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Tre giorni a Stoccolma

Pensi a Svezia e pensi… a cosa pensi? Freddo, neve? Nobel, Ikea? Spesso ignorati e considerati esclusivamente come oasi di civiltà e d’avanguardia, senza alcun appeal turistico, i paesi scandinavi possono rivelare piacevoli sorprese dal punto di vista culturale e paesaggistico, come ho potuto osservare a Stoccolma, capitale della Svezia, ricca di una storia e di una cultura sconosciuta ai più, con scorci che non ci si aspetterebbe. Tenendo presente che la Svezia in generale, e Stoccolma in particolare, è un paese abbastanza costoso (10 Corone-SEK- equivalgono a poco più di 1 €, un pasto completo è sulle 400 SEK), è comunque possibile sfruttare al meglio e in poco tempo questa città, senza arrecare troppo danno al portafoglio. Brevemente, ecco quello che si può scoprire in soli 3 giorni low-cost di questo freddo e regale paese.

Primo giorno: dall’aeroporto di Skavsta, arrivati col bus alla Stazione Centrale, inizia l’esplorazione della città, usando la comoda Tunnelbana, cioè la metro. Per i tre giorni di visita, si può acquistare una Travelcard da 72h: 230 SEK. La prima cosa da vedere è senza dubbio Gamla Stan, il centro storico situato sull’isola centrale di Stoccolma, la cittadella risalente al XIII secolo, con tutta la sua babele di stradine e vicoli, in salita, in discesa, circondate da negozi di souvenir, ma anche botteghe di artigianato; un luogo unico che ricorda le città di mare mediterranee, più che una pulita e ideale città nordica. Il fascino di questo luogo culmina nella piazza di Stortorget, su cui si affaccia, tra l’altro, il museo del Nobel, con i suoi palazzi pittoreschi e le sue case piene di colori.

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Stortorget

Da Gamla Stan si arriva fino al palazzo reale, Stockholms slott, nel punto più alto di questo quartiere-isola: una costruzione semi-circolare sede di diversi musei, ma non della famiglia reale, che già da tempo risiede, anche se non ufficialmente, in un’altra residenza privata. Ogni giorno, verso mezzogiorno, fuori dal palazzo avviene il cambio della guardia, banda musicale, guardia a cavallo e inno compresi. Sempre a Gamla Stan si può visitare la cattedrale di Stoccolma, o Storkyrkan, la chiesa di San Nicola, in stile barocco con uno  splendido e inquietante complesso scultoreo rappresentante San Giorgio e il drago.

Secondo giorno: musei a Stoccolma ce ne sono tanti, ma uno veramente degno di nota (e di visita) è il Vasa museet, situato su un’isola dell’arcipelago di Stoccolma(biglietto per adulti 130 SEK): al suo interno è esposto, praticamente intatto, un vascello da guerra del XVII secolo affondato a pochi kilometri dal porto al suo viaggio inaugurale; una sorta di Titanic ante litteram. Le condizioni del fondale marino consentirono negli anni ’60 il recupero per intero della nave, attorno al quale venne in sostanza costruito il museo. Non è possibile, ovviamente, salire a bordo, ma una serie di passerelle a più piani permettono di osservarlo da vicino, lasciando sbalorditi per la ricchezza delle decorazioni (che dovevano essere a colori) e per lo stato di conservazione pressoché perfetto: il 98% sono parti originali, dopo 333 anni passati sott’acqua!

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Il museo si può raggiungere col battello (se apprezzate l’ironia della cosa) ma è anche possibile ritornare a piedi al centro città con una serie di ponti che collegano le varie isole: passando per Östermalm, il quartiere più ricco e ‘in’ della città, sempre con la metropolitana ci si può recare a Riddarholmen, un’isola adiacente a Gamla Stan, dove si trova la Riddarholmskyrkan, il pantheon dei re svedesi. Dal lungomare di Evert Taube Terrass, passeggiata dedicata all’omonimo musicista folk svedese, con tanto di statua in suo onore, si ammira il prolungarsi via mare della città e l’imponente municipio Stockholm stadshus, dove ogni anno si tiene la cena ufficiale in occasione della cerimonia di premiazione del Nobel.

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Statua ad Evert Taube

 

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Stockholm Stadshus

Per la sera e lo shopping, ideali sono la zona a nord di Gamla Stan, il Norrmalm, più alla moda ed elegante, o il Södermalm, più alternativo, ricco di negozi e boutique vintage.

Terzo giorno: se non siete superstiziosi e siete poco impressionabili, andate a Skogskyrkogården. Dietro questo nome impronunciabile, si cela un sito iscritto all’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Cos’è? Un cimitero. Novantasei ettari di prato che ricordano un campo da golf, se non fosse per le lapidi nascoste dietro i pini e gli alberi, con una sensazione (senza dubbio) di quiete e un’ambientazione da Campi Elisi; lo sconsiglio di sera, dove i lumini delle tombe possono far pensare a fuochi fatui che è preferibile non inseguire. Inoltre, se avete la pazienza di cercare(la sottoscritta non l’ha avuta), qui si trova la tomba della diva Greta Garbo.

Infine, se vi siete ripresi dall’atmosfera lugubre della visita precedente, c’è sempre spazio per un po’ di sana gastronomia: nel ricco quartiere, già citato, di Östermalm, si trova la SaluHall, il mercato coperto in stile art nouveau, dove è possibile assaggiare vero cibo svedese, aldilà delle famose polpette vendute in un qualsiasi negozio Ikea: l’aringa affumicata è da provare! Il clima da fiaba è assicurato e per chi subisce il fascino delle città del nord, con quell’aria malinconica ma razionale.

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Saluhall

La forza delle parole e di David Grossman

Alle 18.00 di giovedì 13 inizia ad accumularsi gente all’ingresso del Teatro dal Verme, per mettersi in coda e aspettare l’apertura delle porte alle 19.30. Il teatro ospiterà infatti dalle 20.30, l’evento d’inaugurazione del Milano BookCity Festival 2014 “La forza delle parole” dove il giornalista Edoardo Vigna intervisterà l’ospite d’onore, lo scrittore David Grossman. Il teatro si riempie velocemente e alle 20.50 siamo pronti ad iniziare: dopo il discorso introduttivo, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, consegna a Grossman i sigilli della città e lascia il palco in favore di Vigna per iniziare l’intervista.

L’intervista affronta vari argomenti, si parte da cosa le parole significano per Grossman e dell’importanza del linguaggio per uno scrittore e non. Grossman, perfettamente a suo agio, racconta un aneddoto di Bruno Shulz, scrittore e pittore polacco che morì nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale: “Mi immagino che il linguaggio fosse come un serpente che venne tagliato in tanti pezzettini, che formarono le parole e vennero distribuiti alle persone. Sembrano elementi separati, ma se trovi la giusta combinazione accade la magia, si crea una connessione incredibile e imprescindibile”. La successiva domanda richiede a Grossman di trovare tre parole che vorrebbe tramandare all’uomo del 2114 per descrivere la società odierna: Distacco/ alienazione, incertezza e speranza, per descirvere i poteri contradditori di questa società.

Si prosegue con domande sulla sua infanzia in Israele e su come abbia vissuto la guerra e i conflitti che tutt’oggi dilaniano il suo popolo e Grossman, tra una battuta e l’altra, descrive come conobbe la Shoà alle elementari e come affrontò la guerra dei 6 giorni nel ’67, il sollievo quando capì che avevano vinto e la profonda amarezza per i conflitti che si generarono in seguito. Nell’ultima parte dell’intervista Grossman parla del suo nuovo libro “Applausi a scena vuota” dove un comico inizia il suo monologo e finisce per raccontare la sua infanzia e il momento che lo ha cambiato per sempre, lasciando intuire al lettore come la coscienza sia insieme problema e soluzione dei pensieri che tormentano l’anima (Non svelerò oltre del libro, ma lo consiglio vivamente!). Viene anche qui analizzato come il linguaggio del comico cambia dall’inizio del libro, dove il protagonista indossa la maschera sarcastica, al racconto della sua infanzia, dove assume connotati più intimi e dolci. Si conclude così l’apertura del Milano BookCity Festival, e non poteva esserci inizio migliore.

 

In copertina, David Grossman all’evento per i 10 anni della Fronteiras do Pensamiento [ph. Fronteiras do Pensamiento CC BY-SA 2.0/Wikimedia Commons]

Francia

Name and Surname: Olivier de La Brosse

Age: 27

Country: France

Nationality: French

City: Aix-en-Provence

 

CURRENT EVENTS:

 

  1. Which is the form of government ruling in your Country?

My country is a republic where the president has a lot of power because he’s elected directly by the citizens (Presidential Republic).

 

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Corruption is quite widespread within French political élite, such as among entrepreneurs. This is why French people don’t really believe in politics. It’s hard for us to trust their words because we know that they are capable to lie. Nevertheless, when we look at other countries we consider France not to be a very corrupted country thanks to the effective control upon our political system.

 

  1. Do you consider yourself European? [For non-European people: could you explain why you chose Europe?]

I consider myself European because I’m French but I’m also partly Hungarian and Italian. I speak three European languages apart from French and I’m well aware of the fact that the culture of my country is deeply related to European culture and influence. I also have friends and family all over Europe.

 

 

CULTURE:

 

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

My national language is French. There are dialects in my country, students at school study Basque and Breton. I think that Occitan isn’t used anymore and only linguists considers it nowadays.

 

  1. Who do you believe to be the cultural icon of your country?

There are many cultural icons in France. I strongly believe that Georges Brassens is the most appreciated cultural personality by every generation.

 

  1. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture? [For non-European people: do you perceive the existence of a “European culture”?]

Goethe.

Romania

Name and Surname: Alexandra Iancu

Age: 22

Country: Romania

Nationality: Romanian

City: Bucharest

 

 

CURRENT EVENTS:

  1. Which is the form of government ruling in your country?  

Semi-presidential republic.

  1. Do you believe corruption exists in your country? How much do you think it influences political life and your private life?

