Passa al contenuto principale

Al lavoro contro il terrorismo

Da circa quindici anni il mondo occidentale ha imparato a conoscere, non sempre in maniera proficua, il fenomeno religioso islamico in quasi tutte le sue declinazioni, alcune buone, altre molto meno. Risultano parte della nostra quotidianità gli appelli sgranati di imam furenti, le minacce di autoproclamati califfi, le stragi di gruppi paramilitari e i deplorevoli atti di terrorismo che segnano primariamente le zone colpite dall’affermazione dell’estremismo religioso – leggasi Siria, Iraq, Nigeria – e che sono arrivate anche nel cuore dell’Europa, a Parigi e Copenhagen. Ancora, abbiamo imparato a capire le differenze che caratterizzano il mondo dell’Islam al suo interno, quali sono le correnti, le varie confessioni, perfino accenni di teologia.

Nel quadro di questa nuova comprensione della religione di Maometto viene rarissimamente citato un caso del tutto particolare, che non si allinea né allo sciismo né al sunnismo, che non ha mai prodotto attentati o minacce, non ha mai attirato i riflettori su di sé: si tratta del sultanato dell’Oman, l’unico paese musulmano del mondo ad avere una popolazione di maggioranza ibadita. Che cosa significa?

mappa_fig_vol1_003920_003

Una delle principali differenze che caratterizza le correnti dell’Islam è la scelta della guida della comunità religiosa: l’imam. Gli sciiti riservano questa possibilità ai soli discendenti dei 12 imam compagni del Profeta, i sunniti allargano la possibilità a tutti coloro i quali trovano nella tribù dei Quraish, quella dello stesso Maometto, la propria origine. Per gli ibaditi il ruolo di capo spirituale non è un attributo genetico, ma ogni musulmano, che sia sufficientemente preparato, può essere eletto imam. Vige, quindi, un principio pseudo democratico, che permette di lasciare addirittura la carica vacante, qualora nessuno venga ritenuto all’altezza, così come è possibile che l’imam venga sollevato dal proprio incarico se ritenuto non adatto. Allo stesso modo, gli ibaditi convivono pacificamente con gli altri musulmani – che, al contrario, non vedono di buon occhio gli appartenenti alle altre correnti e, nei casi di estremismo, vengono ritenuti infedeli da sterminare.

Questo spirito pacifico si è declinato dentro allo stato dell’Oman, un paese storicamente in seconda linea negli affari internazionali malgrado la posizione strategica che occupa, in un’area geografica che nel corso del XX secolo è diventata molto calda, sia per le risorse energetiche che vi si trovano, sia per le questioni che riguardano il fondamentalismo religioso.  Eppure, questo fratello piccolo delle storiche potenze del golfo, si sta silenziosamente costruendo solide basi fatte di stabilità politica e sociale, rendita petrolifera che viene reinvestita in modo da rendere la stessa il meno fondamentale possibile nell’ambito del sistema economico locale.  Negli anni delle primavere arabe anche il sultano, Qaaboos, ha avuto qualche dissidio interno da sanare, anche se l’entità e la portata delle proteste era radicalmente diversa, rispetto ai venti rivoluzionari che spiravano negli altri paesi della regione: a Mascate, la capitale del paese, in piazza i giovani reclamavano lavoro e formazione. Il governo del paese ha prontamente risposto, soprattutto in relazione alla domanda di istruzione, per poter permettere ai futuri protagonisti della vita del paese – che, certo, democratico non è – di poter continuare ad affrontare la sfida silenziosa che quotidianamente si presenta: essere un elemento di stabilità e sicurezza in una parte di mondo dove troppe correnti convergono. Molti paesi, USA e Arabia Saudita innanzitutto, hanno sostenuto economicamente il progetto di Qaaboos, proprio per poter continuare a fare affidamento sui cittadini omaniti.

Sultano Qaaboos

Questo estremo della penisola arabica rappresenta, quindi, un unicum all’interno del sistema mediorientale: è stato il primo paese ad avere una costituzione scritta, a concedere il voto alle donne, ha un sultano che, seppure regnante a colpi di decreto, vede al di là della siepe. Sia il fattore ibadismo una componente fondamentale in tutto ciò? Sicuramente la forte etica del lavoro che ne deriva – paragonabile, storicamente, al calvinismo cristiano – fa in modo che le preoccupazioni, il malcontento e gli sforzi che ne derivano, abbiano sempre una conclusione produttiva, che non permette alle dette problematiche di insinuarsi sotto la pelle della società, dove estremismo, fanatismo e terrorismo avrebbero fertile terreno su cui germogliare.

In copertina: Grande Moschea del Sultanato di Oman [ph. Richard Bartz CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons]

La giostra di assaggi di Wangfujing

La complessità e varietà della cucina cinese è dovuta al suo essere una sommatoria di diverse cucine regionali molto diverse tra loro, a seconda del clima, conformazione territoriale, tradizioni contadine, usi e costumi locali e imperiali.
Tratto comune della tradizione gastronomica di una nazione di oltre 1,3 miliardi di abitanti, è tuttavia l’attenzione riservata alle tre componenti色 , colore, 香xiāng profumo, 味 wèi sapore, che compartecipano alla caratterizzazione di ogni piatto, che sia di carne, pesce o verdure.
Ritrovare questa varietà nei ristoranti cinesi occidentali è quasi impossibile, vuoi per la difficoltà nel reperire i giusti ingredienti in paesi lontani dalla madrepatria, vuoi per un eccessivo “regionalismo” nelle preparazioni culinarie, con una conseguente monotematicità (e monocromaticità)  dell’offerta culinaria cinese nei paesi d’oltremare.

La via di Wangfujing, una delle più famose attrazioni di Pechino, indubbiamente riavvicina il visitatore straniero ai piatti più tipicamente colorati e vivaci della cucina cinese.
Passeggiare per questa via è un piacere per occhi, palato e olfatto, data la particolarità di cibi proposti: dai classici spiedini di carne a quelli più “estremi” di scorpione o serpente, dai profumati dolci al sesamo al chou doufu (lett. “tofu puzzolente”) fritto,  dalla trippa bovina stufata secondo l’uso locale, a molluschi e frutti di mare alla piastra, frutta caramellata, ravioli…
Con la giusta dose di curiosità, sarà facile lasciarsi andare alla frenetica giostra per le svariate bancarelle di Wangfujing, ciascuna con la propria specialità dolce o salata: tutti all’assaggio!

[metaslider id=3889]

SOLO e il futuro dei pagamenti

L’ultima rapporto di Bankitalia rivela che la forma di pagamento più diffusa in Italia sono i contanti. Siamo sicuri che sarà sempre così? Pequod oggi vi porta alla scoperta di SOLO, un modo innovativo di gestire i pagamenti, che potrebbe anche sostituire il sistema del denaro cartaceo.

Che cos’è SOLO?

SOLO è un POS virtuale che consente a qualsiasi merchant (professionista o impresa) di accettare pagamenti con carte di credito e di debito senza dover strisciare la carta in un supporto fisico. Il merchant condivide un link web al proprio profilo pubblico e verificato con i clienti, che possono pagare comodamente da qualsiasi dispositivo: uno smartphone, un tablet o un computer. I vantaggi? Nessun hardware da utilizzare, nessun costo fisso e nessun canone mensile per il merchant. Nessun’applicazione da scaricare e nessuna registrazione per il cliente.

SOLO ha l’ambizione di rendere più accessibile i pagamenti card not present (quelli dove non è necessario strisciare la carta di credito in un dispositivo fisico). Il team che lavora al progetto ci ha anche rivelato che sta chiudendo la beta privata e sono in procinto di attivare il servizio per i primi merchant italiani.

L’idea quindi è stata già sviluppata e anche premiata: SOLO ha già vinto la prima edizione a Milano e la Gran Finale Nazionale di Roma di InnovAction Lab 2014.

SOLO nasce dall’idea di Orlando Merone, primo founder del progetto presentato in occasione di InnovAction Lab 2014, con l’intento di abbattere le barriere per l’adozione dei POS da parte di esercenti e commercianti che vedono nella burocrazia e nella strumentazione degli ostacoli che limitano l’accettazione dei pagamenti con carta.

 

immagine 1

 

Il Team di SOLO è supportato nello sviluppo strategico e tecnologico da Digital Magics, cofondatore della startup innovativa. Orlando Merone, Leonardo Grasso, Leonardo di Donato, Antonino Visalli e Lorenzo Fontana condividono l’esperienza del Digital Magics LAB, mentre con Edoardo Raimondi, CEO di SOLO, condividono un’amicizia consolidata da anni. Francesco Arnone e Roberto Ungaro si sono uniti al team durante il percorso di InnovAction Lab.

Il team è adeguato alla sfida: tutte le competenze necessarie allo sviluppo della piattaforma tecnologica, dal design allo sviluppo del codice, dall’architettura all’analisi dei dati, sono interne al team di SOLO. Senza dimenticare le competenze commerciali, legali e di business.

Abbiamo anche chiesto a Leonardo Di Donato, uno dei fondatori, cosa ne pensa dell’ambiente delle startup in Italia: «Prolifera di moltissime idee, proposte e opportunità. Questo fermento è dovuto alla congiuntura che si è creata tra un mercato del lavoro tradizionale vecchio e saturato e la tendenza degli Italiani alla creatività e all’impresa di piccole-medie dimensioni. Tuttavia, l’approccio a questa nuova economia è ancora approssimativo, nonché poco internazionale: spesso infatti si dimentica che solo attraverso una reale innovazione, che presuppone un investimento economico serio, si può raggiungere un successo stabile, sostenibile e duraturo. Purtroppo è frequente incontrare molte persone convinte che si possano raggiungere risultati eccellenti senza investire in risorse e persone altrettanto eccellenti. La mia esperienza personale mi ha invece insegnato che ciò che conta è l’idea, ma ciò che realmente fa la differenza è l’esecuzione di tale idea».

Per Leonardo i fattori limitanti sopracitati fanno sì che buona parte delle startup italiane facciano fatica o peggio muoiano dopo breve: «A causa della mancanza di una visione giusta, forte e condivisa nel team».

