettando la praxis, gli organizzatori hanno chiesto alcuni giorni fa al Rettore l’autorizzazione per usufruire degli spazi universitari e, non ricevendo alcuna risposta, hanno comunque scelto di mettere in campo l’iniziativa.

Battenti chiusi in Festa del Perdono. Cinque camionette della polizia in Largo Richini e altrettante in Piazza Santo Stefano, due luoghi che delimitano la sede dell’Università. Università chiusa fino a Domenica 18 Gennaio. Questa è stata la risposta del rettore. Queste le risoluzioni del Prefetto di Milano.

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 La gravità

Sono molti, troppi forse, gli aspetti sgradevoli di quanto è accaduto oggi. La negligenza di un’istituzione che non ha saputo fornire le risposte adeguate a chi chiedeva un luogo per il confronto e la discussione. L’ indifferenza per qualsiasi studente che, pagando le rate della retta, si aspetterebbe di poter usufruire regolarmente dei servizi. L’ abbietta modalità con la quale si è comunicata la chiusura. Ed anche il fatto stesso che una struttura pubblica resti chiusa con la sommaria e non giustificata motivazione di un rischio di sicurezza deciso autonomamente, anticipatamente e senza alcun confronto con le parti, tanto meno con tutti gli studenti, certo non può che negare il ruolo stesso dell’Università e della tanto discussa ultimamente libertà di espressione e dibattito.

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Edimburgo, turisti cinesi e papaveri rossi

Edimburgo è un romanzo storico che prende vita. È uno straordinario ambiente gotico – dickensiano. E’ il contrasto di una facciata esterna di rocciosa, con motivi di nero fumo e lucido di pioggia, e l’intimità ambrata di pub e sale da té. Il tutto dominato da uno splendido castello, conclusione di un lunghissimo viale Royal Mile che si sviluppa e articola lungo tutto il centro città.

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La città fregiata patrimonio dell’Unesco, seconda nel Regno Unito solo a Londra come numero di visitatori, risulta agli occhi dei viaggiatori orgogliosa della sua identità, delle sue tipicità. Il salotto cittadino è un brulicare di botteghe connesse alle punte d’eccellenza scozzesi: il commercio legato al whisky e al cashmere la fanno da padrona; i turisti, moltissimi cinesi, acquistano con avidità. È proprio da qui, dalle fiorenti attività di Scozia e dall’incontro con turisti di tutto il mondo, che probabilmente trova fecondità il seme del separatismo, nasce la convinzione di potercela fare da soli, di riuscire a creare la Scozia, sganciata una volta per sempre dal giogo londinese della corona. O almeno questo è quello che affermava un nutrito numero di sostenitori separatisti, radunatisi a centinaia sotto l’Holyrood Palace, residenza ufficiale in Scozia della Regina d’Inghilterra

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Abbandonato il colorato carosello di Sant’Andrea, si prosegue, lasciandosi alle spalle comignoli, tetri angoli bui e palazzi medioevali.

La città continua a presentarsi come una giostra su più piani collegati da un dedalo di antiche strade. Talvolta lo strato cittadino inferiore è collegato a quello superiore da passaggi pubblici sviluppati in verticale, che prendono le forme di un sinistro torrione.

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Tutto qui è connesso, tutto è collegato; persino i cimiteri fungono da braccio di connessione tra zone: attraversando il campo santo, tra tombe ottocentesche e chiese gotiche, si può aggirare un intero circondario. Osservando la città, dalle sue diverse alture, il mare fisso a nord-est, rimane l’elemento blu imprescindibile dell’orizzonte cittadino. L’altura più bella e più verde è quella di Calton Hill, dove ha sede il giardino pubblico della città, in cui si trova un piccolissimo osservatorio che destina il suo prezzo d’ingresso (4 sterline) al fondo per i veterani di guerra.

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Nella capitale scozzese, addobbata di croci bianche e sfondi blu, smaniosa di essere indipendente, ancora vive un’anima molto british: quella che lavora, viaggia, frequenta musei con il papavero rosso, portato nell’occhiello della giacca. Fiore che rappresenta qualcosa di più di un gesto di solidarietà nei confronti dei vecchi veterani britannici; rappresenta un passato di coesione e di battaglie comuni, che la città leale alla corona non vuole dimenticare, non vuole perdere.

Il ritorno dell’animazione tradizionale: Hullabaloo

Esiste una data, nel mondo del cinema d’animazione occidentale, che nel corso degli anni ha assunto sempre più il ruolo di spartiacque tra il vecchio e il nuovo. Immaginate qualcosa di simile al 476 d.C per il Medioevo, o il 1492 per l’Età moderna.

Ecco, parliamo del 1995, anno dell’uscita al cinema di Toy Story, primo lungometraggio d’animazione costruito interamente a computer con quella tecnica che in gergo tecnico è detta CGI (computer-generated imagery).

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Intendiamoci, non è che prima del ’95 non avessero mai visto un computer in California. La Disney aveva ampiamente fatto uso delle novità in campo tecnologico con i lavori precedenti. Ma il computer si era solo affacciato al mondo dell’animazione, per lo più potenziandone i mezzi tradizionali.

La tecnica di riferimento restava invece quella del disegno animato, in grado di dare l’illusione del movimento mettendo in rapida successione differenti disegni realizzati a mano. Erano altri tempi, era l’epoca degli inbetweeners (giovani per lo più apprendisti, incaricati di realizzare i “disegni di mezzo” tra una posa e l’altra).

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Tutto questo, con l’avvento del digitale, cominciò a essere messo da parte. La nascita della Pixar Animation Studios (staccatasi dalla LucasFilm e finita poi sotto la guida di Steve Jobs) e il suo connubio con la Disney nel 2006, avrebbero definitivamente messo la parola fine alla storia dell’animazione tradizionale. O almeno questa sembrava la strada più ovvia.

Del resto, al di là di facili sentimentalismi, l’animazione digitale offre una sconfinata serie di vantaggi tra cui un costo ridotto e una resa grafica di qualità infinitamente superiore. Un esempio per tutti: La Principessa e il Ranocchio, discreto lungometraggio del 2009 in tecnica tradizionale, ha avuto come budget di produzione ben 105 milioni di dollari, proprio l’ammontare dei finanziamenti per un lavoro di qualità notevolmente superiore, Frozen.

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Insomma, nessuno può negare che l’epoca delle matite sia ormai passata, ciò nonostante l’animazione tradizionale si batte per continuare a mantenere un posto nella produzione animata, un posto marginale, ma di qualità, quello che nel tempo sono riuscite a ritagliarsi tecniche alternative come la stop-motion o la performance capture.

E se da un lato l’animazione europea mostra di non avere problemi in questo (Ernest & Celestine, La bottega dei suicidi), in America la mancanza di produttori disposti a scommettere ancora sulla vecchia tecnica ha dato inizio al primo progetto di crowdfunding per un cartone animato. Il progetto è partito da alcuni celebri disneyani Robert Lopez, Bruce Smith e Rick Farmiloe che si sono uniti nella realizzazione di Hullabaloo, cartone animato dall’atmosfera steampunk che vede come protagoniste due giovani scienziate.

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Sul successo o meno di questo nuovo progetto, non possiamo per ora pronunciarci. Vero è che sempre più spesso della diatriba tra il cinema d’animazione computerizzato e quello tradizionale si cerca di fare un’allegoria della lotta tra il bene e il male, tra un passato mitico e un futuro automatizzato, quando la realtà delle cose è, naturalmente, molto più semplice, e molto meno epica.

Il successo o meno di un’animazione, il segreto della sua riuscita o del suo fallimento, sta davvero poco nella tecnica e molto, invece, nella sua storia. Un’animazione senza originalità, senza struttura e senza un’anima difficilmente farà presa sullo spettatore, specie quello più piccolo. Così si spiegano i fallimenti clamorosi di animazioni in CGI dalla grafica impeccabile ma anche di quelli che strizzano l’occhio al passato. In questo senso va detto che le prime immagini di Hullabaloo non sono troppo incoraggianti, ma è davvero troppo presto per parlare.

Qui sotto il video diffuso dagli animatori, e le prime immagini:

 

A Singaporean from London in Romania

Name and Surname: Jonathon Satrio Wood

Age: 24

Country: Singapore

Nationality: British Citizen

City: London

SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

  1. Which is the form of government ruling in your country?

Singapore is a multi-party democracy, however there is one party – People’s Action Party – that has won the elections. The President is the head of the state while the Prime Minister is the head of government, however the President’s role is mainly ceremonial. The first Prime Minister was Lee Kuan Yew, who ruled from 1959 to 1990, followed by Goh Chok Tong, who was in power from 1990 to 2004 and then Lee Kuan Yew’s son Lee Hsien Loong became Prime Minister from 2004 until the present day. It is sometimes referred to as a ‘benevolent dictatorship’.