Corruption exists in all the areas of Romania. It starts from the most important authority governing this country and it gets everywhere. Almost everything is based on corruption here. As a matter of fact, last week, Mr. Victor Ponta, a young(!) candidate running for the presidential elections (of this year) paid thousands of people to come to Bucharest from all over the country, they filled a stadium and were asked to give him a round of applause. Of course, this big sham was recorded by the media, in order to create the impression that a lot of Romanians would go for him and elect him as a future president. I was told by my parents that this used to happen during the Ceausescu regime, the communism. Obviously, corruption has a tremendous power upon our lives. No matter how fair we try to be, we always get stuck somewhere because of all the others who made an ideology out of BRIBE… Or just because we cannot live differently. I used to judge people around me before living abroad. I thought we were the only ones living like this. But I realized Romania is not the most corrupted country in the world. People get to be corrupted because we, as a nation, are poor. We need money in order to survive these huge costs, doctors cannot afford NOT receiving little “gifts” from their patients. How could a person receiving 200 euros par month (minimum salary) live decently when a kilo of lemons is 17 RON (4 euros)? The salaries of a resident start from 200 euros!

  1. Do you consider yourself European? [For non-European people: could you explain why you chose Europe?]

I definitely consider myself European even if I have the feeling that I’m not living in an European country.

 

CULTURE:

  1. Which is your national language? Do dialects exist in your country? If they do, are they used/known by young people?

My language is Romanian. There are variations of language here, in Moldova, in Transilvania, in the west. Young people know about them but they don’t really use them unless they live in those specific areas.

  1. Who do you consider to be the cultural icon of your country?

Unfortunately, all the role models promoted here now are not so “cultural”. Romania is “feeding” its public with the Barbie dolls who can easily get famous by marrying rich guys. In my opinion, the most representative cultural icon for us is Nadia Comaneci, one of the most famous gymnasts in the world. And Simona Halep at the moment, a young tennis player who has just been ranked the 3rd in the WTA ranking, after winning a lot of games in the last months.

  1. Are you able to name a person that you consider symbolic for European culture? [For non- European people: do you perceive the existence of a “European culture”?]

Chopin. It’s quite strange that not even one actual name comes to mind…

Il Delta del Danubio e la sua Sulina, piccolo porto peschereccio

Sei seduto in una barca di legno, su un’asse ricoperta da un panno, e ai lati si adagia una distesa di acqua speculare al cielo. Sei praticamente circondato dalle nuvole, riflesse ed effettive, gli unici tratti che interrompono l’illusione sono gli arbusti e il volo di una moltitudine di uccelli neri sull’orizzonte. Il silenzio è totale, poiché il motore della barca è spento, fino a che non senti quattro, cinque colpi doppi sulla superficie dell’acqua. Sono i pellicani che si alzano in volo, sbattendo le ali e saltando con le loro zampe palmate, e questa non è una seduta psicanalitica ma l’esagerato Delta del Danubio.

Dopo aver girovagato per metà Europa, toccando dieci Paesi, il Danubio, secondo fiume più esteso del nostro continente, si getta finalmente nel Mar Nero, nel nord-est della Romania e al confine con l’Ucraina. Dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, il Danubio si divide nella città di Tulcea in tre bracci, Chilia, Sulina e Sfântu Gheorghe, creando un territorio in costante trasformazione di 4187 kmq caratterizzato da paludi, sabbia, isolotti galleggianti e canneti, che occupano ben 1563 kmq di tale superficie. Il Parco Nazionale del Danubio è oltremodo arricchito dalla variegata popolazione di uccelli, più di 300 specie, e dalle oltre 160 specie di pesci.

Sulina, piccolo villaggio di pescatori sul Mar Nero, è stata la nostra meta e punto di partenza per esplorare il delta. Per arrivarci bisogna prendere un traghetto da Tulcea e godersi le sponde del fiume per 5 ore. La cosa migliore da fare è arrivare al porto senza aver prenotato una pensione: saranno le famiglie del posto a chiedere di potervi ospitare poiché il turismo è la principale risorsa economica della zona e la gente del luogo deve prepararsi al nebbioso e inattivo inverno. Questo fotoreportage è dunque dedicato a questo piccolo villaggio e al ritmo della vita danubiana.

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Arcipelago delle Azzorre, ultima terra occidentale d’Europa

«Mi spiace, ho speso tutti i soldi per una chitarra nuova», proferì il mio (oramai ex) ragazzo.

«A me i delfini fanno impressione», dichiara un’amica.

«Eh?», anonimo passante alla pensilina dell’Atb.

La misantropia, si sa, prima o poi colpisce tutti. Per quanto mi riguarda, bussò alla porta della mia affabilità nell’estate del 2012, al momento della decisione del viaggio di laurea e della conseguente ricerca di compagni di viaggio. Di soldi ne avevo, un ragazzo pure e gli amici non mancavano… eppure, la pesantezza del posteriore di tutti mi fece acquistare un solo biglietto per le Azzorre, le verdissime isole portoghesi al centro dell’Atlantico.

Le scelsi per poter nuotare con i delfini e per poter vivere uno dei pochissimi luoghi europei ancora incontaminati, incontrando e conoscendo la spontaneità degli abitanti e la loro sincera benevolenza… ma se ritorno con il pensiero alle Azzorre, più che i visi e le voci, ritornano il fragore dell’oceano, la terra vulcanica nera e giovane, il fertile vigneto basso e inerpicato tra le pietre e il lago sconosciuto alle cartine.

Shqiperia. Immagini dall’Albania

Fotoreportage di Stefano Banfi, Lorenzo Caimi e Riccardo Schiavo

Albania è la proiezione nel futuro, coi suoi stridenti contrasti, di una capitale che si ammoderna a passi da gigante. Un immenso market di cinquanta università private e l’arte di arrangiarsi nella micro-economia di strada. La vita lenta fuori dai bar, nei parchi e nelle periferie. Profumo di agnello grigliato e pannocchie. Una mucca portata a pascolare in un campo da pallone, nel bel mezzo della giungla urbana. I giovani sono cresciuti con l’Albero azzurro e Solletico. L’italiano parlato quasi ovunque. Assorbito davanti alla televisione e spesso consolidato in Italia, da un lavoro all’altro, da una città all’altra della penisola.

Per 45 anni, a settanta chilometri da Otranto, si è stagliato uno dei regimi comunisti più duri dell’est Europa, a lungo ispirato alla Cina di Mao. Un fortino di statalismo e ideologia. Il prezzo da pagare, ancora oggi, è un retaggio di corruzione, clientelismo e grigi palazzoni. E poi, i duri conti con la memoria. Un po’ ovunque, piccoli bunker ricordano i tempi in cui l’attacco esterno era una paranoia quotidiana. La “pyramida“, in origine museo dedicato a Enver Hoxha, fa ora da pisciatoio al bar poco distante.
A cento chilometri sopra Tirana si apre l’impervio nord, legato a consuetudini secolari, fuori dal tempo e dalla storia. Sentieri scoscesi sfociano in piccoli villaggi. Case spartane arroccate sulla montagna, immerse nella vegetazione. Cittadine come Puka fanno da baricentro alla miriade di minuscole realtà rurali, da sempre uguali a se stesse. L’inderogabile legge dell’ospitalità e le sopravvivenze del Kanun, il codice medievale che regola le dispute di sangue con la vendetta. L’orgoglio di un’esibizione con strumenti musicali auto costruiti. Il ritrovo di un’intera comunità per una messa in mezzo ai boschi.
Tra le valli del nord come a Tirana, chiese cattoliche, ortodosse e moschee si amalgamano. Il suono delle campane e il richiamo dei muezzin. La religione non è una polveriera come altrove.
Visi, scene, colori, personaggi ed espressioni d’Albania, senza pretesa d’oggettività ed esaustività, nelle foto a venire.
Nei pressi di Pukë. Accogliendo gli ospiti
Nei pressi di Pukë. Suonando il cifteli
Nei pressi di Pukë. Aspettando la celebrazione
Nei pressi di Pukë. Messa nei boschi
Nei pressi di Pukë. Anziana nella sua casa
Pukë. Il pastore Plaki e i suoi due nipoti
Pukë. Preparando infusi
Pukë. Minareto
Tirana. Traffico mattutino per le vie del centro
Tirana. Uno dei tanti pannocchiari che affollano le strade della città
Tirana. Allevamento, palazzi e campi da gioco
Tirana. Nei vicoli presso Rruga Durres
Tirana. Policia
Tirana. Nella zona dei ministeri
Tirana. Ritratti al parco
Tirana. Giocando a domino
Tirana. La piramida
Tirana. Enrik Prendushi, ex-prigioniero politico del regime
Tirana. Moschea Etem Bei, la più antica d’Albania
Tirana. Chiesa cattolica
Tirana. Cattedrale ortodossa
Tirana. Visione notturna di piazza Skenderbeu
Tirana. Fuori dalla moschea
Tirana. Zoampognaro
Tirana. Tramonto nel grande parco cittadino
Kruja. Uno dei 750000 bunker in aperta campagna
Kruja. Ragazzini su un carretto

In copertina: Tirana, statua dell’eroe nazionale Skenderberg

Sulle rotaie con l’Intercity: dalla Lombardia alla Calabria

7 agosto 2014. Suona la sveglia delle 5 e 30 del mattino: tra meno di mezz’ora la vacanza estiva inizierà, e non lo farà con la sabbia o la menta di un fresco Mojito, ma con le rotaie della Stazione Centrale di Milano.

Da Milano a Vibo Valentia, passando per Napoli, l’Intercity scivola lungo l’Italia intera per 15 ore, intervallando i campi di girasole al russare del vicino, le gallerie degli Appennini al rumore dei libri sfogliati. In mezzo a un’Italia in viaggio su un treno troppo stretto e inadeguato, spesso ci si ritrova a condividere il pavimento con zaini e valigie, a combattere l’afa al posto dell’aria condizionata o a barcollare nei corridoi alla ricerca della circolazione perduta.

Ma non solo. I passeggeri e i loro sguardi, rubati o meno, che rimbalzano da un finestrino all’altro, in attesa della loro fermata.

