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Io non mi sento mafioso, ma per fortuna o purtroppo lo sono

L’altra sera stavo guardando una puntata di Announo, la versione “Orzo Bimbo” di Annozero. Tra gli ospiti in studio il Procuratore Nicola Gratteri. Ora, per i pochi che non lo sapessero, Gratteri è uno che oltre a fare il suo lavoro nella magistratura, utilizza le ferie per andare a parlare nelle scuole ed è spesso ospite in convegni e festival, dove spiega cos’è la criminalità organizzata, perché la ‘ndrangheta è sempre più forte e, soprattutto, come si potrebbe renderla più debole, talvolta anche solo con rapide mosse legislative. Nella suddetta puntata, si parlava d’ “er sistema”, del “mondo di mezzo”, di questa nuova mafia che si sarebbe ripresa Roma come, a suo tempo fece “Er Libanese” del libro, del film e della serie tv.

A un certo punto Gratteri si è messo a parlare di scuola, istruzione (che è diversa dalla cultura). La domanda è sorta spontanea: perché mai questo magistrato, invece di raccontarti operazioni di polizia, di famiglie di ‘ndrangheta, di riciclaggio e morti ammazzati, si mette a discutere di cultura e di istruzione?

Siamo una comunità che ha bisogno di liberarsi della mafia. Prima di tutto da quella di tutti i giorni, di un sistema sociale che ha sviluppato agenti patogeni mafiosi in ogni contesto. Dei legami di sangue, della corruzione politica, del sodalizio tra la criminalità e certi soggetti/ambienti delle istituzioni, si è già detto molto. Il punto è che viviamo in un Paese ad alta concentrazione criminale e in cui il pensiero mafioso si annida dappertutto. Non soltanto (attenzione!) nel sottobosco, nelle periferie o nelle alte sfere della finanza, e nemmeno più soltanto nelle catapecchie di campagna dove globuli e piastrine malavitose si legano a San Michele Arcangelo.

In moltissimi casi il raggiungimento di un obiettivo professionale e lavorativo è subordinato al compromesso con il sistema. Che molto spesso è intriso di regole non scritte (e per questo poco documentabili, se non dall’esperienza individuale) che possono definirsi mafiose. Stiamo parlando di un sistema che ci sta seppellendo tutti. La ‘ndrangheta non è brutta e cattiva perché usa le armi e traffica droga (almeno, non solo per quello). La ‘ndrangheta toglie speranze al futuro. Crea assistenzialismo, sottosviluppo. Si nutre di soprusi e di abusi. Attraverso un modus operandi che (ahinoi!) si sta diffondendo anche in altri ambienti. Nelle università, negli ospedali, nelle aziende, in moltissimi ambiti lavorativi e non solo. Il pensiero ‘ndranghetista e mafioso, in generale, è un nostro problema quotidiano.

Un problema che, soprattutto negli aspetti fin qui descritti, la crisi economica ha reso sempre più evidente; emerso dopo che per anni è stato nascosto sotto al tappeto, come la polvere del detto popolare. Perché se è vero che c’è la ‘ndrangheta delle pistole e delle valigette, è altrettanto vero che ce n’è un’altra che cresce dentro di noi, inoculata dal nostro sistema sociale e alla quale è molto facile assuefarsi. Una serie di regole non scritte, protocolli e norme che devono essere seguiti per poter stare dalla parte del successo. Le stesse regole per cui Gratteri non è diventato ministro di Grazia e Giustizia. Napolitano dixit.

Incanto e magia durante la Fête des Lumières di Lione

La festa delle Luci è nata la sera dell’8 dicembre 1852, quando gli abitanti di Lione accesero delle candele nelle loro case per celebrare l’installazione della statua della Vergine Maria sulla collina di Fourivère. Da quel giorno la festa si è ripetuta ogni anno ed è diventata oggi uno degli eventi più importanti e attesi della città. All’inizio di dicembre tutta Lione s’illumina per festeggiare l’Immacolata Concezione, e annuncia Natale con quattro notti sotto il segno della luce, della festa e dell’incanto. Durante queste giornate, uniche nel loro genere in Europa, s’incontrano i più importanti artisti della luce che, appena fa buio fino a notte inoltrata, presentano oltre settanta installazioni in ogni quartiere della città, facendo brillare la bellezza dei principali luoghi e monumenti. La città si trasforma in un luogo di magia e creatività, capace di estasiare ed emozionare ben quattro milioni di visitatori, provenienti dalla Francia e dall’estero. Camminando per le strade, le piazze, attraversando i parchi e osservando edifici che si trasformano in giochi animati, ci si riempie di luce e di energia e ci si sente parte di qualcosa di talmente speciale e unico e per cui vale davvero la pena attraversare le Alpi in pullman viaggiando per sette lunghe ore, come è capitato a me.   [metaslider id=2937]

Expo e i giovani: storia di una promessa non mantenuta

Stamattina dalle 11 Milano è stata protagonista di due cortei organizzati dalla Cgil e dalle organizzazioni studentesche per lo sciopero contro il “volontariato” e i contratti di lavoro proposti da expo 2015. Ci siamo messi in contatto con Studenti per l’Altra Europa, un movimento giovane composto da studenti e giovani lavoratori nato dopo la campagna elettorale proposta da Altra Europa.

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Due i cortei, uno partito da porta Venezia e organizzato da Cgil e quello delle associazioni studentesche che muoveva da Cairoli. Tra le associazioni, presente anche #iononlavorogratisxexpo e Studenti per l’altra Europa. Il motivo che ha spinto studenti e non a scendere per le strade è la promessa mai mantenuta di Expo di portare 18.000 posti di lavoro: si sono rivelati 850 posti effettivi e 10000 posti come volontari, ossia non retribuiti. La giustificazione è il poter fare esperienza affacciandosi al mondo del lavoro, ma nella realtà abbiamo giovani studenti che effettuano quella che può essere considerate a tutti gli effetti un’ attività lavorativa senza una minima retribuzione, creando un profitto a senso unico per aziende e datori di lavoro.

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E gli 859 posti come vengono gestiti? Vengono proposti contratti precari che possono essere sfruttati solo in ambito Expo, quindi senza garanzia di continuità. L’insoddisfazione generale per la gestione di questo evento mondiale è sempre maggiore, mancano pochi mesi ormai, e a Milano gli scioperi diventano sempre più frequenti.

Barcellona: una rumba tra le feste, la cultura e l’indipendenza

Barcellona. Una parola, un luogo che fa pensare immediatamente al divertimento e alla vita da spiaggia con una birra economica fra le mani. Per i tifosi, Barça é un pensiero che corre dietro a L. Messi. Per i più “culTuristi”, si tratta di Gaudì ad ogni piè sospinto tra Parque Guell e la Sagrada Familia, ma anche Macba e Museo il Museu d’art de Catalunya.

Questo è il punto: l’identità catalana é qualcosa di molto forte e tangibile, qualcosa che va oltre al cliché della Spagna. Tutto vero, proviamo a pensare passo dopo passo a quello che possiamo trovare; passi veloci e precisi come quelli della rumba, sia beninteso!

La vita notturna di questa città rispecchia davvero l’ immaginario collettivo: si può bere tutta la notte, senza troppo spendere, se non in dignità; ci sono quartieri come quello del Raval in cui si trovano locali e piccoli club uno accanto all’altro. La vita da spiaggia a Barça d’inverno é appena immaginabile; ma tutta la notte fino all’alba si può vivere o quantomeno sentir parlare di feste, after parties.

All'alba
All’alba

Il mondo intero conosce l’opera dell’architetto Gaudì che si può ammirare per le strade di Barcellona. Basta puntar gli occhi al cielo e cercare qualcosa di terrificante come il dorso di un rettile nel tetto della casa Batlò o la bocca di un terribile orco nella facciata della Sagrada Familia.
La visita alla chiesa è abbastanza cara, ma il prezzo è giustificato dal fatto che i proventi della vendita dei biglietti sono i finanziamenti per la costruzione dell’ultima torre: entro il 2025/2026 si prevede la conclusione del progetto iniziato da Gaudì nel 1883.

Sagrada Familia
Sagrada Familia

Quando ci si avvicina al museo d’arte contemporanea di questa città ci si sente un po’ europei: si percepiscono le influenze di diversi paesi e culture; giovani skaters disegnano danze sulla piazza. L’edificio ospita esposizioni temporanee, una biblioteca e angoli per lo sviluppo della ricerca artistica. Fino al 12 aprile 2015 si consiglia di visitare tra le altre esposizioni la collezione di Philippe Méaille “Art & language incomplet”.

MACBA
MACBA

Il Museo dell’arte catalana custodisce un’importante collezione di arte romanica ed è stato costruito per l’ Esposizione Universale del 1929 come la “fontana magica”, una delle attrazioni di Barcellona che si rivolge ai turisti e alle famiglie locali che si ritrovano tutti i fine settimana a godere dello spettacolo dei giochi d’acqua, proprio ai piedi della collina del MontjuÏc.