I ragazzi di SOLO stanno dimostrando sul campo il loro valore e hanno fatto in breve tempo passi da gigante, a dimostrazione che il loro team ha questa unità di scopi e di intenti che li potrà trascinare verso il successo, che non tarderà ad arrivare.

Viaggio nel paese dei morti: Père Lachaise

C’è una piccola città all’interno di Parigi. Posta su una collinetta nel XX arrondissement, nella parte est della metropoli, è cinta da antiche mura, con numerose porte che affacciano sui diversi boulevard che la circondano; è immersa nel verde, la folta vegetazione e gli alti alberi sempreverdi invadono lo spazio. E’ ricca di monumenti storici e di pregio artistico. Dall’ingresso principale delle mura, percorrendo Avenue Principale, si arriva alla piccola chapelle, mentre proseguendo per Avenue Casimir-Perier si giunge fino a una delle piazze centrali, detta le rond point, da cui si dipanano un’infinità di vie e viuzze che portano ad esplorare questo caratteristico paesino. Nonostante l’altissima densità demografica, si può dire che la popolazione è tranquilla: vi abitano un’infinità di personaggi illustri e famosi, in numero molto maggiore in confronto a Hollywood o Beverly Hills in California. L’unico dettaglio è che tutti gli abitanti sono in realtà defunti.

Stiamo parlando infatti del cimitero di Père Lachaise, il principale cimitero civile di Parigi, il più grande di Francia, uno dei più famosi al mondo.

Con i suoi 44 ettari di terreno è notevolmente più grande del cimitero monumentale di Milano (25 ettari) e del cimitero monumentale di Staglieno a Genova (33 ettari). Per rendere meglio l’idea della vastità del luogo, prendete la Città del Vaticano e posizionatela nel centro di Parigi: quella è l’estensione del Père Lachaise.

Il perimetro del Père Lachaise.
Il perimetro del Père Lachaise.
Il perimetro del Père Lachaise sul centro di Milano (il Duomo riconoscibile in basso).
Il perimetro del Père Lachaise sul centro di Milano (il Duomo riconoscibile in basso).

Per quanto in generale possa sembrare macabro farsi una passeggiata al cimitero, il Père Lachaise conta ogni anno almeno 3 milioni e mezzo di visitatori. Più che le caratteristiche artistiche del luogo (comunque notevoli) sono i suoi “abitanti” ad attirare i turisti: qui Apollinaire è vicino di casa di Honoré de Balzac, il pittore Camille Pissarro è dirimpettaio della coppia Abelardo ed Eloisa, proprio come il tranquillo monsieur personne abita di fronte ad Oscar Wilde. E poi c’è la star, quello che gli appassionati di rock da tutto il mondo vanno a trovare in pellegrinaggio in occasione dell’anniversario di morte: Jim Morrison, qui vicino di casa del collega Georges Bizet. Trovarlo non è semplice; è nascosto in mezzo ad altri, nella parte nord del cimitero.

220px-Tomba_Jim_Morrison

Un po’ di coordinate storiche: in seguito all’editto napoleonico di Saint-Cloud, secondo cui, tra le altre cose, i cimiteri dovevano trovarsi all’esterno delle mura cittadine (qualche reminescenza di Foscolo?), il cimitero venne edificato sulla proprietà del gesuita Lachaise, e venne ufficialmente inaugurato nel 1804. La prima abitante di questo immenso terreno fu una bambina di cinque anni; ci vollero molte traslazioni di personaggi illustri per convincere i ricchi parigini a scegliere il Père Lachaise come propria dimora perpetua.

Oggi, invece, la lista d’attesa per assicurarsi un posticino per l’eternità (o almeno trent’anni) accanto al pittore Caillebot, a Moliére, a Modigliani, a Chopin o a Rossini è davvero molto lunga.

Se siete interessati, affrettatevi!

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Olive Kitteridge

Come dicevamo a proposito di True Detective, i confini tra grandi produzioni televisive e cinema si fanno ormai sempre più sottili. Se poi ci troviamo di fronte un prodotto come Olive Kitteridge, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia, allora si può quasi parlare di vera e propria ibridazione. Infatti, questa mini-serie HBO (andata in onda su Sky Cinema dal 23 al 30 gennaio), tratta dall’omonimo romanzo del 2008 di Elizabeth Strout, si divide in quattro parti, che vanno a coprire un arco temporale di 25 anni, con una durata totale di quasi quattro ore. Questo perché, come spiega Frances McDormand, non solo interprete di Olive ma anche ideatrice di tutto il progetto, «Olive non poteva essere raccontata nei 90 minuti di un film, per questo ne abbiamo fatto una miniserie di quattro puntate. Solo con la lunga distanza si può raccontare un personaggio femminile così complesso».

Immagine 1

La McDormand, dopo aver letto il libro, e prima ancora che esso vincesse il premio Pulitzer, ne comprò i diritti e, in veste anche di produttrice, decise di realizzare questo lungo film per la televisione affidandosi per la sceneggiatura a Jane Anderson e per la regia a Lisa Cholodenko. Insomma, un progetto tutto al femminile a cui l’attrice teneva particolarmente, come emerge dalle sue parole: «Avere l’opportunità, a questo punto della mia carriera professionale, di sviluppare, produrre e recitare in un’opera del calibro di Olive Kitteridge è il culmine di tutto ciò che ho imparato in questi anni di esperienza. Raccontare la storia di una donna che vive alla periferia delle vita degli altri – non solo del marito e del figlio, ma dell’intera comunità – e riuscire a rendere lo stesso impatto, è una vera soddisfazione. Per questo ruolo ho dovuto portare tutto il mio bagaglio di conoscenze – ogni ruolo che ho interpretato, la mia vita come madre, moglie, figlia e zia. Sono riuscita a incorporare tutto questo materiale nel personaggio di Olive».

Immagine 2

Come possiamo facilmente comprendere da queste parole, uno degli elementi più apprezzabili (e apprezzati) della mini-serie è stata proprio la profondità psicologica di personaggi e tematiche, che riesce a trasmettere sottigliezze e particolari che solitamente rimangono dispersi nell’adattamento cinematografico di un romanzo. Un progetto molto ambizioso, che rischierebbe di traballare, se non fosse supportato da un cast d’eccezione: oltre alla già citata Frances McDormand, nei panni appunto della protagonista, Olive Kitteridge, un’insegnante di matematica indelicata e scorbutica, sono presenti Zoe Kazan, la giovane, fragile e ingenua Denise, Rosemarie DeWitt, che invece interpreta Rachel, donna depressa e affetta da bipolarismo. Ma in questo quadro che sembra dipinto solo di tinte rosa, è importante far notare come anche le figure maschili siano fondamentali: Richard Jenkins è Henry Kitteridge, il marito gentile e generoso di Olive, mentre il loro figlio, Christopher, è interpretato da John Gallagher Jr.; altri personaggi non eludibili sono l’insegnante di letteratura Jim O’Casey (Peter Mullan) e l’anziano vedovo Jack Kennison (Bill Murray).

Immagine 3

La storia è ambientata nella fittizia cittadina balneare di Crosby, nel Maine. La bellezza della natura che ci circonda è infatti un elemento ricorrente (come già si può notare nella sigla iniziale), il quale, insieme alla pregevole colonna sonora, aiuta a creare un’atmosfera sottile e distaccata. Olive Kitteridge è una storia di depressione, di felicità, di amore, di gentilezza, di senilità, di pazienza e di gratitudine, racconta la vita umana nei suoi momenti (apparentemente) meno cinematografici e riesce ad arrivare nel cuore dello spettatore.

Buona visione e alla prossima!

 

Pequod meets Aegee: Germany VS Italy

Last Thursday at APErasmus Pequod started its collaboration with Aegee Bergamo. Taking part to Aegee Erasmus events, Pequod will interview Erasmus students, every week from a different country, who are now living and studying in Bergamo, Italy. We’ll ask our questions to more than one person, so it’ll be interesting to compare the answers… Here’s the first “Pequod meets Aegee” publication, enjoy!

 

1. What’s your name? How old are you? Where do you study? What do you study?

– Hanne, 21, Heilbronn, IT and Economics

– Miriam, 23, Mülheim an der Ruhr, Building Engeneering

hanne miriam
Hanne and Miriam

 

2. Describe your country in three words (or phrases, or ideas, or places, or people…).

Hanne: punctuality, ‘sauerkraut’, not too emotional.

Miriam: good workers, ‘Ruhrpott’ – the biggest urban agglomeration in Germany, friendly and nice people (challenging the stereotyps).

Ruhrgebiet
Ruhrpott’s map

 

3. Why did you choose Italy? Use one word to describe what Italy represents for you.

Hanne: I chose Italy because I like its way of living. Also, Italian language to me sounds like a melody! For me Italy is LA DOLCE VITA.                                                       

Miriam: I chose Italy because Italian culture is not too far from German culture and because it’s a very nice place to visit. If I were to describe Italy in one expression, I’d say GOOD FOOD.

4. First three things that come up to your mind when you think about Europe. Do you consider yourself European?

Hanne: mobility, freedom, different people but together. Yes, I do consider myself European.

Miriam: community, freedom, a place of travel and living. Yes, I’m a European.

EFI_twitter5. Say something about Erasmus.

Hanne: party, nice people.

Miriam: fun, many people to meet, good connection.

6. Germany, Italy, Europe: similarities and differences.

Hanne: Germans are less emotional than Italians. In Italy everything is closer. Italian mentality is different: they consider family the most important thing, they’re very close to their relatives.

Miriam: Germany, Italy, Europe – different lifestyles but one community.

Mammone-annullamento-del-matrimonio-legittimo-se-lui-anaffettivo-con-la-moglie
Italians to Hanne’s eyes: MAMMONI!

