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Luoghi Manzoniani

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…” nasce proprio dai minuziosi ricordi visivi del paesaggio che da questa villa lo scrittore vedeva a Lecco nel quartiere Caleotto dove si trova la residenza della famiglia di Alessandro Manzoni che vi trascorse, come lui stesso scrive nell’introduzione al Fermo e Lucia tutta l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza. Partendo da Villa Manzoni inizia un viaggio che segue i luoghi dove è ambientato il celebre romanzo, dal convento di padre Cristoforo a ciò che rimane del castello dell’Innominato, passando da Pescarenico un Piccolo centro a sud del ponte di Lecco, posto sulla riva sinistra dell’Adda nel punto in cui il lago di Como si restringe, un minuscolo villaggio di pescatori protagonista del romanzo. 

Un buon viaggio nel paese di Renzo e Lucia!

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Nel mare dell’intraprendenza: Francesco Sena, l’apneista imprenditore

Parola chiave “Qualcosa da inventare”.

«Ho imparato a nuotare qui!» questa la risposta di Francesco Sena, napoletano di 26 anni, quando gli chiedo perché dalla meravigliosa Napoli ha aperto la sua scuola di apnea proprio tra le acque salentine.

In realtà, esempi come quelli di Francesco non sono più così rari. Entusiasmo ed esperienza sono i cardini di chi, come il giovane apneista, ha deciso di rendere produttiva la propria passione e crearsi una figura professionale fuori dagli schemi.

Così, alla fine degli studi superiori, Francesco ha cominciato a dedicarsi a tempo pieno alla sua inclinazione per le profondità marine. «Dopo la formazione da apneista, intorno al 2006 ho cominciato a collaborare con alcune scuole – spiega – e nel 2013 ho dato il via al progetto di Apnea Salento a.s.d. ».

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La formazione e la svolta.
É stato un processo lungo. Le prime esperienze didattiche al fianco di istruttori già formati. Poi nel 2007 la volontà di procurarsi una formazione raffinata lo ha spinto a Sharm el Sheik, dove, in occasione dell’importante raduno “La Settimana dell’Apnea”, conosce l’apneista Umbreto Pellizzari autore di moltissimi record. Sarà proprio Pellizzari a rappresentare un punto di riferimento per Francesco, che dal 2010 collabora con il recordman italiano, partecipando come assistente alle attività di formazione di Apnea Academy, scuola fondata da Pellizzari.

Il lavoro della fiducia.
Le difficoltà, di certo, non mancano. «Quasi nessuno in Italia riesce a fare dell’apnea una vera e propria professione e – spiega Francesco – in molti hanno cercato di frenarmi!». Dati alla mano, però, chi “tirava le redini” all’intraprendenza del giovane imprenditore si è trovato piacevolmente smentito: dal 2013, anno della sua apertura, gli allievi di Apnea Salento sono quasi quintuplicatiplicati, arrivando a contare una media di quindici persone per ogni corso. «Ho iniziato da solo – prosegue il ventiseienne, che aggiunge – l’entusiasmo per il proprio lavoro è una cosa contagiosa e crea fiducia nelle persone».

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Professione “elasticità” e presenza sul territorio.
La chiave di questo “fare impresa” della passione sono radici profonde e solide in cui la professionalità è la conseguenza della cura per il proprio lavoro, nonché lo spartiacque tra il successo e il fallimento. Ma non c’è solo questo. Bisogna lavorare sodo, si intuisce dai discorsi di Francesco, e avere competenze elastiche: «È un lavoro duro dalle ore di pratica in mare alla cura del marketing – aggiunge Francesco, con le idee chiare di chi si è costruito il successo passo per passo – bisogna farsi conoscere da chi il territorio lo vive e non dimenticare la potenza dei “social”». E così non capita di rado che Apnea Salento entri nelle scuole leccesi per spiegare ai piccoli lupi di mare i rischi che si corrono in acqua e la tecnica per vivere appieno quella che – secondo Francesco – può diventare una “passione importante”.

Ancora di più..
Ma non è tutto: Francesco non si accontenta e punta la prua “ad maiora”. Con l’apertura, programmata per l’estate a Santa Caterina (LE), del primo centro italiano dedicato interamente all’apnea, Francesco punta a “nazionalizzare” la propria offerta inserendo nel mercato dell’offerta sportiva un prodotto nuovo basato su una competenza che viene dalla pratica dell’esperienza, su una formazione continua e sul confronto con i grandi atleti.

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“Fochi” a Firenze

Se fosse un indovinello non sarebbe semplice da risolvere: ci sono i fuochi d’artificio, ma non è capodanno; ci sono centinaia di turisti ad ammirarli in una delle più belle città d’arte del Mondo, eppure non siamo nelle festività natalizie. Tutto quello di cui vi parleremo oggi avviene a Firenze, ed avviene la Domenica di Pasqua.

Certamente se dovessimo chiedere quali sono le prime parole che vengono in mente a pronunciare il nome del capoluogo Toscano, potremmo stilare un elenco che parte da piazzale Michelangelo, passa per Duomo, Battistero, Dante per finire, immancabilmente, sulla bistecca alla fiorentina, o sul Lampredotto per i più esperti (comunque sia a tavola).

Forse non molti sanno che questa città, oltre ad essere patria di un’incommensurabile patrimonio artistico, culturale, gastronomico è anche la dimora di antichi festeggiamenti che da secoli si sono susseguiti fino a giungere ai giorni nostri. Oggi vi parleremo dello “Scoppio del Carro”.

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 La consueta cerimonia si svolge fin dal 1101 quando il fiorentino Pazzino de’ Pazzi, tornato da Gerusalemme, fu premiato da Goffredo di Buglione per essere stato il primo a salire sulle mura della città santa ed apporvi l’insegna dei crociati, con tre pietre della città, conservate da allora in varie chiese fiorentine. Da allora fu usanza ogni Sabato Santo accendere il fuoco con le pietre e portarlo in processione per la città recitando laudi che inneggiano alla forza purificatrice del fuoco pasquale. Col tempo la cerimonia divenne sempre più articolata fino a quando si decise di avvalersi di un carro trionfale a tre piani, a Firenze detto “brindellone”, dal quale si genera lo spettacolo pirotecnico.

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Ad oggi la manifestazione ha inevitabilmente assunto connotati diversi benché non meno suggestivi ed affascinanti. Prima dello scoppio per le strade della città sfilano 150 fra armati, musici e sbandieratori del calcio storico fiorentino. Giunto in piazza del Duomo, il corteo si ferma e fa da perimetro ad un ampio spazio nel quale due possenti, bianche chianine trasportano il carro. Allontanate le bestie e collegato il Brindellone con un cavo d’acciaio all’interno del Duomo non resta che aspettare il momento in cui un razzo, con la forma di colomba, che i fiorentini chiamano “colombina”, parta dall’interno della cattedrale, colpisca il brindellone e dia il via allo spettacolo di fuochi artificiali che per 20 minuti illuminano la piazza e rubano la scena ai grandi monumenti che la fanno da protagonista i restanti giorni dell’anno.

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Tutti a naso all’insù fiorentini e non, tutti con le bocche aperte, i cellulari e le macchine fotografiche alla mano a portare avanti una storia, quella fiorentina, fatta di lotte intestine, campanilismi, brigate opposte, ma che trova nei suoi riti collettivi le effigi di un’identità unica, unitaria che tutti accomuna, nel nome della bellezza, nel nome della civiltà, sotto il rosso e bianco della città gigliata.

VIVA FIORENZA!!!

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In copertina: Fuochi d’artificio sopra Ponte Vecchio, Firenze [ph. Martin Falbisoner CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons]

Young, Spanish and European. What’s next?

Having finished (or almost finished) your studies in a European country like Spain can mean different things. Which are the perspective of a newly graduated Spanish girl in 2015?  Which opportunities are offered by Spain and Europe? Today on Pequod a special focus on Spanish youth and its point of view.

Your name, age, nationality, where are you from? Where do you live now? Which is your current occupation?

Violeta, 26, Spanish, from Zaragoza but living in Reus (Catalonia). Student – writing my final project of Architecture.

Waisaly, 25, Madrid living in Madrid. Graduated in Pharmacy, just passed the concourse to work in public hospitals in Spain.

Monica, 23, from Caseda living in Pamplona. Graduated in Management. Finish a Master Degree in International Trade Management.

Ane, 23, from Errenteria living in Errenteria. Graduated in Social Work and unemployed.

Ane, Waisaly, Monica and Violeta
Ane, Waisaly, Monica and Violeta

Best and worst things of your country.

Violeta, Ali, Monica, AnePositive things are definitely Public Health Care, solidarity among the people – in such a period of crisis our people are really showing their will to cooperate and help each other. An example is Banco de Alimentos – people donate food for those who can’t afford to buy it.

Bad things are the cuts to health care, education, social service. Also, a lot of corruption, among politicians and also everywhere else – banks, for instance. Ley Mordaza – a law to reduce your freedom of expression, against public demonstrations for example. The cost of culture – they’re putting taxes on cinema and books. Public transportation is quite expensive – it works well, but not everybody can afford it.

Why are you living building your future in Spain? Do you think that maybe you’d like to go abroad to look for a job?

Violeta – because I’m from there! I’ve never thought to studying abroad. But I will go abroad to look for a job!

Waisaly – I’ve never thought to go abroad to study. Maybe I’d like to have some work experience abroad, but just for some time, then come back to Spain.

Monica – What I wanted to study was in Spain, so I didn’t feel the need to move abroad. But actually going to university for me has been quite a change – I moved from a countryside village (1000 inhabitants) to Pamplona – a real city!

Ane – I have no money to go abroad, so I’m staying in the Basque Country and trying to look for a job here. Of course if I won’t find anything I might go abroad for a period – actually it would be a great life experience, not just a matter of work or career.

Have you had any significant experience abroad? What? Why did you decide to do that and what’s the best you got from that?

Violeta – Last year I went to Poland for Erasmus and before that I had been in Glasgow (Scotland) to study English for one month. I decided to go to Poland because I wanted to know a new culture, language, new people. Also, I was really interested into how university works abroad – for architecture it was actually quite challenging to go to Poland – it was the furthest as possible from Spain – quite the opposite!

Waisaly – I went to Poland last year for six months to do some practise in a university laboratory. Poland was my choice because it’s so different from Spain. I also wanted to live alone.

Monica – When I was 17 I went to Canada, then I spent summer abroad for three years – in England and in Malta, to improve my English. Last year I chose Poland for my Erasmus because it was the furthest as possible I could choose within Europe (I didn’t want to leave Europe even if I had the possibility to go to Asia for example). Also I wanted to experience independence.

Ane – When I was 17 I went to Ireland to study English, stayed with an Irish family. Last year I went to Poland for Erasmus because I wanted to have an experience alone. It was a challenge – you don’t know the people, the language – you need to find a way to survive!

What does Europe mean for you? Do you perceive the existence of Europe as a community? Do you feel European?

Violeta – Europe for me is something that controls Spain – not only controls, but actually tells it what to do and how to do it. That’s why I don’t perceive the existence of Europe as a community and I don’t feel European – well, I feel European as a Greek or an Irish may feel, but not as a German, for example.

