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Siena da mangiare

Avete in programma un viaggio a Siena? Avete già in mano la mappa dei posti da visitare ma sentite che manca qualcosa? Certo! Avrete anche bisogno di ristorarvi!

Lasciatevi consigliare e guidare da Pequod in un piccolo tour culinario, per gustare le specialità della zona, perché per assaporare appieno la cultura di un posto, bisogno passare anche per la sua cucina!

Eccovi delle idee per conoscere la cucina senese, sia per gli amanti dello street food sia per quelli della cucina tradizionale.

1) Ciaccino & Frittelle di San Giuseppe

Per gli amanti del cibo da strada c’è pane per i loro denti a Siena! Dovreste provare il ciaccino, la tipica focaccia schiacciata senese, semplice o ripiena; in media costa sui 2 euro ed è uno spuntino sfizioso, ma anche un ottimo pasto, mangiandone un paio. Vicino piazza del Campo c’è la Pizzeria Poppi e lì ne fanno di ottimi! E dato che sareste vicini proprio alla storica piazza dove si svolge il Palio, potreste fare anche un salto lì e provare le frittelle di San Giuseppe della Famiglia Savelli, l’ideale per concludere un ottimo pasto con qualcosa di dolce a base di riso.

Se poi aveste voglia ancora di salato, sempre vicino a piazza del Campo c’è la pizzeria La Trofea che in quanto a bontà di ciaccini non scherza! Situata vicino alla curva del Palio chiamata San Martino, che è anche la più temuta durante la gara, perché a gomito e in discesa: chi la supera per primo tutto intero – e senza cadere – può dirsi il vincitore!

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2) Pici Cacio e Pepe & Salumi Vari (non c’è solo il salame di cinta senese)

I pici sono una pasta tipica di Siena, richiedono tempi di cottura lunghissimi (una ventina di minuti) ma sono ottimi con ragù di cinghiale e con cacio e pepe: quest’ultima variante forse è ancora più sfiziosa e vi permette di assaggiare il pecorino locale (che non ha nulla da invidiare a quello prodotto nel resto d’Italia).

Se volete degli ottimi pici cacio e pepe, provate quelli di Bobbo e Davide, de Il Vinaio: proprietari alla mano, taglieri di salumi di ottima qualità, ottimo vino bio (e non solo) ma soprattutto buonissimi pici! Come salumi, oltre alla finocchiona, vi consigliamo la soppressata toscana e il buristo (ottenuto dalle cotenne del maiale con aggiunta di lardelli di grasso, spezie pregiate, sale, pepe, e sangue di maiale freschissimo). Con meno di 20 euro a persona gusterete tutte molte prelibatezze di Siena e potrete concludere la serata con ottimi cantucci e vin santo!

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Se poi voleste comprare qualcosa di tipico da portare a casa, allora dovreste seriamente considerare di fare un salto al Consorzio Agrario di Siena, una cooperativa formata dagli agricoltori delle provincie di Siena e Arezzo che ha sempre sostenuto l’agricoltura e la valorizzazione dei prodotti del territorio, vendendo anche prodotti agro-alimentari nella propria rete di negozi: lì troverete solo il meglio.

Speriamo che quanto abbiate letto vi faccia venir voglia di visitare Siena, non solo per vedere piazza del Campo, la chiesa di San Domenico e la fortezza Medicea (e molti altri magnifici luoghi), ma anche per la superba cucina e il grande amore per il cibo che hanno in questa terra.

Al cinema non si parla, si parla all’Igloo!

di Sara Alberti e Margherita Ravelli

Da trentatré anni a questa parte, la vita cittadina della piccola Bergamo si anima per una settimana, nel mese di marzo, ruotando attorno all’austera Piazza della Libertà. Stiamo parlando del Bergamo Film Meeting, una rassegna cinematografica che negli ultimi anni sta diventando uno degli eventi più importanti del genere in tutta la penisola, e non solo.

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Pequod ha fatto un giro al festival, e ha trovato qualcosa di molto interessante, che non riguarda esattamente il cinema, ma ne è il completamento perfetto. Al centro della piazza si erge infatti l’Elav Igloo – Meeting Point, una tensostruttura a forma di igloo di 200 metri quadrati, una confortevole area relax dove attendere la proiezione successiva e scambiare quattro chiacchiere. Non solo: nell’igloo è possibile degustare sfiziose prelibatezze accompagnate dalla famigerata birra artigianale del birrificio indipendente ELAV. A completare l’opera, l’Igloo ospita concerti ed incontri con gli autori, diventando un vero e proprio punto di riferimento per il Bergamo Film Meeting.

Abbiamo chiesto qualcosa di più ai responsabili del Meeting Point.

Qual è il ruolo della musica al Bergamo Film Meeting? Cosa sta alla base dell’idea dell’Igloo e qual è il suo legame con il BFM (Bergamo Film Meeting)?

La musica è un evento collaterale, alla fine rimane comunque sempre il cinema come protagonista, però dato che c’è la possibilità di avere questo spazio per il pre e post festival, abbiamo deciso di arricchirlo con una programmazione musicale che vada ad accompagnare poi tutti gli eventi del BFM. Gli eventi musicali, così come tutto ciò che avviene nella bolla ndr., l’igloo – è gestita dal Birrificio ELAV, quindi è legato agli eventi del BFM, certo, ma non direttamente.

Parliamo un po’ del mood, dell’atmosfera che si è voluta ricreare con la scelta di questi gruppi.

Dato che si tratta di eventi all’interno di un film festival, bisogna cercare di rimanere su un determinato target e allo stesso tempo poter presentare dei generi più differenti possibili. Inoltre, negli ultimi anni abbiamo visto che il pubblico è sì composto da quelli che vanno al film meeting, ovviamente, ma anche da gente che viene apposta per la programmazione musicale dell’Igloo. Anche perché quando noi facciamo i concerti spesso ci sono le proiezioni, quindi il pubblico del BFM è in sala.
Per questo motivo cerchiamo di offrire dei concerti il più variegati possibili. Si va dall’elettronica, alla musica cantautoriale, alla musica popolare brasiliana, al tango, al reggae, cercando di soddisfare un po’ tutte le persone che frequentano questo posto, che non sono solo i fruitori del film festival.

L'interno dell'Igloo - foto del Birrificio Elav
L’interno dell’Igloo – foto del Birrificio ELAV

Il pubblico è spesso necessariamente diverso da quello dei film. Ma se invece si pensa all’igloo come ad una compensazione dei film, quale potrebbe essere il modo migliore, per uno che va a vedere i film, di sfruttare l’igloo? Quale sarebbe la combinazione perfetta?

Innanzitutto, nell’Igloo si tengono gli incontri coi registi, illustratori e tutti gli altri ospiti del festival. Poi, nonostante l’orario di punta della bolla, ovvero la sera, coincida con le proiezioni più frequentate del BFM, anche i fruitori del festival possono godersi appieno lo spazio dell’Igloo. Ad esempio, quando finisce un film arrivano ondate di gente desiderosa di mangiare, bere una buona birra e scambiarsi opinioni sui film. Se poi c’è della musica di sottofondo tanto meglio! Diciamo che la bolla è un po’ il nucleo del film festival. AL CINEMA NON SI PARLA, SI PARLA ALL’IGLOO!

Un riassunto delle motivazioni per cui una capatina all’Igloo è irrinunciabile.

È una figata, perché alla fine è un evento grandissimo, in pieno centro, che soddisfa gli amanti del cinema ma anche gli amanti della musica e gli amanti della birra. Insomma, è il modo migliore per iniziare la stagione delle feste primaverili.

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Interno dell’Igloo – Foto del Birrificio ELAV

Per qualsiasi informazione:

Elav Igloo – Meeting Point

Bergamo Film Meeting

Birrificio Indipendente ELAV

Un’intervista a Madman col volume abbassato

Oggi Pequod ha avuto il piacere di fare una chiacchierata con Madman, classe 1988, rapper pugliese trapiantato a Roma prima e a Milano poi. Molti di voi lo conosceranno già, e soprattutto avranno in testa le sue strofe pungenti e i suoi ritornelli accattivanti. Può darsi anche che sia venuto proprio nella vostra città, dato che assieme al socio Gemitaiz i due stanno facendo sold out in tutta Italia con le date del loro Kepler tour. In occasione dell’uscita del suo nuovo singolo – Vai bro – abbiamo fatto a Madman qualche domanda, che però con la musica non ha nulla a che vedere.

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Ciao Madman, sappiamo che sei impegnatissimo con il tour, ed in generale con la musica. Noi però sappiamo anche che ti interessi di altre cose, di letteratura e di cinema ad esempio. Con tutti i tuoi impegni, trovi ancora il tempo per leggere? Se sì, che libri leggi? Chi sono i tuoi preferiti?

Sì, il tempo di leggere lo trovo sempre. Prevalentemente in aereo/treno. Leggo poco ma in maniera mirata. Prima leggevo quasi solo “classici” mentre ora preferisco qualcosa di più contemporaneo. Mi sono innamorato di Palahniuk. Al momento il mio libro preferito è Rabbia.

Parliamo invece di film: ti consideri un cultore di un qualche genere / regista? Ultimo film che hai visto?

Mah, amo in generale gli horror nella loro accezione più splatter / b-movie e tutto ciò che proviene dal quel gusto. A tal proposito adoro Tarantino e Rodriguez. Guardo con piacere anche i thriller psicologici ben fatti. L’ultimo film veramente fico che mi sento di consigliare è The Rover di David Michôd.

 

Serie tv: le ami, le odi, ci perdi le ore? Dacci un consiglio…

Prima sì, era una droga. Da un paio d’anni ho mollato il colpo perché dimentico sempre di riprenderle dopo la “pausa” tra una stagione e l’altra, oppure ne comincio diverse… Per poi abbandonarle. Diciamo che le prime 2 stagioni di Dexter ai tempi furono abbastanza shockanti. Al momento consiglierei poco di originale… Ho amato molto Boardwalk Empire, probabilmente l’ultima che ho visto per intero!