1Here is my favourite place in Singapore, Arab Street. The old Arab quarter. Now it is a trendy part of town with boutique shops. The government is also going to ban shisha tobacco so a lot of traditional shisha bars will have to shut down

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Officially there is no corruption in Singapore. But as we can see by two Prime Ministers in the last 50 years being father and son there is some degree of nepotism. There is also censorship employed by the People’s Action Party against any criticism of them as well as civil suits against the opposition for libel and slander towards the success of the party. Singapore was ranked 140th out of 167 countries by Reporters Without Borders in their 2005 Press Freedom Index. The censorship does effect criticism of Singapore’s government but also affects people’s private lives as television shows, music and books are censored for their content.

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

There are four official languages in Singapore, English, Mandarin, Malay and Tamil, but English is the one used the most. Malay is officially the national language, but is mostly ceremonial so Singapore won’t cause friction with neighbouring Malaysia and Indonesia who speak Malay based languages. The English spoken in Singapore is also known as Singlish, as words from Chinese, Malay and Tamil are also used with English.

  1. Who do you believe to be the cultural icon of your country?

Lee Kuan Yew would be the cultural icon of Singapore as he is the founder and architect of modern Singapore.

2This is a portrait of Little India, the Indian district. There are really good curry restaurants here. In 2013 there was a riot there after a Chinese bus driver ran over an Indian construction worker. Most construction workers in Singapore are from India and Bangladesh and feel like they are second class citizens, so the riot was a result of their built up anger being released.

3Here’s instead picture of  Chinatown, no discrimination here because the government is majority Chinese!

WHAT ABOUT EUROPE?

  1. Why did you choose Europe?

I do not consider myself European as I have more in common with Asian culture but I chose to live in Europe to have more freedom than I would have in Singapore.

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This is an Oktoberfest celebration at the Swiss Club in Singapore. There are many different private sports clubs based on nationality such as the American Club, British Club, Dutch Club and Australian and New Zealand Association, and the Japanese Association. These have been there since British colonisation and were a way for Europeans and other colonial powers to separate themselves from locals.

  1. Do you perceive the existence of a  “European culture”?

I don’t believe there to be a common European culture as every country has a distinct personality that is different from each other. It would be wrong to generalise an entire continent as one culture.

Sui diritti dei lavoratori ai tempi di Amazon

Più di 9 milioni di euro, 5.529.380 sterline di preciso: questo è quanto Amazon ha perso nel periodo natalizio per la campagna di boicottaggio lanciata da Amazon Anonymous, per sollecitare l’azienda americana a intervenire sulle condizioni dei suoi lavoratori e sensibilizzare i clienti alla realtà nascosta dietro un click. Dal 2011, infatti, è stato svelato il lato oscuro del colosso dell’e-commerce: contratti precari e stipendi inadeguati, turni massacranti e monitoraggio a distanza. In origine fu l’inchiesta del quotidiano The Morning call, che dalla Pennsylvania denunciava ad esempio i provvedimenti disciplinari contro coloro che, stremati dal caldo, svenivano sul posto di lavoro . Ma dal 2013 l’azienda di Jeff Bezos è sotto il fuoco incrociato dei media europei: dall’inchiesta della Bbc sulla salute psico-fisica dei lavoratori nel Regno Unito al libro En Amazonie. Un infiltrato “nel migliore dei mondi” del freelance Jean Baptiste Malet, assunto in un magazzino francese nel Natale 2012, alla videoinchiesta della tv tedesca Ard che raccontò in prima serata le intimidazioni che gli operai immigrati dovevano subire da vigilantes vicini ad ambienti neonazisti.

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Jeff Bezos, fondatore di Amazon, già person of the year del Time nel 1999, eletto business man del 2012 dalla rivista Fortune.

Fuori i sindacati: il paradosso degli “imprenditori dipendenti”

Proprio in Germania, nel 2013, fu organizzato il primo sciopero contro l’azienda statunitense e lo scorso 12 dicembre hanno incrociato le braccia circa 2.300 dipendenti tedeschi. Il sindacato VerDi reclama stipendi più alti e nuove forme contrattuali, che equiparino l’addetto alla logistica al venditore al dettaglio, nonché una regolamentazione su orari e pause. Sempre senza successo: in Amazon i sindacati non sono previsti perché, stando a un articolo girato nella intranet aziendale, «promuovono attivamente la diffidenza verso le autorità di vigilanza e creano anche un atteggiamento poco collaborativo tra gli associati». Detto altrimenti, Amazon “invita” i dipendenti a dichiararsi «imprenditori indipendenti» per evitare la loro sindacalizzazione.

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Dal quotidiano locale di Piacenza La Libertà (18 dicembre 2013): Filcams-Cgil e Fisascat Cisl denunciano l’ostruzionismo di Amazon rispetto alla presenza dei sindacati nello stabilimento di Castel San Giovanni.

 

I nuovi maratoneti di Piacenza

Assenti le sigle sindacali anche nel nuovo stabilimento della multinazionale a Castel San Giovanni (PC). Se l’apertura del primo capannone, nel 2011, era stata accolta come un progetto avveniristico, l’inaugurazione del 2013 rinnova l’entusiasmo: 75 mila metri quadrati e 1000 posti di lavoro, da raddoppiarsi entro il 2016. Per il sindaco Carlo Capelli «Amazon ha rappresentato un’opportunità per dare lavoro a tante persone, soprattutto giovani». Molti dei questi trentenni assunti tramite agenzia interinale si dicono soddisfatti del nuovo lavoro, come Andrea, prima avvocato. «Non mi mantenevo più e così ho scelto Amazon. Ti assicuro che sto meglio – dichiara al Corriere della Sera –. Ho il mio stipendio, i buoni pasto, la palestra, la piscina». E un contratto di 1.050 € al mese, 8 ore di lavoro al giorno per cinque giorni a settimana. Altri però sottolineano che il passaggio al tempo indeterminato comporta uno stipendio inferiore e un rapporto “confidenziale” con i manager che spesso non giova agli operai, ora coccolati con feste e tornei di ping pong, ora indotti ad accettare più facilmente le richieste di lavoro straordinario. Non mancano, poi, le conferme su fatti noti: i 20 minuti di pausa e di briefing mattutino non pagati; i 10-20 km al giorno percorsi nel supermagazzino; il controllo dell’efficienza con i messaggi sul display della pistola scanner, che incitano ad essere più veloci. «Siamo completamente disorientati lì dentro rivela un anonimo lavoratore nessuno di noi sa come comportarsi». C’è chi parla di sfruttamento e chi accoglie qualsiasi occasione in tempi di crisi. Quel che è certo è che nel nostro paese è facile trovare situazioni simili per gli alti standard di produttività, l’assenza di rappresentanze sindacali e la deregolamentazione del lavoro. Come testimoniano le numerose rivendicazioni del settore logistico, che in Italia ha trovato una forma organizzativa di riferimento nella cooperativa.

Il circolo vizioso delle false cooperative, ovvero lo sfruttamento made in Italy

Non è necessario, quindi, guardare oltreoceano per individuare un modello di gestione del personale lavorativo che porta all’indebolimento dei suoi diritti: il fenomeno delle cooperative “spurie” risponde pienamente ai requisiti. Si tratta di false cooperative: non c’è traccia di tratti distintivi come la mutualità e lo svolgimento di assemblee regolari, dato che molte non hanno consigli di amministrazione ma amministratori unici. Gli pseudo-committenti ottengono gli appalti sbaragliando la sana concorrenza di aziende rispettose delle leggi con la riduzione del costo del lavoro. Un gioco al ribasso vinto sulla pelle dei lavoratori, soprattutto degli immigrati vincolati al permesso di soggiorno, e muovendosi su più fronti (dell’illegalità): dall’evasione fiscale e contributiva, con l’applicazione di contratti pirata cui “sfuggono” delle ore di lavoro e permettono di pagarne alcune con indennità di trasferta (esentasse), al ciclo di nascita-morte-resurrezione delle aziende in poco più di un anno, il tempo necessario a riciclare il capitale sporco dei traffici illeciti. Due delle vertenze maggiori del settore hanno coinvolto proprio la città di Piacenza: sono i casi di TNT (2011), in cui il lavoro in nero era la normalità, e di IKEA (2012-2013), dove la cooperativa San Martino sospese 33 facchini, tutti aderenti al sindacato SiCobas.

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Immagini dei picchetti e degli scontri fuori dallo stabilimento Ikea a Piacenza (2013).

 

Il lavoro invisibile dell’e-commerce

Dal 2008 ad oggi, le irregolarità nel campo della logistica si sono diffuse ampiamente nei poli strategici del Nord Italia e in Emilia Romagna. A Bologna, i lavoratori dell’Interporto  sono riusciti a far rispettare le norme previste dal contratto nazionale attraverso una forma di boicottaggio molto concreta, il blocco delle merci, che crea danni notevoli nel settore che riguarda la mobilità delle stesse.
L’operazione promossa da Amazon Anonymous è stato un tentativo di connettere le lotte avvenute nella produzione materiale con l’attivismo in rete. Che abbiate o meno sfruttato i super-sconti sulla vastissima offerta online per i vostri regali natalizi, gli scandali legati ad Amazon ci ricordano che il sistema apparentemente più equo dell’e-commerce è il risultato ultimo di una serie di operazioni, tra stoccaggio, smistamento, imballaggio e spedizione della merce, che coinvolge persone i cui diritti non sempre sono rispettati, immerse in dinamiche economiche non sempre trasparenti.