Waisaly – Europe is something positive for me. Second World War meant fighting – after that we needed some unity and the creation of European Community was like a fresh start. Together we’re stronger, this way we can even challenge some bigger entities, like the United States for example. And also we shouldn’t forget the economical advantages (no taxes for commerce). Right now I feel European, earlier I didn’t.

Monica – I’m studying International Trade, so I think Europe has advanteges for business and economics. If you stay in your country, you can’t really perceive the existence of Europe as a community. To feel it you need to have an European experience, like Erasmus. I do feel European.

Ane – In my daily life Europe doesn’t mean anything, it doesn’t influence my life at all. But when I go abroad it means health insurance, possibility to study in a different country. Well, I don’t really feel European.

Australia, il nuovo Ovest

America, anni ’50 del 1800. Sono questi gli anni in cui si scatena quella che viene storicamente identificata come “Corsa all’ovest”, la frenetica e forsennata ricerca, da parte dei colonizzatori bianchi, di nuovi spazi, nuove terre da occupare e nelle quali sistemarsi, ma non solo. La speranza è un’altra, è quella di trovare qualcosa di più, di trovare ad Ovest quelle occasioni che dall’altra parte d’America mancano e si fatica a trovare, occasioni di una vita migliore, piena di fortune, di oro!

Oggi, più di 150 anni dopo, le nuove generazioni sembrano aver scoperto un nuovo Ovest, che si trova però ad Est. Il Nuovo Ovest è, infatti, quell’enorme paese che risponde al nome di Australia, terra che sembra riaccendere i sogni dei giovani, soprattutto italiani. Quei sogni che in Italia non solo faticano a realizzare, ma che stentano persino a trovare e riconoscere. Per tanti non è così, ma ci sono molti che pensano e sperano che quell’isola, immersa tra oceano Pacifico ed Indiano, sia davvero un Nuovo Ovest.

Tra di loro c’è Francesca Chiesa, 24enne italiana di Milano, con una laurea triennale in Biologia conseguita nel Febbraio del 2014. Dopo la fine degli studi però, Milano comincia a starle stretta e ad offrire poche opportunità, la laurea non riceve la riconoscenza e la considerazione che meriterebbe, e le possibilità per Francesca di inseguire i proprio sogni e fare ciò che le piace, ciò per cui ha faticato e fatto sacrifici, sono poche e difficilmente realizzabili:“A 23 anni avevo zero esperienze lavorative significative, vivevo con i miei genitori, non ero ancora in grado di mantenermi e non sapevo minimamente cosa volesse dire avere un lavoro, risparmiare dei soldi, pagarsi l’affitto… Il mio paese non mi ha reso le cose facili, la mia laurea è considerata carta straccia!” A questo punto Francesca prende una decisione difficile, importantissima, che, per forza di cose, le cambierà la vita. Decide di trasferirsi in Australia nel Marzo 2014, per mettersi alla prova, per imparare a vivere senza la protezione e gli aiuti della famiglia.
L’idea è quella di restare in Australia per sei mesi, fare una piccola esperienza all’estero ed imparare meglio possibile l’inglese per poter, una volta rientrata in Italia, cercare maggiori fortune in ambito lavorativo.

I primi tempi sono molto difficili, come prevedibile. Francesca viene accolta in casa da una famiglia di Mackay, nel Queensland.

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Qui, grazie al suo visto turistico-lavorativo, svolge il lavoro di babysitter, ed oltre ad occuparsi di tre bambini piccoli, cosa che non è affatto semplice, deve adattarsi il più velocemente possibile alla nuova lingua e allo slang australiano, insieme a stili di vita completamente differenti rispetto a quelli precedenti. Il tutto, ovviamente, va ad aggiungersi alla nostalgia di casa e alla mancanza della famiglia.

Col passare dei mesi, tuttavia, Francesca si accorge che rientrare in Italia dopo aver imparato bene l’inglese non è davvero ciò che vuole. Negli ultimi mesi ha incontrato persone fantastiche, visto luoghi meravigliosi e intuito che, forse, questo paese può davvero offrirle tanto, diventare la sua nuova casa, diventare il suo Nuovo Ovest. Prende allora la decisione di restare in Australia, e, grazie all’aiuto della famiglia che la stava ospitando, ottiene un secondo anno di visto svolgendo tre mesi di servizi socialmente utili lavorando nella loro fattoria.

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Dopo i primi nove mesi in Australia, arriva il momento di fare un altro passo importante. Francesca decide di spostarsi: grazie a quello che ha guadagnato fino ad ora può permettersi di comprare una macchina, essenziale nel Queensland, dove non c’è un vero e proprio servizio di trasporto pubblico, e di andare a vivere da sola.

La strada però non è in discesa, tutt’altro. Le questioni burocratiche diventano particolarmente fastidiose in questo periodo. Il visto turistico-lavorativo di cui dispone non le consente di lavorare più di sei mesi con lo stesso datore di lavoro, e diventa difficile, anche qui come in Italia, trovare un lavoro appagante e ben remunerato:“Ho cercato in tutti i modi di avere un buon contratto di lavoro, part-time o full-time. Con la mia laurea in biologia qui ho tantissime opportunità e c’è una grande offerta di lavoro, ma il problema è la burocrazia. Nessuno ha voluto assumermi con il mio visto vacanza-lavoro, e così mi sono trovata a fare lavori a chiamata: ho fatto la cameriera, lavorato per un servizio di catering e anche in un pizza fastfood.”

Ad aggiungersi alle difficoltà dovute a questa situazione, Francesca ha, per la prima volta, il pensiero di dover pagare l’affitto, le bollette, la benzina e l’assicurazione della macchina contando solamente su se stessa.

Tuttavia in questo periodo difficile c’è anche qualcosa per cui sorridere: due mesi di lavoro in un ostello nella località di Airlie Beach, a qualche ora di distanza da Mackay, le regalano l’occasione di vivere in uno dei posti più belli al mondo. Un paradiso per i turisti, ma anche per chi ci lavora.

Immagine 4Il ritorno a Mackay è coinciso però con il periodo, fino a qui, più difficile di questa esperienza; Febbraio scorso è stato un mese senza lavoro, con i soldi che scarseggiavano e l’ansia che cresceva. Periodo buio che però si è risolto favorevolmente: Francesca è riuscita a superare questo momento difficile, ora ha ben 4 lavori diversi e tutto sembra girare per il verso giusto.

L’obiettivo per il futuro immediato è quello di riuscire a trovare qualcuno disposto ad assumerla con un buon contratto di lavoro per almeno due anni, in modo tale da poter cambiare il suo visto in un vero e proprio visto di lavoro, poter fare richiesta di residenza permanente e, finalmente, riuscire a farsi assumere come biologa all’università, vedendo finalmente riconosciuta la sua laurea, o addirittura riprendere gli studi proprio in Australia.


I sogni per il momento sono stati messi da parte per far spazio ai sacrifici della vita quotidiana, ma Francesca è soddisfatta. È soddisfatta perché ha la consapevolezza che grazie a questi sacrifici la sua vita è migliore di quanto non fosse in Italia, perché grazie a questi sacrifici ha la possibilità di abitare e costruirsi un futuro nel paese che ha scelto, il paese che crede diventerà il suo Ovest.

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Hohenschwangau e Neuschwanstein – Castelli della Baviera #1

“C’erano una volta, sulle colline sovrastanti il piccolo paesino bavarese di Schwangau, due imponenti e maestosi castelli appartenenti al Re Ludovico II di Baviera. Questi erano circondati da una incantevole foresta che ornava il paesaggio e uno splendido lago”.

Così si potrebbe iniziare a descrivere i due manieri bavaresi più famosi al mondo.

Il castello più antico è quello di Hohenschwangau, di stile neogotico e il suo colore giallo-dorato, lo rende ancor più unico nel suo genere.

In una delle stanze del maniero, un telescopio è posizionato davanti una finestra, dove Re Ludovico II poteva controllare i lavori di costruzione del castello delle opere da lui tanto desiderate.

Sul lato della collina il “Ponte Maria”, costruito per ordine di Ludovico II, dedicato alla sua adorata madre ed il ben più importante, Neuschwanstein (Nuova pietra del Cigno) che è per eccellenza il castello delle favole, tanto da aver ispirato Walt Disney per i castelli delle sue fiabe.

Gli esterni e gli interni del maniero sono un omaggio alle opere del compositore Richard Wagner, tanto apprezzato dal sovrano. Su alcune delle pareti si possono ammirare le storie dei grandi eroi come Parsifal, Tristano e Isotta oppure di Lohengrin, l’opera preferita dal re.

Vi lasciamo alle immagini con le parole che Ludovico II scriveva a Wagner riguardo Neuschwanstein :

“Il luogo è uno dei più belli che si possano trovare, sacro e inavvicinabile, un tempio degno di Voi”. 

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Leonardo Lussana: I due volti dell’arte

Nel corso delle epoche la definizione di arte si è modificata e ampliata tante volte, grazie a nuove visioni artistiche e l’utilizzo di nuovi stili, potremmo dire che quella che racchiude tutto questo è questa: “Qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva”.

Oggi noi di Pequod parleremo di questo e altro con Leonardo Lussana in arte Leù, giovane artista con la doppia anima: Dottore in Beni culturali e Storia e critica dell’arte e writer; qualcuno direbbe che sono due cose completamente diverse, il fuoco e l’acqua, invece Leù non si identifica con una o con l’altra perché come lui stesso afferma: «Sono entrambe parti che compongo il mio io, come il mio lavoro, le mie altre passioni le mie qualità e i miei difetti.».

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Leù ha iniziato a dipingere graffiti una decina di anni fa; ci racconta: «I motivi che mi hanno spinto a cominciare sono diversi e, alcuni, rispecchiano quei classici stereotipi che la stampa e l’opinione comune sono soliti indicare come tratti caratteristici dei giovani della nostra generazione: al primo posto metto la mia passione per tutto quel che riguarda la pittura e il disegno, a seguire, la fascinazione per i murales che vedevo tutti i giorni lungo la strada andando e tornando da scuola, la ricerca di emozioni diverse nella vita di tutti i giorni, la volontà di dire al mondo: “ehi, guarda che ci sono anche io” e anche un sentimento di rifiuto verso tutto quello che fa la maggior parte della gente. »

Il suo primo graffito l’ha realizzato in un sottopasso: «Non avevo bene chiaro quello che stavo facendo, non avevo nemmeno preparato una bozza, fu una cosa spontanea e il risultato fu più simile ad un occhio di bue che a un pezzo vero e proprio (il mio nome in lettere bianche decorate da pois gialli), insomma, citando Fantozzi, “una cagata pazzesca”».

Lui non si considera affatto un artista, «ma uno che si diverte come un bambino a cui danno i pennarelli e gli dicono di disegnare ciò che vuole. Detto questo posso dire che cerco di trasmettere sul muro le mie sensazioni e i miei stati d’animo, ad esempio cerco di inserire un cielo con delle nuvole nelle mie composizioni: mi soffermo spesso ad ammirare il cielo, che sia nuvoloso, sereno, di notte o di giorno mi restituisce sempre un senso di pace e tranquillità.