Ti capita di andare alle mostre? Hai un artista che ti piace, o anche solo un’opera che ti è capitato di vedere e che ti ha fatto dire “ca**o che bomba?” (Van Gogh ad Amsterdam non vale)

 No, sono completamente ignorante e incapace di apprezzarle. Manco Van Gogh ad Amsterdam.

Lasciaci con una massima che non sia una citazione musicale.

“You ain’t got the answers Sway”.

Ringraziamo Madman per aver condiviso con noi il suo lato intellettuale e per averci dato dei buoni consigli su come passare il nostro tempo lontano dal computer. Ora però un consiglio ve lo vogliamo dare anche noi di Pequod: se non conoscevate Madman prima di quest’intervista, andate ad ascoltarvi qualcosa sul suo canale youtube e sulla sua pagina facebook.

Consigli per giovani scrittori… E non solo!

Siete scrittori emergenti o aspiranti tali e vorreste andare alla scoperta del mondo dell’editoria?

Considerate allora questo come un breve vademecum, per lavorare al meglio o evitare di restare coinvolti in certe situazioni svantaggiose per voi… E credetemi, quanto leggerete non è affatto raro o surreale! Ricordatevi che non solo il mondo dell’alta finanza è pieno di squali, ma anche quello delle case editrici.

 

1) Avere un progetto chiaro

Avere le idee chiare aiuta a scrivere meglio e a raggiungere in modo migliore un obiettivo (essere pubblicati su carta stampata, su ebook o in entrambi i formati per esempio, oppure iniziare farsi conoscere nell’ambiente). Tenendo in mente il vostro scopo, sarete anche più sicuri nel decidere come raggiungerlo: valuterete meglio la proposta di un editore o la possibilità di autopubblicarvi, cosa che non è affato – come molti erroneamente  ritengono – il male assoluto, infatti anche Svevo e Moravia hanno iniziato pubblicandosi a proprie spese!

2) Impegnatevi il più possibile

Non fidatevi della storia dello scrittore geniale e di talento, che scrive solo in preda ad un raptus e in una notte il capolavoro della sua vita: dietro una grande opera spesso c’è sempre un’infinita mole di lavoro, quindi, quando avrete terminato la vostra opera e vorrete proporla al pubblico, siate sicuri di averla letta e riletta, di averci sudato sopra e di aver fatto il possibile per avvicinarvi alla vostra idea di perfezione (anche se potrebbe capitarvi di voler cambiare molte cose fino all’ultimo, come Ariosto che fino alla fine volle mettere mano all’Orlando Furioso, senza terminare l’ultima revisione, ma ad un certo punto bisogna rendersi conto che è il caso di mandare il vostro scritto alle stampe, prima che la correzione diventi un’ossessione che vi impedisca di confrontare il vostro lavoro con i gusti del pubblico).

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3) Non inviate il vostro manoscritto solo a grandi case editrici

Per alcuni di voi potrà sembrare assurdo, perché chi non vorrebbe essere pubblicato fin da subito da Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, etc?

I motivi in realtà sono vari: i tempi di risposta sono lunghissimi; vogliono generalmente un manoscritto cartaceo (vi auguro in quel caso che la vostra opera non superi le 800 pagine); preferiscono in genere autori italiani che hanno già pubblicato, dato che ricevono centinaia e centinaia di proposte al mese; pubblicano anche molti autori provenienti dal resto del mondo, quindi la concorrenza sarebbe spietata!

4) Non fidatevi di chi vi chiede un “piccolo” contributo

Se qualcuno crede nel vostro lavoro e pensa che possa essere un buon investimento… Perché i soldi dovreste metterli voi? Personalmente non sono molto a favore dell’editoria a pagamento, perché non aiuta l’autore a crescere (l’unica cosa che aumenta sono i profitti dei “gentiluomini” che vi fanno “il favore” di pubblicarvi). Inoltre per me c’è differenza tra la scelta consapevole di chi decide di autopubblicarsi e chi invece accetta passivamente certe proposte di pubblicazione a pagamento: chi si autopubblica dedica molta più cura alle fasi del suo progetto (o comunque dovrebbe), diventando più consapevole di ciò che serve alla creazione di un libro (impaginazione, copertina, promozione, costi, etc).

5) Non accettate di pubblicare senza contratto e senza royalties, solo perché qualcuno vi dice che è il vostro primo libro.

Pensateci bene: vi conviene davvero esservi impegnati tanto e poi vedervi pubblicati senza sapere se verrete pagati e che fine farà il vostro diritto d’autore? C’è gente che propone cose di questo tipo, specie agli esordienti, ma ricordatevi che il vostro lavoro ha un valore: non si regala a nessuno, a meno che non siate voi a decidere di volere autopubblicarvi gratuitamente!

Riguardo al diritto d’autore, potrebbe capitarvi anche di peggio, dato che molti propongono contratti di vario tipo (“Le daremo il 10% superate le 3000 copie!”, “Lei si impegna a cedere il suo diritto d’autore a noi per tre anni, ma per il momento non possiamo farle un contratto e pagarla, magari più in là”, etc.), che stranamente non torneranno mai a vostro favore, quindi prima di firmare qualsiasi cosa prestate sempre molta attenzione!

Seguendo questi accorgimenti non diventerete degli esperti, ma almeno sarete più coscienti di quello che state facendo o di quello che vi stanno proponendo… E non è poco se ambite, come ogni scrittore, a creare qualcosa che sopravviva alla prova del tempo e agli squali dell’editoria!

 

PS: prossimamente vorrei approfondire in un altro articolo il discorso sui contratti proposti agli scrittori esordienti, quindi se volete commentate e condividete questo articolo e fatemi sapere se avete avuto anche voi esperienze “particolari” e che non vi hanno soddisfatto con alcuni editori!

Pequod meets AEGEE: England VS Italy

This week with AEGEE we flew to Great Britain. Here’s our interview with Conrad, who’s in Italy for his second semester but has already a clear idea of Italy and Erasmus.

 

1. What’s your name? How old are you? Where do you study? What do you study?

My name is Conrad Guiney and I am 19 years old. I study German, Italian and Business at Sheffield Hallam University.

2. Describe your country in three words (or phrases, or ideas, or places, or people…).

England is rainy, wild and friendly.

3. Why did you choose Italy? Use one word to describe what Italy represents for you.

I chose Italy because I studied Italian at my university because I like Italian films. Italy is the country of pasta.

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This is Conrad, trying to be as English as possible.

 

4. First three things that come up to your mind when you think about Europe. Do you consider yourself European?

When I think of Europe I think of good weather, great food and the EU. I do feel European but maybe not as much as I should.

5. Say something about Erasmus.

Erasmus is a great opportunity for a person to move and live abroad and learn a completely new culture and way of life. You get the chance to become friends with many people from all around Europe. If you have the opportunity to do an Erasmus study, you have to take it. The Erasmus grant is also a very beneficial thing to have.

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Here’s something that represents England, according to Conrad.

 

6. England, Italy, Europe: similarities and differences.

I think that England is quite different to the rest of Europe. Similarities between England and Italy: the people are both friendly and chatty and kebabs are popular. Differences: eating times, drinking culture, punctuality, Italians smoke a lot more and the weather here is better.

WE Expo: dalla parte delle donne

“WE-Women for Expo è un network di donne di tutto il mondo che si esprimono e agiscono insieme sui temi del nutrimento e della sostenibilità e lo fanno mettendo per la prima volta al centro di un’esposizione universale la cultura femminile”(dal sito ufficiale). Il progetto si presenta come l’occasione per le donne di raggiungere la massima visibilità possibile sfruttando la manifestazione, diventandone le protagoniste assolute. Sulla carta sembra davvero un’ottima opportunità, ma a prima vista alcuni elementi lasciano perplessi; per esempio il video ufficiale di presentazione:

Adeguandosi agli standard (di Expo), il video ha una grafica praticamente inesistente e si rivolge alle donne sottolineando il loro ruolo “di nutrire i figli e le figlie, i padri e le madri” e nel presentare la categoria si parla di “artiste e scrittrici”.

Con queste semplici frasi, gli autori sono riusciti ad un unire gli stereotipi delle diverse culture, dove per quella orientale e africana abbiamo la donna nel ruolo di casalinga e cuoca e in quella occidentale, dove le donne sono ritratte come adatte a lavori creativi, ma non alla dirigenza, all’informatica e ad altri ruoli principalmente associati a figure maschili. Andando avanti nel sito il progetto si suddivide in tre sezioni: WE International, dedicato ad una rete di donne rilevanti in tutto il mondo, la cui Presidentessa Onoraria è Emma Bonino, Il Romanzo nel mondo, un blog che raccoglie ricette provenienti da ogni parte del globo che hanno un significato importante per chi li posta e Concorsi per Imprenditrici, una rete dedicata all’imprenditoria femminile virtuosa.emma-bonino

Nonostante, quindi, un video di presentazione incerto, la struttura effettiva del progetto si basa su donne imprenditrici di ogni tipo. Associare la figura della donna al “nutrire” sembra scontato ma osservando come nelle diverse culture assuma un ruolo differente, si può capire l’importanza del tema: per le culture orientali e africane insegnare alle donne ad essere imprenditrici agricole può essere un’opportunità rara per raggiungere l’indipendenza economica senza dover rinunciare all’importante ruolo di madre ed educatrice.Foto-del-giorno6

Se i progetti portati avanti dalla sezione WE International saranno concreti, si potrebbe assistere ad un cambiamento che rispetti le tradizioni e le culture. Per l’occidente invece, potrebbe essere un’opportunità per riscoprire l’importanza della cultura alimentare e l’imprenditoria agricola superando vecchi stereotipi, come si evince dal primo e secondo premio dei Concorsi per imprenditrici. Scavando nella rete la piacevole scoperta è l’estensione delle attività e i progetti a cui WE EXPO lavora e supporta a livello interazionale e nazionale, che, tuttavia, non risaltano immediatamente dal sito ufficiale (purtroppo) progettato in italiano e malamente tradotto in inglese. Fortunatamente seguendo gli account ufficiali sui social, per esempio twitter, l’estensione e l’importanza del progetto sono evidenti.