 

Se fare antimafia diventa un affare

Partiamo da una storia. Un racconto che testimonia, ancora una volta, l’imperdonabile assenza dello Stato e spiega la conseguente sfiducia dei suoi cittadini. Parliamo della famiglia Cavallotti. Gente che all’inizio degli anni ’90 aveva costruito un impero sul metano in Sicilia. I fratelli che ne erano a capo avevano intrapreso un percorso di project financing attraverso il quale ottenere appalti da tutti i comuni che avevano deciso di “metanizzarsi”. Un metodo che risultava conveniente per i comuni e garantiva profitti all’azienda. Una favola del capitalismo siculo costretta, ben presto, a contaminarsi nelle torbide acque della criminalità. L’impresa per poter lavorare senza patemi doveva pagare il pizzo. Fino a quando, a un certo punto della storia, gli inquirenti rintracciano il nome dei fratelli su alcuni “pizzini” del boss Bernardo Provenzano.

Mettere a posto i Cavallotti”

La magistratura scoprirà molto dopo il vero significato delle parole di quel pizzino – un promemoria criminale per estorcere denaro alla società – nel frattempo mettono agli arresti tutti i fratelli che ne facevano parte, con l’accusa di associazione mafiosa. Due anni e mezzo di reclusione e tutto il patrimonio posto sotto sequestro. I beni che, secondo la legge, dovevano rimanere sotto sequestro per sei mesi (prorogabili per altri sei), sono stati restituiti soltanto sedici anni più tardi e in una situazione economico-aziendale disastrosa.

cartello-sequestro-penale

Beni sequestrati alle mafie

E qui inizia la seconda parte del nostro racconto. Quella che ci porta dentro ai meccanismi, alle volte poco chiari, dell’applicazione pratica delle normative antimafia. Ricordiamo, a tal proposito, che la normativa in materia di sequestro dei beni è regolata, tra gli altri, dal decreto legislativo 159 del settembre 2011. Al suo interno vengono specificate anche le modalità di amministrazione del bene sottoposto a sequestro.
Un bene può essere sequestrato preventivamente perché appartenente a soggetti che si sospetta essere mafiosi o comunque “in odore di mafia”: parliamo di case, aziende o attività commerciali riconducibili alla criminalità: il nostro codice penale prevede che, qualora ci fossero fondati sospetti, il giudice possa disporne il sequestro anche se non ci sono prove certe di colpevolezza; starà poi al titolare dimostrare l’infondatezza e l’estraneità, sua e del suo lavoro, rispetto alle accuse (la cosiddetta inversione dell’onere della prova).
Ora, nel periodo in cui si decide se confiscare o restituire il bene al legittimo proprietario, lo stesso è gestito da un amministratore giudiziario. Secondo la legge L’amministratore giudiziario riveste la qualifica di pubblico ufficiale e deve adempiere con diligenza ai compiti del proprio ufficio. Egli ha il compito di provvedere alla custodia, alla conservazione e all’amministrazione dei beni sequestrati nel corso dell’intero procedimento, anche al fine di incrementare, se possibile, la redditività dei beni medesimi. Cioè, la legge dice: l’amministratore deve, in ogni caso, mantenere sana l’azienda, per due motivi fondamentali: se, alla fine delle indagini, il bene rimane allo Stato, lo stesso avrà in mano un’azienda sana a beneficio della comunità, in caso contrario il proprietario si vedrà restituito il bene così come lo aveva lasciato. Questo in teoria. Nella pratica, molto spesso, non è così.

Pino Maniaci è direttore della piccola tv indipendente TeleJato che trasmette da San Giuseppe Jato (PA), nota per raccontare la realtà in terra di mafia e, per questo, aver subito più volte le minacce e le intimidazioni della criminalità (l’ultima in ordine di tempo riguarda l’impiccagione dei suoi due cani). Maniaci tempo fa ha lanciato una petizione sul web, tutt’ora attiva, con la quale chiede un’audizione presso la commissione parlamentare antimafia per denunciare una situazione insostenibile.
Scrive Maniaci (https://www.change.org/p/il-business-dell-antimafia): «
Purtroppo la legge non viene applicata: il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni». TeleJato, infatti, sta portando avanti un’inchiesta in cui si è osservato, per esempio, come spesso la scelta degli amministratori giudiziari ruoti sempre attorno alla solita «trentina di nomi». E non è un caso che l’inchiesta parta proprio dalla Sicilia: nell’isola si contano infatti oltre 5000 beni sequestrati (dei 12000 sparsi in tutta Italia): «Un business – scrive Maniaci – di circa 30 miliardi di euro». Molte di queste falliscono, a dimostrazione che, forse, quella trentina di nomi non sono scelti in base alle capacità espresse. Non solo: «La dichiarazione di fallimento e la messa in liquidazione dei beni confiscati è la strada più facile per gli amministratori, perché li esonera dall’obbligo della rendicontazione e consente loro di “svendere” mezzi, attrezzature, materiali, anche con fatturazioni non conformi al valore reale dei beni, girando spesso gli stessi beni ad aziende collaterali legate agli amministratori giudiziari».

Pino-Maniaci-400x215

E allora torniamo lì dove avevamo iniziato. Alla famiglia Cavallotti. Una famiglia che oggi, a 16 anni dal sequestro e a poco più di un anno dall’assoluzione in Cassazione per tutti i coinvolti, si ritrova con un’azienda distrutta dallo Stato. Quello stesso Stato che avrebbe dovuto proteggere quel bene anche (e soprattutto) se la legge avesse dato loro torto. Si è scoperto che l’amministratore giudiziario a cui era stata affidata l’azienda ha venduto alcuni rami della stessa per avvantagiarne altre riconducibili a lui stesso o ai suoi familiari.
Una storia che vede la sconfitta di tutti: dell’azienda, dei suoi operai e tutti gli altri dipendenti, ma soprattutto la sconfitta delle istituzioni e dello Stato. Una riforma strutturale di queste misure, così come chiede Maniaci, e controlli costanti potrebbero rilevarsi salvifici per la nostra intera economia. Sarebbe utile pensarci ogni qual volta si evocano crisi economiche, tagli nel settore pubblico e intravediamo all’orizzonte un futuro carico di incertezze.

La strada e i suoi abitanti

“E tuttavia non v’è degradazione e turpitudine in questo abbandonarsi con primitiva spontaneità alle leggi naturali e all’istinto individuale, bensì una patetica aspirazione all’innocenza perduta, una ribellione alle aberranti sovrastrutture che soffocano nel conformismo l’istinto creativo dell’uomo”, Jack Kerouac, “on the road”.

Le ricerche statistiche documentano un aumento esponenziale degli homeless in tutte le città, in Italia sono addirittura triplicati e in Europa sono circa 50.000 le persone che si dichiarano senza fissa dimora: una vera e propria popolazione. Di fronte a questi dati, la colpa non può che ricadere sulla famigerata crisi del debito: una recessione che ha portato in strada anche chi non ha scelto di viverci e che ha costretto intere famiglie a sopportare le rigide regole del freddo e della fame.

In un’altra accezione però la strada è vita e arte allo stesso tempo e chi ha scelto di viversela ha saputo sviluppare doti di sopravvivenza che noi, nelle nostre case e sui nostri morbidi letti, neanche immaginiamo.

Questo fotoreportage nasce sostanzialmente come rivisitazione del concetto di strada, attore protagonista della vita quotidiana di ogni città del mondo. Pensateci bene, ogni città è strada e anche ogni uomo è strada, dal momento che ognuno di noi cerca di imboccarne una. Il mio tentativo è quello di dar voce a chi in strada ci è finito e a chi, invece, la strada l’ha scelta come casa, come lavoro o come fonte d’ispirazione; quindi il mendicante, il mercante e l’artista di strada.

[metaslider id=3728]

Indi Azan, la poetica della bellezza e la mostra In_di_segni

Spesso ci sono desideri e impulsi non comuni che ci spingono a fare qualcosa nella vita, qualcosa di più. Avere una casa, una macchina, una famiglia, tutte queste cose perfette e comuni, possono sparire di fronte al bisogno di creare qualcosa; un motore che spinge tutto: la curiosità.

E’ ciò che muove Indi Azan, la curiosità e il bisogno, quasi fisiologico, di creare qualcosa che parli di sé.

Indi, al secolo Nidia Zaninetti, è un’artista che non si faticherebbe a definire più che versatile, senza un progetto ben definito che racchiude in sé in realtà un progetto preciso: fare arte, senza distinzioni di sorta. Dalla pittura, al disegno, alla scenografia, alla poesia, all’artigianato, fra influssi di Art Nouveau e Arts&Crafts.

«Credo che l’arte sia la capacità di “arrivare” all’altro. Talvolta arriva al cuore, ai sentimenti, altre volte arriva alla mente, altre ancora arriva e basta e poi se ne va, come un profumo, lasciando semplicemente una scia».

Dopo il liceo artistico e cinque anni all’Accademia di Brera a Milano («Anacronistica e inconcludente almeno quanto me, ma ricca di stimoli e fascino»), è il momento di sperimentare, senza sosta: in teatro a fare l’attrezzista, la sarta e la stiratrice, ma anche la scenografa (disciplina in cui si è laureata nel 2012), e poi le decorazioni nei ristoranti, le carte da parati, la fotografia, ma anche le arti applicate, una passione, creando agende, quaderni e gioielli

«Non credo che l’arte si possa trovare soltanto nei musei o nelle gallerie, dovrebbe essere sempre presente nella vita quotidiana. Non me la sento di dire che un quadro ben fatto è un’opera d’arte mentre un oggetto realizzato a mano magistralmente da un artigiano non lo è. Esistono e sono sempre esistiti pittori e scultori (i cosiddetti artisti) che pur possedendo ottime tecniche sono in grado di produrre solo buon artigianato, mentre esistono e sono esistiti superbi artigiani (vasai, falegnami, ecc.) le cui produzioni più che oggetti d’artigianato sono vere opere d’arte».

Passando per diverse fasi della sua vita, in cui ha reso un affettuoso omaggio ai vari artisti e alle correnti che l’hanno ispirata, come il romanticismo inglese, il surrealismo o la pop-art, “giocando” con i loro soggetti e le loro tematiche, ha sviluppato uno stile che si crea e ogni volta si rimodella, apprendendo da ogni fase artistica avuta. il suo inconfondibile stile si potrà ammirare nei prossimi giorni (dal 9 al 22 febbraio) durante la mostra In_di_segni, al Frida, locale in zona Isola a Milano.