Street food 我爱你! (Street food I love you)

Dalla mia permanenza in terra cinese, posso dire di aver compreso quanto i cinesi di tutte le età e di tutte le classi sociali abbiano un unico minimo comune denominatore: mangiare a tutte le ore.
Sarà che la dieta mediterranea prevede 3 o al massimo 5 pasti principali, ma vedere ristoranti cinesi piccoli e grandi, pieni di clienti ininterrottamente dalle 7 alle 22, dal lunedì alla domenica, presenta una certa originalità. Per di più, sembrano godere di particolare successo tutti quei venditori ambulanti che si alternano a vicenda sugli stessi hot spot: al bordo dello stesso semaforo, secondo il passare delle ore, sarà quindi possibile acquistare delle crêpes salate fin dal sorgere del sole, dei noodles freddi a pranzo, della frutta fresca nel pomeriggio, degli spiedini di carne in serata e delle paste dolci in nottata.
Insomma, nessun popolo ama lo street food quanto quello cinese.
Cercherò ora di raccogliere tutti gli street-food più caratteristici che mi è capitato di trovare durante le mie sortite pechinesi e perfino lungo il tragitto casa-università, ogni giorno e a tutte le ore.
Ravioli o dumplings o jiaozi
Piatto tipico della festività del Capodanno Cinese, per la loro forma simile a quella della antica valuta cinese, il tael, che lo rende un simbolo di felicità e prosperità (lo stesso principio che si cela dietro alle nostre lenticchie),
Sono stati resi popolari nella vita di ogni giorno dai tipici mini-ristorantini di quartiere, caratterizzati da arredamento carente, pochi posti a sedere, coperto essenziale e gestione familiare.
Comunemente si mangiano in abbinamento a salsa di soia (a volte mista ad aceto), peperoncino tritato o aglio.

Tipico aspetto di questi venditori di jiaozi, o jiaozazzari, popolare quanto improbabile ma quanto mai diffuso calco linguistico sull’italiano “paninaro”

Secondo la loro modalità di cottura, i ravioli cinesi si suddividono in:
– ravioli al vapore, nelle varianti jiaozi (dalla pasta sottilissima), xiaolongbao (dalla pasta più soffice e spessa) e shaomai (simili ai jiaozi, ma chiusi in maniera differente), che differiscono tra loro solo per la forma, mentre il ripieno più diffuso è solitamente composto da carne di maiale e verdure, anche se non è difficile trovare le varianti ai gamberi e vegetariane.

Le tre varianti dei ravioli a vapore (da sx verso dx xiaolongbao, shaomai e jiaozi)

– ravioli alla piastra o jianjiao, preparati partendo dai ravioli al vapore ma successivamente ripassati con olio o sulla piastra. Questo secondo step di cottura li rende meno umidi dei ravioli al vapore ma più gustosi e saporiti.

Ravioli alla piastra

– ravioli bolliti o shuijiao. Vengono proposti in diverse varianti di ripieno, sono più delicati e profumati della loro versione al vapore.

Il popolo dello street food cinese si divide di fatto tra coloro che preferiscono i ravioli al vapore e quelli che preferiscono la variante bollita.

Un piatto di ravioli al vapore
Crêpe salata cinese o jianbing
Letteralmente jianbing 煎饼 sta per pancake, o sfoglia di pane cotta in olio, che è essenzialmente la definizione della crêpe occidentale, sennonché noi siamo più abituati a vederla nella variante dolce.
Ciò non toglie che questo piatto saporitissimo sia consumato dai cinesi prevalentemente a colazione.

Venditore di jianbing
Diffusissima nel nord della Cina, questa particolare crêpe è preparata a partire da una massa a base di farina, e cucinata sulla piastra oppure modellata a mano prima di essere ripassata sull’olio.
Viene ripiegata come un piccolo panino e condita secondo i propri gusti con uova, salsa di soia, salsa di piccante, cipollotto, coriandolo, prosciutto, patate.

La preparazione del jianbing direttamente sulla piastra
Spiedini o chuanr
Quando comincia a calare il sole, è facile vedere i bordi delle strade riempirsi dei tavolini dei venditori di chuanr: semplici spiedini di carne, interiora, verdure, tofu, pesce, cucinati al momento sul carbone (più raramente su forni elettrici) e proposti in varianti più o meno aromatizzate.
Questo piatto è di derivazione islamica, è cominciato a diffondersi a partire dalla regione dello Xinjiang, per poi riscontrare grande successo nella Cina settentrionale.
La carne può essere aromatizzata secondo proprio gusto, ma la proposta più comune prevede sale, sesamo e cumino. Nelle zone più turistiche della capitale, come gli hutong e Wangfujing è possibile trovare le varianti più strambe a base di insetti, rettili o altri animali esotici.

Un venditore di chuanr all’opera
Malatang
La malatang 麻辣汤, è un piatto originario della regione di Sichuan, regione per antonomasia della cucina cinese, nota soprattutto per la piccantezza dei suoi piatti. Questo piatto è essenzialmente una versione street food del famoso spicy hot pot, ovvero una zuppa, o tang 汤, di gusto piccante, mala 麻辣, all’interno della quale vengono cotti diversi tipi di ingredienti, dalla carne al pesce, dalla verdura al tofu, sotto forma di spiedini, ai quali è possibile aggiungere della salsa di sesamo.
Il quartiere di Sanlitun pullula di venditori di malatang, e sebbene sia un piatto adatto a riscaldare le serate invernali, i clienti che usano riunirsi attorno al malatang non mancano neanche nelle serate estive.

Tipica tavolata attorno al malatang
Liangpi
I liangpi 凉皮 è un piatto originario della regione dello Shaanxi e dello Xi’an, particolarmente popolare durante i mesi più caldi dell’anno. Il nome letteralmente significa “pelle fresca”, e fa riferimento alla particolare consistenza dei noodle utilizzati per questo piatto: molto sottili, quasi trasparenti, mangiati freddi. La versione più comune consiste in noodles conditi con cubetti di tofu, cetriolo tagliato a listarelle, aglio, salsa di soia, aceto, salsa di sesamo, e volendo, salsa piccante.
Nelle ore più calde di queste giornate estive, questo piatto è facilmente reperibile presso venditori ambulanti in carrettino, che ne preparano una porzione al momento.
Si dice sia nato in periodo di carestia, come piatto di recupero a partire del residuo acquoso ricco di amido in seguito al risciacquo della pasta, utilizzato quindi per condire noodles.

Una porzione di liangpi
Menzione speciale meritano tutti quei mini negozietti di quartiere che si dedicano esclusivamente alla preparazione di alimenti a base di farina: “pizze” nella variante dolce e salata, cracker al sesamo, biscotti salati, mantou, frittelle di melanzane e verdure, dolci,spuntini vari e fritti misti; l’equivalente cinese delle nostre rosticcerie.
A me, nonostante l’ora (qui sono le cinque di pomeriggio), forse per assorbimento delle abitudini alimentari cinesi, sta venendo fame.
E a voi?

Presenze mafiose su territorio milanese: gli incendi dolosi

«Qui, la mafia non esiste».

Espressione tipica di qualche anno fa nel Nord d’Italia, oggi si presenta spogliata dall’ipocrisia e nella sua variante aggiornata: «La mafia opera solo in Borsa e nella Finanza», espressione che dunque descrive una criminalità organizzata privilegiante attività di riciclaggio e che relega al passato minacce e violenze fisiche. Tale prospettiva delinea un modus operandi contraddistinto dall’invisibilità e dalla pacatezza, del tutto in linea con l’analisi di Falcone: «Prima arrivano i loro soldi, poi i loro uomini e i loro metodi».

E difatti, i loro uomini, sono già da tempo arrivati a Milano! l’inconsapevolezza sopra rappresentata -quantomeno a livello di una parte di cittadinanza- è un grave errore confutato dalla pratica: l’uso di violenza intimidatrice è altamente presente su territorio milanese; basta uno sguardo alla cartina sottostante per rendersene conto.
Frammento proveniente dal link seguente: http://goo.gl/maps/CoEz
Frammento proveniente dal link seguente: http://goo.gl/maps/CoEz
Gli episodi di violenza segnalati sulla mappa sono relativi a incendi dolosi (simbolo fiamma; 39 casi), atti intimidatori effettuati tramite bombe, colpi d’arma da fuoco e danneggiamenti vari (simbolo freccia e stella verde; 18 casi) e omicidi (simbolo omino arancione; 4 casi) avvenuti negli anni 2011, 2012 e 2013.
Proprio perché gli incedi stanno diventando nella realtà cittadina una spia significativa della vivacità delle attività mafiose estese al di là degli ambienti finanziari, è necessario tracciare un percorso, negli anni, tra le zone e le vie di Milano incendiate dai clan.
Ma la difficoltà nasce nel censirli. La Prima Relazione Semestrale del Comitato Antimafia di Milano denuncia la negazione da parte delle vittime di qualsiasi intimidazione precedente all’incendio e conclude affermando che
«E’ evidente su base logica che tali dichiarazioni sono invariabilmente false e reticenti, frutto della paura se non in alcuni casi di omertà. Non è infatti verosimile l’immotivato compimento di reati anche gravi di danno, compiuti con le modalità tipiche del racket delle estorsioni e del controllo mafioso del territorio, senza motivo e senza connessa richiesta di denaro o utilità» (Sito di Libera – sezione Lombardia)
Secondo la suddetta Relazione, il 2011 è stato caratterizzato da un elevato numero di incendi dolosi a danno dilocali notturni, come il “Fox River” di via Winckelmann in zona 6, “Cappados” di viale Monza in zona 2 e il “Sugar Lounge” in zona 9 del Quartiere Isola, locale appartenente alla famiglia ‘ndranghetisca dei Falchi (inchiesta “Redux-Caposaldo”, marzo 2011).
Altro episodio significativo fu l’incendio al centro sportivo “Affori” di Ripamonti, in via Iseo, in concessione dal Comune alla società “Milano sportiva”. A seguito dell’indagine “Redux-Caposaldo” si scoprirono legami tra l’ente sportivo e la famiglia ‘ndranghetista Falchi, con conseguente revoca della concessione da parte del Comune. Il 9 ottobre 2011 ignoti diedero fuoco al centro e, nonostante il corteo spontaneo di circa mille persone avvenuto dei giorni successivi, le intimidazioni continuarono, presentandosi a novembre come depredazione di 5000 litri di gasolio e a dicembre come danneggiamento di lavandini, tubature e docce.
Centro Sportivo “Affori”.
Nel 2012 vengono incendiati il locale notturno “Lilì la tigresse” in zona 3, dieci automobili in via Graf 12 della zona 8 e si registarono quattro incendi a danno di commercianti, tra cui il più eclatante nella notte fra 17 e 18 luglio ai danni del paninaro Loreno Tetti (via Celoria, Città Studi), testimone di giustizia nel processo “Redux-Caposaldo” contro il clan Falchi per le loro attività estorsive nei conftonti di venditori di bibite e panini. In zona Barona, invece, una bomba carta ha danneggiato il “Comitato di quartiere per le case popolari” e un proiettile è stato trovato fuori dalla sede come ulteriore minaccia.
Furgone di Tetti.
Nel medesimo anno avviene l’omicidio di Giuseppe Nista, 44 anni, fratello di Domenico Nista collaboratore di giustizia contro il clan Paparo di Cologno Monzese. Giuseppe venne ucciso il 10 maggio a Vimodrone, in via dei Mille, da due killer che spararono da una moto in corsa.
Altro omicidio avverà invece in centro a Milano: in via Muratori, proprio dietro Porta Romana, Massimiliano Spelta, 43 anni, e sua moglie Carolina Sulejni, 22 anni, saranno freddati da due killer calabresi legati alla ‘ndrangheta. Il movente è una partita di coca non pagata, non da parte di Spelta, che era incaricato di importarla da Santo Domingo, ma da parte di uno dei due ‘ndranghetisti complice di Spelta.
Nel gennaio 2013 è la volta dell’Oasi Wwf di Vanzago: «Sospettiamo che dietro questo grave episodio ci siano mire speculative sulla zona, e un chiaro avvertimento di sapore mafioso» dichiara Paola Brambilla, presidente del Wwf Lombardia.
A febbraio, invece, una ditta famigliare e il suo magazzino vengono dati alle fiamme in via Menotti e via Masoto di zona 4; mentre medesima fine fanno due furgoni di una ditta che lavora all’Ortomercato in via cesare Lambroso.
Questi numerosi attentati dimostrano la strategia dei clan calabresi: garantirsi l’impunità giuridica attraverso la violenza e l’intimidazione nei confronti di quei soggetti non sottomessi alla regola dell’omertà, secondo una linea di pensiero che travalica l’isolato e apparentemente a sè stante mondo della finanza.