Bretagna e bassa Normandia: letteratura, magia e maree

Una lunga costa frastagliata, battuta dai venti e circondata da una natura selvaggia e malinconica: la Bretagna è dove si scontrarono la Dama Bianca e mago Merlino, nel leggendario e misterioso ciclo bretone; è dove nacque Orlando, il furioso paladino ripreso da Ariosto, è la terra dei dolmen e dei menhir. Una perpetua fusione tra storia, letteratura, natura e magia. Il vento proveniente dalla vicina Gran Bretagna non smetterà mai di soffiare, così come le maree non smetteranno mai di alzarsi e di lasciar intravedere paesaggi lunari e nostalgici, su tutta la lunghissima costa (più di 2000 kilometri), fino a salire, su in bassa Normandia, nell’ormai più che turistico paese di Mont Saint-Michel, quel villaggio che con il vento a favore e con la giusta luna diventa un’isola, solitaria in uno specchio d’acqua.

I colori di questa regione sono tenui, come se il vento non permettesse loro di imprimersi e li spazzasse via, ma il sole li illumina e li rivela accesi, come la costa di granito rosa (Côte de granit rose), nella settentrionale Côtes d’Armor, o come il verde dei prati nella Belle-Île.

Colori e miti, come la foresta di Paimpont, la val sans retour, la tomba di Merlino, alberi-prigione: la natura si fa leggenda.

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Il faraonico Parlamento della Romania: viaggio nell’utopia socialista di Ceauşescu

Per la puntata di questo mese della mia rubrica sulla Romania voglio portarvi tra le mura dell’ex sede del Partito comunista rumeno (Pcr), nonché attuale e mastodontico Parlamento. Perché andare a visitarlo? Perché Bucarest è la città che ancora oggi porta silenziosa e meste i segni dell’utopia socialista del dittatore Nicolae Ceauşescu.

Come vi dicevo, la capitale rumena veniva chiamata la “Parigi dell’Est” per i suoi bellissimi quartieri votati allo stile Liberty e i suoi numerosi caffè, che tra gli anni ’70 e ’80 vengono bellamente rasi al suolo per la costruzione dei famigerati bloc comunisti. Al posto del centrale quartiere borghese si pensa bene di posizionare il secondo edificio al mondo per dimensioni: il Palazzo del Popolo (Casa Popolurui), oggi faraonico Parlamento.

Numerosi i record della sua spropositata grandezza: con i suoi 12 piani e le sue 3100 stanze, il palazzo ricopre una superficie di 330.000 mq in un progetto valutato 3,3 miliardi di euro. Tappeti lunghi 200 metri, tende da 150 kg, corridoi interminabili e stanze progettate apposta per amplificare al massimo l’eco degli applausi. Non nascondo inoltre che serve una sostanziale colazione per affrontare gli innumerevoli scalini! Ma procediamo con ordine e partiamo dalle sue fondamenta.

Le bandiere Romania comunista. A destra la bandiera del Pcr e a sinistra il simbolo della nazione, solitamente posizionato nel centro della bandiera… non a caso oggi si possono osservare tra le vie della città bandiere con significativi buchi centrali.
Le bandiere Romania comunista. A destra la bandiera del Pcr e a sinistra il simbolo della nazione, solitamente posizionato nel centro della bandiera… non a caso oggi si possono osservare tra le vie della città bandiere con significativi buchi centrali.

A quasi 100 metri dalla superficie sono ancora nascosti i simboli del comunismo, graffitati sui muri o rappresentati in vecchie bandiere. Qui la guida comincia a raccontarci la storia: un bel giorno del 1984 Ceauşescu, fregandosene della realtà e nondimeno della logica, ordina che l’edificio sia categoricamente pronto in un anno. I lavori procedono dunque velocissimi, con l’aiuto di 700 architetti e più di 20.000 operai, coordinati dalla progettista Anca Petrescu. Ma poi la realtà comincia pian piano a insinuarsi nell’utopia e il Palazzo viene ultimato solo nel 1994, sopravvivendo così al suo dittatore.

La costruzione dell’edificio: dal 1984 al 1985.
La costruzione dell’edificio: dal 1984 al 1985.
Nonostante sembri una semplice decorazione del pavimento, in realtà si tratta della pianta dell’edificio.
Nonostante sembri una semplice decorazione del pavimento, in realtà si tratta della pianta dell’edificio.

La frettolosità con cui si idealizza il simbolo per eccellenza del comunismo rumeno causa la distruzione coatta non solo di case e negozi, ma anche di chiese di ingente valore storico e artistico. Per salvare la chiesa ortodossa Mihai Vodă, l’architetto Eugeniu Iordăchescu crea un ingegnoso sistema per trasferire (letteralmente!) la costruzione di un centinaio di metri più in là: posizionando la chiesa su rotaie dei treni, l’edificio si muove tramite l’aiuto di carrelli elettrici!

Questa foto è offerta da TripAdvisor.
Questa foto è offerta da TripAdvisor.

Il palazzo è costruito rigorosamente con materiali di origine rumena. Primo fra tutti il solenne marmo bianco, proveniente da Ruşchiţa in Transilvania, e se durante la visita proverete la sensazione di essere nel Duomo di Milano non dovrete assolutamente sentirvi fuori luogo poiché il marmo che sostiene la Madonnina è proprio originario della Romania ed è della stessa tipologia di quello del Parlamento! Non è vero, ma la nostra guida ne sembra persuasa.

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Il tour finisce con la terrazza, nonché penultimo piano della Casa del Popolo. Ciò che impressiona, oltre la vista della “Via della Vittoria del socialismo”, è il colore di Bucarest, dei suoi edifici e monumenti: secondo Francisc, la nostra guida, si tratta della tonalità “grigio comunismo”.

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Innovazione e tecnologia in TV: tra iPhone e iPad ecco come comunica una Modern Family

Modern Family è una serie che non ha bisogno di presentazioni. Vincitrice per cinque anni consecutivi agli Emmy Awards come Miglior serie Comedy ha fortemente innovato, anno dopo anno, il panorama televisivo delle cosiddette sitcom. Ed è proprio di innovazione che si parlerà in questo articolo.
Per citare l’ormai celeberrima espressione di Britney Spears, Ooops…they did it again!, l’hanno fatto ancora: Steven Levitan e Christopher Lloyd con l’ultimo episodio andato in onda il 25 Febbraio negli States, dal titolo Connection Lost, hanno nuovamente dato prova di come anche il genere, spesso stigmatizzato, delle comedy possa regalare delle sorprese.

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L’intero episodio, con una durata di più di 21 minuti, è stato girato su iPhone e altri dispositivi Apple, e ci viene presentato interamente sul desktop di un PC. Visto dal punto di vista di Claire, l’episodio ci mostra tutti i personaggi della serie senza mai uscire dallo schermo del suo Mac.
Fino a qualche anno fa sarebbe sembrata un’operazione forzata, ma oggi le famiglie “moderne” (almeno negli US) comunicano spesso in questo modo: Whatsapp, Facebook, FaceTime o altre videochiamate in genere. In questo episodio il multitasking, al quale ormai siamo abituati nel relazionarci alla vita di tutti i giorni, viene trasformato in uno straordinario strumento narrativo.

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La cosa che colpisce non è tanto l’uso di queste tecnologie in sé, che già in passato più volte sono state occasionalmente inserite in questa e in altre serie o film, quanto piuttosto l’abilità di Levitan e Lloyd di riuscire a mantenere una tensione narrativa per tutti i 20 minuti dell’episodio girando integralmente con questi supporti. Claire infatti non si limita a video conversare con i propri familiari, ma contemporaneamente controlla Facebook, legge le mail, risponde ai messaggi, cerca su Google, naviga su siti di moda, ecc… Ed è proprio attraverso questi mezzi che cerca di risolvere il “giallo” della sparizione della figlia Haley.

Julie Bowen, Ty Burrell, Modern Family

L’inevitabile onnipresenza dei prodotti Apple (che si dice non abbia pagato compensi in product placement, ma abbia invece fornito alla produzione gli iPhone, gli iPad e i MacBook utili alla realizzazione, anche in fase di post produzione) non distoglie l’attenzione del lettore dal sussiego della storia, ma si cerca anzi di ricreare situazioni che appaiano realistiche e credibili. Per questo non stupisce che l’idea di questa puntata sia venuta a Levitan mentre videochiamava con la figlia.
In questo senso anche nel cinema ci si è già mossi in questa direzione: al Toronto Film Festival è stato presentato un cortometraggio, Noah (video), anch’esso interamente girato sullo schermo del computer di un adolescente.

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Da qui le possibilità sono due. Questo può rimanere semplicemente un esperimento ben riuscito, oppure la relativa economicità dei mezzi utilizzati (iPhone, iPad, ecc…) rispetto alle normali strumentazioni, porterà all’emulazione, nella televisione, ma anche nel cinema. La possibilità di cimentarsi nella produzione audiovisiva allora diventa davvero alla portata di tutti e forse ciò porterà dei significativi cambiamenti all’industria televisiva e cinematografica per come la conosciamo. Ok, forse esagero, ma mai dire mai.

Charango, il simbolo di un ideale

Il charango è uno strumento caratteristico della musica sudamericana, in particolare dell’altipiano andino (ovvero l’area che comprende Bolivia, Equador, Perù e la parte settentrionale di Argentina e Cile).