 

FOTO4 repertorio wiki 2012

Referendum indipendenza
Capitale economica del Regno d’Aragona e attualmente una delle regioni più ricche della Spagna, da diversi decenni la Catalunya chiede la sua indipendenza dal potere centrale retto da Madrid. Proprio il 9 novembre 2014 si è tenuto un referendum nel quale si chiedeva ai cittadini di esprimersi sulla volontà di fare della Catalogna uno Stato e se sì, uno stato indipendente. Due milioni di catalani si sono presentati alle urne (un terzo degli aventi diritto) e l’80% ha risposto sì.

In copertina: Parco Ciutadella, Barcellona [ph. Lesia Pko CC0 via pxhere]

Fargo: la recensione

Il 2014 è stato senza dubbio un grande anno per le serie televisive. Ha infatti visto il debutto, oltre che della già citata True Detective, di molti prodotti interessati, primo su tutti Fargo, la cui prima stagione ha avuto un enorme successo, come hanno dimostrato gli Emmy Awards di quest’anno (che verranno però ricordati per il trionfo dell’ormai iconica Breaking Bad), conquistando i premi per miglior miniserie, miglior regia e miglior casting.
Prodotta da FX insieme a MGM, Fargo si ispira in parte all’omonima pellicola dei fratelli Coen, che questa volta figurano solamente come produttori esecutivi. Molti sono dunque i riferimenti al film del 1996 e in generale al cinema dei Coen, come l’indicazione, presente all’inizio di ogni puntata (This is a true story. The events depicted took place in Minnesota in 2006. At the request of the survivors, the names have been changed. Out of respect for the dead, the rest has been told exactly as it occurred.), oppure, nel primo episodio, un cartello che pubblicizza il White Russian, il cocktail targato “Drugo” (Il grande Lebowski).

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Gli episodi sono dieci, ambientati sempre in Minnesota come per il film. Ma i protagonisti sono diversi e così gli interpreti. Billy Bob Thornton, con il volto incorniciato da una frangetta con cui non siamo abituati a vederlo, è Lorne Malvo, il forestiero killer professionista. Al suo fianco nella discesa verso gli inferi della spirale omicida, c’è Martin Freeman, il Bilbo de Lo Hobbit, che interpreta il marito modello (almeno all’inizio) Lester Nygaard. E poi il ruolo femminile, di un agente che impara col tempo ad essere un buon investigatore, è affidato a Allison Tolman.
Va detto che il premio per il casting è abbondantemente meritato in quanto, specialmente nel caso di Thornton e Freeman, questa serie dà vita a personaggi memorabili (alcuni anche candidabili allo status di cult), i quali non possono essere che frutto di una straordinaria recitazione.

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L’umorismo nero dei fratelli Coen è quasi pervasivo e, coniugato a un’ambientazione che richiama una Twin Peaks in versione invernale, crea un’atmosfera di tensione quasi surreale, che cresce e si alimenta di puntata in puntata.
Insomma, di certo non assisterete alla solita trama poliziesca scontata, ma il divertimento (e l’intrattenimento) stanno nell’immaginare quale possa essere la sorte dei personaggi e tutto sembra essere possibile.
Emerge da subito il forte contrasto tra le persone semplici della campagna del Minnesota, i normali cittadini, e il killer spietato, Lorne Malvo, personaggio cupo e misterioso, che diffonde attorno a sé un alone maligno e indecifrabile, un male la cui incomprensibilità è direttamente proporzionale alla paura e al disagio che scatena in chiunque egli incontri.
Notevole inoltre è l’approfondimento psicologico di ogni personaggio, che agisce in base alle sue convinzioni, alle sue capacità e alla sua morale, il che rende quasi impossibile, da parte dello spettatore, dare giudizi inquadranti sulle figure si trova di fronte.

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Fargo è stato trasmesso negli States a partire dal 15 Aprile di quest’anno e farà la sua comparsa qui in Italia proprio questo mese, su Sky Atlantic. Quindi, chi non l’avesse ancora visto perché frenato dalla barriera linguistica, ora non avrà più scuse.
La seconda stagione, già in produzione, tratterà di vicende differenti con altri personaggi, ma in ogni caso resterà legata al contesto geografico del Minnesota.
Siamo giunti al termine, come sempre spero di avervi convinto a dare una chance a Fargo, perché la merita, veramente.
Saluti e alla prossima!

Dalla terra allo spazio. I viaggi extraterrestri raccontati sul grande schermo

di Jessica Pompili e Ludovico Lanzo

Interstellar altro non è che l’ultimo esempio di un lungo elenco: prima di lui, infatti, la storia del cinema ci insegna che, sin dagli albori, numerosi cineasti hanno cercato di raccontare storie che vanno al di là del comune, trasformando in reale ciò che prima poteva essere considerato assoluta fantasia. L’immaginazione è stata la prima forza in grado di condurre l’uomo nello spazio e spingerlo a valicare limiti, solo in apparenza, insormontabili.  Per dirla alla Hitchcock: «C’è qualcosa di più importante della logica: l’immaginazione».

E’ il 1969 la data a cui si fa risalire la notizia del primo vero atterraggio dell’uomo sulla Luna, ma già nel 1902 uno dei “padri del cinema” aveva realizzato Le Voyage dans la Lune. L’indimenticabile film di Georges Méliès ha probabilmente dato il via al filone dei film di fantascienza, diventando un’icona sacra del grande schermo.

Insterstellar di Christopher Nolan (2014)

Inizia proprio dal capolavoro di Méliès il nostro percorso alla scoperta dei film che parlano dei viaggi dell’uomo che, dalla terra, si mette in viaggio alla volta dello spazio infinito. Gli space movie, nonostante inizialmente fossero film a budget ridotto, riescono comunque a farsi strada.

Le avventure di Flash Gordon, alla fine degli anni ‘30, diventano un serial cinematografico di discreto successo mentre gli anni ’60 vedono, con la regia di Franklin J. Schaffner una delle pellicole più acclamate dell’epoca: Planet of the Apes (Il pianeta delle scimmie). Il film diventa subito un cult di grande successo dagli straordinari effetti speciali.

Charlton Heston e Kim Hunter in Planet of the Apes diretto da Tim Burton (2001)

I viaggi dell’uomo alla scoperta dello spazio continuano ad affascinare il pubblico, ma è il 1968 l’anno della svolta epocale. Stanley Kubrick regala al mondo uno dei film più affascinanti di sempre, 2001: A Space Odyssey (premio oscar agli effetti speciali) resta ancora oggi il “metro di paragone” per tutti i film appartenenti al genere.

Se vi ricordate della frase «Huston, abbiamo un problema», sicuramente avrete sentito parlare di Apollo 13, il film che si ispira alla vera storia della spedizione spaziale americana in rotta verso la Luna. Ma gli anni ’90 regalano anche un altro classico al mondo della fantascienza. E’ Armageddon, terzo film del regista Michael Bay, destinato a diventare un cult dei viaggi nello spazio. Questa volta è un asteroide a minacciare la terra, e toccherà a Bruce Willis e Ben Affleck metterla in salvo. Il film incassa quattro nomination agli Oscar, ed è un successo senza pari.

Apollo 13 diretto da Ron Howard (1995)

Le cose non vanno altrettanto bene, invece, per Lost in Space, altra pellicola dello stesso anno. Il film è il riadattamento dell’omonima serie tv degli anni ’60, ma il giudizio della critica è pessimo e il film viene candidato ai Razzie Awards come Peggior remake. A risollevare le cose sul sorgere del nuovo millennio è invece la macchina da presa di Clint Eastwood conSpace Cowboys (in copertina). La storia è quella di quattro astronauti ormai anziani alla prese con un inaspettato ritorno nello spazio.

Sempre del 2000 anche Mission to Mars di Brian De Palma, film mediocre, apprezzato dal pubblico ma non della stampa. Di minor fama, ma di indubbio valore, è invece Sunshine del 2007, con un brillante Cillian Murphy.

Chris Evans in Sunshine, di Danny Boyle (2007)

E mentre in Pandorum lo spazio è il pretesto per un horror in stile Resident Evil, negli ultimi anni i film che hanno animato il dibattito sulla fantascienza contemporanea sono stati il pluripremiato Gravity di Cuarón, e il recentissimo Interstellar di Nolan. Due produzioni di altissima qualità tecnica, ma testimoni di una sempre crescente difficoltà nell’incontrare i favori del grande pubblico come avveniva in passato.

 

Ricco, ma non infinito, è il repertorio degli space movie ancora da ricordare.

E voi, quale avreste scelto?

A Mexican in Southern France

Name and Surname: Jorge Garcia Escamilla

Age: 30

Country: Mexico

Nationality: Mexican

City: Monterrey

 

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Jorge Garcia Escamilla

 

SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

 

1. Which is the form of government ruling in your country?

 Mexico is a Federal Republic formed by the union of 31 states and a Federal District, and the form of government is democracy.

2. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

I believe corruption exists in every country but it is of course related to the economical situation of each country. In the case of Mexico, being a developing country and a relatively newly-formed Republic, corruption is present in every field of society, from the political sphere to the professional field, and of course it influences many aspects of our social life. However I do believe corruption isn’t the cause ,or at least the only cause, of the social and economical hard situation we might be living in Mexico, but it’s more of a result of this whole tension in a sort of vice circle.

3. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

My national language is Spanish as for most of Mexicans. I’m not exactly sure about the number of native languages that are spoken and officially recognized, but I do know that there’s a good number of different languages and people who speak them in Mexico. I think these languages are mainly spoken by traditional Native American communities and unfortunately I don’t think the new generations of Spanish speakers would use or learn them anymore, except for the traditional communities.

 

4. Who do you believe to be the cultural icon of your country?

I think there have been many important artists and intellectuals that have represented Mexican culture internationally through time. I could probably name artists like Diego Rivera and Frida Khalo, famous musicians and actors like Jose Alfredo Jimenez, Pedro Infante and Cantinflas, or world famous writers such as Octavio Paz, Carlos Fuentes and Juan Rulfo, who have always projected an image of Mexican culture, and have been cultural icons of their time and still are.

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 Pedro Infante

WHAT ABOUT EUROPE?

 

5. Do you perceive the existence of a “European culture”?

I do believe there is a European culture, even if each country in Europe has its own particular folklore and cultural manifestations, I think there is a form of European culture integration  that can be perceived outside Europe. I personally think that there are some writers, artists in general and sometimes even some political figures that represent the modern European culture.

 

6. Could you explain why you chose Europe?

Because I believe Europe is still the centre of western civilization and it has a very rich cultural background, that now expresses itself in new forms of modern cultural manifestations. Also the socio-economic situation in Europe in general allows you to have a higher quality of life.

Studiare è partecipare : la BLCU Student’s Association Recruitment Fair

A ottobre, in occasione dell’apertura del nuovo anno accademico della BLCU,  si è tenuta la BLCU Student’s Association Recruitment Fair, evento di promozione delle associazioni studentesche universitarie, avente come obiettivo l’iscrizione dei nuovi studenti cinesi e stranieri, al fine di incentivare le attività studentesche auto-organizzate di vario livello.

Si spazia dalle classiche associazioni sportive a quelle che riuniscono gli studenti di una determinata lingua straniera, a quelle che promuovono le più disparate attività giovanili, dal club di lettura, dalla Gruppo di simulazione delle Nazioni Unite, dalla Croce Rossa alla delegazione AIESEC.
Tuttavia, l’offerta associativa, non si limita a fini meramente ricreativi o extra-curriculari.
Anzi, non è difficile intravedere in questa popolazione studentesca attiva, i semi di una nuova mentalità dei giovani cinesi.

Così come è presente l’Associazione studentesca di “Studi nazionali”, espressione di una gioventù patriottica e interessata alla politica nazionale; è presente anche il club di “English Debate”, una associazione con iscritti cinesi e stranieri, che se da un lato ha come obiettivo  l’esercizio della lingua inglese attraverso liberi dibattiti e conferenze, dall’altro lato però, propone temi di dibattito di ampio respiro internazionale e politico. Un esempio? Temi LGBT,  ISIS, e perfino la recente crisi politica di Hong Kong.

Ciascuna di esse possiede un account ufficiale su Wechat, Weibo o Renren, attraverso i quali viene costantemente stimolata la partecipazione attiva dei propri iscritti attraverso la pubblicazione di notizie, eventi ed attività gratuite. Tutto a portata di smartphone.

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Pequod all’Artigiano in fiera: Interviste ed impressioni a caldo

Pequod è stato all’apertura della fiera, il 29 Novembre, e ha curiosato fra gli stand, intervistando alcuni espositori sui loro prodotti e sul sempre maggiore successo della fiera e sull’interesse che suscita nella gente.

Ci siamo domandati cosa interessa e da cosa sono attratti i ragazzi che frequentano abitualmente questa fiera, la parola al video!

 

Amsterdam: non solo coffee shops

Prendete cinque ragazze sulla ventina, amiche che, durante una festa in una fredda sera invernale, sull’onda emotiva (probabilmente) della tequila, decidono di organizzare un viaggio di pochi giorni all’insegna del divertimento in una capitale europea: la città sorteggiata è Amsterdam. “Fantastico! – direte voi – così potremo perpetuare lo stereotipo di Amsterdam città dello sballo e della vita notturna a luci rosse”. Potremmo, se non fosse che due di queste cinque ragazze inorridiscono al pensiero di varcare la soglia di un coffee shop e fare qualcosa che nella loro testa suona vagamente illegale.

Che scelta poco previdente, direte voi. E invece no: se usualmente le cinque parole “Vado in vacanza ad Amsterdam” fanno sogghignare e pensare “Sì, sì, lo so che ci vai a fare”, la capitale olandese offre innumerevoli cose da fare e vedere, senza per forza passare l’intera vacanza rinchiusi negli ormai più che famosi coffee shop (che poi già che si è lì, una capatina la si fa, no?).

Partendo dalla Centraal Station e percorrendo la Damrak, si arriva in piazza Dam, la piazza principale della città, sulla quale si affacciano, fra i molti edifici, il Palazzo Reale, la Nieuwe Kerk, o “chiesa nuova”, che, a dispetto del nome, non è più una chiesa, ma ospita mostre e concerti, e il Museo delle cere di Madame Tussauds.

Palazzo Reale
Palazzo Reale

La conformazione di Amsterdam la rende una “Venezia del nord”, per via dei suoi numerosi canali che, seppur privi di gondola, hanno un fascino unico grazie anche alle tipiche case (un po’ storte) costruite a ridosso del canale.

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Volete un museo? Ce ne sono a bizzeffe, ma il più celebre ed emblematico è senza dubbio il Van Gogh Museum: collocato in un edificio moderno, completato solo nel 1999, contiene la maggior parte dei lavori di Vincent Van Gogh. 15€ il biglietto d’ingresso: ne vale la pena, ma per Notte stellata dovete comunque andare al MoMa di New York.

Sempre in tema di musei, si potrebbe visitare la casa di Anna Frank, certo! Ma non meno curioso è si il Sexmuseum, sulla già citata Damrak; definirlo ‘museo’ è forse eccessivo, ma nel complesso cerca di ricostruire la storia della rappresentazione del sesso nei secoli, dalla pittura alla scultura al cinema. Poco istruttivo: risate maliziose e superficiali a basso costo.

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Lasciate perdere la nouvelle cuisine e gustatevi il cibo di strada, soprattutto le patatine fritte: untissime e vendute ad ogni angolo di strada nel caratteristico cono di carta, accompagnate da una grassissima, ma divina maionese. E poi il piatto tradizionale olandese, l’aringa cruda, tagliata a pezzetti e cosparsa di cipolla cruda tritata e cetriolini sottaceto: cercate il truck che la vende sul canale Prinsengracht, dove fanno il Mercato del Nord; nemmeno i cultori del sushi sapranno resistervi!

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A proposito di mercati, non potete lasciare Amsterdam senza un tulipano: andate al mercato dei fiori e comprate dei bulbi del fiore simbolo dell’Olanda; è da turisti, è vero, ma come si può dire di no ad un fiore?

Pequod all’Artigiano in fiera: espositori e sezione internazionale

Pequod è stato all’apertura della fiera, il 29 Novembre, e ha curiosato fra gli stand, intervistando alcuni espositori sui loro prodotti e sul sempre maggiore successo della fiera e sull’interesse che suscita nella gente.

Oggi portiamo l’attenzione sulle impressioni di alcuni espositori italiani e sui loro prodotti, per spostarci nella zona internazionale e lasciarci inebriare da profumi e catturare da colori sempre attraenti.

Vol. 2

Vol. 3

 

 

Fidelio, storia di un’eroina

 

 

 

Noi, esseri finiti, personificazioni di uno spirito infinito, siamo nati per avere insieme gioie e dolori; e si potrebbe quasi dire che i migliori di noi raggiungono la gioia attraverso la sofferenza.”
Ludwig van Beethoven

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Dato il grande fermento per l’imminente rappresentazione al Teatro alla Scala di Milano (prevista per il 7 dicembre), per la regia di Deborah Warner e diretta da Daniel Barenboim, vi parlerò proprio di questa grande (nonché l’unica) opera del maestro Beethoven.  Tra il 20 novembre 1805 e il 23 maggio 1814 quest’opera venne riproposta in tre versioni diverse, dopo un taglia e cuci di atti, ripensamenti sul titolo e rimaneggiamenti per conferire maggiore tensione drammatica alla versione definitiva.

Quest’opera si identifica nel modello del Singspiel (letteralmente: “canto e recitazione”), un genere operistico il cui l’azione si distribuisce sull’alternanza di dialoghi recitati e pezzi musicali chiusi. Nato e sviluppato dagli austriaci e dai tedeschi tra il XVIII e il XIX secolo, era molto apprezzato perché, a differenza dell’opera italiana, vi erano vere e proprie parti parlate (in tedesco) come nel teatro di prosa.

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Il soggetto dell’opera è ispirato ad un fatto realmente accaduto in Francia durante gli anni del Terrore, dal quale Jean-Nicolas Boully creò la sua Léonore, ou L’amour conjugal, rappresentata a Parigi nel 1798 con la musica di Pierre Gaveaux. È da quest’opera che Beethoven prese spunto per il suo Fidelio. La vicenda narra di una signora travestita in abiti maschili che si introduce in un oscuro carcere dove suo marito è imprigionato illegalmente. Rivoltella alla mano, lo protegge dal suo persecutore prima dell’arrivo del ministro che libererà i prigionieri innocenti.