Dagli Appennini alle Ande, un viaggio in Sud America

Un viaggio lungo tre settimane, dal profondo nord dell’Argentina passando per le foreste della Bolivia ai monti del Perù. Un pezzo di Sudamerica, quella parte del mondo ricca di tesori, tesori della cultura più che dei governi.

Da Buenos Aires alle cascate dell’Iguazù, nel nord ovest dell’Argentina, una delle sette meraviglie del mondo, patrimonio dell’umanità; dalle lande desertiche dell’Argentina alle Salinas Grandes, un enorme deserto di sale, 6000 km quadrati; dalla Bolivia, coi suoi tramonti, la povertà e foglie di coca ruminate lentamente, al Perù, sulle cui alte cime, a Machu Picchu, restano le testimonianze di una grande civiltà perduta nei fumi del tempo e delle guerre, con quei conquistatori che portarono modernità e devasto.

Posti, volti, storie che rimangono negli occhi, forse impossibili da raccontare a parole e allora ci si prova per immagini, scatti che vogliono invitare a visitare un pezzo di continente dall’altra parte dell’Oceano.

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Cardiff e i suoi castelli

Cardiff è la capitale e principale città del Galles, nel Regno Unito. E’ la città dello scrittore per bambini Roald Dahl e del Wales Millennium Centre, l’avveniristico teatro dedicato alla danza e all’opera. Per i più nerd, è la città della serie tv della BBC Torchwood (spin-off del Doctor Who).

Non è una di quelle città del Regno Unito che scegliereste come prima meta per un viaggio in Gran Bretagna: certo prima c’è London calling, o la Liverpool dei Beatles, o Edimburgo e i suoi paesaggi, ma commettereste un errore a non prendere in considerazione per una visita questa città o più in generale lo stato del Galles!

Prima di tutto perché è la capitale più giovane d’Europa; dinamica al pari di Londra, col vantaggio che è più piccola e godibile e meno caotica. E’ una grande meta Erasmus, piena di giovani provenienti da tutta Europa, attiva nella cultura e nell’arte.

In secondo luogo, in particolare per gli appassionati, Cardiff è la città dello sport per eccellenza, con una grande varietà di eventi a livello locale e internazionale, sia per il calcio, sia per il rugby, sia per il cricket.

Infine Cardiff e il Galles sono i castelli: magnifiche costruzioni risalenti al Medioevo che nel corso dei secoli sono giunti fino a noi, intatti e resistenti come un tempo.

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Famigerato è il Castello di Cardiff (in gallese Castell Caerdydd): nato come un forte romano nel 55 d.C., divenne una residenza degli invasori normanni. Nei secoli, passò di matrimonio in matrimonio, nelle mani di diverse famiglie nobili della regione, fino alla sua acquisizione  da parte della città di Cardiff, che ne è oggi amministratrice. Durante la seconda guerra mondiale, nei tunnel sottostanti il castello vennero costruiti dei rifugi anti aerei, nei quali la popolazione di Cardiff si rifugiava dagli attacchi dei nemici.

Uno dei punti più riconoscibili della città è la torre dell’orologio del castello, risalente a metà Ottocento, al cui interno vennero costruite delle stanze da letto e camere per la servitù; in poche parole, una camera da letto costruita in una torre: il sogno di tutti!

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A nord della città si trova Castell Coch, o Castello Rosso;  posto sulle rovine di un’architettura antecedente, fu eretto nel XIII secolo e ristrutturato nell’Ottocento secondo i gusti e i canoni vittoriani. Il nome del castello viene dalla colorazione delle mura esterne, ma non meno degne di nota sono le sale interne al castello, in cui fregi e decorazioni sono ancora intatti e brillanti.

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Meno conservato ma ugualmente maestoso è il castello di Caerphilly, una cittadina a sud-est di Cardiff,  che con i suoi 120000 metri quadrati conquista il titolo di secondo castello per dimensioni in tutta la Gran Bretagna (Indovinate il primo? Esatto, quello di Windsor!). Il palazzo è circondato da fossati e laghetti pieni d’acqua, così  che sembra davvero di essere tornati al Medioevo. Lunghe mura percorrono i confini dell’area del castello ed è posibile ristorarsi all’ombra di una delle torri, pendenti a causa di un assedio durante la guerra civile inglese.

Se cercate un’atmosfera da Trono di Spade, da Robin Hood o anche solo da fortezza della fine del XIII secolo, siete nel posto giusto!

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Il pianoforte a pollice

Oggi vi parlo di uno degli strumenti africani più diffusi in Occidente. È quella scatoletta con attaccate sopra tante lamelle di metallo, la classica cosa esposta al negozio etnico che tutti prendono in mano e iniziano a spolliciare con gran foga ed entusiasmo. Ecco, quella “cosa” in realtà è uno strumento musicale e  ha un nome: si chiama sanza.

La parola sanza o sansa o zanza (che significa “ legno”, in lingua Bantu – o in arabo sang, “cembalo” – quello che preferite) è probabilmente il termine più diffuso in Occidente per descrivere lo strumento. In Africa, data la sua diffusione, è conosciuto con un gran numero di nomi differenti – solo per citarne alcuni: m’bira (Zimbabwe), obudongo (Uganda), likembe (Zaire), Chitata (Mozambico). È molto diffuso anche nel Golfo di Guinea, nelle Antille, in Guyana, in Brasile e altre zone dell’America latina. Qui fu introdotto dagli schiavi africani e viene chiamato kalimba, lulimba, pokido o lukeme. Di nomi direi che ve ne ho dati, sceglietene uno e usatelo!

Lo strumento è formato da una serie di linguette di metallo o di canna posizionate su un risuonatore (che va dalla tavoletta di legno, alla cassetta di legno, a una zucca scavata). Le linguette sono attraversate da una sbarretta nella parte superiore, l’altra estremità è libera per essere pizzicata. Di solito per il pizzico vengono utilizzati i pollici (da qui il nome “pianoforte a pollice”). Il suono è determinato dalla linguetta orizzontale e può essere modificata facilmente facendola scorrere avanti o indietro. A volte il suono viene modificato avvolgendo del filo di ferro su ogni linguetta, ottenendo un effetto di ronzio.

In una catalogazione da veri studiosi possiamo inserire questo strumento nella categoria degli idiofoni a pizzico. Gli idiofoni sono tutti quegli strumenti in cui il materiale di cui sono fatti, per solidità o elasticità, produce il suono senza bisogno di supporti (come membrane o corde). “A pizzico” perché, le lamelle fissate ad un’estremità, vengono flesse e poi lasciate ritornare nella posizione iniziale “di riposo”. Ed è così che viene prodotto il suono.

È molto diffuso tra le popolazione dell’Africa sub-sahariana ed è lo strumento dei griot (una sorta di cantastorie e poeta che ha il compito di conservare e diffondere la tradizione orale degli antenati). Secondo la mitologia questo strumento era presente già ai tempi della creazione del mondo e, a quanto pare, ogni lamella rappresenterebbe una fase della creazione. Diffusa moltissimo in Zimbabwe presso le comunità shona, la m’bira e il suono prodotto vengono tradizionalmente associate ai riti di contatto con gli antenati. Il termine stesso deriva da una cerimonia religiosa detta bira. In queste comunità un buon suonatore ha molta considerazione e rispetto, è una sorta di eletto protetto dagli spiriti ancestrali. Egli di solito è anche un ottimo cantante: si esibisce seguendo dei modelli melodici adatti allo strumento, con piccoli testi ripetuti e momenti di improvvisazione.

A Moroccan in Southern France

Name and Surname: Karim Mennis

Age: 23

Country: Morocco

Nationality: Moroccan

City: Casablanca

                                                   SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

  1. Which is the form of government ruling in your country?

In Morocco, we have a constitutional monarchy. The king has almost all the power in his hands but we also have elections, which determine the leader party and elect the president of the government and the ministers according to the results achieved by each party. The last election was won by the Islamic party.

stemma dal 1957Stemma nazionale marocchino

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Yes, corruption exists in my country in a massive scale but it’s decreasing thanks to the effort of the king and his Islamic government. No, it doesn’t affect my life directly because I am in Europe almost all the time.

  1. Could you explain why you chose Europe?

We chose Europe because it’s where my people traditionally go for studying or working. My two grandfathers took part into the Second World War in Europe, my father studied  Law in Europe and I am studying Finance.

10893336_10204473915439972_352795231_nKarim Mennis

WHAT ABOUT EUROPE?

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

The national language is Arabic, the Moroccan Arabic dialect. Of course dialects exist, that’s how we communicate every day . We also have a second language, it’s not a national language but a big part of Moroccans use it, even if not all the Moroccans know it. It is called Amazigh, and it is the language used by the first Moroccans twelwe centuries ago before the arrival of Islam to Morocco. When Islam came, Arabic arrived with it.