Al di là dei soggetti in sé, che sono per lo più animali, un altro elemento ricorrente sono le forme geometriche di diversi colori che si affollano sullo sfondo o entrano in relazione con tutto il resto, le dipingo un po’ per scelta estetica un po’ perché potrei paragonarli ai mille pensieri che mi affollano la testa. Per quanto riguarda l’ispirazione direi che è la mia fantasia la componente più importante, anche se a volte inizia tutto dalla frase di una canzone o dalle sensazioni negative o positive che mi lasciano le persone che incontro e conosco.»

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“Che cos’è l’Arte?” secondo lui è la classica domanda da un milione di dollari: «Sotto la parola arte si possono elencare tutte quelle “cose” realizzate dall’uomo, materiali e non, in grado di emozionare e affascinare dal punto di vista estetico, mi rendo conto che è una definizione un po’ generalizzata ma al giorno d’oggi questo campo è talmente vasto che è difficile trovare delle parole che riescano a comprendere tutto senza cadere in contraddizione. Credo quindi che i graffiti e la street art possano rientrare nella definizione di arte, anche chi opera nell’illegalità può tranquillamente aver creato un qualcosa che possa essere chiamato arte e non sto parlando solo di Banksy o degli altri più quotati ma di chiunque, ovviamente bisogna poi valutare caso per caso, come per tutto il resto d’altronde.»

Attualmente la sua attività procede bene e riesce a dipingere in media una volta a settimana. «Non è molto, c’è gente che fa molto più di me, ma io non mi identifico come writer, anche perché non scrivo lettere ma mi concentro esclusivamente su soggetti figurativi; è solamente una parte di me che coltivo con passione.»

Le sue prospettive del futuro è quella di migliorarsi sempre e di crescere continuamente: «La vedo un po’ come la teoria dell’evoluzione: chi sa stare al passo coi tempi va avanti. Non sono mai pienamente soddisfatto di quello che faccio, mi lascia sempre un po’ di delusione, penso anche di essere molto critico nei miei confronti ma allo stesso tempo credo che sia la condizione necessaria per correggere i propri errori. »

Le difficoltà ci sono e sono « i limiti tecnici che magari non ti consentono di fare ciò che vorresti e la disponibilità di spazi liberi dove poter dipingere; mi sto dedicando quasi esclusivamente alla parte legale dei graffiti: commissioni di privati e dei comuni, hall of fame ecc… E un ostacolo caratteristico di questo lato della medaglia sono le imposizioni di chi ti chiede di fare il disegno, ad esempio il tema scelto piuttosto che i soggetti da rappresentare, a volte li considero un po’ castranti e noiosi. »

 

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MUDEC: la polemica si insinua tra le pareti luminose

Il fermento per Expo ha fatto pensare che il 2015 sarebbe stato l’anno dell’Italia, soprattutto di Milano, ma purtroppo per la città è ancora troppo presto per cantar vittoria. Fioriscono, infatti, nuove polemiche tra il Comune e il genio dell’architettura inglese David Chipperfield.

Il nodo della questione è proprio l’ultimo figlio dell’Archistar: il nuovo museo delle culture di Milano, che Chipperfield vuole disconoscere a tutti i costi.

Il polo museale sorge nell’ala del complesso industriale ex Ansaldo, in zona Tortona, che dopo circa dodici anni di cantiere ha completato il proprio restyling, facendosi strada tra calce e mattoni con i suoi intrighi di luce, giocati su contrasti cromatici. In una zona così ricca di slanci creativi, che si pone come crocevia per le arti, attualmente l’unico ardore che si avverte è quello delle parole di Chipperfield e della sua scorta di avvocati.

L’inaugurazione dell’organismo espositivo prevista per il 26 marzo si è svolta, infatti, in acque tutt’altro che placide: la pavimentazione, completamene discorde con le volontà del progetto originale, che prevedeva l’impiego del basaltino di Viterbo, è stata realizzata con roccia lavica dell’Etna, senza alcuna cura nella posa, in quanto ignorate le venature naturali del materiale.

Il motivo dell’impiego di un materiale differente da quello suggerito dall’idea iniziale è principalmente economico, ma ciò non giustifica che gran parte della superficie risulti graffiata e danneggiata perché non protetta adeguatamente durante i lavori, aspetto che sconcerta ancor di più Chipperfield, poiché la vistosità dei difetti è percepibile anche da uno sguardo non esperto e che ha portato lo stesso ad affermare: «Il mio museo è un orrore».

L’architetto ha vietato che il suo nome venisse attribuito a tale struttura, mostrandosi, però, particolarmente sensibile nei riguardi dei milanesi: egli infatti si rivolge direttamente ai cittadini, i quali hanno finanziato l’opera che sarà il simbolo, non della Città delle culture, ma della pessima amministrazione, della negligenza e trascuratezza. Si mostra anche disponibile a rinunciare a parte del compenso che il Comune deve ancora versare all’architetto, affinché le imperfezioni vengano sistemate a dovere.

Intanto però Chipperfield, con amarezza, definisce ‘incompleta’ l’opera e risponde non presenziando all’evento di inaugurazione, lasciando nell’anonimia la struttura. Al taglio del nastro inaugurale, infatti, non è stato nemmeno menzionato e Del Corno, nonostante le mura esterne dell’edificio già imbrattate di vernice vandalica, ha giudicato inezie le numerose mancanze della struttura, rispetto alla grandiosità dell’evento, annunciando che sarà necessario «attendere l’accertamento tecnico sulle difformità, affidato a un soggetto terzo», prima di ultimare la correzione.

Il MUDEC si getta in pasto al pubblico con andatura pericolante e incompleto, ma sebbene l’evidente disagio Chipperfield viene apostrofato dal Comune come ‘capriccioso e irragionevole’, forse perché semplicemente testimone di una mentalità straniera, differente da quella italiana sempre più spesso amante dell’escamotage e non in grado di far fruttare la propria potenza estetica e culturale.

Non ci resta che attendere che i rapporti si distendano, nella speranza di poter sfoggiare, con orgoglio, questo splendido gioiello italo-inglese firmato Chipperfield.

 

Ghana VS Italy

Today on Pequod another interview with a foreign person living in Italy. This time we had a chat with Christine, a student who is not even from Europe. She comes from Ghana but she has been living for a long time in the nice Reggio Emilia.

Your name, age, nationality, where are you from? Where do you live now? Which is your current occupation? 

My name is Christine and I’m 23. I’m a university student. I come from Ghana but now I live in Reggio Emilia.

Why did you decide to leave your country?

Actually I was not the one who decided to leave my country but my parents did.

Why did you choose Italy? 

I don’t know the reason why my parents chose Italy but I think that it was because they loved the country and its food!

Describe your life in Italy (your occupation, your everyday life, social life, etc.). Tell us something about the city you live in (top 5 places to be, where to go, what to do – be our tourist information center!)

Reggio Emilia is a really nice city. Interesting fact: it’s the place where the Italian flag was founded. Generally speaking, it’s a very pleasant place to live in – for example, it has the best kindergarten organization in all Europe.

Reggio-emilia
Reggio Emilia

How is living in Italy different than living in your country? 

I can’t tell much because I came here when I was very young, so I can’t remember much about my country.

Which is the biggest challenge of moving to a new country? Have you had any regrets so far? What do you miss the most?

The biggest challenge has probably been getting to know people, integrating in a new society by learning a new language and a different culture. I don’t have any regrets because I am well integrated and I love learning new things everyday. What I miss about my country is my family and the food.

Italy, your country and Europe. Use three words to describe each of the previous.

Ghana is full of colours, joy and happiness, despite the difficulties

Italy has nice people, wonderful food and beautiful historical monuments

Europe is full of opportunities, wealth and success

Cape Coast Harbour, Ghana
Cape Coast Harbour, Ghana

What would you say to someone to convince him to move abroad? What’s the best thing you’ve got/you’ve learnt by your experience abroad?

I would never convince someone to move abroad, because it’s a very personal decision, I’d say too personal to try to influence it whatsoever. My experience abroad has taught me how to overcome my culture and open up to new things.

Lo strano caso di via Crespi

Via Pietro Crespi, centro di equilibrio di un piccolo ecosistema della periferia urbana di Milano, è balzata all’onore delle cronache. I bilanci del condominio al n. 10 presentano un buco ufficiale di 300.000 euro (440.000 se si ascoltano le voci di corridoio). I nuclei (famiglie e non) residenti nel palazzo sono 42, di cui solo 15 in regola con i pagamenti.

La realtà è più complessa di quanto possa apparire. L’arcipelago formato da via Crespi, via Termopili, via Roggia Scagna e via Marco Aurelio è un quadrato attivo di creatività e contraddizioni. Come raccontano le testimonianze delle persone che lavorano e vivono la zona, da sempre via Crespi rappresentava un ponte per il traffico anche pedonale che si riversava da via Padova al centro della città, viale Monza e la linea rossa della metropolitana. Quando, nel 2006, il senso di marcia è stato invertito questa piccola città nella città è rimasta nel cono d’ombra di una circolazione subordinata e «complice la scarsa presenza delle istituzioni di polizia», come afferma Luciana Villa, presidente del Comitato Autonomo Crespi, si è formata una situazione di illegalità. Il buco in bilancio del palazzo al n. 10 partecipa ad un contesto complicato e critico. La radice del debito risale a diversi anni fa – come spiega un inquilino del palazzo e commerciante della zona, che preferisce l’anonimato – ed è stata originata dai “disguidi” tra i proprietari (allora tutti italiani) e l’amministrazione di allora. La situazione si è poi aggravata quando nel condominio sono subentrati alcuni inquilini di origine straniera che hanno continuato ad ingrandire il debito, rifiutandosi di versare la propria quota di spese condominiali.crespi2

Il n. 10 sembra essere diventato il centro di irradiamento della piccola criminalità del quadrangolo che ha in via Crespi il suo cuore, ma la cittadinanza più attiva della zona, costituitasi in comitato, si dà da fare. Ogni anno non sono poche le iniziative che il Comitato Autonomo Crespi organizza. Musica e cibo dai quattro angoli del globo fanno da trait d’union tra popoli ed etnie. “Puntare sulla coesione” è uno dei concetti chiave della “politica della partecipazione” nelle parole di Christian Gangitano, direttore artistico del comitato che è riuscito a richiamare in via Crespi tanti nomi di artisti più o meno emergenti. Il quartiere, infatti, ospita dipinti della giapponese Tomoko Nagao, lavori dell’esponente pop Vanni Cuoghi e diversi murales di street artists, tra cui il famoso Bros.