« I disegni che espongo sono dei semplici schizzi eseguiti con pennarello nero. Sono nati dalla precisa volontà di dimenticare le tecniche, il segno preciso e meditato e pure il colore. Lasciando andare la mano dove vuole, senza che si senta in dovere di seguire la mente. Spesso si tratta di disegni affollati, ma anche nella moltitudine tutti gli omini che si possono incontrare in questi disegni sono soli, al comando (o allo sbando) della propria esistenza, in un viaggio precario da affrontare inevitabilmente in solitaria.»

APErasmus – PEQUOD meets AEGEE Bergamo

Do you know AEGEE? Probably, those of you who have been Erasmus students know it pretty well, as in the 1980s AEGEE promoted the placement of the Erasmus project – so THANK YOU GUYS! Since then, AEGEE, whose name is related to the Aegean Sea, the birthplace of democracy – how cool is that?! – has been promoting European events creating a huge network of young people all over Europe and beyond.

As you can imagine, AEGEE Bergamo is one of the local branches of AEGEE. Born in the nineties, for all these years it has helped young people cheap-travelling all over Europe, learning foreign languages, making international friends, taking part to international events and parties and becoming real European citizens.

Last night Pequod met the incredibile staff of AEGEE Bergamo at the first APErasmus of the year. What is that? Well, take two of the smartest inventions ever (aperitivo and Erasmus), and put them together: what you get is APErasmus, an event where you can have some appetizers, have a drink and meet new people. The coolest thing is that every week the party is dedicated to a different countrylast night was German night – this means that the food, the cocktails and the decorations are related to that country, so that you get to know it better by having loads of fun!

1
German appetizers from last night

We collected some comments of the people there, both Erasmus students and Italians.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Claire and Juliette from France seem to be having fun. They are in Italy to learn Italian and for them Erasmus is “party” and “fun”.
3
Alice and Anna are Chinese and study in Italy. Alice told us that she wanted to go to America in the first place, but it was too expensive. However, she says Italy is beautiful, so she doesn’t seem too disappointed. Anna is more enthusiastic – for her “Italy is the most beautiful country” – she laughs – and she’s passionate about Italian culture and films.
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
We spot two Italian boys by the wall, observing the situation. We imagine they’re here because they like foreign girls. Actually, they think Italian girls are usually more attractive, but still, they enjoy speaking English.
5
As everyone looks happy and has a glass in his hands, we go to the bar, also known as the place where the magic happens, and steal a minute from the busy bartender. He says Erasmus events are fun, and according to his esperience, Erasmus students all share bad taste in drinking!

While inside the atmosphere is burning, thanks to the deejays and the barmen, outside it’s snowing a lot, but people don’t mind it at all and stand in the street. Everybody’s busy chatting – English, Italian, German, Spanish and French languages are the soundtrack of this cold white night.

6
While Pequod is freezing, Conrad seems comfortable even without a coat. He’s from Sheffield (UK) and speaks some Italian because he was studying it in England. He’s been in Italy for a couple of weeks, though he already thinks a lot of good things about Erasmus – good trips (he’s been in Venice and somewhere in the mountains), helpful and very nice people.

The streets are completely white and Pequod needs to get home. But don’t worry: every week we’ll be at APErasmus to meet new people from all over Europe. Read our International interview each Tuesday!

7

For further information about AEGEE Europe, AEGEE Bergamo and APErasmus, visit the following pages:

http://www.aegee.org/

http://www.aegeebergamo.eu/

https://www.facebook.com/aperasmus.bg

Like Pequod magazine on Facebook and get the updates about the next International interview:

https://www.facebook.com/PequodRivista

I luoghi della cultura a Nizza

Mettiamo di dover fare una ricerca e di ritrovarci a Nizza a inizio gennaio. Ecco, se si è fortunati si può trovare ancora un sole “grande così” e tanti spazi adibiti alla conservazione del patrimonio culturale.

foto1

Il fascino di questa città è dato dal lungo litorale marino, ma anche dall’armonioso incontro tra antico e moderno; per esempio Place Masséna, che si colloca tra la Città Vecchia e una delle vie principali di Nizza (avenue Jean Médecin), è stata progettata all’inizio del diciottesimo secolo, ma dal 2007 è decorata con un’istallazione dell’artista catalano Jaume Plensa che ha messo in piazza i continenti: su sette piloni altissimi sono accovacciati grandi uomini, che di notte si illuminano.

foto3 Wikipedia

C’è poi un’altra architettura antropomorfa, conosciuta almeno da tutti gli studenti che si trovano a Nizza: è la cosiddetta Tête carrée, una scultura abitabile di sette piani costruita nel 2002 su progetto dell’artista Sacha Sosno e realizzata dagli architetti Yves Bayard et Francis Chapus, che ospita  gli uffici amministrativi della Biblioteca Luis Nucéra.

Questa è la principale Bibliothèque Municipale à Vocation Régionale nella quale si trova una selezione di più di 200.000 documenti; essa sta a capo del sistema comunale che include anche la Biblioteca Patrimoniale Romain Gary, che tra gli altri documenti conserva circa 1100 manoscritti, la Biblioteca Raoul Mille e undici biblioteche di quartiere.

foto4

foto5

Alle spalle della spettacolare  Tête carrée si può intravvedere (anche in foto)  il Museo di Arte Moderna e Contemporanea, la cui collezione permanente si articola in otto sale nelle quali si incontrano il Nuovo Realismo Europeo e la Pop Art Americana.

L’artista simbolo per il Nouveau Réalism al Mamac è Yves Klein di cui vi sono più di venti opere concesse con deposito a lungo termine da Rotraut Klein e Daniel Moquay; mentre per il filone americano si possono ammirare le opere di Kenneth Noland, Jules Olitski, Larry Poons, insieme a molti altri.

Restando nel dominio dell’arte pittorica, sono degni di menzione anche il Musée International d’Art Naïf, che permette ai visitatori un’esperienza in un mondo immaginario, e infine il Musée National Marc Chagall, ossia la più grande collezione pubblica del pittore russo.

FOTO6immagine internet www.cote.azur.fr

Concludiamo la passeggiata tra le sedi della cultura citando il principale teatro cittadino: l’Opéra de Nice.  Fu costruito nel 1776 come un piccolo teatro in legno; nel 1826 abbattuto per volere de re Carlo Felice divenne un grande teatro d’opera in stile italiano; successivamente, nel 1870, divenne Teatro Comunale. Ancora, nel 1881 un terribile incendio, probabilmente a causa di una fuga di gas sulla rampa di scena, distrusse completamente il teatro. L’anno successivo venne ricostruito secondo le fattezze che ancora oggi ammiriamo.

In copertina: Place Masséna [ph. Dacoucou GNU Free Documentation License/Wikimedia Commons]

Intervista’l’musicista: il percussionista mutante

Una valigia di percussioni e tanta sensibilità musicale: il giovane bergamasco Andrea Greco si svela per noi. Un percussionista a tutto tondo che si è sempre meno identificato nel ruolo di batterista “duro e puro”, andando in cerca della musica nella sua totalità.

Consiglio di lettura: accendete dell’incenso, sedetevi su un tappeto e mettete in sottofondo i consigli musicali che Andrea ci ha lasciato – Avishai Choen, Seven Seas e/o Anoushka Shankar, Traveller (trovate i video a fine articolo).

  

Ciao Andrea, parlami del tuo percorso musicale. Quello che più ti ha influenzato, le musicassette, il primo cd che hai comprato, le band del liceo, tutto quello che ha contribuito alla tua formazione musicale.

Ho iniziato a studiare batteria a sette anni alla banda (forse perché ero un bambino iperattivo: era il modo migliore per incanalare la mia tensione).

Tralascerei le musicassette: le uniche che avevo erano quelle di Fiorello, gli 883, una musicassetta di musica celtica e una di Jimi Hendrix; sono servite più che altro a capire cosa non mi sarebbe mai piaciuto. Il primo cd l’ho comprato con la paghetta dei sette anni ed è stato In Rock dei Deep Purple, seguito da Secret Story di Pat Methney.

Per sette anni ho continuato a studiare batteria alla banda (dove le mie Etnis rosse stonavano sempre con la divisa); sono stati anni preziosi di formazione musicale, dove ho imparato i principi di condivisione e d’ascolto della musica d’insieme. Dopodiché ho cambiato maestro: Federico Duende mi ha introdotto (forse prematuramente) al linguaggio del jazz, mentre riuscivo finalmente a comprare il tanto desiderato Iron Cobra (un doppio pedale per batteria)! Così, venivo inevitabilmente traviato dal groove dei Pantera, passando per i Led Zeppelin.

E fu così che mi ritrovai a suonare nei Morningrise. Facevamo trash-metal e suonavamo alle tristi e spoglie feste liceali di fine anno; un tuffo nel death-metal e un po’ di borchie dopo, passai bruscamente a suonare in una cover band di De Andrè. Ed è qui che iniziai a interessarmi ad altri tipi di linguaggio musicale, più affini alla mia personalità. Ciò coincise anche con l’avvicinamento alla musica elettronica (un momento, per me, importantissimo e fondamentale).

immagine1

A diciotto anni feci un viaggio in Africa come percussionista di un gruppo folk: è stata un’esperienza importante in cui ho potuto integrare le percussioni in un gruppo musicale. Inoltre, l’incontro con dei musicisti africani ha fatto scoccare le scintilla tra me e la musica etnica.

Successivamente, mi staccai temporaneamente dalla batteria per dedicarmi totalmente alla Millennium Marching Band (e quindi alla tecnica sul rullante). Con loro ho scoperto il potenziale del lavoro di gruppo, dell’allineamento fisico e sonoro, la forza del sincronismo e dell’unità musicale, dove nessuno prevale: non si abbatte la personalità dell’individuo ma la si valorizza per arrivare all’uniformità.

immagine2

Più recentemente (risedendomi sullo sgabello della batteria) ho ottenuto il diploma all’Accademia del suono di Milano, dove ho studiato con Max Furian e Marco Fadda (il quale mi ha dato un imput verso il mono delle percussioni). Inoltre, sto portando avanti una collaborazione con il collettivo di Kind of Bass come dj.