Il Carnevale di Valencia e il suo saluto alla Primavera

Fotografie di Mila Crippa.

Considerata una delle Feste più caratteristiche e antiche della Spagna, il Carnevale di Valencia o Festa des Las Fallas, esplode tutti gli anni a metà marzo salutando la Primavera tramite il rogo di giganti sculture in legno e pupazzi di cartapesta, denominati per l’appunto fallas.

Costruiti durante i restanti giorni dell’anno da famosi falegnami, i fallas vengono bruciati in piazza da secoli per depurare la città dalle negatività e da ogni peccato. A salvarsi dalle fiamme della notte di San Giuseppe, sono solo quelle sculture prescelte dalla giuria popolare e che in seguito occuperanno posto tra i vincitori delle precedenti edizioni al Museo delle Fallas di Valencia.

Ma non solo i roghi, pure i concerti, le danze, i costumi storici valenciani e gli spettacoli pirotecnici animano la città spagnola, regalando un evento di forte richiamo turistico e ampia partecipazione popolare.

 

Ferrara e le sue piazze, metamorfosi durante il Festival di Internazionale

Twitter esordisce così la sera di domenica 5 ottobre 2014: «L’ottava edizione del festival di Internazionale a Ferrara si chiude con 71mila presenze». Ora, immaginatevi 71mila giovani che corrono (chi a piedi e chi in bicicletta) da una conferenza all’altra, passando per un documentario o una presentazione di un libro. Se riusciste ad immaginarvelo, ancora non basterebbe!

Un weekend (3-4-5 ottobre) con i giornalisti di tutto il mondo, all’insegna della voglia di usare il cervello per analizzare e discutere di tematiche politiche, sociali e culturali più attuali e dove la piazza diventa il vero protagonista del festival poiché qui, proprio in piazza, i 71mila giovani cervelli si sono confrontati, scontrati e migliorati. Ed è proprio in piazza, di nuovo, che il nostro caro o non caro (lascio decidere a voi!) presidente del consiglio Matteo Renzi è stato intervistato da giornalisti di varie riviste estere, schivando qua e là lanci disperati di uova da parte di chi ha voluto contestare la sua presenza.

Il fotoreportage di conseguenza si focalizza sulla piazza e sui giovani più che sulle conferenze sancite dal programma. Ho cercato di scattare fotografie che in qualche modo rimandassero al festival stesso, per questo motivo in quasi tutti gli scatti l’attore principale è un volantino giallo sul quale era stampato il programma dei tre giorni e che svolazzava tra le mani di tutti i partecipanti. Un colore come il giallo ha saputo dare più vivacità agli scatti e ha saputo rispecchiare perfettamente l’atmosfera che si respirava tra le vie meravigliose di Ferrara.

Milano, città in continua espansione, città di grandi progetti

La zona nord della città, antica dimora di campagna degli Arcimboldi, nel corso della storia ha subito alcuni significativi cambiamenti. Dall’inizio dell’ottocento con il progressivo abbandono di villa Bicocca, diventò il cuore delle industrie milanesi, con un polo che contava ventimila lavoratori ed alcune tra le industrie più importanti del Paese, lentamente scomparse o migrate, all’attuale quartiere “riqualificato”.

Ponendo l’attenzione allo stato attuale, successivo alla riqualificazione che sembra colpire ogni quartiere periferico milanese, si riesce a notare solamente lo sconforto che prende un quartiere costruito per vivere cinque giorni alla settimana, grandi uffici, grandi costruzioni e la collina dei Ciliegi a monito che tutto ciò che diventa superfluo un giorno finirà e verrà sepolto sotto strati di terra.
L’errore fondamentale è causa della desolazione totale, si può probabilmente trovare nella decisione di raggruppare quasi tutte le attività nei grandi poli commerciali che si trovano a pochi chilometri, il silenzio fa da padrone a questa zona, rotto dalle campanelle dei tram che passano senza nessun passeggero a bordo, gli uffici si svuotano e l’Università viene abbandonata, regalando nella loro grandezza unita alla maestosità del grigio ed imponente Teatro degli Arcimboldi, un’immagine surreale da tranquillo weekend di paura.
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Norte del Chile. Iquique

Poco meno di 230.000 abitanti. Risulta agli occhi di un viaggiatore esterno una sorta di Dubai spersa sulle coste scozzesi. Il bizzarro paragone si spiega girando la testa di circa 180° gradi per accorgersi di questo strano spettacolo. Alla costa rocciosa, costellata da case di legno di piccole dimensioni sormontate da fitti nuvoloni grigi, si affiancano infatti alti grattacieli che vanno a creare una barriera tra il mare e le dune di sabbia, le quali, imponenti, indicano la fine della città e l’inizio del deserto cileno.

E per quanto la città risulti gradevole con punte di delizia, l’idea di solitudine non ti abbandona mai, assediato come sei dall’immensità dell’oceano a est e dalle sterminate dune sabbiose del deserto a ovest. Questo senso di solitudine è confermata dalle chiacchiere con gli Iquiqueñi che nascono, crescono e vivono tutta la vita a Iquique. Niente di più facile, le città più vicine sono rispettivamente Arica (4 ore di pullman) e Antofagasta (8 ore di pullman).

Solitudine che non ti abbandona nemmeno quando raggiungi Tarapacà, pueblito a due ore dalla città completamente sperso nel mezzo del deserto. Strade lunghe e dritte che finiscono nel nulla, nella bocca dell’orizzonte. 35 gradi sotto il sole del pomeriggio che passano ai 10 scarsi della notte, stellata e stupenda, quella di S. Lorenzo. Canti, danze, folklore indigeno e religiosità importata si mischiano a fiumi di liquori, chancho (maiale) e birra sino a tarda notte.

Sabbia, freddo, alcol, danze, folklore e cieli carichi di stelle, il massimo che il deserto sudamericano ti possa offrire in una singola notte.

Deserti cileni
Carretera costera Arica, Iquique
Speculazioni costiere
Il colorato porto di Iquique
Per le strade di Iquique
El lobo dancante. Fiesta de San Lorenzo de Tarapacà.
La dama. Fiesta de San Lorenzo de Tarapacà
Danze folkloristiche. Fiesta de San Lorenzo de Tarapacà
El lobo. Fiesta de San Lorenzo de Tarapacà
Una dei numerosi colectivos arrivati dalla città
El viejo. Fiesta de San Lorenzo de Tarapacà
Hasta la noche! Le celebrazioni per San Lorenzo continuano sino a tarda notte
Se sigue! Le celebrazioni si raccolgono intorno ai fuochi
Nunca parar! Fiesta de San Lorenzo de Tarapacà
Campeggi in mezzo al deserto. Non si improvvisa nulla, di notte il freddo colpirebbe duro Fiesta de San Lorenzo de Tarapacà

Suicidi. Come ne parlano i giornali e come dovrebbero parlarne: un rapporto dell’OMS rivolto ai media

Molti giornalisti sono in parte responsabili di numerosi suicidi. Questa affermazione potrebbe sembrare eccessiva, ma se continuerete a leggere, capirete che non lo è. Nel trattare situazioni delicate, come per esempio il suicidio di un attore famoso o anche quello di un noto imprenditore, per rendere “più accattivante” la notizia, spesso certi giornalisti vanno alla ricerca del particolare inaspettato o del dettaglio intimo e privato: tutti elementi che non dovrebbero essere divulgati (e non solo per motivi di privacy). Come se non bastasse, alcuni si spingono oltre, fino a ricostruire meticolosamente e morbosamente la scena del crimine, illustrando per filo e per segno le dinamiche dell’accaduto.

Oltre alle numerose violazioni della privacy ai danni delle vittime e dei parenti, si presta poca attenzione alla sensibilità del pubblico e, in particolare, alle conseguenze che una narrazione così costruita, comporterebbe su soggetti psicolabili e potenzialmente in grado di imitare l’episodio. A qualcuno tutto ciò sembrerà, ancora una volta, un’esagerazione, ma in realtà è una questione fondamentale del giornalismo. Tuttavia per capire quanto sia attuale e importante, occorre prendere coscienza che il suicidio è un fenomeno grave e diffuso, pertanto sarebbe preferibile cercare di prevenire queste situazioni, anche con accortezze di carattere editoriale.