Le persone – per così dire – più turbolente sono note a chi il quartiere lo “fa” dall’interno e con i fatti. «L’obiettivo è proprio quello di guardare in faccia queste persone», prosegue la presidente del comitato, Luciana Villa e per questo è importante il contatto inclusivo durante i momenti di comunità e svago che il comitato organizza. Grande parte della ricerca della legalità passa attraverso l’appropriazione dello spazio pubblico. In questa ottica il murales di Bros o una Venere di Tomoko Nagao, oltre a una rilevanza estetica, assumono il valore di una marca, il segno tangibile di una presenza territoriale che sta, poco a poco, facendo intensificare i timidi contatti tra abitanti italiani e stranieri nell’organizzazione di iniziative di integrazione e condivisione.crespi3

Perché si realizzi una vera integrazione dei soggetti più problematici nel tessuto sociale emerso, inutile dirlo, le condizioni necessarie sono due e opposte: da una parte chi pratica attività illegali dovrebbe virare verso il territorio della legalità e questo appare utopistico e lontano dalle reali condizioni. Ma se Maometto non va alla montagna… è di pochi giorni fa la notizia che una proposta di legge sulla controversa legalizzazione delle droghe leggere è già stata approntata da Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Esteri. Certo, siamo nel campo delle possibili riflessioni e le soluzioni vere e proprie sono destinate a strutturarsi in anni di lavoro capillare e tenace se e solo se anche le istituzioni decideranno di non dare per persi questi piccoli baluardi di possibilità e accetteranno di metterci il loro non tanto in termini di controllo e repressione quanto di progettualità e risorse umane.

Di certo la presenza di uomini e donne pronti a giocare sulle proprie risorse per sparigliare le carte introduce variabili imprevedibili, in un territorio che negli ultimi anni hanno visto mutare profondamente il tessuto politico e sociale di tutta la città.

Book Pride Milano

Il 27, 28 e 29 Marzo i Frigoriferi Milanesi hanno ospitato il BookPride, la fiera dell’editoria indipendente.

In questi giorni primaverili, le sale e gli spazi dell’ex fabbrica del ghiaccio in zona Porta Vittoria si sono popolate di libri, stand, piccoli editori e appassionati di lettura, per dar vita alla prima fiera dell’editoria autofinanziata da chi la fa.

Cooperando con partner privati ed istituzionale come il Comune di Milano e l’Institut Français Italia, BookPride è fiero di parlare di sé come di un evento di promozione della cultura non omologata, alla salvaguardia della bibliodiversità e organizzato da e per gli indipendenti.

Fuori dai classici grandi circuiti di comunicazione come media partner dell’evento sono stati scelti Radio Onda d’Urto, Libera tv e Il Manifesto, tutte realtà che hanno saputo fare dell’innovazione di forme e contenuti della cultura una garanzia di indipendenza.

Attorno al fulcro tematico di quest’edizione, La Differenza, BookPride ha organizzato e proposto al pubblico conferenze, letture, performance, lezioni  e atelier, il tutto gratuitamente, e ha lasciato lo spazio agli editori partecipanti di esporre e vendere  le loro pubblicazioni.

Con i primi giorni di primavera, Milano ha trovato in BookPride, tra i suoi tanti piccoli stand, nelle sale delle conferenze o ai tavoli dell’EnoBookPride, l’enoteca autogestita totalmente in linea con lo spirito indipendente dell’evento,  un luogo di condivisione pieno di stimoli e un punto di ritrovo per tanti.

 

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Dry&Dusty: l’antica musica dei monti Appalachi

Questo progetto nasce da una grande passione di Alioscia Alesa: il diploma alla Civica Scuola di Liuteria di Milano nel 2001, fa nascere in lui un amore sconfinato verso il banjo, dalla musica e la tecnica alla sua costruzione per una totale simbiosi con lo strumento. L’incontro con il violinista Alberto Rota porta alla nascita del gruppo.

«Dry & Dusty  è il titolo di un fiddle tune (pezzo che i musicisti suonavano quando, ad un certo punto, avevano la gola secca e volevano farsi offrire qualche liquore di contrabbando) e visto che all’inizio eravamo soltanto io e Alberto, calzava bene Asciutto & Polveroso», spiega Alioscia¸ Poi interviene Giusi Pesenti: «Hanno iniziato prima loro due, poi ho detto: ma non volete pure me?».

Il gruppo ufficialmente è nato intorno al 2009/2010 in maniera molto naturale e spontanea: «Abbiamo fatto due o tre concerti all’anno per circa due anni e poi abbiamo iniziato a suonare di più».

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Lo studio e la passione di Alioscia e gli innumerevoli ascolti di musica irlandese di Alberto e Giusi hanno creato un mix perfetto: i monti Appalachi (sud-est degli Stati Uniti) furono infatti una colonia scozzese e irlandese, nonché rifugio per schiavi neri scappati dalle piantagioni. Una commistione di generi e sonorità che regala atmosfere antiche.

La scelta dei brani avviene con l’ascolto e la ricerca di canzoni tradizionali: «C’è di bello che in America hanno registrato tantissimo negli anni Venti per cui è facile documentarsi, anche con archivi online. È ascoltando gli originali che poi troviamo il pezzo; in realtà ascoltiamo anche altri artisti contemporanei che, come noi, ripropongono questo tipo di musica, anche perché spesso le registrazioni originali non sono molto comprensibili».

Il genere dei Dry & Dusty è divertente e molto animato, ma rimane comunque una musica non immediata. Mi riferisco soprattutto alla scelta degli strumenti: con il banjo suonato della maniera “old time” – di solito il banjo viene suonato in stile bluegrass, con arpeggi continui, mentre con questo metodo si danno dei colpi dall’altro verso il basso – le percussioni e il violino il risultato finale potrebbe risultare inusuale, anche per via della mancanza di uno strumento “armonico”, come per esempio la chitarra.

Anche per il violino sono state fatte delle scelte particolari: in base ai pezzi, Alberto pazientemente cambia l’accordatura dello strumento a seconda del brano. «Questa è una prassi che si usava nel violino popolare anche in Europa. Successivamente nella tradizione europea si è persa e la si trova solo in alcune zone, per esempio in Norvegia, mentre in America è una prassi più usata. Ci sono due o tre accordature diverse che vengono usate e ho scelto di rispettarle anche per comodità, perché comunque cambiando accordatura e cambiando tonalità puoi far suonare molto di più le corde vuote, per cui poi lo strumento suona in maniera più corposa».

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Giusi racconta che per quanto riguarda le percussioni, non se ne trovano molte nelle registrazioni storiche, si sentono piuttosto i piedi che tengono il tempo. «Spesso succedeva che i musicisti dovessero andare a registrare a un giorno intero di viaggio in macchina e quindi si portavano solo l’essenziale. Comunque storicamente si suonavano le ossa, i cucchiai, il triangolo, tamburi con i sonagli. Io ho iniziato piano piano, prima con il bodhran (il tamburo irlandese) e poi ho cercato qua e là le varie tecniche per le altre percussioni».

Attualmente il gruppo ha inciso il disco Polly put the kettle on, ma «non abbiamo mai fatto la presentazione ufficiale perché è stato un parto lungo». Intanto continuano a suonare anche se, essendo questo un genere non molto conosciuto «va sempre a finire che si suoni o perché ci hanno sentito da qualche parte, o per conoscenze».

Non solo tango – Il pescatore di “caramelle”

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Daniel vive affittando libri. Tra il 1976 e il 1983 ha vissuto in Italia, al tempo della dittatura dei generali. Ha fatto molti mestieri ma quello di bibliotecario era probabilmente scritto nel suo destino.

«Nel 1975, quando ero attivista politico alla facoltà di Architettura e Urbanistica a Buenos Aires fui arrestato insieme a molti compagni. Mi portarono nel carcere di Azul, con un regime carcerario abbastanza aperto. Ricevevo libri e potevo perfino organizzare riunioni di lettura, nella mia cella. Dal 24 marzo del 1976, con il golpe cambiò tutto. Fummo trasferiti a Sierra Chica, un carcere molto più duro: l’ora d’aria solo due volte la settimana, otto compagni a turno. Potevamo parlarci solo a gruppi di due.

Fu necessario aguzzare l’ingegno per inventare modi per comunicare, continuare la lotta. Cominciammo a usare le “caramelle”. Si scriveva sulle cartine per sigarette, le si piegava e foderava con nylon e infine le si sigillava col calore. Assumevano la dimensione di una caramella. In caso di pericolo potevano essere ingoiate.

In cinque, tra cui Juan Martin Guevara, il fratello del Che, formavamo la direzione del padiglione. Ci riunivamo per coordinare il comportamento da tenere con le guardie, scambiarci notizie che apprendevamo grazie alle visite e analizzare i problemi dei compagni con cui ciascuno si incontrava.

Il responsabile scriveva quattro caramelle, le  tirava fuori durante l’ora d’aria e  le faceva arrivare alle nostre finestre. Le leggevamo, raccoglievamo opinioni e le rimandavamo al coordinatore con lo stesso sistema. Alla fine lui faceva una sintesi delle posizioni e ce la rimandava. Ogni riunione durava da 7 a 10 giorni.

La cosa più incredibile avvenne dopo la prima ora d’aria.

Il compagno della cella accanto mi disse: «Dove sei tu c’è la Biblioteca». Cosa, dove, quale? Mi spiegò: era una biblioteca di caramelle, attaccate tra loro in una collana, come vari volumi di ciascuna opera. Libri “proibiti” in piena dittatura proprio nel carcere duro del regime, in parte costruita prima del golpe con aiuti da fuori, forse in previsione di quello che si sapeva stare per succedere.

Si trovavano nella stessa porta della cella. Imparai ad usarla. Il compagno della cella accanto si occupava di spiare se qualcuno veniva nel corridoio. Intanto toglievo la copertura dello spioncino, prendevo un lungo filo di ferro con in cima un gancio di caucciù, lo introducevo dentro la porta che era cava, nello spazio tra le pareti di legno a cui si accedeva attraverso la serratura. Così pescavo i libri. Durante l’ora d’aria li passavo agli altri che in seguito me li restituivano.

Tra quelli che ricordo c’erano grandi opere come Stato e Rivoluzione di Lenin, Tradizione, famiglia e proprietà di Engels,  Il manifesto del Partito Comunista di Marx, scritti del Che, di Ho Chi Min, Le vene aperte dell’America latina di Eduardo Galeano, un saggio sullo sfruttamento economico e umano subito dal Sudamerica negli ultimi cinquecento anni, documenti dei partiti, finiti fuorilegge.

Molte volte mi sono chiesto perché il caso abbia voluto che a quella cella rimasta vuota e a questa biblioteca che stava per chiudere per fallimento sia arrivato io».

Il regime della Turbo Folk: la musica e l’arma della dittatura jugoslava

Il turbo-folk è un genere musicale nato in Serbia negli anni Novanta. Il termine venne coniato dal famigerato cantautore Antonije Pušić  – (Cattaro, 14 giugno 1963), in arte Rambo Amadeus, che ricordiamo come rappresentante del Montenegro per l’Eurovision Song Contest 2012 – per unire la musica folk tradizionale all’idea di modernità e potenza (“turbo”) delle basi elettroniche. Anche se strettamente legato agli stili e gli artisti serbi, questo genere è molto popolare anche in Bosnia-Erzegovina, Slovenia, Croazia, Macedonia, Albania, Bulgaria, Turchia e Montenegro.