E per non farmi mancare nulla, suono nei Barabba Gulasch, un gruppo di musica italo-balkan in cui abbiamo un’interazione diretta con il pubblico: tutto quello che creiamo nei nostri spettacoli è incentrato sul donare un sorriso al pubblico. Ciò sintetizza al massimo quello che secondo me è il valore terapeutico che la musica racchiude in sé.

 

immagine3

 

Quali sono state, o quali sono le percussioni su cui ti sei maggiormente concentrato?

Principalmente la darbouka e il cajon. Con quest’ultimo ho iniziato anche un’esperienza di costruzione, in cui sono riuscito a innamorarmi e capire a fondo lo strumento. Da qui, la mia grandissima passione e connessione con il flamenco, nonché la decisione di fare un viaggio in Andalusia per capirne i linguaggi musicali, i volti, la tradizione da cui poi si sviluppa questo genere. Quello che più mi ha colpito è l’infinita gamma di persone differenti, le diverse forme musicali che lo compongono, originate da svariate culture.

immagine4

 

Uno strumento musicale che avresti voluto imparare a suonare, il tuo “rimpianto musicale”?

Assolutamente, il trombone a coulisse.

Lasciami un pensiero musicale per salutare i nostri lettori.

“Io voglio fare musica per mia nonna” Ellade Bandini. E aggiungo che non bisogna aver paura di fare schifo, non bisogna mai smettere di volersi sentire un’entità multiforme e pluralista; non bisogna mai smettere di assorbire dalle subculture contemporanee e dai loro immensi valori.

Un consiglio d’ascolto per i nostri lettori?

Seven Seas, Avishai Choen

Traveller, Anoushka Shankar

http://www.youtube.com/watch?v=zHhB8roMpDE

A Turkish in Romania

Name and Surname: Reha YILMAZLAR

Age: 24

Country: Turkey

Nationality: Turkish

City: Ankara (The capital)

 

SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

  1. Which is the form of government ruling in your country?

The government of Turkey takes place in the framework of a secular parliamentary representative democratic republic, whereby the Prime Minister of Turkey is the head of government, and of a multi-party system. The President of Turkey is the head of state who holds a largely ceremonial role but with substantial reserve power.

Turkey’s political system is based on the separation of powers. Executive power is exercised by the Council of Ministers. Legislative power is vested in the Grand National Assembly of Turkey. The judiciary is independent. Changes to the Constitution are not expected.

parcoSeğmenler Parkı is a good choice for me. We usually take our guitars and beers, go there and play, get drunk and chill.

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Yes, several months ago it was all on news. There were voice records all over the internet where the prime minister and his son were talking on the phone about a huge amount of money that has been stolen. It is claimed that they were keeping the money in shoeboxes and everyone was making fun of it… It remained on the agenda for quite a while.

Also, last year we had a local election. But during the voting session in some regions electricity was cut off. Most of the people think that it happened because they wanted to rig the election results. However, the funny thing was that our minister of energy showed up on television and said there were some cats near the power centers and they caused all that trouble. We made fun of it on social media for days.

barThis is one of my favourite places to get a drink, or two, or five in my case! The pub is called “Roxanne Pub” as the song from the band “The Police”.

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

Yep. There are certain dialects in some parts of Turkey. So you can identify when someone talks if they are from the Eastern, the Western or the Southern part of Turkey and sometimes you can even guess which city they are from.

  1. Who do you believe to be the cultural icon of your country?

Mustafa Kemal ATATÜRK. He is the founder of Turkey. We owe him so much that every Turkish citizen is raised by his heroic stories, quotes and principles. You can see his statues everywhere in Turkey.

ATATURKMustafa Kemal ATATÜRK.

WHAT ABOUT EUROPE?

  1. Do you consider yourself European?

Hmm that’s a tricky question. You know Istanbul is a bridge between Asia and Europe. So a little part of Turkey is actually in Europe. That’s why we are both European and Asian at the same time.

ponte

  1. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture?
    As a European I can’t name a person but when I think of Europe I somehow think of Art. And as a non-European person of course I do perceive its existence.

Sul Colle sventola balena bianca ?

C’è un vecchio adagio della politica italiana, una legge non scritta, che prevede una sorta di alternanza nell’elezione del Presidente della Repubblica; sette anni a un esponente cattolico e sette anni a uno del mondo del centro sinistra, poi di nuovo da capo. Il Quirinale, da questo punto di vista, non ha conosciuto il passaggio alla seconda repubblica, restando ancorato alle logiche di alternanza (o presunta tale) che hanno condotto il nostro paese per mezzo secolo.

Dallo scorso sabato 31 gennaio abbiamo un nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che, sin dalle prime – scarne – dichiarazioni e dal curriculum, sembra aver interrotto la danza del pendolo presidenziale. Il nuovo presidente risulta ferventemente cattolico, da alcuni definito addirittura “monaco laico”: una vita e un retroterra culturale di segno scudocrociato, declinatisi nel mare magnum del Partito Democratico a partire dal 2007. I pettegolezzi dicono di lui che sia timido, di poche parole ma assertivo, capace di farsi ascoltare pur parlando sottovoce. Questa ultima descrizione lo dipingerebbe come una mosca bianca, in quella che è la colorita arena politica tricolore.

mattarella

Le novità, tuttavia, non sono finite qui. Di nuovo (o quantomeno non ancora verificatosi) non c’è solo la caratterizzazione del protagonista, c’è la via che lo ha portato sul colle e gli attori che gli hanno spianato la strada.

Per giorni e giorni si è sentito parlare di “gioco delle tre carte”, di candidature da bruciare, perché così è sempre stato, un gioco a puntate sparso fra le aule, le buvettes, i ristoranti di Roma. Invece, sebbene qualcuno abbia tentato di far calare la nebbia della battaglia, il disegno è stato chiaro sin dall’inizio, progettato e condotto in porto da chi ha esercitato il proprio peso; una mossa che alcuni avrebbero attribuito al peggiore Frank Underwood per fare fuori avversari e avversori. La realtà sembra, invece, più chiara: si è trattato di politica, nel senso più trasparente del termine.

In questo passaggio emerge un ulteriore fattore di novità, se di novità è lecito parlare: il Presidente del Consiglio ha sbaragliato il campo, giocato il suo carico e vinto la partita. Semplicemente. Senza preoccuparsi troppo di alleati (veri e presunti), accuse e minacce.

renzi

La stessa figura di Matteo Renzi, senza voler cadere nell’abusato tema del nuovo, apre una strada finora non battuta: come il nuovo Presidente della Repubblica ha una discendenza dalla Balena Bianca, concretizzatasi nella scalata alla vetta del Partito Democratico.

L’eterno scontro, nell’Italia dei campanili, dei Don Camillo contro Peppone, dei Silvio Berlusconi contro i comunisti, pare essersi sintetizzato e risolto nella figura del Presidente del Consiglio e, da qualche giorno, anche nel Presidente della Repubblica.

La domanda è: si tratta di un ritorno alla distribuzione delle briciole, di cui erano maestri i vecchi democristiani, o di un nuovo corso, di una nuova età del pensiero e dell’agire politico dove i rappresentanti principali hanno in sé parte del retaggio cattolico e parte di quello di stampo socialista?

Un occhio attento non ha tardato a notare come le maggiori influenze nel pensiero del Presidente del Consiglio sono rappresentate da due dei principali esponenti del mondo democratico-progressista mondiale, come Tony Blair e Bill Clinton, che, a dire il vero, hanno già esaurito la propria carriera nella politica attiva: non è Renzi ad essere nuovo, ma l’attitudine politica del paese ad essere obsoleta.

Gli anni ’90 e i primi 2000 non hanno regalato un’evoluzione del pensiero e della pratica politica, si è trattato di un frullare di simboli e nuovismi, influenzati da una certa denigrazione del pensiero puro, in favore di una non lungimirante preponderanza del risultato concreto.

Forse, ma solo forse, siamo ad una nuova alba della politica, che agisce per oggi, traguardando.  Traguardando almeno il domani, con un’attitudine che, in verità, è già almeno di ieri.

Brick Lane e la Street Art

Brick Lane un quartiere dell’East end londinese, immediatamente a ridosso della City, nella sua storia ha subito continui cambiamenti dovuti ai costanti flussi migratori che hanno disegnato la nota multietnica che lo contraddistingue. Il tutto inizia con gli Ugonotti nel seicento per poi passare attraverso irlandesi, ebrei ed arrivare ad accogliere le popolazioni mediorientali provenienti principalmente dall’est Bengala, che ne caratterizzano la conformazione attuale.

Oggi l’evoluzione di quest’area ha fatto si che diventasse uno degli angoli più emblematici per le nuove tendenze londinesi, tra caffetterie per hipster, mercatini vintage e concept store alla moda si trovano le pareti di mattoncini colorate e riempite di graffiti da street artists provenienti da tutto il mondo.

Si possono ammirare graffiti di artisti giovani come Borondo e il collettivo “l.i.f.e. Collective”, artisti anonimi che firmano con solo il loro lavoro, per passare ad artisti navigati come Paul “Don” Smith apprezzato anche dal celeberrimo Banksy (anche lui  “esposto” su questi muri).

Non si può camminare senza farsi travolgere dai colori brillanti e le immagini che cercano di venire fuori dalle pareti, lasciando spesso una sensazione di sconosciuta meraviglia.

[metaslider id=3587]

 

 

Robin Goods e il nuovo modo di fare shopping

Cercate qualcosa che vi guidi nello shopping e vi aiuti a trovare le migliori offerte in zona? Oppure non sapete che locale scegliere per la sera mentre passeggiate per le vie del centro? La risposta potrebbe essere Robin Goods!