Quando gli spagnoli introdussero nelle loro colonie l’antica vihuela de mano (italianizzato: viella. Era uno strumento musicale della famiglia dei liuti diffusosi verso la fine del Quattrocento), il termine distingueva lo strumento dalla vihuela de arco, sinonimo della viola da gamba o della viella medievale. Assomigliava molto alla chitarra e come questa, veniva suonata pizzicando le corde con le dita.

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Una volta arrivata in Sudamerica, insieme a liuti e mandolini, attirò moltissimo l’attenzione delle popolazioni locali tanto che gli indios, adattandola alle proprie esigenze espressive, iniziarono a costruirla utilizzando come cassa armonica la corazza del quirquincho: l’armadillo.

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Oggi, la corazza degli armadilli, essendo animali a rischio estinzione, viene sostituita con il legno. Lo stesso discorso vale per le corde: se prima erano realizzate in budello, ora si preferisce il nylon (che oltretutto permette di avere maggior precisione dell’accordatura). Inoltre, negli altipiani andini, è diffuso e caratteristico l’uso di charangos con corde metalliche sottilissime che danno allo strumento una sonorità molto particolare.

È uno strumento a cinque corde doppie (che non vuol dire dieci, ma “cinque coppie”; sulla scia del mandolino) che possono essere suonate con la tecnica punteada, a pizzico, o con la tecnica rasgueada, eseguendo delle ritmiche con accordi.

Nella tradizione boliviana e peruviana lo strumento viene suonato durante i corteggiamenti: i giovani suonatori attraverso un particolare rituale, apportano delle modifiche allo strumento per migliorarne il suono. In questo modo aumenterebbero le probabilità di conquistare il cuore della ragazza in questione.

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La popolarità del charango in Cile assume significato di simbolo: rappresenta la cultura stessa del popolo, i suoi aneliti di libertà, il desiderio atavico di restaurazione di una giustizia sociale.

Questo fatto ha procurato da parte del regime di Pinochet una censura contro chiunque suonasse questo strumento: nella prima settimana dopo il colpo di stato, l’esercito organizzò un incontro con i musicisti folk ai quali annunciarono che gli strumenti tradizionali (charango e quena – il flauto indio) erano, d’ora in avanti, vietati.

Per esempio, uno dei gruppi cileni più famosi, gli Inti Illimani, venne costretto all’esilio dopo il golpe del 1973: esuli forzati che in quell’anno fecero la loro prima tournèe europea dal sapore dolceamaro. Durò fino al 1888. Per tutto questo arco di tempo, ai membri del gruppo, l’Italia riconobbe il diritto di asilo politico: i musicisti vivevano a Roma, da dove continuarono ad appoggiare le campagne per la restaurazione della democrazia nella loro patria.

Si può quindi parlare del charango come di un “perseguitato politico” e ciò lo fa diventare ancor più il simbolo di un ideale che, se vogliamo, trascende la semplice cultura musicale.

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In copertina ph. Pugliesig [CC BY-SA 4.0/Wikimedia Commons]

Aegee VS Europe

This week Pequod meets Aegee had a chat with the members of Aegee Bergamo. They’re students or former students who are constantly involved in organising activities for Erasmus students and in promoting Aegee spirit in Italy. We asked one of them some questions, very similar to those we usually ask Erasmus students.

 

1. Describe your country in three words (or phrases, or ideas, or places, or people…).

Enchanting, multicultural, self-defeating

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2. How would you describe Aegee?

Aegee is not just a student association, it’s a new world of friendship and great experiences that you couldn’t try out if it!

3. What does AEGEE mean for you?

New skills, speaking foreign languages with students like me in my town, travelling around Europe.

"In our togetherness (as a team), castles are built" Irish proverb
“In our togetherness (as a team), castles are built”
Irish proverb

4. First three things that come up to your mind when you think about Europe. Do you consider yourself European?

Freedom, opportunities, travels. I consider myself Italian and European.

5. What’s Erasmus for you?

Actually, a lot of friends and parties in Bergamo, I have not been in Erasmus yet!

La lunga strada per il riconoscimento



Gennaio 2014: allo stadio La Cisterna di Santiago del Cile i padroni di casa scendono in campo con le nuove divise, di colore bianco-rosso-verde-nero come da tradizione e una particolare grafica dei numeri che campeggiano sulle spalle dei giocatori, come ogni muta da calcio vuole. Ogni numero è disegnato in modo da richiamare la forma di un particolare stato. O quasi-stato, o regione. Anche la definizione è difficile, perché i padroni di casa sono l’Atletico Palestino e la parte di mondo stilizzata sul retro della maglia è proprio la Palestina. Tale operazione, messa in atto come segno di sensibilizzazione nei confronti della situazione palestinese, è costata alla società una multa di 1300 dollari, dopo che il presidente di un’altra squadra del campionato, il signor Patrick Kiblinski del Ñublense, ha segnalato alla federazione il fine politico della manifestazione. I giocatori hanno reiterato l’operazione successivamente, questa volta scendendo in campo con la bandiera palestinese tatuata sulle braccia, che è costata altri 17000 dollari di multapalest1.

L’Atletico Palestino è una realtà che dal 1920 rappresenta in Cile il più folto gruppo di palestinesi all’esterno del mondo arabo (si stima siano circa 500,000 persone) e che, puntualmente, vive di frizioni con l’altrettanto corposo gruppo di origine ebraica che popola il paese andino. Le origini dell’emigrazione in Sud America hanno radici lontane, nella metà del XIX secolo, che ha visto approdare in Argentina prima e Cile poi, moltissimi abitanti della zona fra la Palestina e la Giordania. I locali li hanno da lì etichettati come “turcos”, in quanto rifugiati provenienti da quello che si chiamava ancora Impero Ottomano e la denominazione ha assunto anche valore dispregiativo nell’opinione pubblica e sulla carta stampata.

I fatti del 2014 hanno ribadito che, sebbene il cieco razzismo dei primi del ‘900 si sia molto affievolito, il contrasto fra palestinesi (i tifosi del Palestino) ed ebrei/israeliani (come il signor Kiblinski) è sempre attivo; ora ardente, ora latente, in qualsiasi parte del globo.

Intere biblioteche sono state scritte, fiumi di parole riversati, mesi e mesi di trattative condotte, ma non è chiaro come la frattura, nella terra promessa, possa essere sanata. La via politica è stata intrapresa anche in Europa, otto paesi appartenenti all’UE (Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Ungheria, Svezia, Malta, Polonia, Slovacchia) hanno riconosciuto lo Stato di Palestina ufficialmente, la stessa UE lo ha fatto con la risoluzione 2014/2964 dello scorso dicembre. In generale, 121 paesi nel mondo hanno ufficializzato la dignità internazionale del paese.palest3

E l’Italia? Pochi giorni fa sono state approvate dal Parlamento due mozioni in contrasto fra loro: l’una, a firma del PD, impegna il nostro paese a riconoscere lo Stato di Palestina in parallelo al proseguimento degli accordi di pace, l’altra, proveniente da NCD e AP, inverte le precedenze, creando una certa oscurità sulla posizione che il nostro paese ha assunto, andando a scontentare entrambe le parti in causa, che in Italia, in Cile e in ogni paese del mondo, stanno ancora cercando una soluzione.

I giorni – Venezia

Potrebbe essere una guida alternativa di Venezia, una guida senza indicazioni – niente Piazza San Marco, niente Ponte di Rialto, niente Ponte dei Sospiri o Lido per prendere il sole, semplicemente quotidianità di chi a Venezia non è solo di passaggio, ma ci vive.

L’unica indicazione utile potrebbe essere quella di partire dalla stazione ferroviaria di Santa Lucia o da Piazzale Roma, e camminare senza mete precise inoltrandosi sempre più nel cuore di Venezia: una città che sa essere sì caotica e piena di turisti ma anche silenziosa ed estremamente tranquilla, talmente tranquilla che se si è fortunati è possibile ascoltare il suono di un pianoforte venire da quella finestra aperta lassù. Ed è soprattutto in questa tranquillità che si notano maggiormente i particolari di tutti i giorni.

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Che ne sai tu di un campo di grano (per l’Expo)?

Per chi non lo avesse ancora chiaro, il tema di Expo 2015 è l’alimentazione. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” recita lo slogan che ormai da mesi è entrato in tutte le case degli italiani come un dolce refrain. Sono diverse le iniziative che in queste settimane stanno conducendo la città verso concetti nuovi e diversi di vivere lo spazio urbano.
La semina del grano rientra in questo contesto. Cinque ettari di terreno nel cuore di Milano, tra la Stazione FS di Porta Garibaldi e Via Melchiorre Gioia, in cui verrà piantato il grano (rigorosamente biologico). Oggi la prima fase – simbolica – della semina. Numerosi cittadini milanesi si sono ritrovati per dare il via a questo nuovo progetto di “agricoltiura urbana” nato dall’idea dell’artista americana Agnes Denes. Un’iniziativa che nei prossimi mesi vedrà la coltivazione e la raccolta del grano, a cui seguirà la trasformazione, dell’intera area, nella “biblioteca degli alberi”: un grande parco lasciato in eredità da Expo, nella zona della città protagonista, grazie all’esposizione, di un cambiamento radicale.

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Un momento della semina di oggi a Milano

Peccato però che lo spirito ecologista, gioioso e positivista dell’uomo moderno che cerca il contatto con la natura, sia alquanto smorzato da ciò che accade in altri spazi della città. Abbiamo parlato spesso su Pequod dei punti critici di questa manifestazione planetaria. E non si tratta soltanto di malaffare o criminalità. Molto spesso abbiamo a che fare con scelte politico-amministrative che lasciano qualche perplessità e che, nel caso specifico, stridono in maniera evidente – talvolta al limite del paradosso – con i tentativi di mettere al centro l’essere umano e il cittadino, estromettendo interessi privati.