Ouverture

La storia è divisa in due atti, senza nulla togliere alla stupenda ouverture iniziale. Siamo in una prigione un po’ fuori Siviglia, dove il governatore Don Pizarro ha rinchiuso ingiustamente il suo personale nemico Florestan. A quanto pare non conosceva sua moglie Leonore che per ritrovare il marito si travestì da uomo, prendendo il nome di Fidelio. Azione, mistero, tentati omicidi, tutto sembra perduto ma ecco il colpo di scena!

Il canto dei prigionieri

Piacevano molto questi intrecci nei quali, dopo lunghe peripezie romanzesche dell’eroe o dell’eroina, incarcerazioni ingiuste, torture e morti, avveniva sempre un’ inattesa “liberazione” in extremis. Stiamo parlando dell’ opéra à sauvetage (“opera a salvataggio”), che arrivava dalla Francia e che piacque tanto a Beethoven (al punto di piantare a metà un’opera che stava componendo, dal sapore un po’ più classico: Il fuoco di Vesta). In queste opere il cattivo era quasi sempre un “tiranno” che incarnava il potere pre-Rivoluzione (la corte, la nobiltà, la Chiesa). Per calamitare l’attenzione del pubblico si usavano i più diversi e spettacolari colpi di scena e situazioni shock, che suscitavano sgomento e portavano brusche svolte all’azione.

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C’è un alto contenuto morale nella storia: la fede nei valori positivi, la libertà, le pulsioni affettive che vengono sopraffatte dal potere, l’umanità che si ribella ai tiranni e alla schiavitù, l’uomo che affronta e vince le difficoltà della vita. Tutti temi e convinzioni etiche molto care a Beethoven che trovò nel nuovo genere francese il mezzo più adatto per comunicarle.

A Belgian in Romania

Name and Surname: Olga Henrard

Age: 21

Country: Belgium

Nationality: Belgian

City: Bastogne

 

SOMETHING ABOUT YOUR COUNTRY

1. Which is the form of government ruling in your country?

Belgium is a federal monarchy. Even if the king doesn’t have a lot of power, he is still the only one who can recognize the laws voted by the federal government.

Belgium’s political institutions are very complex because of the 3 national languages in the country : Dutch, French and German. The country is then divided in 3 regions and in 3 communities and each of them has also its own legislative and executive power. The regions are in charge for most of the territorial tasks  and the communities for most of the tasks who concern directly the population (for example education).

A few months ago, we voted for a new federal government (voting is mandatory in Belgium). After the results, the parties had to make a coalition. That means that everybody had to make concessions. A few weeks ago they announced our new government. It’s a right-side government and the main party wants to split the country (the Flemish part is richer than the French part and politicians complain that Flemish people have to pay for the South). A lot of people are really worried about the bills they want to pass. People are striking in the streets because of their draft-bills.

 King and Queen of Belgium

 2. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

When I read this question it’s quite difficult for me to answer. Like in every country, there is corruption, but we don’t hear so much about that. I think that corruption is really hidden. After looking for some information about it, I can say that Belgium is quite a good student. It occupies the 20th position in matter of corruption among 189 countries (Transparency International Organization’s study). That’s good but when we compare it with other countries, even if corruption is not very present, it’s very hidden, nobody talks about that, nobody reports it.

 3. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

There are 3 national languages in Belgium : Dutch, French and German. I speak French, but I studied Dutch at high school and now at the university. It is not mandatory in every high school and university, but depending on where you live and in which field you work, it is important to speak Dutch to find a job.

In the French part we had dialects but now only old people speak them. In the Flemish part also they have dialects and I think that in some regions they’re spoken by the younger generations too.

 4.Who do you consider to be the cultural icon of your country?

Stromae of course, Jacques Brel, Hergé (the cartoonist who invented Tintin)…

Tintin

 

WHAT ABOUT EUROPE?

 

5. Do you consider yourself European?

Yes, I am a European citizen. I lived a few months in Italy, now I am in Erasmus in Romania and even if there are differences between Belgium and these two countries, there are also a lot a similitudes. A lot of values are similar. And I realized that even more when I went to Bolivia where culture and values are really different from ours.

 6. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture? [For non-European people: do you perceive the existence of a “European culture”?]

I could not answer to this question. According to me, “in varietate concordia” is a good summary of what European culture is. It is a mix of cultures, with quite similar values and way of thinking but also with a lot of differences. Every country has its own celebrities, its own typical food, its own literature, and so on.

Pequod all’Artigiano in Fiera: la videointervista e il nuovo canale Youtube

Da lupi del web quali siamo, Pequod approda finalmente su Youtube!

Fresco di creazione, il nuovo canale youtube di Pequod vi riserverà numerose sorprese e sempre nuovi interessanti video, sia di accompagnamento ad articoli del nostro sito che videointerviste da noi prodotte.

A partire dalla serie di video che vi accompagneranno durante l’Artigiano in Fiera, la kermesse milanese che ogni anno, nella prima settimana di dicembre, vi porta a scoprire l’artigianato e le culture di tutti i paesi del mondo.

Pequod è stato all’apertura della fiera, il 29 Novembre, e ha curiosato fra gli stand, intervistando alcuni espositori sui loro prodotti e sul sempre maggiore successo della fiera e sull’interesse che suscita nella gente.

Ecco quindi la prima videointervista di Pequod sull’Artigiano in Fiera.

Buona visione e al prossimo video!

La Redazione

Perchè l’Europa non conosce crescita

Le più recenti notizie economiche dipingono il nostro paese come una realtà profondamente depressa, in recessione da 13 trimestri consecutivi. Queste difficoltà hanno visto montare una certa tensione sociale, poiché la questione centrale è il lavoro; la sua mancanza, la sua precarietà, la sua impari retribuzione. In una situazione del genere le disparità sociali vengono fisiologicamente a crescere. Fondamentale è capire se si tratti di una condizione riguardante il mondo intero o meno. Come descritto da Romano Prodi nella lezione “Le crescenti disparità in un mondo ancora in crisi”, tenuta presso l’Università di Milano Bicocca lo scorso 26 novembre, fuori dal nostro paese e dal nostro continente, lo scenario si presenta decisamente migliore: la Cina è un paese che continua a correre – anche se a tassi leggermente minori rispetto al passato recente – gli USA, il luogo dove “la crisi” così come la conosciamo ha avuto la sua origine, vedono luci rinfrancanti all’orizzonte, i paesi africani conoscono, per la maggioranza, crescita comune unita ad un forte aumento demografico ed età mediana molto giovane (17 anni contro i 45 dell’Italia), i BRICS, acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, cioè le giovani economie rampanti, si stanno affermando con sempre maggiore autorità. Ogni realtà continentale è rappresentata in questo panorama, tranne una: la vecchia Europa.

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L’Unione Europea ha agito con un certo ritardo ed in direzione contraria rispetto alle strategie che le altre realtà hanno approntato: è lo scontro fra l’oscura politicadi austerity e il sostegno immediato e molto poco soggetto a condizioni da parte delle entità pubbliche extracomunitarie. Come sopra descritto, pare che questa ultima sia la via migliore alla soluzione, ma le criticità permangono, soprattutto nell’ottica del lungo termine.

La Cina affronterà nei prossimi anni la più grande sfida della sua storia recente, l’apertura e spinta ai consumi interni prevista nel nuovo piano quinquennale abbinata alla continuazione della politica di urbanizzazione forzata già attiva da alcuni anni; paesi BRICS risultano ancora grandi incognite in ottica futura; ad esempio la Russia non fa corrispondere solidità interna e aspirazioni in politica estera, ancora, il Brasile, dove programmi come Bolsa Família sono stati sì molto efficaci, ma non sufficienti a sanare le complesse questioni domestiche. I paesi africani conoscono un’urbanizzazione selvaggia che risulta dannosa, favorendo l’emigrazione di moltissime persone; gli Stati Uniti si avviano al raggiungimento dell’autonomia energetica grazie allo sfruttamento di nuove fonti (non necessariamente rinnovabili) come lo Shale Oil, che resuscita sopite aspirazioni isolazioniste.

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Come detto, l’Europa rimane esclusa perché ferma sulle sue posizioni di ristrutturazione economica che, nel breve termine, sembrano affossare ulteriormente la posizione dei propri cittadini. Non è dato sapere se tale schema sia futuribile; se lo fosse sarebbe certamente un forte vantaggio, anche nei confronti di chi ha preferito misure immediatamente efficaci ma non completamente risolutive per chi verrà.

Così è come si configura il mondo oggi, dal freddo punto di vista dell’analisi che risulterebbe perfino disumana se non si flettesse al servizio di chi, nel mondo, vive. Inizialmente si sono citate le disparità come fonte principe dell’incertezza percepita: dentro a politiche di, progetti per, (de)crescita e istituzioni si declina la vita delle persone, che sembrano vedere tutto il sistema, gradualmente, sempre più lontano e truffaldino. Le tasse sono demonizzate, così come lo sono gli stati o, addirittura, le istituzioni sovranazionali (come l’Unione Europea). Ma, altrimenti, come sopravvivrebbe il gravoso welfare di stampo europeo? Lo sviluppo tecnologico ha, a livello quantitativo, una funzione negativa per la componente umana del lavoro, sempre meno necessaria dentro alla macchina produttiva, andando a rendere molto più complessa la figura del lavoratore, sia a livello di riconoscimenti che di oneri; banalizzando occorre molta più formazione e competenza che paia di braccia. Si è poi rilevato che chi non ha accesso al lavoro per lungo tempo, esce dai radar delle istituzioni, che non possono intercettarne le necessità ed attuare (almeno in linea teorica) le misure per soddisfare tali bisogni.