Il suicidio, un piaga globale

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente diffuso dei dati riferiti all’anno 2012, riguardo ai suicidi nel mondo: ogni anno sul nostro pianeta circa 804mila persone si tolgono la vita – una ogni quaranta secondi. Nel 2012 il suicidio è stato la seconda causa di morte tra le persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Dai dati in possesso risulta che il Paese con il minor numero di suicidi al mondo è l’Arabia Saudita, seguita da Siria e Kuwait. I Paesi con il tasso più elevato sono invece Guyana, Corea del Nord e Corea del Sud. In Europa, Azerbaijan, Armenia e Georgia risultano essere meno colpite dal problema. L’Italia è al sesto posto. Lituania, Kazakistan e Turkmenistan, i Paesi con il triste primato su scala europea. Come emerge da questa analisi, è un morbo che affligge tutto il mondo e dal quale il nostro Paese non è immune.

 no-suicidio

L’influenza dei media e gli errori più comuni

Da anni si discute sulla modalità di racconto di queste notizie in relazione alla sensibilità degli utenti, ovvero i lettori. Moltissimi studi (tra cui quello di Pirkis e Blood del 2010) hanno ormai comprovato che una relazione c’è ed è molto pericolosa: parlare nel modo sbagliato dei suicidi porta certamente alcune persone all’emulazione. Ma chi sono i soggetti a rischio? I più vulnerabili fanno parte di una fascia di popolazione giovane e che soffre di depressione; tuttavia questo genere di notizie, se affrontate nel modo sbagliato, possono essere pericolose anche per altre categorie di persone. Molti fattori hanno notevole influenza. Anzitutto il linguaggio: ha effetti disastrosi se non è adeguato, se si sensazionalizza il suicidio (vedi titoli che parlano di “epidemia di suicidi”) oppure lo si normalizza (usare il termine fuori contesto, come per “suicidio politico”); se si ricorre alla formula “commettere suicidio”, con l’uso del verbo commettere che suggerisce l’idea del suicidio come reato, lo criminalizza, cosa che allontana i potenziali suicidi dal chiedere aiuto.

Il modo poi di trattare le varie tragedie è, a tratti, scandaloso: spesso il fatto è sbattuto in prima pagina. Si crea una narrazione che ogni giorno si arricchisce di nuovi elementi e allunga a dismisura i tempi della vicenda; si cerca di ricostruire fin nel minimo dettaglio cosa è successo al momento della fatalità, giungendo a dar vita, seppur inconsapevolmente, a una “guida” che indica passo passo come attuare l’estremo gesto. A volte, poi, la ricerca dello scoop porta a reperire quanto più materiale possibile, allegando anche video o immagini della scena del crimine, cosa che rende ancor più chiara l’idea o il metodo usato, facendo visualizzare meglio come il gesto è stato compiuto e, dunque, come si può compiere. Infine, il modo di parlare dei suicidi delle persone famose spesso ingloba i difetti precedentemente elencati, aggiungendo un ulteriore elemento da evitare assolutamente: glorificare la scelta della persona, avvicinando il gesto a un atto di disperata liberazione e renderla, pertanto, una scelta giustificabile e quasi ragionevole.

Il modo migliore per trattare l’argomento

L’OMS ha stilato un rapporto molto chiaro e pratico: Preventing suicide – a Resource for Media Professionals («Prevenire il suicidio – Una risorsa per i professionisti dei media»), dove sono date precise indicazioni, riassumibili in pochi punti:

  • Cogliere l’opportunità di educare il pubblico riguardo al suicidio;
  • Evitare un linguaggio che sensazionalizzi o normalizzi il suicidio, o lo presenti come una soluzione ai problemi;
  • Evitare la descrizione del metodo usato in un suicidio completato o tentato;
  • Evitare di fornire informazioni dettagliate che riguardino il luogo;
  • Usare la parola “suicidio” attentamente nei titoli;
  • Esercitare estrema cautela nell’uso di foto e video;
  • Usare particolare cura nel riporta i suicidi di persone note o celebrità;
  • Mostrare la dovuta considerazione per le persone toccate dal suicidio;
  • Provvedere a dare informazioni su dove cercare aiuto;
  • Riconoscere che anche i professionisti dei media possono essere colpiti dalle storie di suicidi.

Adottare questo approccio, e in particolare segnalare associazioni o siti che aiutano le persone a rischio o chi è stato toccato dalla tragedia, può davvero fare la differenza. Molti giornalisti si sono già espressi a favore di questo rapporto, anche in Italia. Eppure, ancora, non di rado capita di leggere sui nostri giornali notizie che trattano un argomento così delicato in maniera superficiale e, dunque, pericolosa. Forse per la fretta o per esigenze commerciali o, più banalmente, per la gloria dello scoop, c’è chi continua sulla strada sbagliata… e non vorremmo pensare a una forte inconsapevolezza dell’importanza delle parole e del mezzo che usa.

La carne rossa è cancerogena? Un’indagine tra nuovi studi e conoscenze assodate

Amanti del fast-food e del barbecue, fatevene una ragione: se il medico vi ha già messo in guardia dal rischio di mettere qualche chilo di troppo, studi recenti ribadiscono che un eccessivo consumo di carne rossa aumenta il rischio di ammalarsi di alcuni tumori, soprattutto di tumori dell’apparato gastro-intestinale e di cancro al seno.

A confermarlo sono ricerche autorevoli come EPIC  (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), la più vasta indagine mai intrapresa sui rapporti tra dieta e stili di vita con l’insorgenza di malattie croniche, condotta tra più di 500.000 persone provenienti da 10 Paesi europei. Tra le proteine animali, infatti, quelle provenienti dalla carne rossa contengono il ferro del gruppo eme, che stimola la produzione di composti cancerogenei (nitrosamine) e l’infiammazione delle pareti intestinali. Se a questo aggiungiamo l’incidenza dei grassi saturi, che aumentano i livelli di colesterolo e insulina, e delle lavorazioni della carne, che rendono salumi e insaccati particolarmente dannosi, si comprende come un consumo massiccio di carne rossa sia legato allo sviluppo del cancro al colon-retto, il terzo tumore più frequente secondo l’AIRC.

Per lo stesso motivo può aumentare il rischio di carcinoma mammario: alti livelli di ormoni sessuali nel sangue, di insulina e del fattore di crescita Igf-1 favoriscono la moltiplicazione delle cellule tumorali. Lo sapeva bene il professor Franco Berrino, oncologo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, quando negli anni ‘90 avviò il primo Progetto DIANA  e osservò i benefici di una dieta mediterranea povera di zuccheri e proteine animali su donne ad alto rischio di recidiva per tumore al seno.

Cascina Rosa, dove il professor Berrino ha avviato il progetto DIANA e un programma di cucina e alimentazione per la prevenzione del cancro e delle malattie croniche

La prevenzione inizia a tavola quindi, attraverso una dieta ricca di cereali integrali, legumi e soprattutto vegetali, poverissimi di grassi e ricchi di antiossidanti e fibre, preziose perché riducono il tempo di transito di eventuali agenti cancerogeni presenti negli alimenti e la loro proliferazione nell’organismo. Ad esempio, consumarne almeno 5 porzioni al giorno eviterebbe addirittura nel 66-75% dei casi un tumore del colon e del retto e nel 33-50% un cancro al seno.

Per gli italiani variare frutta e verdura non è difficile, data la loro abbondanza nei nostri mercati, tant’è che l’Italia è al primo posto per numero di vegetariani in Europa, distinti tra coloro che non mangiano carne, pesce, crostacei e molluschi (latto-ovo vegetariani); né uova (latto-vegetariani); né latte o formaggi, permettendo solo il consumo di vegetali (vegani) e in alcuni casi esclusivamente vegetali crudi o frutti (crudisti e fruttisti).

In generale, la dieta vegetariana apporta dei vantaggi per la prevenzione del cancro, ma non rappresenta una scelta obbligata: è stato più volte osservato che i vegetariani sono “più sani” non in quanto tali, ma per il loro stile di vita, tendenzialmente più salubre per quanto riguarda fumo, alcol ed esercizio fisico. A dire il vero, poi, anche questi regimi alimentari possono rivelarsi sbilanciati, per un consumo eccessivo di latticini o per carenze di vitamina B12 e ferro, situazioni a cui i ricercatori della Medical University di Graz (Austria) riconducono un’esposizione maggiore a malattie croniche, allergie e depressione e addirittura agli attacchi di cuore e al cancro.

I conti non tornano: non era la carne rossa l’alimento ad alto rischio per il cancro? Ma allora tutto ciò che mangiamo fa male? Se riunissimo tutti gli studi condotti sugli ingredienti della cucina italiana, probabilmente scopriremmo quello che i ricercatori Schoenfeld e Ioannidis [link dello studio] hanno concluso per gli USA: per l’80% degli ingredienti esiste almeno uno studio che esamina il rischio di cancro o un effetto protettivo associato al suo consumo, ma le prove risultano scarse e deboli. I dubbi semmai riguardano l’attendibilità della ricerca e della divulgazione scientifica. In campo medico gli studi privi di evidenze sperimentali e propagandati da media a caccia di scandali non fanno che alimentare la noncuranza o l’allarmismo nei lettori, prestandosi a fraintendimenti.

Un esempio italiano. Il 7 maggio scorso il programma tv Le Iene ha raccontato la storia di un signore guarito dal tumore al cervello dopo aver scelto una dieta vegana, dimostrando che è possibile curare del cancro con l’adozione di una dieta priva di proteine animali. Salvo poi, nella puntata successiva, ridimensionare le dichiarazioni e sottolineare che l’uomo è guarito soprattutto grazie alla radioterapia. Le polemiche sono ancora sul web (a differenza della puntata incriminata), ma risaliamo alla fonte della quella tesi, il libro The China Study, pubblicizzato come “lo studio più completo sull’alimentazione mai condotto” ma non condiviso dal mondo scientifico ufficiale [vai alla pubblicazione]. T. Colin Campbell ha condotto il sondaggio epidemiologico nella Cina rurale degli anni ’70-’80, una realtà superata quanto le sue argomentazioni – ad esempio la nocività della caseina, oggi nota come fattore protettivo.