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il progetto di “Porta Nuova”

Lunedi scorso abbiamo raccontato della nuova TEEM  (la tangenziale est esterna di Milano – in fase di realizzazione in vista del grande evento) e delle ripercussioni che questa nuova infrastruttura ( o colata di cemento, chiamatela come volete) potrebbe avere sull’agricoltura nella fascia meridionale della provincia milanese e dell’alto lodigiano dove si coltiva, pensate un po’, il grano. Come se non bastasse, durante il corso dell’iniziativa promossa dal Comune, sono intervenute nuove manifestazioni di protesta da parte del Comitato Parco Sempione, contro la realizzazione del Teatro Continuo Burri, una nuova struttura che dovrebbe sorgere proprio all’interno dello stesso parco. Una colata di cemento di circa 300 tonnellate, per una base di 180 mq e un’altezza complessiva di oltre 7 metri che – come spiegano gli stessi attivisti- verrà collocato all’interno del cannocchiale prospettico tra il Castello Sforzesco e l’Arco della Pace. Uno tra i più suggestivi elementi paesaggistici della città.
Le polemiche sulla gestione urbanistica e strutturale di Expo, dunque, non si placano. E insieme agli scandali legati alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose, un’altra falla sembra essere legata al tema di cui questa manifestazione si fa portavoce: l’ambiente, la vita e il futuro del pianeta. Appunto.

Jukebox Umano: m’illumino di non-sense

«Siamo un duo musicale, composto da quattro persone».

Jonathan Locatelli e Antonio Capuzzo ci raccontano del loro originalissimo progetto: un mix esplosivo di musica, cabarèt e teatro. Un gioco intricato tra musica e parole, un puzzle di testi e musica di famose canzoni italiane, sta alla base del loro punto di forza: i medley.

Gli altri componenti di questo duo sono: Matteo Postini, il manager e Alessandra Beltrame, fotografa e videomaker. «Soprattutto sono il nostro punto di vista esterno: ci possono consigliare “dal fuori”».

Jukebox Umano non è nato dal nulla, si può dire che sia l’evoluzione del precedente duo musicale Goffredo&Joboaldo: riproponevano cover di canzoni italiane.

«Il progetto è nato perché io e Anto siamo così nella vita: ci piace scherzare, fare i burloni, storpiare canzoni, giocare con le parole e quando abbiamo visto che questo, oltre ad essere un divertimento, ci riusciva pure bene abbiamo pensato di proporlo a un pubblico (anche su consiglio di esterni).

Abbiamo iniziato proprio durante le nostre serate tra amici, dove a un certo punto prendevamo in mano la chitarra e iniziavamo a suonare un po’ di tutto, in maniera molto informale, nei parcheggi dei locali. Vedevamo che comunque c’era molta presa nell’eterogeneo pubblico che ci attorniava di volta in volta».

Per quanto riguarda il salto da Goffredo&Joboaldo a Jukebox Umano: «Siamo dovuti andare a Casa Blanca per un’operazione chirurgica e siamo diventati transessuali».

La differenza sta nell’impegno: da un duo di «Scappati di casa» (contenente già una bella dose di non-sense), nato da un’amicizia, a un progetto più strutturato in cui la differenza sta anche nella costruzione dei pezzi (tra cui i medley, cavalli di battaglia del duo).

Il passaggio è avvenuto in maniera molto spontanea, e soprattutto grazie all’intervento di Matteo Postini. Incontratisi a un concerto in una birreria, una sera in cui i due ragazzi erano particolarmente brillanti (Jonathan era vestito da donna), nacque l’idea di collaborare insieme: Jukebox Umano e CTRLmagazine (di cui Matteo e Alessandra fanno parte), il «Nostro papà» come dice il duo.

Il magazine si occupa di pubblicizzare le date, i grafici curano le locandine. «Ci vogliono bene tutti in redazione».

Jukebox Umano è, davvero, il carisma di due persone, che viene portato sul palco: credetemi, suonerebbero le stesse cose e farebbero gli stessi sketch in un qualunque venerdì sera tra amici.

Il loro mettersi completamente a nudo, come persone, per il pubblico è un rischio ma anche un grande punto di coraggio e di forza: «Noi abbiamo questa componente di VERITA’, mi piace dire, che secondo me arriva nell’animo più profondo di ogni singolo uomo (detto con voce grave e suadente). E poi facciamo ridere! C’è bisogno di ridere».

Dopo un anno e mezzo di attività? «Ci siamo sciolti perché non ci sopportiamo più», dicono ridendo sotto i baffi.

I ragazzi hanno iniziato a fare le prove da qualche mese, cosa che prima non facevano mai e si presentavano ai concerti improvvisando tutto: «Siamo più produttivi, curiamo i dettagli». Da poco hanno iniziato a concentrarsi maggiormente sulla parte teatrale, lavorando a dei corti assolutamente non-sense da introdurre durante i concerti, concentrandosi anche sulla dizione «E quelle altre cose da attori».

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Cacciate il grano per il Jukebox Umano!

Il nuovo anno della Capra, tra tradizione e hi-tech

È da poco iniziato l’anno della capra, e in Cina si sono conclusi i festeggiamenti per il nuovo anno, con un imponente movimento di ritorno verso le grandi città di lavoratori e studenti che sono tornati a rivitalizzare le strade delle metropoli lasciate deserte durante le festività.

Quando in Cina si parla di Chunjie 春节 o Festa della primavera, in occidente noto come capodanno cinese, si pensa subito al Chunyun 春运, lett. “trasporto di primavera”, il più grande movimento migratorio al mondo a cadenza annuale, che interessa studenti e lavoratori che dalle grandi città tornano presso le proprie famiglie e villaggi d’origine per trascorrere le vacanze .Un movimento che inizia dalla terza settimana di gennaio e finisce alla fine di febbraio con circa 3,6 miliardi di viaggiatori stimati dal governo, una cifra superiore al numero effettivo della popolazione cinese dato con quasi tre viaggi stimati per cittadino cinese, distribuiti per le stazioni ferroviarie, gli aeroporti e le autostrade nazionali.

Una rappresentazione grafica del movimento di viaggiatori durante il Chunyun (via Baidu).
Una rappresentazione grafica del movimento di viaggiatori durante il Chunyun (via Baidu).

Motore principale di questo grande movimento di persone è la grande occasione di ricongiungimento familiare che il Chunjie rappresenta, motivo per il quale è una delle feste più sentite dalla popolazione cinese. Le festività per il nuovo anno durano per due settimane consecutive, dalla sera della vigilia, in cui si consuma un ricco banchetto in famiglia, alla sera del quindicesimo giorno del primo mese lunare del nuovo anno, con la Festa delle Lanterne.
Tra le attività tipiche del Chunjie si annoverano la preparazione della casa all’arrivo del nuovo anno, con addobbi di colore rosso su porte e pareti, segno di buon auspicio; il banchetto della vigilia, in cui non possono mancare i jiaozi, che per la loro forma simile al tael una antica moneta cinese, sono considerati simbolo di ricchezza e fortuna; la visione del Gran Galà di Capodanno, appuntamento irrinunciabili per le famiglie cinesi e trasmesso dalla tv nazionale CCTV, che quest’anno ha raggiunto un picco di 690 milioni di spettatori.

Gli addobbi e i paramenti di colore rosso utilizzati per preparare la casa al nuovo anno.
Gli addobbi e i paramenti di colore rosso utilizzati per preparare la casa al nuovo anno.

Il rosso benaugurale ritorna nel colore hongbao, buste decorate contenenti somme di denaro più o meno importanti, che vengono consegnate in dono ad amici, parenti e colleghi durante gli avvenimenti lieti, come l’inizio del nuovo anno. Una pratica che vuole essere un augurio di felicità e prosperità, oltre che una dimostrazione di rispetto e stima, e particolarmente cara al popolo cinese, tanto da essersi aggiornata con le nuove tecnologie.

Un esempio di hongbao telematica.
Un esempio di hongbao telematica.

Da qualche anno difatti, è possibile inviare le hongbao in maniera telematica, attraverso i maggiori social network e provider di pagamenti telematici cinesi.  Secondo la Tencent, società che gestisce l’app Wechat, i cinesi si sono scambiati durante queste festività di capodanno oltre un miliardo di hongbao in-app, a fronte di sole 20 milioni di buste rosse dello scorso capodanno.
La società Alipay ha comunicato che attraverso la sua app per pagamenti Alipay Wallet, solo nella vigilia di capodanno i cinesi si sono scambiati in dono hongbao telematiche per un valore di circa 642 milioni di dollari. Una bella dose di prosperità sia per gli utenti che per il business delle telecomunicazioni al servizio della tradizione.

Aida, come sei bella

“…Vi dissi però che sono occupato. Indovinate!…A fare un’opera pel Cairo!!! Auf. Io non andrò a metterla in scena perché temerei di restarvi mummificato”.

(16 luglio 1870. A Sant’Agata, mentre sta lavorando con Ghislanzoni, Verdi scrive all’amico bussetano Giuseppe Piroli)

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Oggi vi parlo dell’Aida di Giuseppe Verdi (in scena al Teatro alla Scala di Milano, dal 15 febbraio al 15 marzo, diretta da Zubin Mehta per la regia di Peter Stein). È un’opera in quattro atti, con la musica di Giuseppe Verdi e il libretto di Antonio Ghislanzoni. Andò in scena per la prima volta il 24 dicembre 1871 al Cairo, in una cornice molto fastosa e mondana alla presenza di molti principi e regnanti. Verdi non ci andò: era già alle prese con la prima italiana destinata invece alla Scala (1872). Non per questo il compositore si disinteressò alla messa n scena dell’opera, anche se lo fece con un certo distacco.