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In un quadro simile, calando nello spazio e nel tempo quanto descritto, l’esistenza dell’UE sarebbe da percepire come una benedizione, in quanto organismo abile in un ambiente di entità di portata al minimo subcontinentale. La realtà è ben diversa, l’unità economica è in discussione invece che essere letteralmente usata come vantaggio e punto di partenza. La leadership, invece che essere civilmente politica, è legata ad un solo paese che agisce esclusivamente dal proprio punto di vista e frenato dalle proprie responsabilità – anche storiche -.  La sfida, per il nostro paese e, giocoforza, per il nostro continente, è doppia, chiede a cittadini e politici di essere responsabili oggi e lungimiranti per domani, in modo da sanare per quanto possibile le disparità e alzare l’asticella ad un livello sempre più alto.

“Il fiume che sembra un mare” : un viaggio lungo il Volga

Chi crede che nulla sia più spettacolare dell’immensa distesa blu del mare, certamente non ha mai visto con i propri occhi il fiume più lungo d’Europa, il Volga, che attraversa la Russia europea fino a sfociare nel Mar Caspio.

Dalla capitale Mosca il miglior modo per raggiungere il Volga è prendere un treno in direzione sud-est dalla stazione Kurskaja, arrivando in poche ore a Nižnij Novgorod, alla confluenza del Volga col suo affluente Oka. La passeggiata sul lungofiume di Nižnij Novgorod è piacevole, con tanti caffè affacciati sulla riva. A dominare la città dall’alto e a regalare una vista impagabile sui due fiumi è il Cremlino, le cui imponenti mura rosse custodiscono eleganti chiese e palazzi.

Nižnij Novgorod e le mura del Cremlino
Nižnij Novgorod e le mura del Cremlino

Da Nižnij Novgorod si può proseguire verso sud con dei comodi treni notturni. Il consiglio è scegliere i platskartny, ovvero posti letto in vagoni in cui non ci sono cabine e le cuccette sono divise soltanto dal corridoio. E’ senz’altro il modo più caratteristico ed economico per viaggiare in Russia.

Platskartny
Platskartny

Dopo una notte in treno si raggiunge Kazan’, la perla del Volga, capitale della repubblica autonoma del Tatarstan. Qui la maggioranza della popolazione è di origine tatara e di religione islamica. E’ una città magica, con scritte bilingui in russo e in tataro (una lingua turca), chiese ortodosse con cupole a cipolla accanto a bellissime moschee.

Passeggiando per il coloratissimo viale principale si giunge al bianchissimo Cremlino di Kazan’, patrimonio dell’UNESCO. Al suo interno si trovano l’enorme moschea di Kul Sharif, chiese ortodosse, torri e la sede del Parlamento del Tatarstan.

La Moschea di Kul Sharif
La Moschea di Kul Sharif
Il Cremlino di Kazan' dal fiume Kazanka
Il Cremlino di Kazan’ dal fiume Kazanka

A pochi chilometri da Kazan’ il Volga diviene ampissimo, tanto che trovandosi a bordo di un’imbarcazione nel mezzo del fiume è impossibile scorgere le sponde. Una meta piacevole, raggiungibile in traghetto, è Bolgar, antica città di cui rimangono alcuni resti suggestivi, sparsi qua e là nelle distese verdi affacciate sul Volga.

I resti dell'antica Bolgar e il Volga con le sue isole
I resti dell’antica Bolgar e il Volga con le sue isole

Più a sud si trova Samara, grande polo industriale sul Volga. La città non offre niente di interessante, se non un bunker sotterraneo fatto costruire da Stalin, difficile da visitare vista l’antipatia dell’anziano custode. L’unico passatempo degno di nota a Samara è godersi la spiaggia lungo il fiume: complici la sabbia fine e gli ombrelloni sembra quasi di stare al mare.

La spiaggia di Samara
La spiaggia di Samara

Dalla città si può facilmente evadere prendendo un traghetto per esplorare l’ansa di Samara e le colline Žiguli, che danno il nome all’ottima birra locale e ad una delle automobili più diffuse in Russia: la Lada modello Žiguli, per l’appunto. Fra queste colline il Volga scorre limpido, in uno scenario verdissimo che fa dimenticare il grigiume della città. Scegliete una delle tante spiaggette sabbiose, fate un bagno nell’acqua limpida e scovate, fra le piccole dacie (casette di campagna), la stolovaja, la mensa del luogo, dove un pasto succulento, dalla zuppa al dessert, costa poco più di un euro.

Spiaggetta sulle rive del Volga nella regione delle colline Žiguli
Spiaggetta sulle rive del Volga nella regione delle colline Žiguli

Ammirando e navigando su questo fiume che sembra un mare si è sopraffatti da un misto di nostalgia e stupore, quella sensazione che i russi chiamano toskà e che forse si può capire soltanto dinnanzi alle infinite acque del Volga.

France

 

Name and Surname: Raky KONE

Age: 21

Country: France

Nationality: French

City: Toulouse

 

 

CURRENT EVENTS:

 

1. Which is the form of government ruling in your country?

Presidential Republic with a semi-presidential system.

 

2. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Of course I think it exists, as everywhere. I just think it is less evident than elsewhere, so that it doesn’t directly influence our everyday life or the political life.

 

 

3. Do you consider yourself European? [For non-European people: could you explain why you chose Europe?]

I consider myself French, and of course France is part of the European Continent and Union. That’s why I am supposed to consider myself a European citizen… Actually I can’t really see why I should do that, because being a European citizen would just be the same as being a world citizen. In effect, as a jurist I see citizenship as sharing common culture and language, but Europeans DO NOT share them. So, for me being European is just the consequence of political agreements among European countries, leading to some economical or political advantages. But I don’t feel European.

 

 

CULTURE:

 

 

1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

French is my national language. Some dialects still exist in France but are not really spoken anymore. Recently movements arose in order to promote them, through their reintroduction as taught subjects in schools or used for signage and public trasportation in cities as a part of their cultural heritage. However they’re not spoken anymore.

 

 

2. Who do you believe to be the cultural icon of your Country?

I don’t know.

 

3. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture? [For non-European people: do you perceive the existence of a “European culture”?]

The Beatles ?

 

 

Storie di ordinaria violenza

In base  all’ultimo rapporto dell’Eures – Ansa (l’istituto di statistica europeo), sono 179 i femminicidi commessi nel 2013, un anno che ha registrato la più elevata percentuale di donne vittime di omicidio mai riscontrata in Italia. Nella parte conclusiva della sua indagine, l’Ente sottolinea anche l’inefficacia e l’inadeguatezza della risposta istituzionale alla richiesta d’aiuto delle donne vittime di violenza all’interno della coppia, visto che nel 2013 ben il 51,9% delle future vittime di omicidio (17 in valori assoluti) aveva segnalato/denunciato alle Istituzioni le violenze subite (Fonte: ansa.it)

Oggi, 25 novembre 2014, è la giornata nazionale contro la violenza sulle donne e in tutta Italia partirà una campagna per sensibilizzare le persone sull’argomento. Ma quali sono le facce della violenza sulle donne? Non si tratta solo della violenza fisica, che oltre ad essere spregevole è anche visibile. Molte volte, la violenza inizia silenziosamente e crea un senso di terrore e di inadeguatezza. La testimonianza che riportiamo parla proprio di questo, di una violenza psicologica che ti toglie tutto e che porta all’isolamento.

VIOLENZA DONNE: DOMANI GIORNATA MONDIALE CONTRO BARBARIE

Ritornare a vivere con tua madre a 53 anni non è facile, soprattutto se ci arrivi dopo 10 anni di matrimonio senza avere più un lavoro, soldi sul conto, il sorriso. Ti porti dietro solo la paura, l’umiliazione, le lacrime. Dopo 10 anni Maria*(nome di fantasia) torna a casa dalla sua famiglia distrutta, a pezzi. I racconti di Maria iniziano tutti allo stesso modo: “Avevo paura. Ha iniziato subdolamente a farmi dubitare di me stessa, ha iniziato allontanandomi dalle amiche, mi ha fatto lasciare il lavoro. Spendeva i miei soldi; ero arrivata al punto di nasconderli in casa, ma lui li trovava sempre. Urlava, minacciava, non mi ha mai aggredita fisicamente, ma ha distrutto tutto quello che ero.” “Non so che fine abbiano fatto i soldi, probabilmente giocava d’azzardo. Mi ha tolto tutto.”