Primo Modica, uno degli ideatori, ci ha raccontato di come questa innovativa applicazione possa fare al caso vostro: «La nostra app è proximity marketing, utile sia ai consumatori, sia a chi offre dei servizi. Per gli utenti è un amico che ti aiuta negli acquisti; per il negoziante aumenta la visibilità della vetrina commerciale».

 1

Cosa vuol dire proximity marketing? «È un modo di attirare l’attenzione dell’utente quando è vicino all’oggetto o al servizio che deve essere venduto, mettendolo a conoscenza che esiste ed è nelle vicinanze».

Il funzionamento è molto semplice e intuitivo: «Chiunque potrà scaricare questa applicazione, che geolocalizza la posizione e mostra le offerte in zona seguendo le categorie da selezionate dall’utente, dove si potrà trovare di tutto: dagli articoli sportivi all’alta moda, dai ristoranti ai bar».

L’idea alla base è la seguente: trasformare il passante in un cliente in pochi istanti, inoltre offrire ai negozianti una dashboard (una pagina web interattiva) tramite la quale potranno caricare le offerte e sceglierne la durata, che può durare mesi, settimane o anche soltanto pochi minuti.

«Si potrà sfruttare il fattore compulsivo dello shopping, così il commerciante evita la dispersione di potenziali acquirenti, come quelli che per esempio rispondono con il classico: “Bello… Ripasso dopo!”».

Per Robin Goods lavorano attualmente cinque ragazzi, tra cui un ingegnere informatico (Primo Modica), un informatico puro (Nicola Stievano), un designer (Giovanni Piemontese), un ingegnere gestionale (Gianluca Giustiziero) e un business developer (Roberto Dell’Ariccia).

Il progetto originale nasce in seno a InnovAction Lab, un’importante iniziativa che aiuto lo sviluppo di nuove startup. In seguito, allo Switch2product, il progetto è stato inserito tra le cinque migliori idee del concorso.

Quest’estate la startup ha partecipato al Dublin Web Summit, una delle più grosse convention mondiali sul web e la tecnologia, dove sono già state lanciate importanti novità come Spotify, Huber, Dropbox e molte altre.

«È stata un’esperienza molto formativa e stimolante. – ci racconta Primo – Ti aiuta a creare contatti con altre startup, ma soprattutto con gli investitori. Devi essere molto bravo a esporre il tuo progetto in poco tempo e a convincere gli altri». Ma il sogno non finisce qui, perché hanno altri programmi quest’anno per concretizzarlo: nei prossimi mesi partiranno con la versione alpha, per validare il prodotto. Il progetto è molto ambizioso e se dovesse realizzarsi sarebbe una rivoluzione per il mondo dello shopping.

2

L’idea c’è e va avanti. Perciò ricordatevi tra un anno, quando sarete per le vie di Milano a caccia delle offerte migliori per i regali di Natale, che Pequod ha creduto subito in questi ragazzi e che voi potrete dire che conoscevate Robin Goods prima di tutti gli altri.

Il monastero buddhista Yonghegong: scrigno di spiritualità nella capitale

Incoscienti pedoni che camminano a testa bassa sugli smartphone, indelicate spintonate in metropolitana, lotte senza quartiere per un taxi libero nell’ora di punta, è questo il pane quotidiano di un occidentale residente a Pechino. Lungi dall’aspettarsi la compostezza confuciana del mandarino in una metropoli moderna, è pur vero che il rapporto con la popolazione locale può risultare spesso impersonale, quando non distaccato e conflittuale.

Approcciare alla più intima essenza del popolo cinese è tuttavia possibile visitando luoghi ancora permeati della sensibilità autoctona, espressione di una spiritualità millenaria, altrove intorpidita dai dettami di una società freneticamente mutevole come quella cinese.
Uno di questi luoghi è il monastero Yonghegong, o Lama Temple, nel distretto di Dongcheng.

Interno del monastero Yonghegong, da notare la vivacità dei decori e dello stile architettonico buddhista.
Interno del monastero Yonghegong, da notare la vivacità dei decori e dello stile architettonico buddhista.

Costruito nel 1694 dall’imperatore Kangxi, deve al suo successore Yongzheng la conversione da corte imperiale a monastero buddhista lamaista e ospita tuttora una comunità di monaci tibetani.
Consta di cinque cortili sui quali si affacciano diversi edifici, ciascuno contenente diverse opere sacre buddhiste, tra le quali spiccano la scultura del Buddha Sakyamuni predicante con  i discepoli Ananda e Kasyapa, le statue di bronzo dei Buddha delle Tre Ere e la statua del Buddha Maitreya, alta ventisei metri di cui otto sottoterra, ricavata da un unico tronco di sandalo.

L’imponente statua lignea del Buddha Maitreya.
L’imponente statua lignea del Buddha Maitreya.

Qualunque approccio occidentale nel visitare questo luogo allontanerebbe il visitatore dal percepire la peculiare atmosfera del Yonghegong. Piuttosto che macchina fotografica e audio guida, è preferibile dotarsi di una discreta arrendevolezza al lento fluire dei visitatori locali e del tempo.
Conseguentemente, verrà naturale partecipare al rituale dell’accensione dell’incenso prima dell’ingresso in ciascuno dei diversi edifici del monastero, al fine di purificarsi prima dell’accesso ai diversi tesori buddhisti. Una fragranza, quella dell’incenso, che arricchisce il silenzio sovrano tra le mura del monastero, che sebbene siano alte pochi metri, ne preservano l’atmosfera sacrale.

All’interno del monastero, è difficile non perdersi nell’osservare i rituali dei visitatori locali, come le ripetute prostrazioni davanti alle sculture votive, effettuate con lo stesso dignitoso raccoglimento da giovani e anziani, eleganti uomini di affari e modeste famigliole. O ancora, l’incedere lento e misurato, scandito dal gorgogliare delle preghiere dei monaci tibetani, avvolti nelle caratteristiche tuniche color ocra. Senza dimenticare l’usanza della messa in movimento delle ruote di preghiera tibetane, o la benedizione di piccoli oggetti votivi, ultimo passaggio prima di varcare le porte del monastero e immergersi nuovamente nel mondo esterno.

Una realtà esterna frenetica e convulsa, che pare riesca solo a lambire questo scrigno di spiritualità incastonato nella capitale. Il paradosso è come sempre dietro l’angolo: l’accesso alla avveniristica metropolitana e la giungla cittadina di cui è espressione sono a pochi passi dall’ingresso del monastero.

In copertina ph. The Erica Chang [CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons]

Il giorno dopo il giorno della memoria

Niente più docufilm sui campi di concentramento, niente più dibattiti in televisione: adesso è tutto finito e se ne risentirà parlare tra un anno. È l’errore più grande che possiamo commettere. A differenza di quel lontano 27 gennaio 1945, oggi i cittadini europei non sono più strappati ai loro cari e alla loro vita, non esistono più ghetti con mura per non far scappare le persone, non partono più treni carichi di deportati diretti in Germania e Polonia. È tutto finito e dell’odio di ieri resta solo il ricordo.

Ne siamo sicuri?

In questi tempi di crisi la disperazione avvicina molte persone a posizioni più estreme di quelle che abbraccerebbero in altre condizioni, e trovare l’idea di un capro espiatorio diventa molto più allettante.

È vero, non ci sono più innocenti strappati ai loro cari e alla loro vita, però molti caccerebbero ugualmente quegli stessi innocenti anche se la loro vita e i loro cari sono qui: il motivo di tanto accanimento è, in ogni caso, una paura della diversità che porta a intolleranza ed emarginazione, col rischio di creare nuovi ghetti, senza vere barriere, se non quelle della paura e dell’ignoranza altrui; molti vorrebbero treni più carichi di migranti verso la Germania, per esempio, per “risolvere” la questione. Dopo tutte le atrocità commesse dall’uomo, non solo nei campi di concentramento, ci dimentichiamo che a commetterle non è stato solo Hitler, un “demonio” in terra, ma molta gente comune: ognuno faceva una piccola parte per mandare avanti la grande macchina dello sterminio.

Lo ribadisce Fabiana Boi nel suo articolo del 25 gennaio su Bossy.it: non mi soffermerò a sottolineare che “il male è banale, dato che può essere commesso da chiunque”. Voglio solo ricordare che anche oggi siamo umani, che anche oggi milioni di ebrei, zingari, slavi, omosessuali e lesbiche restano morti, privati della loro umanità e del loro diritto all’esistenza.

La prossima volta che anche uno solo di noi riterrà che una persona diversa debba restare isolata dai “normali” per non contaminarli, che penserà che gli omosessuali sono persone malate per le quali bisogna trovare una cura, che vorrà mandare “a fare una doccia” uno zingaro appena gli passa di fianco, beh questa persona dovrà ricordare, ricordare cosa è successo quando altre persone prima di lui lo hanno pensato e hanno convinto molti a pensarla ugualmente.

Oggi è il giorno dopo il giorno della memoria, l’odio c’è ancora e ci sarà sempre, ma dobbiamo ricordare ogni giorno chi siamo e cosa potremmo fare, anche senza rendercene conto.

10565690_10153073304969766_74983085_n

Dall’architetto agli architetti. L’open source è una risorsa aperta a tutti

Un modo di progettare nuovo nonostante le sue origini antiche. Un modo di progettare ufficiale nonostante la partecipazione (anche) di non addetti al lavori.

È l’architettura open source, quella che permette di costruire case e città “dal basso”, la protagonista del nuovo libro dell’architetto Carlo Ratti “Architettura Open Source – Verso una progettazione aperta”, edito da Einaudi: la sua esperienza negli Usa, dove al Massachusetts Institute of Technology dirige dal 2004 il MIT Senseable City Lab, e il lungo lavoro sulle città e la tecnologia, culminato in un intero padiglione alla Biennale di Venezia del 2006, porta oggi l’architetto a considerare un modo di progettare tanto antico quanto innovativo.

FOTO 1

Nel volume vengono infatti sviscerati i momenti salienti in cui l’architettura open source si è sviluppata, e quali mezzi sono oggi a nostra disposizione per poterne beneficiare.