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Camille Du Locle, funzionario dell’Operà, era sempre alla ricerca di nuovi soggetti da proporre al più illustre dei suoi amici, e in questo caso pescò una vera bomba: per l’apertura dei canale di Suez, prevista per la fine del 1869, il khedive d’Egitto Ismail Pascià aveva deciso di dare al Cairo anche un nuovo teatro d’opera, per la cui inaugurazione era necessaria un’opera nuova. Si trattava quindi di trovare un soggetto accattivante, ed è qui che entrò in azione l’amico Auguste-Ferdinand Mariette, egittologo francese. Non si sa bene se fu la sua fantasia, o decifrando un papiro antico, o ascoltando il racconto di qualche vecchio egiziano; fatto sta che l’archeologo aveva pronta una misteriosa vicenda d’amore e di guerra giocata fra la figlia di un faraone, un prode guerriero egizio e una seducente schiava.

Aida, la figlia del re di Etiopia, vive come schiava a Menfi perché gli egizi l’hanno catturata durante una spedizione militare contro l’Etiopia e ignorano la sua vera identità. Suo padre, re Amonasro organizza un’incursione in Egitto per liberarla dalla prigionia. Fin dalla sua cattura, Aida si è innamorata del giovane guerriero Radamès, che è a sua volta innamorato di lei. La pericolosa rivale di Aida è la figlia del Re d’Egitto, Amneris. Indovinate chi sceglie Iside come comandante dell’esercito che combatterà contro Amonasro, il padre di Aida? Il suo amore Radamès, ovviamente. Intanto la principessa cattivona minaccia Aida che ha il cuore diviso tra amore per suo padre, la sua patria e il suo amante. Il padre di Aida viene fatto prigioniero ma nasconde la sua vera identità, incontra Aida e le svela che gli etiopi stanno nuovamente armandosi e le impone di chiedere a Radamès quale sarà la via che percorrerà l’esercito egiziano. Patatrac! Tutti vengono scoperti, gli etiopi, gli amanti. Alla fine muoiono sepolti vivi. Una tragedia strappalacrime.

L’occasione celebrativa che aveva dato il via all’opera doveva essere rispettata: quello che Verdi chiamava il bataclan (fasto, grandiosità, ricchi movimenti coreografici), doveva fare la sua figura. Ma Verdi sapeva molto bene che, per quanto si soffi nelle trombe, le sfilate e tutto quell’ambaradan sarebbero risultati un po’ amorfi, se non ci si metteva dentro una storia appassionante di uomini e di donne che si amano, si odiano, si combattono, si ammazzano. Il fascino di Aida sta proprio qui: i fasti e i clamori del trionfo non sono ancora del tutto spenti, mentre noi siamo già spettatori di un intimo dramma d’amore che ci coinvolge nelle incomprensioni tormentate di tre anime che appartengono a tre mondi diversi.

Ma non solo! Così come sulla scena il primissimo piano dell’amore si alterna (quasi a confondersi) con il campo lungo del cerimoniale, così nella partitura il discorso continuativo del dramma musicale lascia spazio ed esalta quegli “appuntamenti” tradizionali del melodramma, come le romanze e i duetti.

https://www.youtube.com/watch?v=8ymt0eI0wR8

Pequod meets AEGEE: Croatia VS Italy

Last week we went to Spain with Marta. This week is all about Croatia. It’s ridiculously close to Italy, but we don’t know a lot about it, about its culture and about its people. That’s why Pequod had a chat with Rina and Martina, two Croatian students who have just finished their Erasmus semester in Bergamo, Italy.

1. What’s your name? How old are you? Where do you study? What do you study?

– Rina Legović, 23, Rijeka, Law

– Martina Grdović, 24, Zagreb, Law

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Rina and Martina

 

2. Describe your country in three words (or phrases, or ideas, or places, or people…).

Rina: nature, cuisine, history – it’s a country that needs to be discovered!

Martina: historical heritage, natural beauty, pleasant climate.

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Martina sent us this picture of Zadar, Croatia

 

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This is Rina’s picture of Rijeka, Croatia

 

3. Why did you choose Italy? Use one word to describe what Italy represents for you.

Rina: I chose Italy because of the language and the culture. For me, Italy is a SECOND-HOME.

Martina: I wanted to improve my Italian and also enjoy Italian lifestyle. For me, Italy means FRIENDLINESS.

4. First three things that come up to your mind when you think about Europe. Do you consider yourself European?

Rina: Diversity, culture, travel. Yes, I consider myself European.

Martina: Home, certainty, beauty. I consider myself European.

5. Say something about Erasmus.

Rina: It has been an overwhelming experience, sometimes even surreal (heh)

Martina: Once you go Erasmus, it’s always Erasmus:) It’s a possibility to study abroad, but also to become friend with people from all over the world, to travel and to change your way of thinking.

6. Croatia, Italy, Europe: similarities and differences.

Rina: Our mentality is rather like the Italians’ one. The similarities are related to the cultural heritage, cuisine, people’s temperament. Certainly there are differences, sometimes concerning the little everyday things, other times are bigger, even crucial. However Erasmus taught me how to overcome these differences and free the mind from any prejudice.

Martina: We have similar humor, food and climate, but Italians are more relaxed, open and easy- going.

TEEM, la semina dell’asfalto darà i suoi frutti?

Scarpe da running che affrontano una strada impolverata disegnata nei campi coltivati, lo scorcio di un’antica cascina che, addobbata da salici piangenti, si adagia lungo il lento scorrimento del canale Muzza. Nei primi mesi estivi la distesa imponente di grano, fa da sipario allo spettacolo della natura, che con i suoi suoni, colori e ritmi contestualizza strutture secolari, attribuendo spiritualità ad una chiesetta quattrocentesca e preservando il suo secolare affresco.  Tutto questo era presente a poco più di quindici chilometri da Milano, già era, passato imperfetto, ma non troppo passato. Perché la modifica è ora più che mai in atto.

Il motivo? La viabilità. E’ infatti in fase di realizzazione un progetto assai portentoso, la TEEM (Tangenziale Est Esterna Milano), opera infrastrutturale per gran parte in via di conclusione. Il 23 luglio 2014 è stato aperto al traffico il primo tratto di 7 km[1] Pozzuolo Martesana-Liscate, denominato Arco TEEM. Il progetto finale darà vita ad un intricato complesso di svincoli di connessione autostradale a cavallo di due provincie (Milano – Lodi), unendo l’autostrada del sole all’altezza di Melegnano alla barriera di Agrate, crocevia delle direttrici A4 Torino Venezia e A8 Varese Malpensa. Dunque osservando le mappe, il gigante di cemento lungo 32 Km inghiottirà quasi 10 milioni di metri quadrati di aree agricole. Unendo ed intersecando le fondamentali e più importanti strade a scorrimento veloce che collegano il capoluogo lombardo alla parte orientale della regione. Ed è proprio da una di queste interconnessioni tra il nuovo progetto e la strada statale Paullese, che contestualizziamo il nostro racconto. A Paullo, l’ultimo comune della provincia di Milano, sorgerà uno dei caselli che garantirà l’accesso e/o l’uscita della TEEM, i lavori anche qui procedono spediti.Foto3

Per realizzare tutto questo tra il 2012 e il 2013 fu fatta partire la macchina amministrativa degli espropri, ai danni di numerose aziende agricole coinvolte. E’ cosi è del 2012 la testimonianza di due agricoltori… “Sono arrivati un anno fa. Ci hanno detto che o prendevamo quello che ci offrivano loro oppure entravano e facevano lo stesso i lavori. Così si sono portati via quasi il 30 per cento della nostra terra”. Dunque a fronte di una spese dell’intera opera calcolata intorno ad oltre i 1.500 milioni di Euro, denuncia la Coldiretti Lombarda attraverso il suo Presidente- Ettore Prandini – gli agricoltori non hanno visto un soldo, gli unici indennizzi versati sono a quei pochi che per necessità hanno dovuto accettare le pesanti condizioni degli espropri”. In pratica – spiega la Coldiretti Lombardia – a fronte di un valore di mercato che nel Lodigiano raggiunge i 15 euro al metro quadrato e che nel Milanese può raggiungere anche i 40 euro al metro quadrato, la Teem vuole andare nelle aziende e prendersi tutta la terra che vuole pagandola la metà: 8,70 euro al metro in provincia di Lodi e 11,57 euro al metro in quella di Milano, senza contare i danni all’attività produttiva. Dunque il braccio di ferro tra due diversi mondi è in atto, il sud-est milanese legato storicamente al territorio lodigiano da una forte connotazione agricola, versus il mondo cementificato interconnesso ed iper moderno della Milano dell’Expo. Foto4

Ormai sembra chiaro la parte di Lombardia che prevarrà, ma sarà davvero la scelta più giusta? Questo agevolerà davvero la viabilità? Insomma vi sono molti punti interrogativi all’orizzonte, e poche certezze, tra le quali la perdita di quasi 18 milioni di chili di mais, mentre solo nel tragitto della Tangenziale Est Esterna sono a rischio circa duemila mucche. Tutto ciò in ossequio al tema della Fiera Internazionale, “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” … to be continued…

[1] http://www.milano-lodi-monza-brianza.coldiretti.it/milano-venerdi-18-7-a-milano-blitz-agricoltori-contro-il-cemento-che-fa-strage-di-piante-e-animali.aspx?KeyPub=GP_CD_MILOMB_HOME%7CCD_MILOMB_HOME&Cod_Oggetto=60205181&subskintype=Detail

L’Aquila rinasce

Era il 6 Aprile del 2009, quando una forte scossa di terremoto ha in buona parte distrutto l’Aquila, capoluogo dell’Abruzzo.

Attualmente sono passati 7 anni da quel fatidico periodo e le condizioni non appaiono molto diverse.