  1. Who do you believe to be the cultural icon of your country?

The actor Hamidou Benmessaoud is an icon of Morocco. He was famous in Hollywood.

amidouHamidou Benmessaoud

  1. Do you perceive the existence of a “European culture”?

Yes, in Morocco we have a perception of European culture in various fields: TV, food, cinema, way to dress, study programs… basically everywhere!

Del discorso di fine anno di Vladimir Putin (e del suo 2014, in breve)

Cosa ci ricorderemo del 2014? Non possiamo di certo dire che sia stato un anno povero di eventi. La cara vecchia penisola non ci ha fatto mancare niente: i detrattori della politica nostrana hanno – come sempre – trovato pane per i loro denti e anche per gli appassionati di cronaca non c’è stato un attimo di tregua fra processi, delitti ed investigazioni. Tuttavia, dovendo (e volendo) fare una selezione degli eventi clou dell’anno appena passato l’Italia resterebbe un po’ da parte, messa in ombra dal sempre più tormentato Medio Oriente e da una new entry che ha sconvolto inaspettatamente la politica estera mondiale: l’Ucraina. La delicatissima situazione dello stato slavo dell’Europa dell’est ha coinvolto le potenze mondiali, ha messo sulla scacchiera questioni economiche, risorse minerarie, ha ridisegnato i confini degli stati, oltre che devastato una nazione ed il suo popolo. In questo marasma inestricabile un personaggio emerge prepotentemente, rivelandosi ancora più controverso, discutibile e controcorrente di quanto già non fosse: Vladimir Vladimirovič Putin.

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Vladimir Vladimirovič Putin a cavallo

Criticato, disprezzato o elogiato, l’ex-agente del KGB dal passato misterioso ha fatto parlare di sé più di qualsiasi altro leader mondiale. Di certo non deve essere stato facile difendere le sue posizioni riguardo l’Ucraina con Stati Uniti ed Europa a dargli contro e a punirlo con pesanti sanzioni. Non deve essere stata piacevole nemmeno la fredda accoglienza riservatagli al G20 a Brisbane, dove è stato aspramente attaccato per aver definito un grave errore la decisione dell’Ucraina di Porošenko di isolare economicamente l’est separatista e filorusso. Ma Putin ha stretto i denti e, senza nemmeno aspettare il sontuoso pranzo finale, se n’è andato in anticipo dall’Australia – dopo aver coccolato un tenero koala – preferendo tornare dove la gente lo sa davvero apprezzare, ovvero nella sua amata Russia.

World Leaders Gather For G20 Summit In Brisbane
Putin abbraccia un koala a Brisbane

Infatti, nonostante la burrascosa annata, il consenso del capo del Cremlino rimane altissimo in patria, perdendo qualche punto soltanto in seguito al crollo del rublo del mese di dicembre. Soprattutto grazie alla conquista della Crimea il presidente Putin, che già godeva di un forte sostegno, è diventato una sorta di mito intoccabile, un eroe nazionale al quale sono addirittura dedicati gadget e t-shirt. Può essere difficile da credere, ma si trovano addirittura delle cover per smartphone con il volto del presidente e la scritta “Grazie per la Crimea” (per i più diffidenti, ecco uno dei tanti siti su cui si può acquistare il merchandising, ufficiale o meno, di Putin: http://www.vsemayki.ru/catalog/sort/sell/putin?page=1).

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Souvenir putiniani: t-shirt con scritta “Il mio presidente”

Insomma, se il 2014 ha messo a dura prova lo zar Putin, gli ha regalato anche delle soddisfazioni e dei successi che l’amato presidente ha voluto rimembrare e condividere con la sua fedelissima nazione nel consueto “Discorso di Capodanno ai cittadini della Russia”. A pochissimi minuti dalla mezzanotte del 31 dicembre, un impeccabile Putin, nel buio pesto della notte moscovita illuminata dalle luci del Cremlino, pronuncia i suoi auguri al popolo russo commentando l’anno appena trascorso.

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Putin pronuncia il Discorso di Capodanno

Ripercorriamo i passaggi salienti del suo discorso. Il presidente ha da sempre posto l’enfasi sui valori tradizionali, come quello della famiglia, e infatti esordisce ricordando la gioia del condividere i momenti di festa con i propri cari, scambiandosi doni e attenzioni, pensando soprattutto al benessere delle persone amate. Anche Putin è un essere umano, è uno di noi, e come noi sa apprezzare il piacere delle cose semplici e dell’intimità familiare.

Ma poiché, a differenza nostra, è anche il Capo dello Stato più grande del mondo, ci tiene a sottolineare che è proprio dal benessere dei cittadini che dipende “la prosperità della nostra Russia. Ancora più forte del valore della famiglia nella retorica putiniana è infatti l’amore per la patria, che quest’anno il presidente sottolinea col sorriso dichiarando che esso è “il sentimento più potente che ci sia, che si è manifestato nel sostegno fraterno agli abitanti della Crimea e di Sebastopoli, quando essi hanno preso la ferma decisione di tornare alla propria casa.

Il patriottismo di Putin non si esaurisce in questa entusiastica apertura: il capo del Cremlino prosegue ringraziando sentitamente i suoi compatrioti per “la solidarietà, la profonda sincerità, l’onore dimostrati, oltre che le responsabilità di cui si sono fatti carico per migliorare le sorti del proprio paese, per la prontezza nel difendere gli interessi della Russia, per essere insieme a lei sia nei giorni di trionfo che durante le prove più dure”.

Ma i nobili sacrifici del popolo russo sono stati ripagati? Putin richiama prontamente alla memoria le Olimpiadi invernali di Soči, con cui si era aperto il 2014, e che “fino a pochi anni fa erano soltanto un sogno”. Si capisce subito che il termine orgoglio non basta per descrivere ciò che egli prova nei confronti del suo Paese in questa occasione, infatti continua dicendo che “il sogno non si è semplicemente avverato; noi abbiamo non soltanto organizzato le migliori Olimpiadi invernali della storia, ma le abbiamo anche vinte, per merito di tutti i cittadini russi, sia di chi vi ha partecipato, sia di chi ha sostenuto gli atleti”. Putin non accenna alle polemiche sugli sprechi, il disastro ecologico e sulla violazione dei diritti che hanno accompagnato l’evento. Del resto, le Olimpiadi le hanno vinte loro!

Con le parole suadenti del presidente ed il suo tono di voce inebriante, i problemi che hanno afflitto la Russia nell’anno appena trascorso sembrano lontani, insignificanti. Putin conclude ricordando ai cittadini che nel 2015 ci saranno altre sfide da affrontare, ma che essi saranno in grado di superare “per amor proprio, dei propri figli e soprattutto per amore della Russia.

E dopo un discorso così penetrante, a noi comuni mortali rimane da aggiungere che il Putin del 2014, oltre che di far parlare di sé, è decisamente capace di parlare alla Russia.

Di seguito il video del discorso 

https://www.youtube.com/watch?v=oR_aSSwtnTA

(Video del discorso originale di Putin del 31 dicembre 2014)

Fine estate al lago Balaton

Per i più appassionati, il Lago Balaton è sinonimo di musica, tanta musica. Sulle spiagge nei dintorni di Siòfok, durante l’estate si tengono famosissimi festival, come il Balaton Sound dove gli stili variano, dall’elettronica al pop, dal rock all’hip hop.

Cosa succede quando l’estate si avvia al termine, le casse sono spente e i giovani mitteleuropei hanno ripreso la normale attività?

La parte nord-est del lago, che si estende per 594 km ad ovest di Budapest è quella che i fieri abitanti del luogo definiscono la migliore. Il giro parte proprio da Siòfok, il principale centro della zona, mediante un traghetto si arriva a Tihàny, villaggio di porcellana situato su un promontorio sulla riva nord. A seguire Veszprèm, con il suo Vàr, le vallette che solcano la città e le viste dalla cima delle colline, dove si produce vino delizioso che si abbina molto bene alla squisita cucina locale. Infine Balatonàlmadi, un elegantissimo salotto appoggiato alla riva, con bellissime spiagge erbose.

Del lago Balaton si può dire che sia un ambiente dove, quando non martellano i bassi, la vita si annusa, gusta, vede, sente e ode nel più dolce dei modi.

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Tributo a Kiev

Ho avuto la fortuna di arrivare a Kiev per la prima volta, quasi per caso, nell’estate del 2011, dopo un viaggio in treno di venti ore da Cracovia. La capitale ucraina accoglie magistralmente i suoi turisti: i biglietti della metropolitana sono dei bellissimi gettoni di plastica azzurri!

Ancora meglio dei gettoni è arrivare nel weekend, quando il Khreschatyk, l’enorme viale centrale a otto corsie, è chiuso al traffico e invaso dai pedoni.

Il viale Khreschatyk, arteria del centro di Kiev.
Il viale Khreschatyk, arteria del centro di Kiev.

Lungo il viale si trovava una nostalgica statua di Lenin, abbattuta proprio quest’anno. Il Khreschatyk conduce alla celebre Majdan Nezaležnosti – piazza dell’Indipendenza – una delle piazze più grandi e stupefacenti d’Europa.

Scorcio di Piazza Majdan.
Scorcio di Piazza Majdan.