Rambo Amadeus – Euro Neuro, 2012

Era la cosiddetta “novokomponovana muzika” (musica di nuova composizione), che poteva essere vista come il risultato dell’urbanizzazione della musica popolare. Inizialmente c’era un approccio molto tradizionale alla performance: venivano usati fisarmonica e clarinetto su canzoni d’amore tradizionali (insieme a temi lirici, monarchici e anti-comunisti). In una fase successiva, gli artisti più popolari come Lepa Brena, Vesna Zmijanac e Dragana Mirković utilizzarono le influenze dalla musica pop, musica orientale, e altri generi, che hanno portato alla nascita di turbo folk.

Lepa Brena – Jugoslovenka, 1989

Ma questo non è solo un genere musicale, fu infatti un forte alleato dei sentimenti nazionalisti nati dopo il disfacimento della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (1991-1995). La musica tradizionale si accompagnava a testi patriottici ispirati al mondo militare, mentre l’accompagnamento era quello tipico della musica pop e dance che stava spopolando nel resto d’Europa. Si aggiunsero in seguito altri temi, come l’amore e le questioni di vita quotidiana, facendo si che questo genere diventasse una moda abbracciata da molti giovani reduci dalla crisi economica: i video delle canzoni con i vestiti tamarri dei cantanti, le scenografie elegantemente kitsch, lo scintillio delle paillettes, i messaggi provocanti e le cantanti super sexy permettevano loro di evadere per un poco dall’arida sopravvivenza del dopoguerra.

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Se in principio questo genere veniva trasmesso solo da alcune emittenti private, in seguito venne abbracciato dalle forze politiche legate a Slobodan Milošević e ai suoi successori, che iniziarono a finanziare le emittenti, sostenendo questa nuova cultura emergente. Lo scopo era quello di farne un perfetto mezzo di diffusione delle idee nazionalistiche che andavano rafforzandosi nella popolazione (soprattutto dopo i bombardamenti NATO sulle città della Serbia). Questa musica nazional-popolare accentuava l’ambizione della gente verso i “modelli occidentali” del consumismo.

Severina – Moja štikla, 2006

Quello del turbo-folk era quindi un ambiente dal sapore nazionalista, mafioso e militare. I cantati legati a questo genere sono delle super star, seguitissimi sia nella loro carriera musicale che nella vita privata. Il caso più clamoroso è quello della cantate Ceca (nome d’arte di Svetlana Ražnatović – da nubile: Svetlana Veličković –  Žitorađa, 14 giugno 1973), nonché moglie di Željko Ražnatović, il noto Comandante Arkan.

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Più recentemente (sempre in Serbia),  dopo il cambio di governo – 5 ottobre 2000 – il turbo-folk è entrato nella sua propria fase di transizione: molti media serbi improvvisamente non erano più  “aperti”  come una volta. Per alcuni  si trattava di una risposta ad un’ autentica  mancanza di desiderio del pubblico di vedere e sentire qualcosa che ricordava gli anni Milošević , ma per molti altri, tra cui Pink TV, sembrava un tentativo opportunistico alla piaggeria con le nuove autorità. Molti artisti hanno risposto incorporando anche elementi più pop nel loro sound, rendendo il confine tra turbo folk e pop occidentale più sfocato che mai.

https://www.youtube.com/watch?v=OG_4q2TxV8o

Ceca – Da raskinem sa njom, 2013

 

 

Senegal VS Italy

Editing by Selena Magni.

Today Pequod had a long and deep conversation with Papis, a Senegalese man living in Italy. Sometimes living in a foreing country is not an exciting challenge, you simply have no other choice.

Your name, age, nationality, where are you from? Where do you live now? Which is your current occupation? 

I’m Papis, 33 years old; I live in Bergamo today and I’m from Dakar, Senegal. I’m unemployed.

Why did you decide to leave your country? 

I left Senegal for economic reasons: I have not finished my studies and in my country if you don’t have any  qualification it’s really difficult to find a job, make an asset or build a house. When I started my travel, I hoped to find something different in Europe, more possibilities to learn, a job and a better economic situation.

Why did you choose Italy? 
Actually, I didn’t choose Italy. At first I arrived in France and I liked it, but it was too difficult to stay there for me, so I left France and came to Italy. I have some brothers who have been living here for many years and they hosted me.

Describe your life in Italy (your occupation, your everyday life, social life, etc.). Tell us something about the city you live in (top 5 places to be, where to go, what to do – be our tourist information center!)

Actually, my life is a bit boring, because I have no job and no money. When I first came to Bergamo, I found a job as leafleter and I remembered that I had to get up very early and walk a lot, but I liked that work, because it allowed me to discover the country where I was living and it gave me money to live. Now I still get up early but I don’t have anything to do, so I have breakfast, watch international news and do something in my home; then I go out in search of some little business. I spend most of my time with Senegalese friends. We like staying at home cooking our traditional food all together. I try to spend as little time as possible at home, just to find something to do, but I regard my home as a peaceful place and when I go out I’m often worried, because I never know what I’ll find in the street.

I discovered the places that I consider as the most beautiful in Bergamo walking around in the city. Tourists who come to Bergamo always visit the same places: the center and Città Alta, a kind old Roman stronghold, and it’s great, yes! But I prefer the smaller cities, like Clusone or Stezzano: here you can see some historic villages with little historical centers that are really interesting and during the summer, there’s not much to do in Bergamo city, but out of it every village organizes events and sometimes you can hear a good concert or listen to an interesting conference.

How is living in Italy different than living in your country? 
The differences are many! Here everything is organized: public transport, business, health. The first thing that you learn when you arrive in Europe is that you have to regularize your position and your activity, and to keep your documents safe. In Senegal it is really different, especially for business: there isn’t any kind of regularization of economic activities, you just start it. For the documents it’s a little bit different, because in Senegal you always have to take your documents with you. If the police finds someone living illegally in Dakar, for example, they take him to jail or send him back to the border and if nobody searches him and he cannot prove his identity, he will stay there for a long long time. It happens rarely though, because the police controls take place during the night for the most part, during the day there are too many people in the streets to control! Here is different: policemen walk in the street day and night and control people identities. In Italy is easier than in other countries, there is more tolerance.

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Dakar, capitale del Senegal

 

Which is the biggest challenge of moving to a new country? Have you had any regrets so far? What do you miss the most?

The biggest challenge is integration. It was not easy to stay with people from Bergamo, to have dinner with them, to have a conversation. Now there are some people here, with whom I like to stay and hang out; I have Italian friends and my wife is from Bergamo. My regret concerns my studies, in Senegal first and then in Italy: I suppose that if I had graduated in Senegal, I would not have come here and my life now could have been easier. I can say the same about my first years in Italy, when I was here with my Schengen visa. What  I miss the most is my mum, my home, my family, but I think that I just remember some better times. If I return now in Senegal, I won’t find what I miss, it’s just homesickness. I would like to stay in Senegal for a year or more to feel seasons changing, rediscover the wind of my country and be a real Senegalese again.

What does Europe mean for you? Do you perceive the existence of Europe as a community?

When I was a child, Europe for me was my promised land: I used to see on TV some fantastic images about your clean streets, your organized life and a lot of vegetables! I wanted to go there! Now I know that Europe is a bit different from what I imagined: I like it, yes, but it’s really self-concentrated. Europe has educated me: I know the importance of organization, how to manage money and be autonomous. I like observing old people who live in country or in the mountains: I like their lifestyle and their independence. But I don’t believe in the existence of a real European Community: Europeans are so different from each other, they have different values and habits. Africa is different: our cultures are similar. I could live in Congo or Ivory Coast without any problem, but in Europe it is difficult for most of the people to leave their country for another and there are countries that are regarded as non-European by a lot of people, while they are in fact European.

Italy, your country and Europe. Use three words to describe each of the previous. 

Bergamo – anxious

Italy  – pleasant

Europe – individualist

Dakar – cumbersome

Senegal – peace

Africa – promised land

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“Africa is my promised land”

 

What would you say to someone to convince him to move abroad? What’s the best thing you’ve got/you’ve learnt by your experience abroad?

I don’t think I could really convince someone to move abroad. I mean, what I’ve been learning in these long years of travelling and living abroad is that, despite all the difficulties, this is an experience that makes you grow and teaches you an important lesson, even if sometimes it’s even too hard than what you deserved. That’ why I think that travelling, living in a place which is different from your home is a fundamental experience, visiting new places, discovering new cultures and opening your mind. But still, your birthplace will be always your home, no matter what, that’s why the perfect thing would be to come back home, after living abroad, with a handful of experience that will complete your real life in your motherland.

TEEM, la semina dell’asfalto darà i suoi frutti? – Green Marketing, la visione del costruttore da stravolgimenti e preservazione

Con l’articolo del 23 Febbraio, abbiamo osservato da vicino la realizzazione di un’opera, un’opera titanica: la TEEM. Medaglia questa, dalle due facce: l’una strategicamente interessante per la mobilità, l’altra decisamente invasiva per l’ecosistema. Ad oggi, ciò che risulta lapalissiano e quindi incontrovertibile è la forte trasformazione che il territorio interessato sta subendo. Corsi d’acqua deviati, incanalati ed interrati, ponti spuntati improvvisamente dal sottosuolo, ed un orizzonte ridisegnato. La società “Tangenziale Esterna S.p.a” è nata per progettare, realizzare e gestire in concessione per cinquant’anni, i 32 Km di superstrada. Le ragioni esposte dalla neo-società, per la costruzione dell’opera, si fondano sulla vetusto concezione della vecchia Tangenziale Est di Milano, la quale, costruita alla fine degli anni sessanta, non sarebbe più in grado di assecondare le esigenze di viabilità odierne. La progressiva urbanizzazione e industrializzazione (con la presenza sempre più fitta di logistiche e poli industriali), dislocati fuori dalla vecchia cerchia urbana di Milano, hanno reso il traffico sempre più congestionato e saturo.

Dunque, proprio al fine di alleggerire la mole di auto e camion presenti sull’attuale rete, si è preparato il campo alla ideazione e costruzione della TEEM, con l’obiettivo di ridurre i tempi di percorrenza e parallelamente, diminuire le emissioni inquinanti. La società TE, per “addolcire la pillola”, dal punto di vista comunicativo e (speriamo) attuativo, ha prestato attenzione alle tematiche green, offrendo ai propri interlocutori, interventi tecnologici mirati a basso impatto ambientale. Per la costruzione si è fatto ricorso a innovativi sistemi di barriere fonoassorbenti e dune antirumore utili ad armonizzare l’infrastruttura, con un contesto geografico che vanta caratteristiche territoriali d’eccellenza. SONY DSC

In ossequio al principio di compensazione non mancheranno un insieme di accorgimenti per il corretto trattamento delle acque piovane, che attraverso l’installazione di vasche di laminazione e impianti di depurazione eviteranno, inoltre, che eventuali sostanze inquinanti vadano ad intaccare la falda acquifera locale, garantendo sicurezza e rispetto ad un’ area che fa delle acque il proprio punto di forza a servizio della produzione agricola. Una grandiosa opera rispettosa dell’ambiente non può permettersi di trascurare l’ottimizzazione nell’utilizzo di energia, ecco allora presentato dalla Società, un esteso utilizzo di innovativi impianti di illuminazione a LED che permetterà un’elevata personalizzazione delle segnalazioni visive sull’infrastruttura, a incremento della sicurezza dei viaggiatori, unita a un’ottimizzazione nell’utilizzo dell’energia necessaria al funzionamento degli impianti a servizio di TEEM. All’interno dell’operazione di “lifting green” non poteva mancare la promessa di una generica piantumazione massiva volta ad implementare la vegetazione già presente, oltre ad un importante sviluppo di “mobilità dolce” con 30 Km di strade ciclabili che, secondo il progetto, metteranno in comunicazione e faciliteranno la fruizione dei beni storici e culturali presenti sul territorio (monumenti, ville e cascine).