Il dolore dopo aver trovato il coraggio di lasciarlo è troppo forte. Maria ricade nella depressione, il male oscuro che combatte da sempre. Poi il ricovero, l’autolesionismo e il desiderio di farla finita. Maria inizia così una terapia da uno psichiatra e dopo pochi mesi, due volte a settimana, inizia a incontrare i gruppi di sostegno. Quello del giovedì è il gruppo anti violenza. Maria scopre di non essere sola. Tante, troppe le storie di donne di qualsiasi età e provenienza che vengono sottomesse fisicamente e psicologicamente, costrette a subire abusi di ogni tipo.

La sua odissea non finisce qui. Maria chiede il divorzio ma lui lo nega, così si procede per il divorzio non consensuale. Iniziano gli appostamenti dell’uomo sotto casa, tanto che Maria e sua madre, di 85 anni, hanno paura ad uscire. La sorella e la nipote di Maria la portano dai carabinieri a sporgere denuncia, ma non possono fare niente, non ci sono elementi per accusarlo. Finché un ufficiale dell’arma non decide di andare in fondo a questa storia e trovare il modo di allontanare l’uomo dalla vita di Maria.

Adesso Maria si sta riprendendo. É passato un anno, ma uscire dalla spirale di autodistruzione dove lui l’aveva condotta non è facile. Ci sono giorni in cui ritornano tutte le paure e affrontare la vita è praticamente impossibile.

Storie come questa se ne sentono troppe, Maria forse si è salvata in tempo, tante altre non ce l’hanno fatta. Si legge nel rapporto: le “mani nude” sono il mezzo più ricorrente, 51 vittime, pari al 28,5% dei casi; in particolare le percosse hanno riguardato il 5,6% dei casi, lo strangolamento il 10,6% e il soffocamento per il 12,3%. Inoltre più di 330 donne sono state uccise, dal 2000 a oggi, per aver lasciato il proprio compagno.

 

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NO EXPO 2015, non solo antagonisti: la contestazione milanese e le critiche nazionali

Contro il Jobs Act, contro la Buona Scuola, contro l’austerità. Ma anche contro Expo. Lo sciopero sociale del 14 novembre 2014, che ha visto sfilare in 25 città italiane migliaia tra studenti, lavoratori, sindacati, a Milano è stato un’altra occasione per manifestare contro il grande evento del 2015. Gli esponenti di centri sociali e associazioni avevano già attraversato le strade della città l’11 ottobre, passando per luoghi-simbolo di Expo come Eataly, il lussuoso supermercato del cibo italiano, e il cantiere della Maltauro, società commissariata a luglio ma ancora responsabile della gestione del progetto Vie d’acqua, un canale di 22 km che dovrebbe passare tra i parchi a nord-ovest.

«In un Paese con 6 milioni di poveri, con il 46% di disoccupazione il loro modello di sviluppo è sempre quello dettato dall’austerity, delle grandi opere e del grande evento». Parla Valentina del CSOA Lambretta, più volte sgomberato e rinato in via Cornalia, ancora più vicino alle due piramidi di Expo Gate.

Il Lambretta è una delle tante realtà milanesi della Rete Attitudine No Expo, fatta di associazioni, comitati e centri sociali che dal 2007 manifestano il loro dissenso. Lo fanno dai loro spazi in città e nell’hinterland, dove organizzano assemblee, concerti e laboratori. Lo fanno nelle manifestazioni, coordinando i cortei e lanciando interventi alla cittadinanza. Lo fanno con un’opera di documentazione e informazione per approfondire problemi che in Expo sembrano trovare un’espressione evidente: miliardi di soldi pubblici in mano a privati, cementificazione di terreni agricoli, corruzione e infiltrazioni mafiose, l’illusione dei posti di lavoro. Temi che interessano tutti, al di là del credo politico o del linguaggio radicale degli hashtag.

Le perplessità dei cosiddetti “antagonisti”, spesso dipinti come contestatori isolati, sono sempre più condivise dalla popolazione civile e supportate dalle parole di studiosi e giornalisti. A volte anche dei politici.

Io non lavoro gratis per Expo

È la campagna lanciata in risposta al Programma Volontari di Expo 2015, che propone diverse modalità di partecipazione: un anno di servizio civile o un intero anno scolastico; 6 mesi, 2 settimane o un solo giorno. Ma a parte la progettazione di visite guidate, perlopiù svolta da scuole e associazioni, si tratta di un normale servizio di accoglienza dei visitatori della mostra. Si definirebbe un vero e proprio lavoro, solo non pagato.

A proposito: i famosi 37 mila posti di lavoro? Un anno fa il protocollo di Expo spa offriva contratti di apprendistato, contratti a tempo determinato e stage “riveduti” per l’occasione. Il Dossier scuola e lavoro in Expo del C.a.s.c. Lambrate (Coordinamento autonomo studenti e collettivi Lambrate) mostra le tante deroghe alle forme contrattuali con esempi pratici. Di stage retribuiti si parla nelle scuole secondarie, ma i più giovani non sarebbero adatti ai criteri di selezione, restrittivi quasi quanto quelli per i 300 contratti a tempo determinato. L’apprendistato poi formerebbe 340 tra “operatori/ specialisti/ tecnici sistemi di gestione grande evento”, 340 specializzati in compiti difficilmente spendibili in contesti diversi, ma assunti con un contratto conveniente, a livello contributivo, per l’offerente.

Per contrastare la pubblicità del Volontariato Expo come «social network dell’anno», in molti hanno aderito alla campagna su Facebook, postando una propria foto o un video.

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Expo e cibo, lo scontro tra grandi e piccole produzioni

 

Nutrire il pianeta, Energia per la vita è l’ambizioso tema di Expo 2015 per stimolare il dibattito su malnutrizione, biodiversità alimentari ed educazione a nuove abitudini di consumo. Lo spazio espositivo lo interpreta attraverso percorsi interattivi di contenuto scientifico, culturale e ludico. Inoltre Milano ospiterà Zero Hunger Challenge, la campagna di sensibilizzazione sulle politiche di contrasto della malnutrizione. Un ottimo progetto. Semmai sono le contraddizioni, forse inevitabili per una “grande opera”, a scatenare polemiche: come conciliare la riflessione sulla redistribuzione delle risorse e la fame nel mondo con la presenza di sponsor multinazionali e di Eataly, la catena di negozi del cibo italiano che dovrebbe viaggiare fino agli States? A contestare sono anzitutto contadini, artigiani e piccoli produttori di Genuino Clandestino, movimento nazionale di quasi trenta realtà unite per sostenere la sovranità alimentare e un sistema trasparente di produzione e distribuzione del cibo, fondato sulla cooperazione e la salvaguardia dell’ambiente.

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Le Vie d’Acqua, l’acqua nelle vie

 

A fronte dei danni recenti provocati dalle esondazioni dei fiumi milanesi, il sindaco Giuliano Pisapia considera la possibilità di destinare parte dei fondi per Vie d’Acqua agli interventi sulle criticità idrogeologiche, realizzando solo la parte del progetto che garantisce la messa in sicurezza del sito di Expo 2015. Forse l’«anello verde-azzurro fatto d’acqua» può aspettare: i ritardi nei cantieri rendevano già impossibile concludere i lavori per l’apertura dell’esposizione.

Non si fanno attendere invece le voci che chiedono di stornare i 45 milioni di euro per la Via d’Acqua Sud. In particolare, il collettivo OffTopic rilancia la lotta No Canal a difesa dei parchi Pertini, Trenno e delle Cave e pubblica l’e-book gratuito #NoCanal. Storia della lotta che ha messo a nudo Expo, che ripercorre la storia del progetto Vie d’Acqua. Ora funzionale alle finalità scenografiche e manutentive del sito di Expo 2015, a evento concluso sarà un’opera in cemento in un sottosuolo già contaminato.

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Le ombre sul post-Expo

Meno di 160 giorni ed Expo Milano 2015 sarà realtà. Paradossalmente è già tempo di bilanci. Quello di Roberto Perotti, docente all’Università Bicocca, svela che le promesse sul rilancio dell’economia e sui posti di lavoro si fondavano su un’analisi che escludeva che i soldi di lavoratori e imprese potessero rimanere tra i risparmi, senza tornare ‘in circolazione’.

Guardando al passato, tornano alla mente gli scandali legati a corruzione, tangenti e appalti truccati, si ripensa agli scenari desolanti di molte città che hanno ospitato l’Expo pochi anni fa, popolate di architetture eccentriche ma abbandonate, lasciate al degrado.

Intanto, sappiamo che il 15 novembre è scaduto il bando per acquisire le aree Expo 2015: nessuno si è presentato e ora Arexpo, società i cui soci principali sono Comune di Milano e Regione Lombardia, deve restituire alle banche il denaro speso per l’acquisto dei terreni privati.

Non ci resta che attendere gli sviluppi sul fronte ufficiale. La nuova mobilitazione di Rete Attitudine No Expo, invece, è annunciata già per dicembre.

Si andrà avanti fino al primo maggio 2015, per mantenere la promessa dell’11 ottobre scorso: collaborare, diffondere, organizzare iniziative per dire No a Expo.

Via Quarenghi: il cuore di una Bergamo multietnica

Se a Bergamo dici “Via Quarenghi” dici “Porettaio” e cioè “birre Poretti da 66cl a 1€”. Ma quale è il vero volto di questa via?