Un enorme arcobaleno d’acciaio attira l’attenzione, specialmente di notte quando è illuminato: è un monumento sovietico dedicato all’Amicizia dei Popoli. Sotto l’arcobaleno una terrazza panoramica si affaccia sul fiume Dnepr: la schiera sterminata di palazzoni bianchi della riva opposta lascia senza fiato.

Risalendo le stradine a nord di Majdan si scorgono le tredici cupole a cipolla della Cattedrale di Santa Sofia. A poche centinaia di metri luccicano altre cupole dorate, quelle dell’azzurrissimo monastero di San Michele.

A Kiev ci sono tornata anche d'inverno: questa è Santa Sofia innevata.
A Kiev ci sono tornata anche d’inverno: questa è Santa Sofia innevata.

Al calar della sera è un piacere passeggiare nella tranquilla zona dell’Università di Kiev, intitolata al poeta nazionale Taras Shevchenko: lì vicino c’è un bellissimo parco ed eleganti palazzi si affacciano su vie dai nomi illustri, come via Lev Tolstoj.

La vita notturna di Kiev non ha nulla da invidiare alle altre città: birra a poco prezzo e la buonissima vodka Nemiroff non mancano mai nei pub e nelle discoteche del centro. Tuttavia, per vivere un’esperienza davvero ucraina si deve andare all’Hydropark, una specie di luna park notturno con tanto di spiaggia sul fiume e musica house a livelli imbarazzanti.

Dopo i bagordi della notte di Kiev c’è bisogno di un po’ di spiritualità: di mattina presto ci si reca al Monastero delle Grotte di Kiev, uno dei centri più importanti del mondo ortodosso. In superficie ci si perde in un parco fra chiese e chiesette dalle cupole d’oro, per poi trovare l’accesso alle grotte sotterranee. E’ obbligatorio acquistare delle candele prima di scendere: gli stretti tunnel del sottosuolo sono infatti illuminati solo dalle fiammelle dei fedeli, che venerano le reliquie dei santi poste lungo le pareti.

Il Monastero delle Grotte di Kiev, o Lavra, e il parco che lo circonda.
Il Monastero delle Grotte di Kiev, o Lavra, e il parco che lo circonda.

Altrettanto suggestiva ma di tutt’altro genere è la statua della Madre Patria, un colosso in titanio alto 102 metri, protagonista del parco dedicato alla memoria della Grande Guerra Patriottica (la Seconda Guerra Mondiale). Il memoriale è un trionfo al realismo socialista: statue, carri armati e canzoni dell’esercito rosso diffuse nell’aria fanno scendere una lacrimuccia.

La Grande Madrepatria e le statue dei soldati.
La Grande Madrepatria e le statue dei soldati.

Come ultima chicca da scoprire rimane il quartiere ai piedi della collinetta su cui è posta la stupenda Chiesa di Sant’Andrea. La stradina che si arrampica in cima è il lato bohème di Kiev, con bancarelle di quadri e paccottiglia sovietica: cosa c’è di meglio che lasciare la città con delle cartoline ingiallite scritte a mano e una maglietta con raffigurati dei cosacchi?

La salita verso la Chiesa di Sant'Andrea in una giornata nevosa.
La salita verso la Chiesa di Sant’Andrea in una giornata nevosa.

Kiev non merita di essere associata solo ai tragici fatti di quest’anno: questo articolo e le fotografie sono il mio modesto tributo ad uno dei luoghi più belli d’Europa.

Film sotto l’albero

Articolo di Jessica Pompili e Ludovico Lanzo

Le feste natalizie sono arrivate e cosa è meglio di un bel film di Natale per gustarle a pieno? I titoli a disposizione sono tantissimi, ma per i più indecisi noi di Pequod abbiamo stilato una lista di sei pellicole assolutamente da vedere…e altrettante assolutamente da evitare!

Buon Natale a tutti e buona visione!

 

Consigliati

Joyeux Noël (voto 10):

Scritto e diretto dal francese Christian Carion, il film è una delicata pellicola natalizia ispirata a fatti realmente accaduti durante la prima guerra mondiale, quando soldati francesi, scozzesi e tedeschi sospesero le operazioni la notte della Vigilia di Natale del 1914 per festeggiare insieme.

A Christmas Carol (voto 9):

Riadattamento in CGI e motion capture del classico di Charles Dickens Il Canto di Natale. Nel cast Jim Carrey, Colin Firth e Gary Oldman. Molto fedele all’originale, il film mostra come unica debolezza una grafica troppo sbilanciata a favore del 3D.

Nightmare before Christmas (voto 9):

Scordatevi le solite storie sul Natale, accantonate alberi e festoni e godetevi l’avventura di Jack Skeletron, la quale dal 1993, grazie al genio di Tim Burton e la regia di Henry Selick, è divenuta un cult senza tempo e soprattutto senza pari. Nonostante il pubblico sia ormai abituato a tecniche di animazione “evolute”, Nightmare Before Christmas rammenta sempre il fascino e l’eleganza della stop-motion, fotogramma dopo fotogramma, i personaggi vengono mossi dagli animatori, la cui cura per il dettaglio è assoluta. Un gioiello del cinema da vedere e rivedere.

Nightmare before Christmas

Natale in affitto (voto 8):

Divertente commedia interpretata da Ben Affleck e ispirata al film spagnolo Familia (al quale si ha preso spunto anche l’italiano Una famiglia perfetta con Sergio Castellitto). La storia è quella di un giovane e ricco manager che decide di affittare una famiglia per le feste di Natale.

Mamma, ho perso l’aereo (voto 8):

Indimenticabile e, a giudicare dalle programmazioni Tv natalizie, dovrei dire intramontabile è la commedia con incassi da capogiro diretta da Chris Columbus e interpretata da Macaulay Culkin (ai tempi d’oro).  La pellicola è divenuta, nel corso degli anni, un vero e proprio “rito celebrativo” che appassiona ancora oggi generazioni di spettatori, un livello eguagliato solo da Una poltrona per due. Le gag del giovane Kevin che deve vedersela con due loschi ladri, i grandissimi Joe Pesci e Daniel Stern, non passano mai e poi mai di moda. Vederlo per la prima volta è stata una gioia per me, quindi il film deve meritare almeno una sufficienza.

Il Grinch (voto 7):

Nessun Nonsochì, o un altro che non so, deve per forza sapere chi è il Grinch, che vive a Chinonsò. Come vedete pensare a questo film mi mette proprio di buon umore. Il buffo personaggio verde è ormai un idolo indiscusso durante le feste natalizie, un protagonista ben costruito e appassionante per via della sua diversità. Isolato, burbero ma geniale è il personaggio interpretato da Jim Carrey nel film di Ron Howard. Il Grinch, vincitore di un premio Oscar per il miglior trucco, riesce sempre a strapparti una risata e tenerti compagnia. Un classico per gli amanti della coperta di lana e della cioccolata calda.

Mamma ho perso l’aereo

 

 Sconsigliati

Lo Schiaccianoci 3D (voto 5):

Il regista Andrej Koncalovskij aveva una missione, rovinare la fiaba di Natale per eccellenza. Ci riesce nel 2010, portando sul grande schermo il più assurdo riadattamento del celebre racconto di Hoffmann. La favola è rivista alla luce di un nascente mondo tecnologico, costruita ad hoc per il 3D e inserita in una cornice che strizza malamente l’occhio al musical. A peggiorare il tutto il personaggio dello zio Drosselmeyer, inspiegabilmente divenuto il fisico Albert Einstein. Insomma un pessimo esperimento cinematografico che vi farà rimpiangere di non aver prenotato un posto al balletto!

Santa Clause (voto 4):

Era il lontanissimo 1994 quando Tim Allen indossava per la prima volta i panni del peggior Babbo Natale di sempre nel film Santa Clause. Non contento del danno causato, tornò a impersonarlo altre due volte in Che fine ha fatto Santa Clause? e Santa Clause è nei guai. Quando si dice l’ostinazione!

Natale in Africa (voto 4- ):

Inserire un cine-panettone tra i film di Natale che sconsiglio sarebbe un po’ come sparare sulla Croce Rossa, ma è un bene sapere che un film, nel bene o nel male, può lasciarti un segno e a volte, come in questo caso, può fare alzare la tua autostima. Per vederlo finire bisogna avere una gran forza d’animo ma, come sappiamo, ciò che non ci uccide ci fortifica. Vi risparmio i dettagli sulla trama, basta solo prendere il film dell’anno precedente, ambientarlo in Africa e pensare a Belén. Nel caso in cui tra i lettori di questa classifica ci fosse un aspirante regista, amico mio ricordati che ci sarà sempre e dico sempre un film che ha fatto più schifo del tuo, in bocca al lupo.

Santa Clause

Elf (voto 3):

Se non odiate gli elfi, con questo film imparerete a odiarli. La storia è quella di Buddy, insopportabile abitante del Polo Nord che scopre all’improvviso di non essere un vero elfo, ma un essere umano. Parte così la ricerca delle sue origini. Un atroce Will Ferrell, salva qualcosa Zooey Deschanel.