Dall’autostrada che porta al Parco nazionale del Gran Sasso, in lontananza, si vedono numerose gru che emergono dal capoluogo, e ognuna di queste, per gli aquilani è simbolo di speranza, perché dimostrano l’avviamento delle ristrutturazioni e delle costruzioni dei palazzi in rovina. Percorrendo le strade del centro si distinguono sia gli stabili abbattuti dal terremoto, che ricordano le costruzioni colpite dai bombardamenti in tempo di guerra, sia gli edifici e le opere d’arte rimessi a nuovo.

Tra i vari edifici storici ristabiliti, in Piazza San Vito si trova il simbolo dell’Aquila: la “Fontana delle 99 cannelle”, costituita da 99 volti, dalla quale fuori la bocca esce uno zampillo d’acqua.

I soli esseri viventi presenti nelle vie deserte, sono gli operai che lavorano infaticabilmente nei cantieri, qualche raro abitante rimasto nella propria residenza e i cani randagi. La vita quotidiana della maggior parte degli sfollati continua poco fuori dal centro, nelle case prefabbricate e nei molti centri commerciali.

Anche se ci vorranno molti anni per completare i lavori, la pazienza agli aquilani non manca e nonostante il dolore provato, non mollano e guardano avanti, con la voglia di lottare per riacquistare la propria esistenza.

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Who is BOB? Storia di una futura star di YouTube

Ormai youtube è una realtà consolidata e si è affermato come mezzo di comunicazione alternativo alla tv e al cinema e con un proprio linguaggio.

Oggi Pequod vi porta alla scoperta di questo mondo e in particolare di uno youtuber: Giuseppe Liuzzo, in arte BOB.

Noi lo abbiamo intervistato per voi.

Giuseppe abbiamo saputo che il tuo canale ha da poco superato i 5500 iscritti ed è in rapida crescita. Cosa ti ha spinto a fare lo youtuber e a far parte di questo mondo?

L’unica spinta ricevuta è quella che mi ha fatto cadere dal seggiolone quando ero bambino!

Non mi ritengo uno Youtuber, sono con un piede dentro e uno fuori dalla community. I video su Youtube mi piacciono, li faccio perché consentono di parlare con tante persone in tutto il mondo.

Quindi come ti definiresti?

Citando e modificando le parole di Nonno Simpson posso dirvi che «Il mio BOB non è uno Youtuber! Sarà pure un bifolco, uno zotico, uno youtuber… Ma vi assicuro che non è una pornostar!».

Come mai hai scelto per il tuo canale il nome BOB? Cosa rappresenta per te?

BOB non è solo il nome del canale, ma il nome di un guru spirituale, una vocina interna che ci da sempre i “consigli sbagliati”, così detti dalla società, ma magari poi ti accorgi che tanto sbagliati non sono. È il balordo che ti impone di fare solo ciò che ti piace, lo zotico che ti costringe a licenziarti se ti trovi incastrato in un lavoro che non ami, il bifolco che ti dice di provare sempre anche se non sai cosa stai facendo.

Quindi BOB è qualcosa che rappresenta ben più di un alter-ego.

Diciamo che BOB non è un personaggio, è una filosofia. Who is Bob? Io amo dire che BOB sei tu: barba incolta anti datore di lavoro, cappellino perenne da «Hey mica devo pettinarmi» e assenza di tratti somatici, di volto… Se dentro vedi la tua faccia, mi dispiace ma… BOB sei tu!

Di che cosa ti piace trattare nel tuo canale?

Della cosa più bella del mondo: il nulla! Come ti ho detto non faccio lo youtuber, quindi non ho un palinsesto o una scaletta. Faccio quello che mi pare, sul canale si spazia da video molto leggeri (come il tutorial su come realizzare un casco con un’anguria) a video dove si parla di comunicazione, branding e grafica e video di cucina non proprio salutista!

L’uomo dietro BOB, Giuseppe Liuzzo, che lavoro fa nella vita?

Nella vita faccio il Graphic Designer, ma mia madre ancora oggi non ha ben capito il mio lavoro e non solo lei! Mi occupo di creazione di sistemi di Branding e comunicazione aziendale per diverse aziende nazionali e internazionali, progetti di grafica editoriale e web,  insegno Branding allo IED di Milano

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Nonostante tu non abbia una scaletta fissa, sei molto attivo su Youtube. Come riesci a far conciliare lavoro e passione?

Conciliare? Magari! Ho un libretto pieno di idee per i video, ma trovare il tempo di realizzarli è un’impresa.

YouTube inizia a diventare ormai quasi un lavoro full-time, ma al contrario del mio vero lavoro non porta il pane a casa, quindi saltello e perdo ore di sonno cercando di portare avanti entrambe le cose finché una delle due darà qualche risultato.

Il tuo impegno su YouTube è finanziato da qualcuno? Fai parte di qualche network?

Sono sotto un network, YAM112003 ma un network non finanzia, dà solo la partnership con google. Non ho mai avuto un finanziatore oltre a me stesso. L’unica altra fonte di finanziamento viene dalla vendita delle magliette BOB, soldi che per scelta non utilizzo per me ma per incrementare la qualità dei contenuti video.

Quali sono le potenzialità di YouTube come medium per l’intrattenimento rispetto ai canali tradizionali (tv, giornali, radio)?

Appartengo ad una generazione nata senza dual screen, touch device ma penso che la principale caratteristica che rende YouTube il medium perfetto (rispetto alla TV ovviamente) è che si adatta a te, ai tuoi orari ai tuoi gusti e ti permette di spatinare l’intrattenimento, abbattere la falsità dello studio televisivo.

Youtube, anche se non è sempre così, cerca di trasmette la realtà, dal gattino che suona il pianoforte al vlog di qualcuno che parla di fumetti giapponesi. È la prova ufficiale che ormai la vita reale è quella digitale non viaggiano nemmeno su due linee parallele, anzi, la digitale, con la sua assenza di filtri, timori e sentimenti ha largamente superato quella reale, purtroppo o per fortuna.

Concludendo ci potresti dire i nomi di tre youtuber che stimi molto e coma mai loro?

E facciamo sta marchetta: Francesco Sole, Favij e Frank Matano! No scherzo.

Sicuramente al primo posto Cucina con D, il mio socio, con lui siamo molto amici e collaboriamo in uno show chiamato ORRORI DA DISCOUNT, lui ha un canale di cucina dove propone ricette interessantissime.

Dellimellow , non solo per i suoi video, ma essendo io all’antica lo stimo come persona e di lui ammiro la costanza e la passione che mette nel mezzo Youtube, inoltre penso che abbia provato a tutti che questa piattaforma non è solo video da e per ragazzini, ma può fare informazione, può aprire dialoghi e dibattiti e ovviamente anche creare polemiche e influire seriamente sugli avvenimenti della società.

Il terzo è ultimo è Giorgio Taverniti, che spiega il misterioso mondo dei social network, della comunicazione e della tecnologia. Pur non capendo nulla di questi argomenti mi piace provare a credermi un esperto e quindi adoro i suoi video e gli argomenti che tratta: fa capire come il mondo della comunicazione digitale abbia un peso ed un’importanza enorme sulle nostre vite.

A questo punto non resta che andare alla scoperta di questo canale e ricordate: a chi parla solo di Yotobi, PiewDiePie o di Nonapritequestotubo, dite che YouTube è molto di più, YouTube è anche BOB!

Vivere l’imprevisto: un viaggio in America Centrale

Il legame fra il Messico e Matteo, protagonista di questo viaggio, nasce nel 2011, quando da studente di Scienze dell’Educazione si reca sulla costa pacifica per un tirocinio in una zona rurale. Da quest’esperienza sono nati sia la sua tesi di laurea che il suo viaggio, durato quattro mesi, alla scoperta dell’America Centrale.

Il suo è stato un viaggio all’insegna dell’imprevisto: «Nessuna programmazione, perdersi, chiedere alla gente e vivere ciò che capita, alla giornata».

Arrivato a Città del Messico a inizio settembre, dopo qualche giorno lascia questa popolosissima megalopoli per spostarsi verso il Pacifico, nella zona della Sierra Sur, dove si svolgono i demascal, riti per ringraziare la terra e le forze della natura.

Tramonto sulla Sierra Sur.
Tramonto sulla Sierra Sur.

Da lì il viaggio continua lungo la costa, per trascorrere qualche giorno nella eco aldea di un’amica, presso la comunità di Zipolite. Si tratta di una specie di abitazione in legno immersa nella foresta, non distante dalla spiaggia. Qui, fra erbe medicinali e piante da frutto, c’è tutto quello che serve per condurre una vita semplice a contatto con la natura, con tanto di spazio per la meditazione con vista sull’oceano.

Eco aldea nel bosco presso Zipolite.
Eco aldea nel bosco presso Zipolite.

Lasciato il rifugio nei boschi sotto una pioggia torrenziale, la tappa successiva è la città di Oaxaca, dove proprio in quei giorni si stanno svolgendo delle manifestazioni per i desaparecidos: 43 ragazzi di una scuola rurale messicana sono spariti e 8 sono stati uccisi dai militari nel corso di una protesta. La fuga ideale dal caos cittadino è Hierve el Agua: splendidi laghetti di montagna che si aprono sugli altipiani messicani.

Hierve el Agua.
Hierve el Agua.
Hierve el Agua.
Hierve el Agua.