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Cultura: secondo tema fortemente usato nella costante opera di mitigazione. Forte esempio è il completo finanziamento, stimato in oltre un milione di euro di spesa, da parte della società TE, per il restauro dell’oratorio bramantesco di Comazzo, uno dei comuni interessati dalla TEEM. La struttura è uno straordinario sito Storico artistico, un gioiello architettonico di grande e delicata suggestione, ma anche un luogo di importanza storica. Proprio da qui, da un piccolo oratorio incastrato in quel dedalo di paesini, cascine e campi, prende forma la giusta metafora che fotografa il momento attuale, immortalando l’eterno dualismo tra progresso e conservazione del bello. Dove per il mantenimento dell’antico è necessario il finanziamento del progresso, in un rapporto apparentemente in forte contraddizione, per il quale il soggetto, l’attore del grande stravolgimento assume le vesti del salvatore, preservatore di luoghi preesistenti alla Sua opera, attraverso la quale nulla può passare indenne al cambiamento.  …to be continued…

“Libera” sotto i portici della Dotta. A Bologna per ricordare le vittime innocenti delle mafie.

di Maria Luisa Rao

Bologna 21 marzo 2015. Si respira un’aria diversa e sorrisi senza costrizioni si leggono sui volti dei partecipanti alla marcia per ricordare le vittime innocenti delle mafie, come accade ormai da quasi vent’anni. Organizzata da “Libera” – associazione nomi e numeri contro le mafie – in collaborazione con altre associazioni che ne condividono il progetto di legalità, dal 1996, questa giornata è il simbolo di chi non dimentica, cerca giustizia e lavora ogni giorno per la legalità.
Il corteo si riunisce nei pressi dello stadio Dall’ara e sfila per le vie della città raggiungendo in fine piazza VIII agosto. Gran parte del corteo è composto da giovani, venuti da tutta Italia ma non mancano famiglie con bambini, anche piccolissimi. Partecipare e combattere trecentosessantacinque giorni all’anno. E mentre la folla attraversa Piazza grande, il suono dei tamburi che attraversano “la Dotta” si fa più forte.

Ciro viene da Torre Annunziata. Per lui la battaglia quotidiana è l’arma essenziale di ogni individuo. Bologna sicuramente non è una scelta casuale. Don Ciotti giorni fa ha ricordato come la città abbia pagato prezzi immensi. E non a caso, tra gli altri, sono stati letti i nomi delle stragi del Due agosto. E non dimentichiamo che nell’ultimo periodo, si è messa in evidenza la forte collusione della Regione Emilia Romagna con la ‘Ndrangheta.

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Riccardo ha solo ventitre anni. Studia Scienze Politiche a Torino. Oggi è qui con una fascia tricolore: “ Basta pensare che sia un fenomeno meridionale.” Tanti i giovani seduti in terra, colorano piazza VIII agosto. Era inevitabile. Bologna è il simbolo della gioventù, dei giovani che non dormono. Alberto fa parte dei Renanera, band di sei elementi che propone uno spettacolo musicale e teatrale di matrice popolare. Il sestetto si è aggiudicato il “Premio Musica contro le Mafie”, successo ottenuto con il brano “ Campo”.

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L’ Alma Mater si prepara da mesi alla ventesima giornata della memoria e dell’impegno. Gli studenti di “Rete della conoscenza Emilia Romagna” ha organizzato diverse assemblee nei mesi passati. Unico obiettivo educare a scendere in piazza, a mobilitarsi: “Dalle scuole alle università può partire una nuova primavera di diritti contro tutte le mafie e noi ce la vogliamo giocare tutta.” Un lungo e interminabile applauso chiude la letture dei nomi delle circa novecento vittime. “I nomi delle vittime devono scavarci il cuore e scorrere nelle nostre vene. Il dolore delle persone che restano deve essere nostro.” Parole pesanti tese a scuotere le coscienze, quelle pronunciate dal presidente di Libera, Luigi Ciotti.Innumerevoli le allusioni del presidente di Libera, alla presenza di “personaggi” poco informati e molto collusi, anche all’interno delle istituzioni.

Rimpiangere di non aver vissuto è l’errore più grande che un giovane può compiere. Vivere secondo principi legali, è possibile. Essere padroni del proprio futuro e agire per raggiungere obiettivi. Lottare per ottenere giustizia. Molti stati d’animo hanno percorso i portici: speranza, dolore,gioia. Ma il monito più forte arriva ancora da Don Ciotti: “Ragazzi determinati. Oggi ho potuto ammirare i vostri sorrisi. Sorrisi fatti di speranza. Non prendiamoli in giro,vivono con l’angoscia per il futuro. Facciamo vedere la strada per un futuro degno. Cerchiamo di vivere una vita che possa essere definita tale. Mettiamoci in gioco. Illuminiamo ai nostri figli le strade che abbiamo oscurato. L’indifferenza è vergogna. La legalità non deve essere solo scritta nei codici ma anche nelle nostre coscienze.”

Capo Vaticano, la voglia di mare e l’inverno

In estate questi bellissimi paesaggi vengono invasi da turisti di ogni genere e provenienti da tutta Europa, in inverno le sue spiagge appartengono al mare, ai pescatori e alla bellezza incontaminata che lo rende una perla del mediterraneo.

Stiamo parlando di Capo Vaticano località calabrese che si trova nel Comune di Ricadi, a breve distanza da Tropea, sulla punta estrema dello splendido promontorio roccioso che si staglia nel Tirreno meridionale, protendendosi verso le Eolie.

Secondo una delle tante versioni nell’antichità in tale promontorio risiedeva un oracolo e proprio dalla parola Vaticinium (“oracolo”) deriverebbe il suo nome. La sua costa è frastagliata, con piccole baie e con una flora e una fauna mediterranea molto ricca che regala dei panorami così belli che lo scrittore Giuseppe Berto, che decise di viverci, disse di sapere di trovarsi in uno dei luoghi più belli della terra.

Non servono altre parole, adesso, lasciatevi trasportare dal suono delle onde e godete dei colori del mare in inverno.

 

Fotografie di Celeste Gasparri.

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Spazio Linkiostro – Più spazio per tutti!

Prendi uno spazio comunale inutilizzato, un assessore con grande iniziativa, un piccolo gruppo di ragazzi volenterosi, e la ricetta è servita. Questi sono gli ingredienti che hanno portato alla nascita dello spazio Linkiostro, nella provincia bergamasca

L’idea è venuta a Lidia Roggeri, assessore alle politiche giovanili del comune di Ranica, che ha voluto creare uno spazio per i giovani all’interno del quale promuovere iniziative che svariano dall’ambito politico-culturale a quello artistico-letterario.

Sara Ravasio, una ragazza che collabora attivamente fin dall’inizio alla promozione e alla crescita dello spazio Linkiostro, ci racconta: «Non siamo in molti ad occuparci delle attività del centro, ma lavoriamo bene, siamo uniti e motivati; non appena Lidia ci ha contattati per questo progetto, ne sono stata subito entusiasta!».

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La volontà era quella di creare uno spazio di aggregazione giovanile, completamente assente a Ranica prima dell’avvento de Linkiostro. Ovviamente qualche difficoltà, almeno all’inizio, c’è stata, soprattutto a livello burocratico per la gestione dello spazio dove tenere incontri ed iniziative. Ma, come già detto, a questi ragazzi forza di volontà e organizzazione non mancano e la situazione sta volgendo al meglio.

Per Lidia è importante coinvolgere la popolazione locale: «La disponibilità di questo spazio deve essere un’opportunità per tutti, non solo per il collettivo de Linkiostro o singole associazioni. Sarà proprio questo a differenziare questa iniziativa da qualsiasi altra».

Le attività proposte dal collettivo abbracciano diversi ambiti e problematiche: si passa infatti da iniziative di stampo politico e culturale, ad altre di carattere artistico-letterario, fino alla promozione di serate a tema musicale e di svago. Ad oggi i ragazzi de Linkiostro hanno proposto al pubblico incontri con associazioni di volontariato, cineforum, un laboratorio di ciclo-officina e alcuni aperitivi di autofinanziamento.

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La serata che però ha riscosso maggior successo è stata quella dedicata al tema palestinese: «C’è stata grande partecipazione, la serata è piaciuta molto! Abbiamo proiettato il docufilm Striplife – Gaza in a day, a cui è seguita la lettura di alcuni passi del libro di Vittorio Arrigoni e il racconto di esperienze dirette di testimoni che sono stati in Palestina», ci ha raccontato Sara.

Attualmente le attività del centro sono in una fase di stallo, dovuta all’allestimento dei nuovi arredi dello spazio dove si svolgono riunioni e incontri, una saletta del centro culturale R. Gritti, adiacente alla biblioteca di Ranica. Allestimento del quale si stanno occupando personalmente i ragazzi de Linkiostro, con particolare attenzione alle dinamiche ambientali.

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Diversi sono i programmi per il futuro: oltre a un’interessante serata già in programma per Aprile sul tema Rom; il collettivo, infatti, vuole farsi conoscere di più al pubblico di concittadini tramite serate a tema musicale, laboratori manuali di diverso tipo e tornei di giochi in scatola. Forte è anche la voglia di crescere come numero, per avere una spinta maggiore alla ricerca di nuovi argomenti e tematiche da proporre in futuro.

Perciò, se avete idee interessanti in mente, fatevi avanti..

A Linkiostro sono sempre in cerca di nuovi cervelli pensanti!

Non solo tango – “Che mestiere fai?” “Affitto libri”

Julia ha 97 anni. I libri che vuole leggere glieli portano alla casa di riposo. Ortensia riesce invece, sia pure accompagnata dalla figlia, ad andare ancora a calle Deán Funes 315 – nel pieno centro di Cordoba dove ha sede da quasi quaranta anni la Biblioteca Circulante, una biblioteca privata – a prendere quelli che le interessano.

Le ultime novità, soprattutto i romanzi, quelli che stanno in cima alle classifiche, che la gente cerca di più e che nelle biblioteche pubbliche arriveranno forse tra un anno o chissà quando. Qui invece si trovano anche gli ultimi best seller, come il primo volume di L’amica geniale di Elena Ferrante appena tradotto in spagnolo. Si paga una quota di iscrizione ed è permesso portare i libri a casa. Sono queste le principali differenze con le biblioteche pubbliche, dove non si paga la quota di iscrizione ma l’aggiornamento spesso fa difetto e sono molto pignoli riguardo al numero di giorni in cui tenere il libro a casa.

La biblioteca fu  fondata nel 1948 a Buenos Aires e poi trasferita qui, a 800 chilometri dalla Capitale, da David Andrés Benarosh, conosciuto come “el francés”, anche se in realtà è nato in Algeria, ed è arrivata a contare fino a 600 soci.