Una promessa è una promessa (voto 3):

Domanda: si può fare un film con Schwarzenegger senza inserire morti ovunque o esplosioni apocalittiche? La risposta è si, ma ditemene uno senza pensarci per più di dieci secondi. Sarò sincero, io ci ho pensato a lungo, finché non mi è venuto in mente Una promessa è una promessa, un film che, scusate ma è doveroso dirlo, non promette niente di buono neanche dal titolo (italiano si intende). Insomma c’è un tizio muscoloso (tirate a indovinare) che vuole recuperare il suo rapporto col figlio fino a quando non ci riesce, fine. Dimenticavo, il protagonista compra un giocattolo. Il film ci spiega che…che… insomma ci spiega qualcosa e se riuscite a capirlo commentate qui sotto vi prego, io passerò il resto delle vacanze a pensarci. Nel frattempo Happy Christmas!

Conciati per le feste (voto 2):

Due padri suonatissimi decidono di farsi la guerra per dimostrare al vicinato di avere gli addobbi natalizi migliori. Gag banali a raffica e noia assicurata per andare sempre sul sicuro!

Elf

Vigilia di Natale: musica per le strade italiane

Addobbi e lucine per le strade vi stanno facendo capire che il Natale sta arrivando? L’albero c’è, il presepe pure, non ci resta che aspettare la magia (o l’abbuffata) della Vigilia. Personalmente la passerò suonando per le strade del mio piccolo paesino sui colli bergamaschi; è infatti tradizione molto radicata nel territorio lombardo, quella delle bande musicali dei vari paesi, di andare a suonare casa per casa la notte del 24 dicembre. Ovviamente ogni banda ha il suo stile e i suoi brani preferiti: si spazia dalle cosiddette pastorelle tradizionali (brani a carattere popolare pastorale), alle più recenti canzoni natalizie.

Il tradizionale Baghèt Natalizio del Corpo Musicale Città di Treviglio
Il tradizionale Baghèt Natalizio del Corpo Musicale Città di Treviglio

 

Sempre la sera della Vigilia, non è strano sentire i suoni dei baghèt che rimbalzano di paese i paese. Sono le cornamuse bergamasche (abbandonate durante la seconda metà degli anni Cinquanta con la crisi della società contadina) che sono tornate ad avere una posizione centrale nella musica popolare di tradizione negli anni Ottanta, grazie alla spinta delle nuove ricerche del folk-revival. Questo strumento è stato da sempre un po’ il simbolo del periodo delle vacanze natalizie, anche perché i contadini lo sfoderavano solo con l’arrivo dell’inverno, quando il lavoro diventava scarso e nei campi non c’era quasi niente da fare. Vero è che, oltre alle pastorali natalizie, questo strumento è essenziale per molti brani che accompagnano la danza e tantissime altre canzoni del repertorio popolare.

 

 

Diffusa in tutto in nord Italia, la cornamusa, assume nomi diversi in base all’area geografica (musa dell’Oltrepò pavese, piva ticinese, piva appennina) o a delle piccole differenze strutturali; in generale è formata da un serbatoio d’aria in cui ci soffia il suonatore, che nel frattempo fa pressione con il braccio facendo uscire l’aria dalle canne. Solitamente troviamo una canna per la melodia (con i fori per le dita), detta chanter, e le canne di bordone prive di fori. Il suono viene prodotto da un’ancia (doppia nel chanter e singola nelle canne di bordone) inserita all’interno delle canne che viene fatta vibrare dall’aria.

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Tradizione simile la troviamo nelle regioni dell’Italia meridionale, dove però al posto dei suonatori di cornamusa troviamo gli zampognari (solitamente accompagnati da un suonatore di ciaramella); in particolare suonano durante il periodo della Novena, dell’Immacolata concezione e quello del Natale. Questa, di suonare per le strade, è una tradizione che nei centri urbani si riscontra quasi esclusivamente durante il periodo natalizio, mentre nei piccoli centri rurali questo strumento accompagna la maggior parte delle festività durante tutto il corso dell’anno.

 

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La zampogna funziona sostanzialmente come la cornamusa, la differenza è strutturale: oltre che avere una sacca per l’aria notevolmente più grande di quella della cornamusa, invece che avere diverse canne separate, presenta un unico “ceppo” ligneo da cui partono sia le canne della melodia sia quelle di bordone. La ciaramella invece è un oboe popolare ad ancia doppia, che raramente viene suonata da solo, solitamente è in coppia con una zampogna.

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Quest’anno, se sentite una melodia lontana o qualcuno che sta suonando nella vostra via, aprite la finestra e ascoltate, lanciate un saluto a chi sta suonando al freddo per regalarvi un augurio musicale.

 

In copertina: Banda natalizia in provincia di Bologna [ph. Rosapicci CC BY-SA 4.0/Wikimedia Commons]

A Finnish in Southern France

Name and Surname: Liisi Filppa

Age: 25

Country: Finland

Nationality: Finnish

City: Tuusula

 

SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

  1. Which is the form of government ruling in your country?

Finland is a republic with a presidential system of government.

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

I think corruption exists in various fields in Finland, but it does not affect the everyday life. In Finland you cannot for exemple bribe public workers. Doctors may prescribe and use the medications that medical companies have promoted. And among politicians there exists some form of corruption, but it’s not the main issue and they are rare and usually such cases end up in the papers.

  1. Do you consider yourself European?

I don’t consider myself European. I think Europeans are for example the French, the Belgians, the Italians, etc.

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Liisi Filppa

WHAT ABOUT EUROPE?

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

My mother tongue is Finnish, but in Finland there are two official languages, Finnish and Swedish. There are dialects in different regions. I think everyone in Finland speaks a dialect, but some say that near the capital there is a more standardized way of speaking.

  1. Who do you believe to be the cultural icon of your country?

I think our former president Tarja Halonen could be one icon. And I was thinking of the poet Eino Leino, but he is more of a romantic poet. The poet and author Uuno Kailas has a more pessimistic and realistic way of writing, so he might represent better the Finnish mentality. Also the composer Jean Sibelius is one icon.

 

  1. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture?

I’m not able to name one, I think there are many possibilities. Alexandre Dumas, Érasme, Hans Christian Andersen, Mozart, etc.

 

(Non) tutte le strade portano al Veneto

Le bandiere rosse e gialle col leone di San Marco sventolavano nell’aria. Le lacrime di commozione bagnavano gli occhi di gioia, mentre inni patriottici si levavano dalla piazza di Treviso tuonando “Viva il Veneto indipendente”. E’ questa una delle ultime immagini che le cronache hanno riportato in relazione al movimento degli “Indipendentisti del Veneto”: coloro che auspicano la nascita di una Repubblica Veneta.

Tuttavia l’universo Indipendentista è in realtà molto più complesso ed eterogeneo di quanto si possa pensare. Si esprime in una serie di movimenti differenti non solo per le modalità operative, ma spesso anche per il fine perseguito. C’è chi mira alla creazione di uno Stato Indipendente, chi ricerca forme di autogoverno, chi agisce in maniera poco ortodossa, a metà tra il folklore carnevalesco e l’impeto insurrezionalista (si ricordi il caso del tanko dei Serenissimi) e chi con referendum inapplicabili giuridicamente, come quello del Marzo 2014, ritiene già di aver messo la parola fine al Veneto regione, per iniziare una nuova Era di prosperità ed autonomia nel Veneto Stato.

Autogoverno del Popolo Veneto – Stato delle Venetie è una realtà alla quale ci siamo rivolti per cercare di capire meglio il quadro. Ci teniamo subito a sottolineare che Loris Palmerini, presidente del Governo delle Venetie, prende le distanze da chi persegue l’indipendenza in maniera violenta o illegittima. Non è persona che basa il proprio incarico su toni tribunizi o su una retorica aggressiva, bensì su una pacata e accurata ricostruzione storica dell’Italia e del Veneto. La tesi sostenuta si basa prima di tutto su un’illecita appropriazione che la nascente Italia avrebbe compiuto nei confronti dello stato Lombardo-Veneto. Nel 1866 il referendum che avrebbe dovuto consentire ai Lombardo-Veneti di decidere liberamente sull’annessione allo Stato italiano sembra essere stato condotto con metodi impropri ed illegali. Gli studi compiuti da Palmerini in questo senso mettono alla luce una serie di irregolarità che rivelano la natura manipolatoria di un plebiscito volto a assoggettare prima e ad annettere poi lo Stato Lombardo Veneto contro la sua volontà. Senza mezzi termini questo movimento interpreta il processo unitario come un’azione di illecita sottomissione, di dominio, di feroce invasione.

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Partendo da questo presupposto l’Autogoverno del Popolo Veneto, fondato nel 1999 in concomitanza con la prima anagrafe del popolo veneto, si investe il compito di dimostrare in sede legale l’illecita presenza dello Stato italiano sul territorio LombardoVeneto. Nel 2008 Palmerini stesso ha presentato la questione al tribunale di Venezia chiedendo se poteva essere riconosciuta la giurisdizione dello Stato Italiano sul suddetto territorio. La sentenza fu che sussisteva un difetto assoluto di giurisdizione e ciò potrebbe voler dire che il giudice non è competente in materia. Così la questione è stata presentata alla Corte Internazionale dei Diritti dell’Uomo, ma l’Autogoverno intende presentarla alla Corte Internazionale poichè che la vicenda riguarda i rapporti fra due Stati, quello italiano e quello del Lombardo-Veneto.