In sintesi, la diminuzione dei rischi di malattie cardiovascolari e cancro tra i vegetariani è più in generale legato al colesterolo basso e all’assunzione di più antiossidanti. Probabilmente è il maggior consumo di frutta e verdura e non l’esclusione della carne a rendere i vegetariani più sani e protetti. Per questo motivo il World Cancer Research Fund, nell’autorevole rapporto Food, nutrition, physical activity and the prevention of cancer: a global perspective [vai al link] (2007), non esclude ma raccomanda un consumo di carne rossa cotta non superiore ai 500 gr alla settimana, alternato a pesce, pollame e all’accoppiamento cereali–legumi. Per cambiare la lista della spesa dobbiamo abituarci a gusti più semplici. Certo non sarà facile come avere il professor Berrino a fianco al supermercato, ma ogni tentativo è un guadagno per la nostra salute.

C’era una volta la lega (e c’è ancora): la guerra dei simboli ad Alzano Lombardo.

Il giorno del solstizio d’estate, 21 giugno, il più lungo dell’anno, si sa, è una data significativa nel calendario celtico: la notte delle streghe, i falò accesi per propiziare i raccolti, i rami di vischio raccolti dai Druidi. Insomma, a questa ricorrenza si lega una serie di riti magici e simbologie radicati nelle millenarie tradizioni dei popoli celtici. Anche nel 2014 gli eredi di questa tradizione, ramo padano, non hanno mancato di celebrare questo momento topico. E ben ci voleva un’azione eclatante per far tornare a risplendere i raggi del Sole delle Alpi che, dopo l’evento straordinario di qualche settimana prima, sembravano essersi leggermente offuscati!

Il terremoto elettorale avvenuto il 25 maggio ad Alzano Lombardo, provincia di Bergamo, ha inferto un duro colpo alla compagine leghista, presentatasi a supporto della lista civica Movimento civico X Alzano. Nella roccaforte seriana la Lega infatti era ininterrottamente al potere da un ventennio, durante il quale ha disseminato tracce e segni più o meno velati del suo passaggio.

Innanzitutto facciamo un po’ di chiarezza riguardo al repertorio dei simboli diventati oggetto di contesa.

Tra questi si annovera anzitutto il Sole delle Alpi, figura stilizzata a sei raggi diffusa anticamente tra le popolazioni celtiche, specie dell’arco alpino, che è stata assurta a marchio di fabbrica della Padania, ma che campeggia anche in stemmi istituzionali come quello della Provincia di Lecco. Tra i vari significati attribuiti, questa raggiera  assume, in particolare, quello di sol invictus, sole trionfante, sole che vince le tenebre e giunge al culmine della sua potenza in un momento preciso, non a caso quello del solstizio d’estate.

Disegnato da cespugli e fiori in una rotonda del paese, si trattava di un indizio subliminale, di cui la maggioranza della popolazione alzanese non era a conoscenza in quanto poco visibile a livello della strada. Venne svelato dal satellite di Google maps e portato agli onori della cronaca da La Repubblica – Milano online che, nel 2011 ha fatto circolare sui social network le immagini satellitari di questo simbolo che aveva creato scalpore l’anno prima per la vicenda della scuola di Adro (BS).

foto 1
L’aiulo con la forma del “Sole delle Alpi”

 

Il Sole delle Alpi, dunque, ma non solo. La giunta leghista, durante il suo quadruplice mandato aveva orgogliosamente issato, tra il gonfalone del comune di Alzano, la rosa camuna della Regione Lombardia, il tricolore italiano, e la stellata bandiera europea, anche il vessillo storico della Lombardia. Si tratta della croce di S. Giorgio: una croce rossa su un fondo bianco, come quella della bandiera inglese. Fu la bandiera sotto la quale si riunirono le città lombarde riunite nella Lega Lombarda nel XII secolo nella lotta per la libertà contro l’oppressione dell’autorità imperiale di Federico Barbarossa, la croce era il simbolo dell’appartenenza alla parte guelfa di tali città.

La croce di S. Giorgio divenne anche simbolo del Ducato di Milano, presente ancora oggi nello stemma del Comune e della provincia di Milano, nonché nei gagliardetti delle due squadre cittadine, Milan e Inter (quest’ultima ne ha fatto addirittura la seconda maglia qualche stagione fa).

Questa antica bandiera era evidentemente ritenuta significativa per le radici della comunità cittadina alzanese, in quanto la sua esposizione era sancita perentoriamente dallo statuto comunale.  Sorge, però, spontanea un’osservazione storica: il comune di Alzano, come Bergamo, ha subito dal 1428 al 1797 la dominazione della Repubblica Veneta, che estendeva i suoi confini fino al fiume Adda, al di là del quale iniziava la giurisdizione del ducato milanese. A voler ben guardare, sarebbe stato più opportuno che a sventolare sul municipio fosse stato, piuttosto che la croce di S. Giorgio del Ducato di Milano, il Leone di S. Marco della Serenissima Repubblica di Venezia.

foto 3
Adesivi con la croce di San Giorgio

 

Ma veniamo ai fatti. Mentre non si erano ancora spenti i festeggiamenti elettorali, la parte vittoriosa non ha esitato a smantellare il retaggio della giunta precedente: l’aiuola nel giro di pochi giorni ha visto trasformare il Sole delle Alpi in tre cerchi concentrici di colore bianco rosso e verde e alcuni simpatizzanti hanno ammainato la bandiera storica lombarda. Le reazioni della Lega paesana non si sono fatte attendere. Per l’aiuola, solo qualche scaramuccia su facebook; per la bandiera le cose si sono fatte più complicate. Dopo averne intimato il ripristino, è stata inviata una lettera al prefetto per il mancato rispetto di una regola dello statuto. Ma ciò non ha sortito alcun effetto.  Si è pensato quindi ad un gesto eclatante, una protesta per rivendicare  orgogliosamente le radici culturali della comunità.

E così arriviamo alla notte del solstizio. La mattina del 21 giugno, sabato, la popolazione alzanese si è svegliata col dubbio che nella notte fosse passata per le vie cittadine una banda di Hooligans: bandiere bianche con la croce rossa tappezzavano tutto il paese, gli edifici pubblici e privati e persino i cartelli stradali. No, gli alzanesi si sbagliavano. Non si trattava degli Hooligans ma degli eredi dei Celti. Una folla numerosa infatti si è diretta in mattinata presso il municipio e ha issato nuovamente la bandiera al posto che le spettava da statuto. All’ art. 1 comma 7 lo statuto afferma: Resteranno esposte all’esterno della delegazione comunale la bandiera della Comunità Europea, la bandiera nazionale e la bandiera storica lombarda raffigurante la croce di S. Giorgio. Il nuovo sindaco non ha  dunque potuto nulla.

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Il resto è cronaca dei giorni scorsi: la questione della bandiera era ormai diventata un punto d’onore per la maggioranza, che, durante l’estate, ha deciso di risolvere la questione alla radice e di modificare lo statuto, rifacendosi all’art. 32 del protocollo di Stato che afferma: Sugli edifici pubblici possono essere esposte esclusivamente la bandiera nazionale e quella europea, nonché quelle dei rispettivi Enti territoriali o locali.

Gli animi tuttavia non si sono placati e la seduta del consiglio comunale è stata infuocata a causa, inoltre, della cancellazione dell’utilizzo del dialetto nei cartelli stradali,nonostante le rassicurazioni della maggioranza che quelli presenti rimarranno.

La battaglia di simboli, bandiere e altri emblemi non sembra conclusa: la minoranza leghista li continuerà a difendere a spada tratta. Tanto romanticismo, dunque, sui miti fondatori, le radici storiche locali, le tradizioni dialettali popolari. Forse i cittadini chiedono altro. In ogni caso aspettiamoci un nuovo assalto, perché no, magari nel giorno del solstizio d’inverno.

Restes: Marseille

 Marsiglia
è un temporale che non arriva
è una spugna di cemento
odore di piscio e di sapone
è anarchia
gente che viene da viaè un porto di spilli puntati al cielo
un nonno tatuato
che abbottona la camicia alla nipotina

è un bel cappello troppo caro
e un mare azzurro là in fondo

è soldi nel reggiseno
e una ragazza con le scarpe appese allo zaino.

Frammenti (restes) di frasi e qualche scatto per descrivere una città che non si riesce ad abbracciare tutta insieme perché è una città enorme (divisa in sedici arrondissements) che è sempre stata una città indipendente, come le nostre Repubbliche Marinare.

Notre Dame de la Garde svetta sulla città con la sua grande Madonna dorata, protettrice dei marinai; sotto di Lei una moltitudine di stradine in salita/discesa, affollate e rumorose, sporche e talvolta pericolose.

Arrivando dal centro verso il porto ci si può fermare a giocare con il grande specchio dell’architetto  Norman Foster. Rimanendo qui nel porto, tra i litigi dei pescivendoli, si intravede dal lato della città vecchia il seicentesco Fort Saint Nicolas e dal lato opposto l’incredibile connubio di bellezza antica e contemporanea che è il nuovissimo Musée des civilisations de l’Europe et de la Méditerranée (MuCEM).

Se poi ritornando verso la Stazione vedete due giraffe, è tutto normale: è solo un’originale postazione per il bookcrossing. Il toro volante? Quello non ve lo so spiegare, è una delle tante cose che ancora devo capire di Marsiglia. Perché non c’è la gente? Quella si deve vedere e conoscere con i propri occhi.. Qui c’è solo qualche tessera di quel grande mosaico che è Marseille.

Notre Dame de la Garde
Notre Dame de la Garde

Fort Saint Nicolas
MuCEM

Gare Saint Charles

Fuori la morte dal cimitero. Viaggio per immagini

Articolo di Martina Balgera e Matteo Oufti

Il Cimitero Monumentale è un angolo di silenzio di 250.000 mq in mezzo alla città. E’ una parentesi di finto isolamento, un’illusione di trovarsi fuori dalla realtà tradita da passanti, da cantieri, da quello che dell’esterno penetra nello sguardo di chi passeggia. E’ un’occasione per un viaggio, più evocativo che didascalico, attraverso la storia della scultura in Italia, e in particolare a Milano, negli ultimi centocinquant’anni (tra i nomi più famosi: Medardo Rosso, Lucio Fontana, Adolf Wildt). Al fianco di tombe decorate in stile Art Déco è possibile ravvisare bassorilievi degli Anni Trenta.