Si trova in pieno centro ed è considerata un vero e proprio ghetto. Il bergamasco comune è impaurito dalla gente che ci vive, pensa sia l’inferno terrestre e il covo delle peggiori droghe esistenti al mondo. Tant’è che circa a metà della via si trova il dipartimento della Polizia Locale, il grande occhio, controllore e tutore della sicurezza.

Ciò nonostante, basta farci una passeggiata per capire che le cose stanno in maniera davvero diversa: colori, profumi che ricordano posti remoti del mondo, culture che si mescolano disegnando un quadro dai confini sfumati e infine lingue diverse, dall’hindi allo swahili. La percezione è quella di vivere in più luoghi contemporaneamente. Un signore mi spiega come passeggiare per via Quarenghi lo faccia sentire a casa e un po’ meno solo; una ragazzina mi dice che le treccine ai capelli le fanno solo qui e infine un parrucchiere mi racconta che in fondo in Italia si sta bene.

Le fotografie scattate cercano di cogliere la forza del multiculturalismo e la bellezza della “diversità”. Un manifesto contro l’emarginazione e la ghettizzazione della popolazione straniera.

Tra le vie di Bucarest, i bambini di strada e la Fondazione Parada

Quando arrivi per la prima volta in una città, i passi ti conducono spontaneamente verso il centro, la parte migliore, biglietto da visita e facciata turistica. A Bucarest, invece, il centro storico ti racconta storie differenti.

Durante i miei primi mesi nella capitale (con molta probabilità a causa delle imminenti e oramai concluse elezioni presidenziali) la città è stata soggetta a continuo ammodernamento, tra strade, marciapiedi e nuove tinteggiature. Quando però si attraversa il giardino di Piaţa Unirii, a un solo chilometro dal Palazzo del Parlamento, nel cuore della città socialista che Ceauşescu cercò di costruire negli anni ‘80, non è possibile distogliere lo sguardo da coloro che dormono sulle panchine o bevono sull’erba. Sono le persone che vivono per strada, non più solo bambini ma anche adulti. Ai primi ho cercato di approcciarmi con sorrisi, saluti e sguardi buffi, sedendomi nelle vicinanze, ma nulla è servito a superare il loro sguardo di diffidenza nei miei confronti. Ho deciso allora di avvicinarmi a chi, con loro, lavora da anni: Associazione Parada Romania.

In Strada Bucur 23, Settore 4, a una decina di minuti da Piaţa Unirii, si trova il centro della Fondazione Parada, associazione che dal 2006 si propone anche su territorio italiano per la promozione e difesa dei bambini di strada. Utilizzando un approccio di tipo partecipativo, l’associazione punta alla reintegrazione sociale della gioventù di strada grazie al centro diurno, concepito come alternativa al vagabondaggio, nel quale si portano avanti attività ludiche e supporto psicologico, e grazie all’unità mobile Caravana, un servizio di assistenza stradale che si pone come intermediario tra la strada e i servizi offerti da Parada. L’unità mobile è attiva tre giorni alla settimana, incontrando diversi gruppi che abitano i canali, portando cibo, coperte e vestiti e parlando dei servizi che l’associazione può offrire, quali doccia, lavatrici e aiuto per la compilazione dei documenti necessari per lavoro e assistenza sanitaria; tutti servizi che Parada, nei due giorni della settimana in cui Caravana non esce dal centro, mette a disposizione dei suoi beneficiari.

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Ma chi sono i suoi beneficiari? Cosa si intende con “per strada”?

Una fascia di popolazione fissa, 1200-1500 persone di tutte le età, vivono senza dimora: d’estate nei parchi e lungo le vie, d’inverno nei canali sotterranei. I canali non sono le fogne. Tra la superficie e le fogne vere e proprie, nei canali scorrono i tubi del riscaldamento centralizzato, fondamentali per coloro che vogliono sopravvivere a un inverno capace di toccare i meno 20°. La strada rappresenta per questi senzatetto la libertà: negli orfanotrofi o nelle residenze messe a disposizione dal governo, la violenza è all’ordine del giorno.

Per le stesse motivazioni è nato il fenomeno dei bambini di strada dopo il Natale del 1989, giorno della caduta del regime comunista di Ceauşeascu. Dopo aver lanciato nel 1966 una campagna contro l’aborto e i metodi contraccettivi seguendo il binomio più rumeni = più potere, il dittatore tagliò le agevolazioni statali per le famiglie numerose, causando l’aumento vertiginoso della mortalità infantile, dell’abbandono di minori e del numero di bambini negli orfanotrofi. Da qui, i ragazzi non potevano scappare. Sino alla caduta del regime. Colpa dunque di Nicolae? Iuliana mi fa saggiamente notare come il numero dei bambini di strada, dal 1989 a oggi, sia costante. «Il problema è che dopo la Rivoluzione nulla è veramente cambiato. E’ subentrato il capitalismo, a gamba tesa, creando squilibri mostruosi accanto a moltissimi benefici, ma il passaggio è stato troppo repentino», proferisce Sergio.

Le strade di Bucarest non sono abitate solamente dai senzatetto. Le occupazioni, soprattutto nel centro storico della città, sono tantissime in quanto dopo l’89 numerose case sono rimaste sfitte e chi non ha una casa occupa, sperando che il proprietario non ritorni. Non è gente che vive nei canali, ma un giorno ci ritornerà: difficile dunque riuscire a fare una stima definitiva di coloro che vivono per strada poiché la strada ha regole tutte sue ed è caratterizzata da una flessibilità con la quale Parada deve fare i conti.

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«Una volta si faceva tantissima animazione lungo le vie della città, il circo, ma oggi non abbiamo la struttura per gestire tutti i bambini che l’attività potrebbe attirare. Senza contare che il personale della fondazione è dimezzato», continua Sergio. L’attività circense è stata cuore e fondamento dell’associazione, nata nel 1996 grazie a Miluod Oukili, giovane clown franco-algerino, che nel 1992 arrivò a Bucarest per fare l’artista di strada. Finì per conoscere i «boschetari» della stazione Gară de Nord e per scommettere che li avrebbe tirati fuori dai canali. Ce la fece con la maggior parte, tanto che uno di loro, allora bambino e oggi trentenne, lavora a Parada.

Per conoscere meglio la sua storia, vi rimando al film Pa-ra-da di Marco Pontecorvo realizzato nel 2008, augurandovi buona visione!

Elena from Moldova

Name and Surname:  Elena Talpa

Age: 24

Country: Moldova (living in Italy since 2003)

Nationality: Moldavian

City: Chisinau

CURRENT EVENTS:

 

  1. Which is the form of government ruling in your country?

Parliamentary Republic.

 

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Yes, corruption is still pretty widespread. Almost everything is based on favoritism and bribe. It is changing but too slowly.

It pervades all the working environments, having a negative influence even on one’s personal and social life. If you distrust institutions (economic, political, academic…) you keep building your life through “relationships” and money  and not through real studying and working hard, lowering overall society’s well being .

 

  1. Do you consider yourself European? [For non-European people: could you explain why you chose Europe?]

Yes, I do. Moldova is not part of European Union (yet ;)) but it is still part of Europe as a continent.

 

 CULTURE:

 

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

Romanian. Moldavian can be considered as a dialect, as it is a mix of Romanian and Russian. Someone considers it as an independent language but fortunately the official language is still considered Romanian, at least in the Declaration of Independence. Young people tend to speak “Moldavian” or Russian.

 

  1. Who do you consider to be the cultural icon of your country? (io la metterei un po così: Who do you considered to be the cultural icon of your country)

Mihai  Eminescu, writer and poet, that lived in the XIX century. He is considered to be the “father of the Romanian literature”.

 

  1. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture? [For non-European people: do you perceive the existence of a European culture?]

 I would say Jean Monnet, even if he was a politician and not a cultural  personality. I see him as one of the main protagonists that has had a big impact on the European belonging development and the consequent cultural development. I’m not sure whether we’ve already had real European cultural icons; national icons still have a strong presence, but I think that it is also too soon to say that. EU still needs time and only history will tell us.

Romania

Name and Surname: Andrei Loghin

Age: 25

Country: Hungary

Nationality: Romanian

City: Budapest

CURRENT EVENTS:

  1. Which is the form of government ruling in your country?

First of all, I would like to mention that I think of Romania as my country, although I am living in Hungary at the moment. The form of government is semi-presidential republic.

 

  1. Do you belive corruption exist in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

It exists, as it does in all countries to different extents. I wouldn’t say corruption is rampant – maybe not to the level that it is in African countries let’s say, but Romania is not known as a corruption-free country. I can imagine political life is greatly affected by corruption. As for my private life, I think the effect is minimal, or unknown by the public in general at least.

 

  1. Do you considere yourself European? [For non-European people: could you explain why you chose Europe?]

I do. I share the mindset of most Europeans, I believe. We love our diversity and sense of belonging, while holding on to our own uniqueness, that of each separate nation. We love Europe as a whole, although we sometimes hate on each other as different peoples. Nevertheless, it’s togetherness and diversity that keep us going as Europeans.

 

CULTURE:

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

Romanian. There are very few regional dialects, born out of geographical separation and mixture with other cultures. Young people speak in dialects too, just like most people who love in those regions.