Alla fine degli anni Novanta la crisi economica – con la conseguenza, tra il resto, di un forte rincaro del costo dei libri – ha messo in difficoltà l’esistenza della Biblioteca. E’ stato, nel 1998, che Daniel Radaelli e Lilia Filloy, un’artista plastica di Cordoba,  ne hanno rilevato la proprietà per evitare la chiusura.

Da allora Daniel ha trasformato la passione della lettura in mestiere, “affittando” libri, il cui costo d’acquisto in Argentina è quasi sempre proibitivo. Più di 25 mila volumi, aggiornati costantemente nonostante in sessanta anni di vita la Biblioteca non abbia ricevuto sostegno economico da parte delle istituzioni. Oltre alla narrativa in tutte le espressioni (di costume, classica, romantica, umorística e di avventura, per ragazzi), è possibile consultare una importante collezione di libri di teatro, storia, viaggi, poesia, saggistica. I soci ora sono circa 120, in prevalenza anziani ma di recente si sono iscritti anche alcuni ragazzi.

Daniel Radaelli

Con una quota mensile di 70 pesos (al cambio non ufficiale quasi 6 euro)  è possibile ritirare quattro libri e leggerseli comodamente a casa perché in calle Deán Funes 315,  nelle tre stanze ingombre di libri non c’è spazio per attrezzare una sala di lettura.

Daniel tra il 1976 e il 1983 ha vissuto in Italia. Ha fatto molti mestieri ma il bibliotecario era probabilmente scritto nel suo destino. Da quando finì in carcere, nel 1975, un anno prima dell’inizio della Guerra Sucia (guerra sporca), come fu chiamata la  repressione violenta attuata in Argentina – che ebbe il culmine tra il ’76 e il ’79 – per distruggere i movimenti armati di sinistra e più in generale per cancellare qualunque forma di protesta e di dissidenza nel paese, soprattutto negli ambienti culturali, sindacali e universitari.

/ continua

Utopia

Siamo in un periodo dove le contaminazioni tra cinema e graphic novel sono ormai largamente diffuse. A partire dagli universi Marvel e DC, senza dimenticare molti altri esperimenti interessanti (Scott Pilgrim, La vita di Adele, ecc..), l’adattamento su pellicola dei fumetti sta raggiungendo complessità narrative mai viste finora, dove spesso la graphic novel sembra prendere vita sullo schermo. E uno dei prodotti più originali e innovativi in questo senso è proprio una serie tv. Ah, e non è tratta da una graphic novel. Sto parlando di Utopia.

Prima di cominciare però ho da darvi una notizia buona  e una cattiva. Prima la cattiva? O la buona? Ripensandoci di questo è meglio parlare dopo, prima vediamo di fare un breve riassunto della trama.

The end of Utopia … or is it?

La storia segue un piccolo gruppo di persone che si trovano in possesso del manoscritto del sequel di una graphic novel cult, The Utopia Experiments, che si dice abbia previsto i peggiori disastri del secolo scorso. Questo li porta a essere bersaglio di un’organizzazione conosciuta come The Network, alla quale devono sfuggire per sopravvivere. Attraverso il manoscritto, dovranno scoprire il significato nascosto nelle sue pagine prima che i disastri raffigurati diventino realtà. L’obiettivo del Network però non è solo quello, ma anche trovare “Jessica Hyde”, una ragazza fuggitiva che si unirà presto al gruppo dei protagonisti e che sembra essere di vitale importanza per l’organizzazione. 

Where is Jessica Hyde?

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Come al solito, per evitare spoiler vari, mi fermerò qui con l’intreccio, che però assume un valore fondamentale nella serie, in quanto ci troviamo davanti a una sorta di thriller cospirativo, la summa di tutte le teorie del complotto, ma che è anche uno splatter, impregnato di violenza gratuita e black humor. E se questa combinazione lussureggiante non vi basta, rilancio con una serie di personaggi che sembrano veramente usciti da un fumetto, in continua trasformazione, con una caratterizzazione spiazzante sia nei comportamenti che nella morale, due su tutti: Arby, un killer come non ne avete mai visti, con un respiro affannoso (tipo Dart Vader) e una passione per le uvette, e la stessa Jessica Hyde, in fuga dalla più tenera infanzia, con una personalità folle, o quantomeno enigmatica.

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Nonostante il grande numero di lamentele a causa delle scene violente e del linguaggio offensivo, Utopia ha ricevuto recensioni molto positive. Una delle cose che colpisce di più è senza dubbio il suo stile visivo: un’esplosione di colori accesi, primo tra tutti il giallo, che danno vita a un’ambientazione a tratti surreale, in quanto fa da cornice all’oscurità delle vicende, agli omicidi a sangue freddo (nemmeno i bambini vengono risparmiati), alla tortura, e mi fermo qui. A contribuire alla creazione di questa particolare atmosfera non manca una colonna sonora straniante, ma che non tarda a dare dipendenza: bellissima, a mio parere, la sigla che chiude ogni puntata.

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A questo punto spero di avervi convinto a dare una possibilità ad Utopia e sono pronto a darvi le due notizie. Quella cattiva è che Utopia, composta di due stagioni da sei puntate l’una, andata in onda sull’emittente britannico Channel 4 dal Gennaio 2013 fino all’Agosto 2014, è stata inspiegabilmente cancellata dal network per dare spazio a una nuova serie. Ma rimarrà per sempre una perla nel cuore dei suoi fan. La buona notizia invece è che verrà fatto un remake di Utopia negli States, prodotta da HBO e dove tutte le puntate saranno dirette da nientepopodimeno che David Fincher!

Ma prima del remake, vedere l’originale è d’obbligo. Saluti, e buona visione!

Dall’Oscar per Gravity a Space Runners: la storia tutta italiana di Daniele Federico

Parlare di fantascienza oggi, significa parlare di un mezzo dalle mille risorse. Lontani i tempi di un genere di serie B e di un intrattenimento fine a se stesso, la fantascienza è sempre più un potente strumento per riflettere sull’uomo e le sue domande più profonde.

Ne sa qualcosa il cinema che negli ultimi tempi ha saputo regalare capolavori di intensa emotività attraverso un genere che sembrava ormai vecchio e logoro. E questa è anche l’operazione dietro a Space Runners, romanzo breve di Daniele Federico, tra i più scaricati di Amazon [link].

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La storia è quella di Daniel, pilota aerospaziale arruolatosi in una missione ai confini dell’universo. Una missione tanto sognata quanto causa di amare delusioni che lo porteranno a interrogarsi sull’ambizione, il desiderio di raggiungere i propri obbiettivi e l’amaro e inevitabile ripercuotersi di tutto questo sugli affetti personali. «Perché la vita deve sempre essere esclusione di qualcosa?», si chiede più volte il protagonista.

Un racconto semplice e avvincente Space Runners, che non manca mai di sfruttare a pieno le potenzialità della sua veste fantascientifica. Ma è anche un racconto che ha molto di autobiografico. «Quello che mi interessa quando scrivo», ci ha confessato l’autore, «è raggiungere i miei lettori toccando le corde giuste e coinvolgendoli in quelle che sono domande che hanno toccato me in primis».

Del resto, di ambizioni e partenze ne sa qualcosa lui, che a soli 32 anni può vantare nel suo curriculum un premio Oscar. Sì perché Daniele Federico, bolognese di nascita e londinese di adozione, è stato uno dei programmatori informatici della Framestore, l’azienda britannica vincitrice, tra le altre cose, dell’Oscar per gli per effetti speciali di Gravity, il pluripremiato lungometraggio di Alfonso Cuarón.

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«La mia passione per gli effetti speciali è nata durante l’università», ci ha raccontato Daniele. «Mi sono laureato in ingegneria informatica, e lì ho capito che era proprio l’ambito cinematografico quello in cui volevo lavorare, così sono andato a Roma. Dopo un paio di stage sono entrato alla Rainbow, lì ho cominciato con le Winx e i cartoni animati, ma poi ho pensato di trasferirmi all’estero.

Certo, nel nostro campo tutti sognano gli Stati Uniti e i colossi cinematografici internazionali, ma è molto complesso ottenere il visto per lavorare lì. Così sono andato a Londra, l’Inghilterra da questo punto di vista resta la meta migliore in Europa».

Ed è proprio a Londra, infatti, che ha avuto l’occasione di lavorare alle più importanti produzioni cinematografiche degli ultimi anni: Le cronache di Narnia – Il principe Caspian, Harry Potter e i Doni della Morte, Gravity, Guardiani della Galassia e altre. «Sono andato a Londra con il pensiero fisso di lavorare a Narnia. Sapevo che lo stavano facendo e volevo assolutamente provarci, ma non mi è riuscito subito. Appena arrivato ho cominciato, invece, con una casa di produzione di videogiochi, e solo dopo sono riuscito a entrare alla MPC. Ci sono rimasto per due anni e poi sono passato alla Framestore. Sono stati anni molto importanti in cui ho accumulato un bagaglio di conoscenze che mi ha permesso di aprire oggi un’attività tutta mia».

Una bella storia quella di Daniele, ma comunque molto lontana da quelle che ci propinano ogni giorno riviste e giornali, per i quali fare successo all’estero è cosa scontata. «Non mi ritengo un genio, quando vivi in questi ambienti ti rendi conto che di ragazzi come te ce ne sono tanti, e il nostro ruolo è pur sempre quello di un ingranaggio all’interno di un meccanismo veramente complesso. Ma non sono neanche l’ultimo arrivato; ho fatto dei sacrifici per arrivare a questo punto, ho studiato tanto, è stata dura. Di rinunce ne chiede molte questo lavoro, anche perché ormai la concorrenza è davvero altissima».

Insomma, un creativo a tutto tondo Daniele Federico che tempo fa ha anche sorpreso il web con un video molto bello dal titolo There is you. «L’idea è nata per un’occasione speciale. Volevo dedicarlo a mia moglie il giorno del matrimonio, così ho ricostruito la nostra storia usando solo le immagini e la musica». E il risultato ha conquistato anche noi!

Il Teatro dei se

Chiudete gli occhi e immaginate per un attimo il risvegliarsi della natura in un tiepido pomeriggio domenicale di Marzo mentre passeggiate o bivaccate nel meraviglioso Parco Sempione. Ora però pensate che da lì a breve tempo vedrete sorgere, incastonato tra la Torre del Filarete e l’Arco della Pace, nel cuore del parco, una struttura in cemento e acciaio lunga 17 m, larga 10,50 e alta più 6 metri. No, non è il sole primaverile che vi dà alla testa, non sono miraggi, ma quello che vedete è il“Teatro Continuo”, installazione artistica di Alberto Burri. L’opera fu realizzata nel 1973 in occasione della XV Triennale e rimase a lungo nel patrimonio artistico-culturale milanese fino a quando non fu demolita nel 1989. Proprio in questi giorni il Comune di Milano, in occasione dei 100 anni dalla nascita dell’artista (1915-1995), sta riproponendo la riedificazione della sua opera proprio là dove era stata pensata e collocata originariamente.teatro burri 3

E’ lecito chiedersi chi siano i protagonisti di questa realizzazione. L’opera viene donata, cioè a titolo gratuito, dalla Fondazione Burri alla città di Milano, tuttavia i costi per la sua ricostruzione sono sostenuti da un noto studio legale, NCTM, mentre i costi per la manutenzione spetteranno alla fondazione La Triennale. Il dibattito relativo alla ricostruzione ha origine nel 2008 ma solo nel 2013, in occasione della Triennale, si è allargato raccogliendo pareri sia favorevoli che contrari. Tra questi il “Comitato Parco Libero” è stato tra i primi a mobilitarsi con iniziative di vario genere volte a divulgare la conoscenza dell’entità del progetto e a far sentire la voce di coloro che non vogliono vederlo realizzato. Nel Luglio del 2014 il Comune ha deliberato a favore della costruzione ed i lavori sono in corso d’opera già da due settimane.