Ma, forse, più di tutte queste cose, il Cimitero Monumentale è un calderone di storie mute e di vite che gridano al tempo stesso. Lo scorso 10 dicembre è uscita una guida storico-artistica curata da CARLA E LALLA. Per l’anno prossimo si prevede anche la stampa di un secondo volume, curato sempre DALLA CARLA. Il titolo sarà: Guida al Cimitero Monumentale per curiosi e ficcanaso e racconta le vicende di alcuni dei defunti lì presenti. Dare voce a tutti non è né auspicabile né possibile, tuttavia, al di là del libro, è affascinante scoprire, talvolta anche attraverso casuali trasmissioni orali, di Juanita Caracciolo, cantante lirica morta dando alla luce un bambino, dei Volonté – Vezzoli e del loro bacio senza tempo e di tutta quella mole di storie destinate a rimanere senza narratore, di cui qualcosa si può dedurre dall’unione delle lapidi, delle sculture, a volte sensuali, a volte imponenti, e degli occhi del riguardante carichi di vita, di curiosità, di sentimento e, perché no, di ironia.

Piazza Cordusio, L’Egitto e il suo regime

In dieci minuti di flash-mob hanno raccontato l’Egitto di Al-Sisi a un anno dal golpe.

«Si dice che il silenzio sia la forma più potente nell’arte della parola. Ed è proprio in silenzio che ieri (3 luglio, ndr), come “Comitato democrazia e libertà per l’Egitto”, che unisce uomini e donne italo-egiziani, abbiamo deciso di dare voce all’oppresso popolo egiziano». Le parole sono quelle della studentessa Esraa Abou El Naga: «Piazza Cordusio per dieci minuti è diventata l’Egitto. In venti tra ragazzi e ragazze abbiamo deciso, a un anno dal golpe che ha portato alla deposizione del primo presidente eletto democraticamente nella storia del paese, di rappresentare i momenti più rilevanti di quest’anno di governo militare».

La scena era accompagnata da un sottofondo in cui si mischiavano la voce di Al-Sisi, quelle dei manifestanti, il rumore degli spari e delle urla. Una manciata di diapositive umane per «raccontare in silenzio l’atrocità con la quale è stato sgomberato il sit-in anti-golpe il 14 agosto scorso; la vita dentro le carceri, nelle quali dimorano giovani, attivisti, giornalisti e bambini; lo scandalo del primo processo nella storia moderna che in sole due sedute ha condannato a morte 529 civili; la violenza esercitata dalle forze dell’ordine sulle donne, senza distinzione di genere e senza alcuna pietà».

Ecco: piazza Cordusio, dalle 17.30 alle 17.40 è diventata l’Egitto, la faccia peggiore del regime. Allargando lo sguardo, la Milano di ogni giorno col suo solito tran-tran. Chi tira dritto, chi si ferma a curiosare, chi domanda e chi fotografa. «Ciò che accade al di là del Mediterraneo non è poi così lontano – conclude Esraa -: in un modo o nell’altro tocca anche noi».

Di sguardi, espressioni e umanità marocchine

I panorami mozzafiato dell’aprile marocchino sono la scenografia davanti a cui si muovono le quotidianità di uomini, donne, bambini. Vite comuni, per nulla straordinarie, che intrecciano i propri percorsi nei suk straripanti di mercanzia o nelle periferie urbane, nelle campagne assolate che sfumano dal verde rigoglioso al brullo ocra, sulle coste avvolte dalla foschia e nei commoventi palmeti che punteggiano alture pietrose e distese di dune.

Hanno incrociato anche il cammino e la macchina fotografica di chi scrive, durante un lungo viaggio che l’ha portato da Tangeri a Laayoune attraverso mille scenari urbani e rurali.

Figli delle frenesia cittadina o dei ritmi arcaici del mondo contadino, i soggetti fotografati sono i ritratti di un paese che non perde l’attaccamento alle proprie radici anche dove la modernizzazione si impone decisa.

Mercatino delle pulci in salsa cinese

Questo articolo è dedicato agli amanti dell’antiquariato, delle cianfrusaglie, della oggettistica più stramba che utile, di quei piccoli oggetti che sanno raccontare una storia ormai perduta, a quelle persone che impazziscono al solo pensiero di spulciare tra una miriade di oggetti esposti in vendita in maniera disordinata e scomposta, in poche parole, ai vagabondi dei mercatini delle pulci.

Dopo aver visitato i luoghi “clou” pechinesi, come la Grande Muraglia, la Città Proibita, il Palazzo d’Estate, e via dicendo, val la pena ritagliarsi una giornata per visitare il Panjiayuan Flea Market, situato nel distretto di Chaoyang, comodamente raggiungibile a piedi dalla fermata metro di Panjiayuan, sulla linea 10.

Dimenticate l’immagine quasi idilliaca e rilassante dei piccoli e appartati mercatini delle pulci alle quali siamo abituati: oggetti d’altri tempi ricoperti da quella caratteristica patina austera e che suscita riverenza nell’animo dello spettatore, placidi venditori quasi restii a separarsi dalle proprie cianfrusaglie, e quella curiosa impressione che il tempo si sia fermato per qualche ora. Preparatevi invece a un caotico e vivace mercato distribuito su una superficie totale di quasi 50.000 m2, che rendono il Panjiayuan Flea Market il più grande e fornito mercatino delle pulci su tutto il territorio cinese. Qui si può trovare veramente di tutto: opere di calligrafia, minerali, gioielli, giade di tutti i tipi e colori, lacche, pennelli, banconote antiche, articoli di propaganda risalenti alla Rivoluzione Culturale, tessuti e stampe, oggetti di artigianato delle minoranze etniche cinesi, porcellane, oro, argento, mobili, metalli preziosi e non di epoca imperiale, statue di tutte le grandezze, oggetti di legno intagliato, servizi da tè, oggettistica in avorio e osso intagliato, mobili in canapa intrecciata, e tanti altri piccoli tesori. Il confine tra mero mercatino delle pulci e una autentica area museale è labile: col giusto occhio (e la giusta dose di pazienza) non sarà difficile mettere insieme un piccolo “tesoretto” dal valore storico inestimabile.

Va da sé che la parola d’ordine è contrattare: il venditore di turno cercherà di guadagnare il più possibile dalla transazione, gonfiando eccezionalmente il prezzo di vendita. Siate fermi nelle vostre posizioni e utilizzate tutti i vostri assi nella manica da contrattatori selvaggi (compresa la tecnica del “lascio tutto e vado via”) e riuscirete ad abbassare il prezzo richiesto fino al 50% e oltre. Il fil rouge che lega la visita al Panjiayuan è il colore. La diversità della merce esposta crea qui una gamma cromatica così completa che difficilmente può essere riscontrata altrove: si va dai colori brillanti della giada e dei minerali a quelli opachi dei metalli e dell’oggettistica in ferro di epoca dinastica, dal bianco puro della carta di riso delle opere calligrafiche alla tavolozza multicolore delle stampe e dei tessuti artigianali.

Ed è questa gamma di colori che, in maniera del tutto amatoriale, ho tentato di catturare e raccogliere per i lettori di Pequod.

La seconda vita dei beni confiscati

Progettualità che fioriscono negli spazi confiscati, nati a seconda vita grazie alla legge sul loro riutilizzo a fini sociali, promossa da Libera nel 1996. Negli ex-fortini del riciclaggio e della malavita trovano posto i laboratori della Milano che verrà.

In via Jean Jaurès, incastrata tra viale Monza e Martesana, la web-radio Frequenze a Impulsi fa da polo d’attrazione giovanile. Prima c’era un night club, ora uno studio di registrazione gestito dalla fondazione Arché. Dietro ai microfoni, ragazzi che parlano a ragazzi. Nord-ovest di Milano, nel dedalo di Baggio l’associazione Il Balzo promuove iniziative e progetti per giovani con disabilità. «Vedo, sento, parlo»: un sabato pomeriggio di danza creativa davanti al volto di Lea Garofalo, sulla bandiera di Libera appesa al muro. Allo Spazio Momigliano della Cooperativa Zero5, nel bel mezzo del difficile Stadera, un bar in mano alla mafia si è trasformato in luogo di compiti e attività per preadolescenti dei dintorni.

Cascina Chiaravalle (in copertina) accoglierà famiglie senza casa. Due passi dai palazzi Eni di San Donato, i grattacieli della Milano amministrativa sullo sfondo, poco distanti in linea d’aria. Ospiterà 18 appartamenti. 2mila metri quadrati di superficie immobiliare e 15 ettari di terreno agricolo: il bene più grande confiscato all’ombra della madonnina, oltre che l’ultimo in ordine cronologico.  Il viaggio inizia e finisce qui.

E poi box, appartamenti, terreni. Depositi di materiale e sedi d’iniziative. Destinate a donne, anziani, migranti, carcerati. Un dantesco contrappasso, col bene pubblico a riprendere il suo posto dove per anni ha dominato il losco interesse privato.

Frequenze a Impulsi (coop Arché), via Jean Jaurès 7/9
Frequenze a Impulsi (coop Arché), via Jean Jaurès 7/9
Frequenze a Impulsi (coop Arché), via Jean Jaurès 7/9
Frequenze a Impulsi (coop Arché), via Jean Jaurès 7/9
Frequenze a Impulsi (coop Arché), via Jean Jaurès 7/9
Il Balzo, associazione di solidarietà familiare; via Antonio Ceriani 14
Il Balzo, associazione di solidarietà familiare; via Antonio Ceriani 14
Il Balzo, associazione di solidarietà familiare; via Antonio Ceriani 14
Cooperativa sociale Zero5, laboratorio di utopie metropolitane; spazio Momigliano, in via Momigliano 3
Cooperativa sociale Zero5, laboratorio di utopie metropolitane; spazio Momigliano, in via Momigliano 3
Cooperativa sociale Zero5, laboratorio di utopie metropolitane; spazio Momigliano, in via Momigliano 3
Cooperativa sociale Zero5, laboratorio di utopie metropolitane; spazio Momigliano, in via Momigliano 3
Cascina Chiaravalle, via Sant’Arialdo 69. Assegnata il 25 gennaio 2014 alla cordata di realtà no profit vincitrice del bando comunale. Ospiterà famiglie in difficoltà abitative
Cascina Chiaravalle, via Sant’Arialdo 69. Assegnata il 25 gennaio 2014 alla cordata di realtà no profit vincitrice del bando comunale. Ospiterà famiglie in difficoltà abitative

La città in bilico

Istanbul è una città di confine? Questa è la domanda più difficile.