Il movimento si appella al Principio di Autodeterminazione dei Popoli per sostenere l’identità del Popolo Veneto come realtà etnico-culturale vittima dell’invasione dell’Italia. Ma è proprio per la volontà di avanzare un processo di autonomia del popolo veneto, e non del territorio regionale, che questo movimento si distingue dagli atri. Alla luce di ciò la famosa iniziativa referendaria di marzo (conclusasi con la proclamazione dell’Indipendenza veneta a furor populi nella piazza di Treviso) portata avanti da altri movimenti, appare illegale e controproducente per una semplice ragione: non si può perseguire l’indipendenza del Veneto, in quanto regione, dato che l’articolo V della Costituzione italiana lo vieta. Inoltre il referendum non può essere indetto su questioni di materia internazionale, come i rapporti di potere fra gli Stati. Invece si può far valere l’autodeterminazione di un popolo a partire dai suoni connotati qualificanti.

Sempre da questo punto altri prendono le mosse nei confronti dei partiti Italiani che da anni sventolano la bandiera del federalismo: “Liberano migliaia di delinquenti con lo “Svuota-carceri” e arrestano chi vuole l’indipendenza. Siamo alla follia”, ha dichiarato, lo scorso aprile, il segretario della Lega Nord Matteo Salvini.

E’ diretto Palmierini nel sostenere che “noi non siamo un movimento politico, siamo un governo provvisorio, di transizione, e partiamo dal presupposto che la presenza dello Stato italiano su questo suolo sia illecita. Il fatto è che l’intera Lombardia (regione dello stato Lombardo-Veneto) non ha nemmeno mai votato per diventare Italia. Chi promette l’indipendenza attraverso il referendum compie un atto ridicolo e giuridicamente illecito, come chi vuole il ritorno alla Repubblica Veneta, poiché questa è inserita nello stato Lombardo –Veneto, di cui noi vogliamo riaffermare l’indipendenza”. E continuai Partiti fanno più confusione che altro”.Sul tavolo di Zaia c’è la richiesta di attuare le norme europee sulle minoranze nazionali, è lì da più di un anno ma non ha avuto seguito”. Palmerini ripete che “l’indipendenza non la può fare la regione per statuto, perché è contro lo statuto, ma la può ottenere il popolo veneto (che sta in più regioni) in sede internazionale: così si spazzano via i movimenti di Indipendenza Veneta, Veneto Stato, Veneto Indipendente, Stato Veneto”.Rumors vorrebbero poi alle elezioni regionali del Veneto per il 2015 ci siano possibili liste con nomi come Chiavegato in appoggio alla Lega Nord o Busato, il quale ha dichiarato di volersi candidare pur avendo proclamato la nascita di una repubblica: ulteriore riprova, agli occhi di Palmerini, non solo della loro incoerenza ma anche dell’inattuabilità e dell’inconsistenza dei loro progetti indipendentisti.

Oltre alle ragioni storiche l’inasprimento delle recenti condizioni economiche in cui l’Italia versa ha acuito le tendenze indipendentiste. Il 33% degli Italiani vuole l’indipendenza della propria regione. Ancor di più in Veneto che per anni, dice Palmierini “ha tirato avanti la carretta dell’Italia, che ha lo stesso potere d’acquisto del sud ma produce due volte e mezzo la media europea pro capite”. Più del 50% dei Veneti vuole l’indipendenza e tali tendenze iniziano a manifestarsi con iniziative sempre più forti- in questo senso l’intento, tutto pacifista, di Autogoverno del Popolo Veneto è quello di prendere le distanze da iniziative illegali (come la presa della piazza di San Marco nel 1997 o la più recente poisia veneta di Mln) e pericolose (come la costruzione del rudimentale carro armato-trattore da parte dei Serenissimi) e di declinare queste tendenze in un processo legale e legittimo.        

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LA RINGHIERA

Niccolò Tommaseo dava la seguente definizione di concordia: “Per discernere i veri buoni, metteteli insieme. Se non s’accordano, la virtù loro è apparenza”. Se chi rivendica la verità della storia a lungo sottaciuta lo fa in virtù dello studio, della legalità, della non violenza è legittimo e doveroso che una democrazia vi presti ascolto. Giacché il vero male di una civiltà viene da chi grida dal basso, nutrendo il suo popolo di false speranze. La concordia viene tra le persone disposte al dialogo. La concordia nasce fra persone di Stati diversi. La concordia non nasce sopra un palco o da un tuono di cannone in piazza. La concordia discerne i veri buoni, quelli che discutono, dai buoni apparenti, quelli che ingannano.

Beijing World Food Fair: l’agroalimentare made in Italy passa da Pechino

Dal 26 al 28 novembre scorsi, il China National Convention Center di Pechino ha ospitato l’edizione 2014 della World Food Fair, evento di punta per il settore dell’alimentare e della gastronomia  di livello internazionale. L’esposizione, organizzata in collaborazione tra Koelnmesse, importante ente fieristico tedesco, e la Camera di commercio per il settore agroalimentare del governo cinese, si pone come appuntamento imprescindibile per le imprese di tutto il mondo intenzionate a ritagliarsi uno spazio nel ricco e variegato mercato agroalimentare cinese.

La capitale Pechino, al centro di una rete commerciale che serve 200 milioni di consumatori, si pone come polo strategico per il settore agroalimentare del nord-est della Cina, con il vantaggio, rispetto alla diretta concorrente Shanghai, di servire un mercato meno saturo e maggiormente in ascesa, grazie alla crescente domanda delle vicine regioni di Tianjin Hebei, Shanxi e Mongolia.

Una delle aziende espositrici all’interno dell’Area Italia
Una delle aziende espositrici all’interno dell’Area Italia

L’Italia, con la sua secolare tradizione gastronomica, non poteva mancare all’appuntamento.
Supportate da Cibus – Fiera di Parma, un pool di 50 aziende italiane ha  offerto ai visitatori cinesi il meglio della gastronomia tricolore: vino, olio, pasta, conserve, prodotti caseari e salumi, sono alcuni dei prodotti presentati agli importatori e distributori cinesi giunti all’evento. All’interno dell’Area Italia sono avvenuti quindi i contatti più importanti ai fini della promozione della tradizione gastronomica italiana nel nord-est della Cina e al suo consolidamento in tutta la Cina continentale e nei paesi vicini nel prossimo futuro. Un processo, tuttavia, non privo di difficoltà.

La lounge dell’Area Italia all’interno dell’esposizione
La lounge dell’Area Italia all’interno dell’esposizione

L’incontro tra espositori italiani e visitatori cinesi ha infatti dimostrato quanto il clash culturale tra occidente e oriente non risparmi la tavola. “Perché il prosciutto di Parma è così rosso?” , “Perché l’olio extravergine costa di più se proviene dalla stessa oliva?”, sono solo alcune delle domande poste dai visitatori cinesi, che dimostrano una lontananza non solo geografica del consumatore locale rispetto alla tradizione gastronomica italiana.

Il prosciutto di Parma, prodotto di culto tra i consumatori cinesi
Il prosciutto di Parma, prodotto di culto tra i consumatori cinesi

“Per conquistare il consumatore cinese le nostre aziende devono puntare sulla qualità” ha dichiarato sua eccellenza Alberto Bradanini, ambasciatore d’Italia per la Cina e la Mongolia, in occasione del  ricevimento per le aziende italiane espositrici tenutosi nell’ambasciata italiana a Pechino.
“Il consumatore cinese, sempre più attento e esigente per quanto riguarda i prodotti agroalimentari di importazione, merita il massimo impegno delle nostre aziende, volto alla proposta di un prodotto di alto livello vicino ai gusti autoctoni, ai fini di una presenza stabile e duratura nel mercato cinese.“

Insomma, se mangiare è cultura, è la qualità a porsi come il mezzo più adatto alla diffusione della tradizione  alimentare italiana, per dare alla gastronomia made in Italy le giuste credenziali per entrare sulle tavole dei consumatori cinesi e di tutto il mondo.

Diario di un pomeriggio con Spike Lee

The 49th minute – Una vita tra cinema e sport, ospite: Spike Lee. Oltre a proporne una diretta Twitter, ho pensato che fosse una ghiottissima occasione per vedere, da abbastanza vicino, come è una star di Hollywood. Nemmeno una a caso, in verità. Devono averlo pensato in molti, perché il luogo dell’incontro – l’aula magna dell’Università Bocconi – è sostanzialmente piena.