 

  1. Who do you consider to be the cultural icon of your country?

This is a tough one. I think, for better or for worse, that we can be proud to call Dracula our own. The real historical figure, Vlad Tepes, I think was even more interesting than the fictional character based on him.

 

  1. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture? [For non-Europena people: do you perceive the existence of a “European culture”?]

Oh, wow. This is an even tougher question. I don’t generally think of ONE single European culture, as a whole, but I guess the first people that pop into my mind are da Vinci, Beethoven, and the like. Although I think most outsiders would think of Angela Merkel or Conchita Wurst nowadays first.

 

Viaggio tra i profughi siriani: dalla stazione Centrale all’Europa

di Alessandro Giuliano Andrea Turchi

La stazione centrale

Ahmad ha 23 anni. Si è fatto tre giorni di viaggio. E ora, appoggiato sulle colonne di marmo al mezzanino della stazione centrale, ci racconta dell’odissea che dalla Siria l’ha portato in Italia.   Ahmad è uno dei tanti profughi fuggiti dalla guerra e dalla disperazione. A Milano, da agosto 2013 ne sono arrivati decine di migliaia. Numeri. Per ogni numero una storia. Storie e numeri della cosiddetta emergenza profughi. Carlotta, invece, è una studentessa italiana, studia a Pavia e ogni giorno prende il treno per andare a lezione. Ogni mattina facendo le scale, si trova di fronte tante persone nelle condizioni di Ahmad. Sono giovani, vecchi e intere famiglie con i bambini che giocano ai piedi della scalinata che porta ai binari. A questa gente manca tutto. Carlotta passa davanti a loro ogni giorno, ma decide di sottrarsi all’indifferenza. Di intervenire. Oggi, insieme ad altri volontari, fa parte dell’associazione “Sos Erm che offre immediata accoglienza, soccorso e cure ai profughi che arrivano in stazione centrale. Una mobilitazione partita dal basso e che presto ha coinvolto anche associazioni e cooperative sociali. Un’azione tempestiva volta ad affrontare una situazione al limite del collasso.

Perché Milano

Chi arriva a Milano scappa dalla guerra. Ha visto la propria casa saltare in aria. Ha visto la morte negli occhi e i cadaveri di chi non ce l’ha fatta, galleggianti nel mediterraneo. La speranza è raggiungere la Germania, ma anche Olanda, Danimarca e Norvegia. Milano è un ponte. Un ulteriore punto di partenza per raggiungere nuove mete. «dei 42mila profughi ospitati a Milano nell’ultimo anno – spiega Fabio Pasiani, della cooperativa ARCA  (www.progettoarca.org) –  solo 50 hanno richiesto asilo in Italia. Per il resto, tutti cercano di proseguire la propria strada verso gli altri Paesi europei, al fine di raggiungere le comunità siriane pre-esistenti in quei territori.» Il capolinea, dunque, non è Milano. Il viaggio continua oltre le alpi.

I centri di accoglienza

L’emergenza si è presentata già un anno fa. Le ondate migratorie hanno presto affollato i locali della stazione. Dapprima le associazioni e in seguito il Comune hanno provveduto all’accoglienza e al loro smistamento nei centri deputati. Al contrario di quanto si possa pensare, la città si è trovata a dover gestire non solo gli arrivi delle persone sbarcate sulle coste del sud Italia, ma anche coloro che qui venivano mandati da altri centri dislocati nelle diverse città del nord. In pratica, il Comune di Milano è stato l’unico del nord Italia a mobilitarsi. Si colloca in quest’ottica anche la trasformazione dell’ex centro di identificazione ed espulsione (CIE) di via Corelli, in un vero e proprio centro di accoglienza. Tuttavia non stiamo parlando di hotel di lusso, ma di strutture al limite del collasso. Una condizione drammatica alla quale molti preferiscono il marmo del mezzanino o il primo treno verso il nord.

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Le istituzioni e la burocrazia

Dopo i primi arrivi in massa presso la stazione centrale, il Comune, in collaborazione con alcune associazioni, ha deciso d’intervenire nella maniera più tempestiva possibile. Purtroppo, però, in questa vicenda permangono molte le zone d’ombra: quale sia stato l’effettivo ruolo svolto dalle forze dell’ordine o dagli altri organi istituzionali, quali le leggi che abbiano regolato la schedatura dei profughi, se e dove tali norme siano state applicate e in quali casi aggirate. Cerchiamo di ripercorrere insieme alcune tappe fondamentali. L’operazione Mare Nostrum (conclusasi il mese scorso e sostituita da Triton) è entrata in vigore il 18 Ottobre 2013 al fine di salvaguardare la vita dei migranti ed assicurare alla giustizia gli scafisti. Gli 11.300 siriani (stime del Viminale) portati in salvo sulle coste italiane, secondo il regolamento di Dublino II (in vigore dal 17/3/2003), avrebbero dovuto essere schedati al momento dello sbarco, dunque nel Paese nel quale approdavano. Il fine di tale normativa era proprio quello di evitare che i richiedenti asilo fossero inviati da un Paese all’altro e di prevenire l’abuso del sistema, ovvero la presentazione di domande di asilo multiple da parte di una sola persona. “Avrebbero” perché, a quanto pare, l’Italia non ha rispettato in maniera ortodossa gli accordi Europei, violando la legge e omettendo la schedatura dei profughi. Sono solo congetture certo, tuttavia ciò darebbe una ragione ai numeri: ovvero delle 50 richieste di asilo, a fronte di 60mila profughi arrivati a Milano. Anche la circolare del 2 Ottobre, emessa dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano, che sollecitava ad applicare i trattati Europei (stiamo parlando di Ottobre 2014), sembra avallare l’interpretazione di una mancato rispetto degli accordi europei da parte degli organi competenti.

Il punto

Da alcuni mesi a questa parte il flusso migratorio verso le coste italiane è notevolmente diminuito, anche a causa delle condizioni meteo che rendono sfavorevole la navigazione. Tuttavia la vicenda non può e non deve passare in secondo piano. Se la tristemente nota realtà del “mezzanino” della Centrale di Milano appare ora più tranquilla, altrettanto non si può dire per i centri di accoglienza i quali, già al limite della capienza, rischiano il collasso. Anche perché, proprio in questi giorni a Milano partirà il “piano freddo”, il programma del Comune dedicato all’assistenza dei senza tetto, che saranno ospitati negli stessi centri. La vicenda dei profughi siriani in stazione ha suscitato sdegno per il degrado conseguentemente generatosi, ma è stata anche terreno di strumentalizzazioni politiche utili agli sfoghi di piazza: dalla caccia allo straniero, alle invettive antieuropeiste. Ma non è questa la sede per puntare il dito, bensì per porre la lente su una questione complessa che miete fin troppe vittime. La macchina burocratico-legislativa, che avrebbe dovuto regolare e favorire il deflusso (perché di questo si tratta) degli immigrati, è venuta meno al proprio compito, generando una complessa rete di ostacoli legati anche al continuo “scarica barile” tra le autorità. Il mancato coordinamento, anche a livello internazionale, ha avuto come unico risultato il caos arginato dalla volontà, dalla civiltà e dall’iniziativa di cittadini ed associazioni che per primi si sono mossi ed hanno sollecitato le istituzioni a fare altrettanto.Nella parzialità del quadro ricostruito dobbiamo prendere coscienza di alcuni elementi ineludibili. La volontà di chi sbarca non è quella di rimanere nel nostro Paese. L’Italia è il ponte tra il Mediterraneo e l’Europa. Un Paese che, però, non sembra in grado di adempiere ad un compito semplicissimo: assicurare a chi arriva un’accoglienza e un normale scorrimento verso gli altri Paesi dell’U.E. E, ancora una volta, torna in mente l’immagine del nostro territorio come una grande stazione. Un enorme scalo ferroviario che non guida né partenze né arrivi.

Hospital Blues – Ex Ospedale al Mare

Se per il resto del mondo Venezia è considerata una delle città più belle, altro non è per me che un semplice luogo di transito. La mia destinazione finale si trovava infatti in fondo al lungomare sul Lido, all’ex Ospedale al Mare, il cui complesso di edifici è stato via via lasciato a se stesso nel corso dei primi anni del 2000.

Un tempo si trattava di un nosocomio tra i più importanti in Europa, famoso per le cure elioterapiche e per la posizione strategica che favoriva l’esposizione all’aria di mare e alla luce solare, elementi che contribuivano alla cura dei pazienti; oggi deve il suo abbandono a un declino economico causato da tagli alle spese sanitarie e conseguente chiusura di un reparto dopo l’altro in favore di altri interessi e spese, pubblici e non. Una fine che nessuno si sarebbe mai aspettato, visti gli anni d’oro e la passata eccellenza dell’intera struttura dell’Ospedale al Mare.

Ogni edificio e ogni stanza sembrano un piccolo mondo a loro stante; qualcuno, forse gli studenti dell’Accademia di Belle Arti, ha scelto alcune di queste stanze come palcoscenico per le sue installazioni artistiche. Altre stanze sono semplicemente vuote, altre ancora sono state abitate da qualche occupante di passaggio. Mi perdo tra le mille scale fino a trovare a fatica l’uscita di alcuni dei tanti edifici, attirata da un corridoio dopo l’altro.