La prossima meta è forse la più impegnativa del viaggio: le comunità zapatiste nel Chapas. Dopo una serie di complicate procedure, dovute alla difficile posizione degli zapatisti nello stato messicano, che non li riconosce, Matteo trascorre due intense settimane in una di queste comunità autogestite. Racconta: «Fare la legna è la cosa fondamentale, il nostro alloggio si trova a 2800 metri di altitudine ed è in mezzo al bosco»

Lasciato il Chapas, un incontro casuale fa dirottare il viaggio verso il Nicaragua, raggiunto dopo due interi giorni in pullman, attraversando il Guatemala e El Salvador. L’arrivo a Granada, sul Lago de Nicaragua, è il punto di partenza per una visita ad una stupefacente isola vulcanica “a forma di infinito”, Ometepe, vero e proprio paradiso naturalistico composto dai vulcani Madera e Concepcion (vedi foto in copertina). Il soggiorno sull’isola è un’avventura a sé: girata tutta in autostop e a piedi, Ometepe è popolata da persone meravigliose, scimmie e coloratissime farfalle. Addirittura, gli isolani dicono che nel lago ci siano squali d’acqua dolce! Il piatto tipico è il “gallo pinto”, composto da riso e fagioli serviti solitamente con uova e insalata. A sud dell’isola, quasi al confine col Costarica, una coppia di ragazzi (lei argentina, lui francese) hanno costruito una strabiliante eco aldea con materiali naturali e di recupero.

Lago de Nicaragua, vista del vulcano Madera.
Lago de Nicaragua, vista del vulcano Madera.
Ojo de Agua, fiume termale sull’isola di Ometepe.
Ojo de Agua, fiume termale sull’isola di Ometepe.

E’ tempo di tornare verso nord. Passando per le piantagioni di caffé, il prossimo obiettivo è la Costa Atlantica dell’Honduras. La Ceiba si affaccia su delle isolette da sogno, irraggiungibili a causa del maltempo. Dopo quattordici ore di attesa alla frontiera tra Guatemala e Messico, il viaggio di Matteo termina con l’arrivo al punto di partenza, la capitale messicana, come a chiudere il cerchio di questi quattro mesi di meraviglioso errare nell’America Centrale.

 

In copertina: Vulcano Concepciòn, Onetepe, Nicaragua [ph. Adalberto Hernandez Vega CC BY-SA 2.0/Wikimedia Commons]

Pioggia, vapore e velocità

Dimenticatevi del tempo, perdete ogni memoria storica e assaporate, invece, l’intensità racchiusa in ogni istante del lungo incontro con il pittore della luce.

Vivace ed emozionante sarà la scoperta dei molti colori che compongono il ritratto di Mr. Turner. Un ritratto interiore, certamente, ma realizzato con l’ingegno e la sofisticatezza di un film che richiede attenzione costante, perché è vero che il film guida gli occhi del pubblico verso i molteplici momenti della vita del pittore, ma è anche vero che non offre mai alcun indizio per l’interpretazione di questi attimi di vita.

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Dall’inizio alla fine, i mille frammenti dell’esistenza del signor Turner vengono evocati attraverso l’astuta costruzione delle scene le quali: espongono i retroscena dell’apparente e disinvolta sicurezza del protagonista (esternata ad esempio dal confronto con gli altri membri dell’Accademia); eppure evitano di offrire alcuna linea guida che riveli qualcosa di troppo.

L’intero film abbandona ogni schema. Non è presente, infatti, nessuna didascalia che introduca il dramma, o che spieghi il tempo e il luogo dell’azione. L’intero universo, custodito dal film, è lasciato alla comprensione e all’interpretazione. Padrone delle scene è dunque “il non detto”.

Nel breve scambio di battute tra William Turner Sr. e il droghiere, ad esempio, non verrà mai data risposta alla domanda sul prezzo della vescica di blu oltremare.

Misteriosi e ambigui sono i rapporti tra il protagonista e la sua famiglia. Più volte, infatti, verrà negata dallo stesso Turner l’esistenza delle figlie, persino al momento della morte di una delle due.

Solo al padre, con cui vivrà parecchi anni, è concessa un’evidente purezza d’affetto, mentre ben altra considerazione è nutrita dal protagonista nei confronti della domestica e della vedova Sophia Booth, le due donne a cui sono riservate le emblematiche scene finali del film.

Mr Turner scene from film

Dietro il volto di Timothy Spall, l’artista viene poco a poco presentato in particolari istanti di vita, la cui caratteristica è quella di impressionare i vari volti di una personalità multiforme, in continuo mutamento. E’ proprio dalla morte del padre che si assiste alla trasformazione, che porterà William Turner all’abbandono dei luoghi familiari e all’appassionante evoluzione del suo stile.

Nonostante la lunghezza del film, non si perde mai l’interesse per l’evoluzione di questo personaggio così degnamente interpretato.

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Al fianco del protagonista, cast e scenografia colorano la pellicola e creano, nel loro insieme, un’affascinante e viva ambientazione. Difficilmente si può assistere a interpretazioni così eleganti sul set, eppure straordinariamente adeguate al palcoscenico.

Mike Leigh ha diretto un film così denso di sentimenti da rammentarci che con la cinepresa si possono ancora creare opere d’arte.

Concorso poesia “BELLA”

Non dedicarmi troppo tempo,
non pormi tante domande.
Non sfiorare la mia mano
con i tuoi occhi buoni, fedeli.

Non seguirmi in primavera
lungo le pozzanghere.
Lo so: una volta ancora, nulla
verrà fuori da questo incontro.

Forse pensi: è per superbia
che non mi vuole amico.
Non la superbia – l’amarezza
tiene così alta la mia testa.

(Bella Achadovna Achmadulina, 1937-2010)

Pensate alla Russia post-staliniana, e alla seppur lieve libertà che il disgelo aveva concesso agli artisti; immaginate una donna – una poetessa – figlia di padre tataro e di madre russo-italiana. Forse così potete iniziare ad immaginare Bella Achmadulina, poetessa e traduttrice sovietica attiva nella seconda metà del Novecento, una fra le più stimate autrici dell’epoca, appartenente a quel gruppo di letterati che aveva deciso di rimanere in patria, nonostante la non facile vita degli artisti all’epoca della censura comunista. Con queste parole la scrittrice e grande conoscitrice della Acmadulina Annelisa Alleva descrive l’attività della poetessa: “Scrittura, notte, insonnia e solitudine sono le quattro tormentose sorelle che l’hanno accompagnata tutta la vita”.

Bella Achmadulina
Bella Achmadulina

Per onorare la memoria della grande e tormentata Bella Achmadulina è stato istituito nel 2012 il premio di poesia russo-italiana “BELLA”. Infatti, dato il legame dell’artista con l’Italia, dovuto alle origini della madre e ai rapporti professionali che la stessa Bella intratteneva con gli scrittori italiani, il concorso vuole incoraggiare anche la poesia in lingua italiana.

Anche quest’anno il premio si rivolge ai giovani russi e italiani fino ai 36 anni, e si articola secondo le seguenti categorie:

  1. “Poesia italiana” – per gli autori italiani dai 18 ai 36 anni;
  2. “Poesia russa” – per gli autori di lingua russa in età tra i 18 e i 36 anni;
  3. “Saggio di critica letteraria o biografico sulla poesia contemporanea».
  4. “Sfiorando Kazan” – per le poetesse della Repubblica del Tatarstan in età dai 18 ai 36 anni.

Bella 2

Le opere per la candidatura al Premio in lingua italiana possono essere proposte personalmente dagli autori di opere poetiche ed anche da parte di gruppi artistici, entro e non oltre il 1 marzo 2015. I vincitori saranno proclamati il 10 aprile 2015 e riceveranno un premio di 100.000 rubli, oltre all’attestato e all’invito a partecipare alla cerimonia di premiazione, che avverrà nel mese di maggio.

La giuria italiana sarà composta da Stefano Garzonio, professore di Slavistica presso l’Università di Pisa, nonché membro del Comitato Internazionale degli Slavisti e del Comitato Internazionale per lo studio dell’Europa Centrale ed Orientale, Alessandro Niero, professore dell’Università di Bologna e traduttore, dal poeta Davide Rondoni, da Maria Ida Gaeta, direttrice della Casa delle Letterature di Roma, e dalla poetessa, saggista e traduttrice Annelisa Alleva.

Giulia Rusconi, vincitrice della sezione italiana dell’edizione 2013-2014 del Premio, alla cerimonia di premiazione
Giulia Rusconi, vincitrice della sezione italiana dell’edizione 2013-2014 del Premio, alla cerimonia di premiazione

Contatti utili per chi fosse interessato a partecipare e volesse ulteriori informazioni sulle modalità e sul regolamento:

Olga Strada, coordinatrice del premio: bella.award.it@gmail.com

Sito ufficiale del premio “BELLA”: www.bella-award.ru

Pequod meets Aegee: Spain VS Italy

Last week we interviewed two German girls and tried to find out what they think about Italy and Europe. This week we’ll do the same with a Spanish girl, who as well is spending her Erasmus in Italy. We usually think that Italian and Spanish people are similar, because of the fact that we’re both Latin peoples… Let’s find out what she thinks…

1. What’s your name? How old are you? Where do you study? What do you study?

Marta, 21, I study Business Administration in Albacete.

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Marta in Venice, Italy

 

2. Describe your country in three words (or phrases, or ideas, or places, or people…).

First, people are very warm, close to each others. Second, the sun. Third, Spain is a lively place.

3. Why did you choose Italy? Use one word to describe what Italy represents for you.

Mainly, I chose Italy because it’s similar to Spain. What I mean is that here culture, food and people are not so different than in my country. Of course there are some differences but not that much. Besides, the language is something that made the choice more attractive. In facts, even if you haven’t studied Italian before, it’s so easy for Spanish people to understand it!

For me the best short description of Italy is GOOD FOOD.

paella
Marta: “I took this picture in Valencia and I think Paella and Sangría are pretty Spanish things”

 

4. First three things that come up to your mind when you think about Europe. Do you consider yourself European?

Freedom, open-mind, equality. Yes, I’m European.

5. Say something about Erasmus.

Party, many foreign people to meet, new experiences.

6. Spain, Italy, Europe: similarities and differences.

As I said before, Spain and Italy have too many similarities. But there’s an important difference: MEALTIMES!