Sul palco ci sono due poltrone, probabilmente si sarebbe trattato di una di quelle conversazioni che tendono ad annoiare, dove si incensa il famoso ospite e scrosciano gli applausi. Spike si fa attendere per un accademicissimo quarto d’ora, in sala è un twittare febbrile. Personalmente, ho passato parecchio tempo a chiedermi se tra i convenuti ci fosse qualcuno nella mia condizione, che di film dell’atteso ne ha visti giusto un paio e di scenate al Madison Square Garden di New York, tifando per i Knicks, un altro paio ancora, o sono tutti veri appassionati?

L’attesa si esaurisce consumando quei pensieri mentre sale sul palco Shelton Jackson Lee, accompagnato da un paio di persone e una squadra di, indovinate un po’, basket. Lee è vestito in modo parecchio informale, ma porta su di sè tanti dettagli, pare rilassatissimo. Tutto intorno, invece, regna una sorta di tensione. Il marmo della sala di certo non aiuta.

L’intervento introduttivo è tragicomico, letto ed interpretato da…(da chi?) in un inglese pre-elementare, dove sono inserite piccole situazioni di recita anche peggiori. La tensione diventa imbarazzo, anche perché la performance si dilunga per qualche minuto. Spike sembra ascoltare, ha un piccolo sussulto quando, alla pronuncia, Jungle Fever diviene “iunglefivar”, ma alla fine c’è un applauso anche per l’introduttore. O forse era solo liberazione.

L’intervistatore è un altro signore, dotato di fluency migliore. Il tema dell’incontro è senz’altro succulento, specialmente in giorni come i presenti, dove la narrazione sportiva sta assumendo una certa dignità. Comincio a pensare cosa chiederei io a Spike, lui che nel suo campo è ed è stato Obama prima di Obama. Invece si assiste a una serie di domande quasi lapalissiane, del genere: «Chi sono i tuoi sportivi preferiti?». Spike pare quasi svogliato, le risposte sono poco più che monosillabi. Il fondo viene toccato su: «Perché gli sport americani sono così popolari in America?». La conversazione è bloccata, sta diventando noiosa, come avevo temuto e il senso di spreco è tangibile. Arrivo quasi a sperare che il tutto si concluda presto, quasi vergognandomi di essere parte di una situazione tanto scintillante quanto scialba.

A un certo punto finiscono, però, i 48 minuti della partita (nel basket americano tanto dura un match). Si arriva al quarantanovesimo e allora sì che il regista si accende per davvero. Arriva una domanda circa i recenti fatti di cronaca negli USA, che vedono coinvolti la polizia e alcuni afroamericani. Il tono della voce di Lee si fa più alto, la montatura dei suoi occhiali comincia ad animarsi, i dettagli arancio delle Jordan che porta ai piedi a frullare. Potete bene immaginare quale sia la sua posizione. Decide di mostrare la sequenza completa, girata da un brother (sic), dell’uccisione di Eric Garner, della durata di oltre 10 minuti. I dialoghi si sono rivelati ostici da capire, ma si assiste a un film nel film – paradossale, perché è realtà nella realtà – Spike, per tutta la durata del video resta in piedi, osservando lo schermo, come se lo stesse vedendo per la prima volta. Non si risiederà mai più.

In seguito al video si susseguono una serie di domande dalla platea, tutte attorno al tema del razzismo, dell’integrazione, dell’immigrazione, della cittadinanza. L’imbarazzo si è sciolto, tutti gli occhi sono attratti dalla gravità che emana l’ometto e le sue parole, pesate e pesanti sono un flusso di energia. Perfino il marmo della sala quasi freme ad un «mothafuckers» rivolto a certi brutti ceffi oltreoceano. A questo punto vorrei davvero non smettesse mai.

Ma ecco che la partita ricomincia, altri 48 minuti per non curarsi di cosa c’è fuori. Credo sia questa la ragione di tanta passione per lo sport di Spike Lee: dal quarantanovesimo in avanti c’è solo realtà.

Miracolo a Bruxelles: l’Europa torna sui suoi passi e dice sì all’Iva al 4% sugli ebook

Il 17 novembre l’Europa aveva detto no alla proposta di diminuire l’Iva sugli e-book dal 22% al 4%, per equiparare la tassazione del prodotto digitale a quella del prodotto cartaceo.

L’Italia, sostenuta dalla Francia (dove l’Iva sugli ebook è al 7%), aveva portato la sua proposta al Coreper (Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell’Unione europea), per aiutare un settore dell’editoria dalle grandi prospettive.

Il 25 novembre invece è accaduto qualcosa di inspiegabile: gli stessi che si erano così tenacemente opposti hanno approvato l’abbassamento dell’aliquota.

Potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione per il mercato del libro.

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Il mercato allo stato attuale

Secondo l’ultimo rapporto dell’AIE (Associazione Italiana Editori) attualmente «L’offerta ebook è dunque arrivata a coprire oltre il 12% dei titoli in commercio», inoltre dal 2012 al 2014 il numero di titoli che si possono trovare in versione ebook è aumentato del 43%!

Nel 2013, inoltre, è accaduto qualcosa di inaspettato: mentre il numero complessivo dei lettori in Italia diminuiva del 6,1% (1,6 milioni in meno), cresceva invece quello specifico dei lettori di ebook, che arrivato nel 2013 a 1,9milioni (+18,9% rispetto al 2012).

 

A cosa si deve questo sviluppo?

Ancora oggi non si trova risposta, ma c’è chi sostiene sia a causa dall’abbandono del libro cartaceo per lettura della controparte digitale, oppure di integrazione tra forme diverse di lettura fatte su supporti differenti (eReader, tablet, smartphone, libro cartaceo, etc).

 

Perché cambiare idea

Gli editori Italiani, ma anche quelli Europei, che vorranno sopravvivere usufruiranno sicuramente di questo grande vantaggio per opporsi ad Amazon, che da anni ormai sta cercando di monopolizzare il mercato del libro a livello mondiale, inoltre non molti sanno che Amazon ha sede in Lussemburgo dove l’Iva sugli ebook è addirittura al 3% e che il 7% del fatturato annuo di Amazon si basa proprio sulle vendite dei soli ebook: sommando questi due dati è chiaro che il colosso del commercio sia in una condizione estremamente vantaggiosa rispetto ai tradizionali editori europei.

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Tutto risolto?

La campagna portata avanti dal nostro Ministro della Cultura Dario Franceschini Un libro è un libro ha iniziato a dare i suoi frutti, ma adesso la palla passa agli editori, che dovranno sapere cogliere questa opportunità.

 

Non solo l’approccio del lettore dovrà cambiare, ma anche quello delle case editrici ai libri digitali, perché il loro potenziale non è ancora stato del tutto compreso, persino dagli editori stessi. Questo è il momento di prodotti innovativi per far crescere il mercato, innovazione che non dovrà riguardare solo i device: dal papiro alla pergamena, dai codici alla Bibbia di Gutenberg, fino ai tascabili odierni, non è cambiato solo il supporto, ma anche il modo di pensare e strutturare e scrivere il libro. Adesso sta ad editori ed autori creare qualcosa di mai visto prima.

A German in Romania

Name and Surname: Jenny Berger

Age: 22

Country: Germany

Nationality: German

City: Berlin

 

SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

 

  1. Which is the form of government ruling in your country?

In the Federal Republic of Germany we have a parliamentarian democracy. That means that the most important political decisions are made by a parliament, which is voted by people. Then this parliament votes for the government.  The German government, also called “the Cabinet of Germany”, consists of the chancellor (currently Angela Merkel of the CDU, a really conservative party) and the cabinet ministers.


Fernsehturm
«This is the “Fernsehturm” – I don’t like it that much, but it’s one of the greatest symbols of Berlin»

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

I am sure that corruption exists in every country, some people are just easily suborned. Mostly corruption is very well hidden and kept as a secret. There are some articles I read a few years ago about corruption in the early 2000s in Germany and about the people who made it public. They say corruption is definitely increasing and campaigns that work against it are fewer and fewer. A current article I found states that still more and more cases are getting exposed. Those affairs have a huge potential to influence the political life and for sure my private life as well, though this happens indirectly.

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

The national language is German, but there are dialects in every region. I am not sure how many young people are using them, but it might be a lot. Though people who speak in a dialect are sometimes considered less educated and that is why most people, especially those who work in public positions, try to speak in a standard German. Which is kind of sad for me, because dialects are really interesting and make people unique in some points.

  1. Who do you believe to be the cultural icon of your country?

A cultural icon, or probably the most known German band in the world, is Rammstein. But of course Germany has and had a LOT of important writers, thinkers, philosophers and musicians.

summer in Berlin«aaaaaaaaaaand I think this one is really typical for summer in Berlin: everyone is sitting on the street, drinking coffee, watch perople passing by»

WHAT ABOUT EUROPE?

  1. Do you consider yourself European?

Europe, or the European Union, is fiction to me. Fictive borders, fictive nations. But still, yes, I consider myself a European citizen.

  1. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture?

I can’t name a person, but I think most of the European ideas, ideologies and trends are delivered through pop culture. So it is the mainstream that defines (for non-Europeans) who and what we are, or at least what is perceived by the general public.

Klunkerkranich 1«This is one of my favorite places in Berlin, called “Klunkerkranich”. It is a garden/bar/cultural center on the roof of a parking house»