Se la vostra domanda è se esista o meno una legge che tuteli i luoghi di prestigio ambientale come il Parco Sempione da modifiche, di ogni genere, che possano alterarne la bellezza e l’integrità, come potrebbe parere ad alcuni la costruzione di quest’opera, la risposta è presto data-si ci sono. Un esempio è il dispositivo di tutela del 27 dicembre 1986 (Prot. 13103) della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Milano che dichiarava “la grande arteria internazionale del Sempione sull’asse della porta del Barco, della torre Filaretiana e della via Dante, con l’Arco della Pace ed i suoi Caselli e lo spazio dell’attuale Parco, costituiscono una composizione prospettica di notevole importanza urbanistico-monumentale “. Attenzione questo non vuol dire che non si possa realizzare alcuna iniziativa artistica o costruire alcuna installazione nel Parco, ma che per farlo è vincolante il consenso della Soprintendenza; in questo caso l’approvazione c’è stata.

Fin qui la vicenda si mostra abbastanza lineare. Non fosse però che questa è anche una storia “se”; una storia di dubbi che ci permette di analizzarla secondo un punto di vista alternativo.

Il Comune ha interpellato il Consiglio di Zona 1 solo dopo aver deciso di procedere con la costruzione.Certo, il parere del Consiglio di Zona non è costrittivo ai fini procedurali, tuttavia è prassi che esso venga interpellato prima della decisione ultima a procedere. Vero è che il voto in sede Consiliare e di Commissione Ambiente si è mostrato poi favorevole all’opera, ma si può pensare che se ci fosse stata una comunicazione preventiva al quartiere questo avrebbe garantito un più amplio e approfondito dibattito, non necessariamente favorevole. securedownload

Altro punto delicato riguarda la gestione dell’opera. La fondazione de “La Triennale” dovrà gestire lo spazio in conformità al fatto che si tratti di un teatro e che dunque vi possano essere realizzate esclusivamente performance. Ma il nodo cruciale è quello che riguarda la manutenzione. Nel 1989 il Teatro Continuo fu abbattuto anche e soprattutto a causa del degrado determinato tanto dalla natura dei materiali, quanto dalla mano dell’uomo. Graffiti e murales tappezzavano l’opera allora e non è detto che non possa accadere anche oggi. Se alla voce costi di manutenzione vige pertanto un’incognita sarà legittimo chiedersi: La Triennale potrà far fronte a questi costi che non sono evidentemente prevedibili ?. Ancor più se ipotizziamo l’idea che se la fondazione non potesse più far fronte a queste spese un giorno l’opera potrebbe rimanere abbandonata a se stessa, degradata, nel bel mezzo del Parco Sempione. Infatti l’opera ha ottenuto l’approvazione della Soprintedenza a patto che venisse realizzata solo ed esclusivamente lì dov’era stata pensata dall’autore e soprattutto che venisse mantenuta per sempre. Il che vuol dire che non siamo davanti ad una installazione momentanea, bensì permanente e se venissero a mancare quelle condizioni che abbiamo detto prima si creerebbe una situazione “di scacco” dove l’opera si troverebbe incastrata in pessime condizioni nel parco e il parco stesso sarebbe vittima di una struttura in decadimento che difficilmente passerebbe inosservata.

Non può essere poi travisato il punto di fondo- il se più grande: se il Teatro Burri verrà apprezzato, gradito ma, ancor di più, accettato dai Milanesi. Ovviamente non è questa la sede dove affrontare le questioni ontologiche dell’arte, ma resta il fatto che siamo nel cuore di Milano e che un graffito su un muro di cemento a pochi passi dal Castello Sforzesco non provoca lo stesso effetto di un graffito realizzato su un muro di periferia. Resta anche il fatto che l’opera è stata pensata in un periodo di fervore culturale dove osare in questa direzione artistica era coerente e contestualizzabile alla realtà circostante mentre ora potrebbe difficilmente essere in sintonia col mondo che la circonda. Certo sono tutti se e i se difficilmente reggono strutture di cemento come quella del Teatro Continuo. Tuttavia di se, di dubbi e di opinioni è costruita la mentalità di un popolo di grande fermento e vivacità intellettuale come quello milanese. Vorremmo augurarci che una volta finito non si dicesse “forse sarebbe stato meglio se non l’avessimo ricostruito”. Sarebbe troppo tardi.

 

In copertina, Parco Sempione [ph. Alessandro Perazzoli CC BY-SA 4.0/Wikimedia Commons]

Geneva International Motor Show

Era il 1905, quando a Ginevra apriva i battenti il primo Salone dell’automobile, tenuto presso il Palais du Conseil Général, cui aderivano 59 espositori. Nel corso di un secolo ha consolidato la propria posizione di prestigio nel panorama automobilistico, fino a diventare uno dei principali eventi del settore a livello mondiale, l’unico nel vecchio continente ad essere sopravvissuto, senza chiusure o rinvii, al cataclisma che ha colpito il mercato negli anni passati.Dal 1982 la manifestazione si tiene al funzionale PALAEXPO, che nei giorni del Salon è raggiungibile comodamente in autobus, grazie ad una linea dedicata nell’intensissimo traffico della città del lago Lemano, partendo dalla centrale Gare Cornavin.

Se sulla presenza di auto da sogno non ci sono mai stati dubbi, più sorprendente è stata la massiccia esposizione di automobili che percorrano la strada dell’ecosostenibilità. Naturalmente, visti i tempi, anche questa è un’ottima vetrina pubblicitaria, in cui le case volentieri mettono in mostra la propria tecnologia. Si va dall’ibrido “classico” mostrato da moltissime case, come ad esempio Toyota (che abbinava anche istruttivi pannelli interattivi) o Volkswagen. Dall’ibrido si passa all’elettrico puro, con la presenza del costruttore americano Tesla, il primo a produrre in larga scala vetture di alta gamma alimentate unicamente da batterie. Notevole anche l’esemplare di monoposto Renault-Dams, partecipante al campionato mondiale di Formula-E, dedicato ad auto a propulsione elettrica.

Per quanto riguarda i carburanti alternativi, molto osservato il distributore di biogas e l’automobile adeguata a tale alimentazione. In mostra anche il motore a bassi consumi EcoBoost di Ford, che da 3 anni viene premiato come motore dell’anno dagli addetti ai lavori.

Da citare i fantascientifici pneumatici BHO3 di Goodyear, in grado di recuperare energia cinetica in fase di frenata per ricaricare le batterie di un’auto elettrica, oltre a fungere da fonte di raccolta di energia solare ad auto ferma.

Una rassegna patinatissima, quindi, che ogni anno registra almeno 700.000 petrolheads che hanno la possibilità di vedere con i propri occhi oggetti che  fanno battere il cuore, missione che le auto green, al momento, sono ancora ben lungi dal poter compiere.[metaslider id=4479]

DuDag e il social publishing

Vorreste pubblicare un libro ma non vi fidate molto delle proposte di certe case editrici o avete paura che non vi prendano in considerazione?

Oppure vorreste fare un ebook per misurare il vostro potenziale, ma non siete degli esperti?

Lorenzo Baravalle ha la soluzione per voi: ha creato DuDag!

«DuDag è un social publisher», come lo definisce Lorenzo; è un soggetto completamente nuovo nel panorama dell’editoria e del web, un sito dove uno scrittore può pubblicare gratis il suo libro e i lettori lo acquistano spendendo soltanto 1€ (di cui il 50% rimane all’autore).

«Noi vogliamo che su DuDag scrittori e lettori dialoghino direttamente, attraverso commenti e recensioni: sono i secondi che devono fare capire ai primi le potenzialità (o le criticità) del loro libro, aiutando lo scrittore a migliorare il suo prodotto».

Il progetto è in fase molto avanzata, Lorenzo infatti ci rivela che: «Ormai ha più di una decina di migliaia di utenti e quattro nostri scrittori sono stati pubblicati su carta. Questo è un punto importante: gli scrittori su DuDag possono pubblicare con un editore tradizionale senza doverci pagare penali o percentuali, ma solamente citandoci in copertina».

Adesso stanno lavorando per la terza e definitiva versione del sito, in cui le dinamiche social saranno portate al massimo.

Sono anche arrivati dei riconoscimenti infatti sono stati inseriti tra le startup più promettenti al mondo dal “The Summit” di Dublino, che raccoglie le migliori compagnie di tecnologia e di internet al mondo. Lorenzo ci racconta anche che a livello italiano si stanno posizionando come «Un player autorevole e fidato, grazie anche alla qualità delle nostre pubblicazioni: quattro finalisti del Premio Calvino, un paio di scrittori di mestiere, con pubblicazioni con editori nazionali e moltissime promesse di qualità».

Da dove nasce l’idea di DuDag e del social publighing?

«Semplicemente è nata dalla considerazione che in internet non esistesse nulla che parlasse al mondo dei libri come iTunes o YouTube parlano a quello della musica e dei video, per questo ho cominciato a pensare ad un modello che abbattesse i costi dell’eBook e ne riconoscesse una grande fetta all’autore».

Lorenzo continua dicendo che il progetto è maturato «Passo dopo passo, ma andando sempre di fretta» e che ha avuto un enorme aiuto da «Alessio Scalzo e Marta Marzola prima, due ragazzi fidatissimi e ottimi professionisti, e di Jessica Pompili e Laura Cupellini poi, le ultime due arrivate nel Team di DuDag».

Andando avanti e con le nuove aggiunte le ambizioni però sono sempre le stesse del primo giorno: rivoluzionare la lettura digitale.

Quali capacità e competenze si sono rese necessarie?

«Di tenere duro nei giorni difficili, di tenere i piedi per terra in quelli di esaltazione e la capacità di adattarsi ai lavori più diversi e alle situazioni più disparate».

Alla fine ci capita di discutere del panorama delle startup in Italia e Lorenzo non crede sia più l’epoca di creazione di prodotti innovativi, perché «È molto difficile che una startup abbia la forza per creare un nuovo prodotto e metterlo con decisione sul mercato. Credo piuttosto che questa sia l’epoca di innovazione del “modello”, di come vengono veicolati e venduti i prodotti che già esistono».

A questo punto non vi resta che fare un giro su DuDag e constatare voi stessi come si possano fare libri di qualità senza essere necessariamente una grande casa editrice!

Buona lettura!