La prima parte è costituita dalla dimostrazione della inadeguatezza della figura dell’architetto “prometeico”, quel “faccio-tutto-io” nata dal Movimento Moderno di inizio del secolo XX con figure del calibro di Le Corbusier. Ratti fa risalire questa sopravvalutazione del singolo a Vasari e alle sue Vite, quando se un edificio non era immediatamente riconducibile al nome di un architetto allora quell’edificio non era degno di considerazione: ne è conseguita l’idea di un’architettura gonfiata oltre ogni limite.

Ma a fronte del fallimento dell’architettura Moderna vengono esaminate anche alcune figure che avevano capito in anticipo: Rudolfsky in Usa con l’architettura senza architetti e il suo ritorno alla tradizione vernacolare, Cedric Price in Uk e Giancarlo de Carlo in Italia, il quale già negli anni Sessanta prevedeva la partecipazione degli abitanti al progetto edilizio.

 

Nella seconda parte si illustrano poi i vantaggi delle nuove tecnologie della rete: Linux, software Open Source, Wiki sono infatti piattaforme aggregative che, accorciando le distanze, permettono alla popolazione 2.0 di aggregarsi in una vera piazza, quella digitale, e scambiarsi idee e pareri in vista della realizzazione di un progetto condiviso.

Nascono così gli effetti dell’open source: stampanti 3D, la costruzione come educazione, ma soprattutto i Fab Lab, quei Fabrication Laboratory in cui la dotazione tecnologica, costituita da macchine a taglio laser, stampanti 3D e frese consentono a chiunque di produrre o aggiustare (quasi) qualunque cosa.

Ratti si dimostra a favore dell’abbandono del copyright per il Creative Commons, licenze che permettono ai creatori di scegliere e comunicare quali diritti riservarsi e a quali diritti rinunciare a beneficio dei destinatari.

 

Molti sono stati i pareri espressi: la constatazione del fallimento dell’architettura moderna sollazza chi gli archistar proprio non li sopporta, mentre il massiccio utilizzo che si farebbe del web è un palese tentativo di riattivare non solo la partecipazione con la tecnologia attuale ma anche l’intervento delle nuove generazioni, forse non esperte di architettura ma sicuramente più ferrate nella modalità open di un progetto on line.

D’altro canto non sono mancate le perplessità: c’è chi ha azzardato il rischio di proporre un mondo virtuale che annullerebbe l’architettura fisica riducendola a uno schermo. Un altro rischio ventilato è stato quello di cadere dalla padella alla brace, passando cioè dalla “macchina per abitare” di Le Corbusier al “computer in cui si vive”. Nostalgici contro innovatori: chi avrà ragione? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

In copertina: la torre di Carlo Ratti e Bjarke Ingels a Singapore.

A Hungarian in Southern France

Name and Surname: Veronika Viranyi

Age: 25

Country: Hungary

Nationality: Hungarian

City: Berettyoujfalu

SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

Which is the form of government ruling in your country?

Republic (they say…)

Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Absolutely. That’s the only thing that actually exists under the name of politics. My private life is not bothered by it, but my family feels the disadvantages of this incorrect attitude.

1421665329000Veronika

   Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

Hungarian. Dialects do exist, but there are not many variations. Usually their use depend on where people come from, especially from the country or the villages. But when someone moves to the capital or to other big cities gives it up most of the time. I notice it myself, when I go home to my family, after a couple of days I switch back to my dialect, but there are not too many noticeable differences.

1421665329000-1Traditional Hungarian clothes in the countryside

Who do you believe to be the cultural icon of your country?

If I can name only one is Liszt Ferenc, but I have to name more like Kodaly Zoltan Bartok Bela, Jozsef Attila, Ady Endre, Radnoti Miklos, Marai Sandor  (but there are more internationally unknown composers, and poets who would be worth to mention).

WHAT ABOUT EUROPE?

Do you consider yourself European?

I’m from Europe, so I am European. I didn’t have the possibility to compare myself to other cultures yet.

Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture?

I think that all the most important artists, all those personalities that we consider to be icons of the world of art, are representative of Europe, as you can perceive the influence of Europe in their work. That’s why I’m not able to name only one person.

Ho visto Nino Di Matteo

Il contesto è accademico, i contenuti riguardano la società, la gente, il popolo italiano che ogni giorno si trova a dover sopportare (o supportare!) le conseguenze della corruzione che nel nostro Paese sembra trovare sempre terreno fertile. Siamo nell’aula 208 dell’Università “Statale” di Milano, quella che da qualche anno porta i nomi dei giudici Falcone e Borsellino. La stessa aula dove ieri è intervenuto il PM che da anni conduce le indagini sulla mafia e sulla trattativa che lo Stato ha intentato con essa negli anni più atroci del nostro passato recente. Insieme a Di Matteo, anche il Procuratore aggiunto di Palermo Petralia, il consigliere della Corte di Cassazione Bruno Giordano e il giornalista de L’Espresso Lirio Abbate.

Tema della conferenza: gli strumenti giuridici per la lotta alla criminalità organizzata. Come spesso ci siamo trovati a scrivere sulla nostra rivista, il fenomeno mafioso non si sviluppa e circoscrive soltanto in seno alle associazioni criminali, sarebbe meglio dire che queste stesse associazioni hanno ormai ingurgitato altri “ambienti” della società. Ma forse, in questo modo la cronaca delle due ore trascorse ad ascoltare gente che sta facendo una cosa folle in Italia in questo momento storico, ovvero cercare di dare un senso alla parola “giustizia”, rischia di essere un resoconto che si trascina a fatica in un pantano di concetti assodati e di scontata retorica.

10931681_357881974399793_3477924337824442698_o
L’aula 208 dove ieri si è tenuto l’incontro

E invece vi racconterò che ho ascoltato Di Matteo, uno che sta portando avanti un processo che vede tra gli imputati lo Stato per cui lui stesso lavora (mi sono detto che forse non dev’essere una bella posizione). E non dev’essere nemmeno tanto piacevole sapere, come afferma lui stesso, “che l’onorevole Silvio Berlusconi è chiamato in causa per fare le riforme e gli atti processuali riferiscono che lo stesso abbia ricevuto protezione da parte degli uomini di Cosa Nostra”.

Occorre anche soffermarsi sul tema principale che riguardava gli strumenti, anche e soprattutto legislativi, in termini di lotta alle mafie. Si è ricordato come l’Italia abbia una legislazione antimafia molto avanzata, e di come, al contempo, andrebbe rinnovata, adeguata ai tempi e all’evoluzione criminale. Gli addetti ai lavori hanno evidenziato l’importanza di norme fondamentali per l’azione giudiziaria (il 416bis, le innovazioni introdotte nel codice di procedura penale a partire dal 1988/89), ma hanno anche sottolineato come spesso, l’azione del legislatore, sia tesa alla burocratizzazione delle procedure, come se ci fosse un interesse a rallentare l’azione della magistratura. E si è tornati al punto di partenza, imprescindibile.

Si è parlato, dunque, di azioni. Viviamo in un luogo, l’Italia, dove spesso l’azione dello Stato arriva in ritardo oppure è limitata all’operato di pochi uomini, quando non addirittura di una persona soltanto. Ho visto Antonino Di Matteo. Ho visto un uomo che forse sa molte più cose di quelle che dice o che può dire, anche se quest’ultime sarebbero già abbastanza per farci riflettere sulla situazione del nostro (quanto mai presunto) Paese civile. Ho visto molti ragazzi osservarlo estasiati e attenti. Ho visto un magistrato che sta lottando per accendere coni di luce in fasci, troppo spessi, di ombre.

Edera e vetri rotti – Ex Ospedale Psichiatrico Giuseppe Antonini

La maggior parte delle volte raggiungere edifici abbandonati e in decadenza può risultare difficile; non è certo il caso dell’ex Ospedale Psichiatrico Antonini, quello che fino a poco tempo fa chiamavo (e chiamano) il manicomio abbandonato di Mombello, a Limbiate (MB).

Alcuni edifici facenti in passato parte del complesso dell’Antonini – sto parlando dell’enorme complesso di Villa Pusterla Arconati Crivelli, ancor prima quartier generale di Napoleone – sono stati recuperati e oggi utilizzati: la stessa Villa Pusterla è divenuta sede dell’Istituto Tecnico Agrario Castiglioni negli anni ’80; l’ospedale Corbelli, che ospitava bambini e ragazzi per separarli dai degenti adulti ricoverati all’Antonini, è sopravvissuto all’abbandono e al suo ruolo di accoglienza di pazienti psichiatrici, con attività ambulatoriali e residenziali, non lontano dagli edifici rimasti invece a loro stessi.

Proprio per questo motivo raggiungere quel che è rimasto di questo ospedale psichiatrico, così a contatto con realtà funzionanti ed efficienti, non è affatto difficile. A separare abbandono da quotidianità c’è solo una rete da cantiere. Al di là del davanzale di una finestra adorna di vetri rotti ed edera che cresce libera, si può veder passare qualcuno – un funzionario dell’ASL vicina, gli studenti che escono da scuola e tornano a casa.

Un tempo famoso ospedale psichiatrico, dal 1867 al 1978 (anno dell’entrata in vigore della Legge Basaglia atta al superamento della logica manicomiale), degli iniziali trecento fino ad arrivare a migliaia di pazienti psichiatrici sono rimaste stanze e letti vuoti, materassi disintegrati dall’umidità e la parola fine scritta ironicamente su una delle tante pareti spoglie e piene di frasi.

[metaslider id=3494]

Isabelle il Capriolo: Isabelle è un Capriolo

“L’ostacolo siamo noi stessi. Tutto è difficile prima di diventare facile”

Isabelle il Capriolo è un’associazione teatrale, di promozione e bene sociale nata a Ranica (BG) nel 2007 da un’idea di Sophie Hames e Luciano Togni. La decisione di iniziare a lavorare “da soli” è nata dalla necessità di arrivare ad avere in mano qualcosa di ufficiale, uno strumento giuridico riconosciuto a manifesto delle proprie idee.

La scelta del paese nel quale insediarsi è stata un susseguirsi di coincidenze fortuite, come la collaborazione con la Banda del paese, l’aver trovato una sede disponibile per l’attività dell’associazione e un’amministrazione comunale aperta al progetto, in grado di ascoltare gli obiettivi proposti.

immagine 1

Dopo tante fatiche e battute infelici come: “Isabelle il Capriolo sopra un letto di polenta” (ironia di un amico per i due attori vegetariani), il progetto inizia a prendere piede nel territorio. Innanzitutto con la collaborazioni con altri enti e associazioni presenti nel territorio della provincia di Bergamo: dalle bande, iniziative nelle scuole per le “classi difficili” e bambini con difficoltà di espressione, alle case di riposo diurne con la rieducazione all’emotività degli anziani. L’ultimo progetto avviato da poche settimane riguarda un laboratorio di teatro con i ragazzi immigrati rifugiati. Oltre a questo, l’associazione vanta di numerosi spettacoli teatrali di vario genere, nonché le cosiddette “attività non remunerate, ma valutate”: come l’ospitare nella propria sede altri progetti (tra cui il giovane e nascente gruppo di giocoleria Pirouettes Ensamble e il sostegno del nuovo spazio giovanile Linkiostro). Attività che portano innanzitutto a interessanti collaborazioni, ma anche a degli sconti sulle spese degli spazi affittati dal comune.

immagine 2

Dall’intervista ai due attori: «La produzione del lavoro in sé consiste nella crescita artistica, che passa attraverso gli spettacoli teatrali. Qualcosa funziona e qualcosa no. Può essere che passi tre mesi a cercare di mettere insieme qualcosa e poi ti rendi conto che non va. Puoi anche provare uno spettacolo per sei mesi per poi metterlo in scena una volta sola. C’è bisogno di una continua crescita per affinare l’obiettivo creativo, arrivare a fare spettacoli che ti rappresentino e allo stesso tempo abbiano successo. In generale è un lavoro difficile da quantificare e occorre stare sempre in allerta e pronti a qualsiasi ostacolo; alla fine riduci il tuo stile di vita per il teatro..è una sorta di vocazione! La difficoltà sta ne resistere e continuare a crederci, soprattutto per la mentalità circostante per cui chi fa teatro lo fa per divertirsi. Manca il riconoscimento professionale».

immagine 3

Per l’imminente futuro Isabelle ha innanzitutto l’obbiettivo di montare uno spettacolo da proporre ad un concorso teatrale di Brescia, per compagnie lombarde tra cui sono stati selezionati, «arrivare a leggere almeno quattro libri al mese e viaggiare! Abbiamo bisogno di viaggiare e lasciarci contaminare».

Auguriamo a Isabelle il Capriolo tanta merda, e che vengano tutti a cavallo!

immagine 4

I monasteri affrescati della Bucovina, viaggio nel nord-est della Romania

C’era una volta Ştefan cel mare, Stefano il Grande, cugino del temuto Vlad Ţepes l’Impalatore (Dracula), dai lunghi e ondulati capelli biondi, il più grande principe della Moldavia (regno 1457- 1504) famosissimo in tutta la Romania per le sue innumerevoli vittorie contro gli eserciti polacchi, ungheresi e ottomani. Per la sua resistenza e vittoria contro i turchi a Ştefan non bastarono di certo qualche dozzina di pacche sulla spalla: per aver salvato la cultura e le tradizioni rumene il principe decise di erigere quaranta monasteri e chiese, alcuni dei quali considerati oggi patrimonio dell’umanità. Per questo a metà dicembre sono andata a curiosare nella Bucovina meridionale, regione che si estende all’estremo nord della Romania, a confine con l’Ucraina, una delle zone più povere del paese, dove si gira e lavora ancora con carretti trainati da maestosi cavalli.

Monastero di Humor
Monastero di Humor

2

I bellissimi monasteri di Ştefan si distinguono per i loro straordinari affreschi e i quattro principali possiedono un colore prevalente capace di distinguerli gli uni dagli altri. Il Monastero di Humor è difatti caratterizzato dalle tonalità del rosso e marrone. Circondato da bastioni, al suo interno si erge una torre che a detta delle guide bisogna scalare per poter ammirare il paesaggio circostante: probabilmente hanno ragione, ma noi non ci siamo riusciti in quanto le suore avevano appena passato la cera.

Monastero di Vononeţ
Monastero di Vononeţ
Giudizio Universale
Giudizio Universale

Costruito in soli tre mesi a seguito di un’importante vittoria, il Monastero di Voroneţ è l’unico a essere associato in tutto il mondo a un peculiare colore, il cosiddetto “blu di Voroneţ”, creato coi lapislazzuli! Rispetto a quello di Humor, si nota la manata di restauro passata nel 2011 e grazie alla quale si può apprezzare il Giudizio Universale sull’intera parete esterna occidentale.

Monastero di Moldoviţei
Monastero di Moldoviţei

Il Monastero di Moldoviţei, tra torri cancelli e prati ben curati, vanta invece la tinta del giallo e il mantenutissimo Assedio di Costantinopoli del 626 d.C. che raffigura un esercito di persiani e avari vestiti peraltro in abiti turchi, forse per ricordare ai fedeli il nemico attuale. Ma la sua vera bellezza risiede nella quiete monastica del convento che lo circonda: per poter apprezzare anche questo aspetto, consiglio difatti di visitare la Bucovina nei mesi di bassa stagione, lontani dalle code, gli scatti e i rumorosi gruppi di turisti organizzati.

Monastero di Suceviţa
Monastero di Suceviţa

Dopo una tortuosa strada di montagna, si raggiungono i 1100 m di quota e il Monastero di Suceviţa, caratterizzato da un bianco muro occidentale: leggenda vuole che l’artista cadde dall’impalcatura nel dipingerlo e che gli altri pittori si rifiutarono di prendere il suo posto, pensando bene che il ferro e le corna non sarebbero stati sufficienti. Iella a parte, le sfumature verde e oro dei suoi affreschi si guadagnano il primo posto nella classifica dei monasteri più suggestivi della regione.

Prima di tornare a Bucarest, perché non fare una piccola deviazione di circa 200 km verso Iaşi? Le due ore passate di sfuggita nella “città dalle cento chiese” ci permettono di visitare solo l’orologio del vecchio Palazzo di Giustizia; chiuso in realtà al pubblico, ma accessibile con un sorriso a 20 LEI. Se sarete abili a conquistare la simpatia del guardiano, potrete ammirare gli ingranaggi dell’orologio all’opera, che incastrandosi gli uni tra gli altri, inseguiti dai rintocchi, vi trasmetteranno la sensazione di stare di fronte a uno dei marchingegni più antichi del mondo.

Ingranaggi dell’orologio del 1906.
Ingranaggi dell’orologio del 1906.

8

In copertin: Monastero Voronet [ph. Rolly 00 CC BY-SA 4.0/Wikimedia Commons]

Charlie Hebdo, Parigi due settimane dopo

Il colore di Parigi è il grigio. Lo sono i suoi tetti, visti dalla scalinata del Sacré Coeur, con cui la città assume quel color cenere di sigaretta che non ti scordi. É grigio il cielo invernale, livido con le sue nuvole che si specchiano nelle pozzanghere.
Ma non é grigio l’umore dei parigini, grandeur e orgoglio ancora intatti.
L’attacco alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo del 7 gennaio ha forse cambiato solo inizialmente le abitudini e i pensieri di chi a Parigi ci vive e ci lavora, o quelle dei turisti, ma dopo due settimane la città continua la sua solita vita.
Solo qualche segnale, qualche dettaglio, come quando un soprammobile viene cambiato di posto su una mensola, fa trapelare quanto accaduto.
Le edicole sono stracolme di copertine di riviste che ricordano l’attentato e la manifestazione di solidarietà dei giorni seguenti, mentre del giornale stesso nemmeno l’ombra, esaurito alla velocità della luce il giorno dell’uscita.
Il numero dei militari e dei poliziotti nei quartieri considerati a rischio, cioè quelli con il maggior numero di residenti di origine maghrebina o araba, come Belleville o Clignancourt, é calato rispetto ai giorni subito dopo l’attacco, ma qualcuno é ancora presente, mitra ben in vista, specialmente fuori dai luoghi di culto, mentre non se ne vedono proprio al parco di Buttes-Chaumont, noto per essere un luogo di ritrovo della cellula parigina di Al-Qaeda.
I canonici luoghi del turismo, come i musei o Notre-Dame, hanno incrementato la sorveglianza e ovunque, persino nei negozi sugli Champs élysées, campeggia il cartello del controllo anti terrorismo, che però nella maggior parte dei casi equivale a un’occhiata veloce nella borsa delle donne e nei casi più scrupolosi a una veloce tastata.

Segnale della vigilanza anti terrorismo
Segnale della vigilanza anti terrorismo

Place de la République, dove si é concentrata la manifestazione di solidarietà, porta ancora i segni della folla oceanica riunitasi per dire Je suis Charlie, la Marianna vestita di striscioni con Charlie, Charlie e ancora Charlie.

DSCN4186

DSCN4187

DSCN4189

Charlie in fondo è ovunque, impossibile non sentirne la presenza, impossibile non notarlo.
Eppure se cerchi di chiedere opinioni, pareri, alla parte meno Charlie di Parigi, la conversazione si fa schiva, il francese diventa stentato e lo sguardo sfuggente.
Parigi è divisa in due: da una parte il centro dove l’orgoglio e il dolore parigino sono ancora forti, e dall’altra i quartieri che si avvicinano alle banlieue, dove difficilmente senti parlare francese e dove Charlie sembra non sia mai esistito.
E intanto, alla fermata della metropolitana Hotel de Ville, i treni si fermano e vengono svuotati perché sono state trovate abbandonate a una stazione più avanti delle valige sospette.
“Succede tutti i giorni dopo gli eventi trascorsi” dice una bionda ragazza francese.
Ma Parigi è Parigi, la metro riparte e nessuno ha più paura.

Appeso sulla porta di un negozio
Appeso sulla porta di un negozio