Agli occhi dell’ovvio, la risposta è sì: Istanbul è l’ultima città europa che si possa ancora considerare di confine, ovvero un limes tra due mentalità diverse e per certi versi inadeguate l’una all’altra. Istanbul con un piede in Europa, Istanbul ortodossa e bizantina; Istanbul con un piede in Asia, Istanbul dei minareti e del caffé turco.
Ma a ben vedere, il confine implica separazione, discrimine. Qua inizia la civiltà, mentre hic sunt leones. Questa separazione, a Istanbul, io non l’ho vista. È la sua stessa storia di città di scambio, pedaggi e mercanti a impedire che le parti, come in un composto chimico, si separino per decantazione.
Come scrive Orhan Pamuk, nel libro che gli è valso il premio Nobel, Istanbul è una città in bilico. Ciò significa che il confine, se c’è, è mobile e decidiamo noi dove collocarlo.
Andai nel luglio 2010, avevo in mente le immagini di Ara Güler, il fotografo che meglio di ogni altro è riuscito a catturare lo spirito della città negli anni ’50 e ’60, prima dell’ondata occidentale e della definitiva modernizzazione. Il suo meraviglioso bianco e nero si frapponeva tra i miei occhi e i colori sgargianti della realtà, deformava la mia visione, permeata da quel sentimento di gioiosa tristezza che in turco si chiama “hüzün.
Provai, senza grande successo, a scattare alcune foto della città seguendo l’esempio di Güler, con una Nikon del ’70 a rullino in bianco e nero. Questo spiega la bassa definizione delle immagini, che sono state scannerizzate per essere disponibili in digitale.
La galleria non ha alcuna pretesa di ordine o completezza. Si tratta di foto scattate da un amatore, non da un professionista dell’immagine.

Cay Bahcesi
Cihangir
Cihangir

Galata
Moschea
Minareto

Cimitero

Mar Nero
In copertina: il quartiere Eminönü

Studiare cinese in Cina: consigli per l’uso

Studiare cinese in Italia è diventata, negli ultimi anni, una pratica piuttosto diffusa anche grazie ai successi raggiunti in ambito politico ed economico da parte della Repubblica Popolare Cinese.

La capacità di interagire con questa superpotenza mondiale ha assunto una notevole importanza per tutte quelle aziende o enti che intendono ritagliarsi il proprio spazio nella moderna società globalizzata. Nel curriculum di qualunque figura lavorativa di alto livello dunque, la conoscenza della lingua cinese è diventato un requisito molto importante.
C’è da aggiungere che la vastità del mercato asiatico comporta una notevole domanda di personale e studiare la lingua cinese, al giorno d’oggi, permette di accedere a un terreno ricco di possibilità e di occasioni lavorative davvero interessanti.
Proseguire o arricchire i propri studi in Cina, in questo caso, rappresenta una tappa obbligata per chiunque abbia intrapreso la lunga (ebbene sì) strada verso la padronanza del cinese mandarino.

Nonostante la varietà di corsi di cinese offerti dalle università italiane, un periodo di studi in Cina presenta il vantaggio unico di migliorare notevolmente il livello di conoscenza della lingua cinese, sia grazie ai corsi proposti dalle università sia grazie alla possibilità di vivere in un ambiente linguistico favorevole, una vera e propria esperienza full immersion.

FOTO 1

Ma come cogliere al volo questa occasione?
Certo, organizzare una esperienza del genere non è certamente cosa facile a tal punto che esistono diverse agenzie in Europa e in Italia che, dietro compenso, si accollano l’onere di provvedere a tutte le questioni burocratiche e non del caso, dai rapporti con l’università ospitante alla sistemazione in loco. Questo però non vuol dire che sia impossibile fare tutto da soli. Anzi, con una buona dose di buona volontà e pazienza e magari con alcuni consigli da parte di qualcuno che ci è già passato (come il sottoscritto), si giungerà facilmente alla meta.

1. Dove studiare?
In quale delle migliaia di università sparse per tutto il territorio nazionale cinese effettuare i propri studi? Le università che offrono corsi di lingua per studenti stranieri sono localizzate, oltre che nella capitale Pechino o Beijing, nei grandi centri come Shanghai, Xi’an, Nanjing, Harbin, e tanti altri. La località più favorevole allo studio della lingua cinese, soprattutto se questa è la prima volta che si effettua una esperienza del genere, rimane però la capitale Beijing.

La lingua cinese, nella sua forma orale, non è affatto una realtà monolitica e compatta, ma presenta al suo interno un’enorme varietà di varietà dialettali e locali che possono differire enormemente tra loro. Col termine cinese mandarino o putonghua(“lingua comune”), ci si riferisce alla varietà del dialetto di Beijing assurta, per motivi di prestigio, a modello linguistico nazionale nei primi anni della Repubblica Popolare Cinese.

Dunque si può dire che il cinese parlato effettivamente nella capitale è quello che più si avvicina alla lingua nazionale ufficiale. Per questo motivo, Beijing rappresenta la prima scelta per perfezionare il cinese parlato, o kouyu 口语 per dirlo alla cinese.

Questo non vuol dire però che le altre città vadano escluse a priori. A livello accademico, il cinese insegnato in un corso di lingua per stranieri a Shanghai è lo stesso di quello insegnato a Beijing, quello che cambia è il cinese parlato nelle strade, nei locali, dalla gente del posto.
Questa particolarità sicuramente non influenzerà la pronuncia di uno studente esperto e navigato, ma, per chi è alle prime armi, un ambiente così “contaminato” linguisticamente potrebbe determinare una pronuncia non pienamente affine a quella della lingua standard.

2. Quale università e quali corsi scegliere?

Il distretto di Haidian, sede delle principali università di Bejing.
Il distretto di Haidian, sede delle principali università di Bejing.

Le maggiori università di Beijing si concentrano all’interno del distretto di Haidian, le più popolari tra gli studenti stranieri sono la Beijing Foreign Studies University 北京外国语大学 ( Beijing waiguoyu daxue o Beiwai) la Beijing Language and Culture University北京语言大学 ( Beijing yuyan daxue o Beiyu) , la Tsinghua University 清华大学 (Qinghua daxue) , la Peking University 北京大学 (Beijing daxue), la più antica tra queste.

Ciascuna di esse propone una serie di corsi di cinese ad hoc per studenti stranieri, di varia durata: mensili, trimestrali, semestrali, annuali o estivi. La propensione per questa o quell’altra università è di tipo personale: di solito l’università italiana di provenienza propone dei programmi di studio in una università convenzionata, ad esempio La Sapienza di Roma invia i suoi studenti alla Beiwai, quindi tendenzialmente gli studenti romani sono portati a tornarci in seguito autonomamente.

Sebbene ognuna di queste università abbia una sua peculiare mission (ad esempio la Tsinghua è famosa per le sue facoltà scientifiche), i corsi indirizzati all’apprendimento del cinese per gli studenti stranieri grossomodo si equivalgono, visto che sono stati concepiti in riferimento all’Hanyu Shuiping Kaoshi 汉语水平考试o HSK, la certificazione internazionale di livello della lingua cinese (l’equivalente cinese del DELF francese o del DELE spagnolo, per intenderci).

Vi sono perlopiù differenze di prezzo e di qualità delle strutture di accoglienza all’interno del campus, cosa non di poco conto in caso di permanenze prolungate all’interno dei dormitori universitari nell’ambito di corsi semestrali o annuali. Ogni università presenta una propria politica riguardo al pagamento del costo del corso, o tuition fee, e riguardo alla procedura da seguire qualora si scegliesse di risiedere nel campus universitario, quindi va tenuto conto anche di questo nell’ambito della propria scelta.

 3. Iscriviamoci!

Dopo aver scelto l’università e il corso che più conviene ai propri gusti e necessità, ci si può dedicare all’iscrizione vera e propria. Tutte le università cinesi richiedono una pre-iscrizione online, dietro pagamento di una tassa di ammissione (dell’ordine di qualche decina di euro), attraverso la compilazione di un modulo e l’invio di alcuni documenti come copia del passaporto, copia dell’ultimo diploma o certificato di laurea conseguito, documento di identità.

Per ogni corso di studio vengono indicati i periodi di pre-iscrizione, che sono ben precisi e anticipano l’inizio effettivo dei corsi di 2-3 mesi, quindi bisogna assolutamente tener conto di questo aspetto.
Completata la pre-iscrizione, l’università di riferimento comunicherà l’avvenuta iscrizione e procederà all’invio, presso il domicilio che avrete indicato, dell’Admission Notice, un importante documento che servirà necessariamente per completare la procedura di richiesta del visto.

3(.1). Prenotare il volo

Air China, la compagnia di bandiera cinese.
Air China, la compagnia di bandiera cinese.

Di solito le università chiedono di attendere l’arrivo dell’Admission Notice a casa propria prima di prenotare effettivamente il biglietto aereo per la Cina. Il problema è che questo fondamentale documento può impiegare dalle tre settimane a più di un mese per arrivare a destinazione, un lasso di tempo in cui il costo del biglietto aereo verso la Cina può aumentare anche considerevolmente.
La maniera più economica di raggiungere Beijing o le maggiori città della Cina con un volo diretto è attraverso la AirChina, che offre voli diretti da Milano Malpensa e da Roma Fiumicino, che se prenotati online danno la possibilità di imbarcare gratuitamente due bagagli dal peso di 23 kg ciascuno. Per quanto riguarda il costo, come già detto, il fattore tempo è determinante: per un volo A/R Roma-Pechino si può pagare dai 600-700 euro per una prenotazione effettuata con un largo anticipo (dell’ordine dei 3-4 mesi prima della data di partenza), fino agli oltre 900 euro di un volo prenotato in extremis.

E’ possibile ulteriormente risparmiare attraverso voli con scalo offerti da diverse compagnie, tra cui la BritishAirways, allungando però il viaggio di diverse ore, con lo svantaggio di dover effettuare due volte tutta la trafila del check-in, in due aeroporti, il tutto per un risparmio dell’ordine di un centinaio di euro. Insomma, una scelta da soppesare adeguatamente.

4. Richiedere il visto

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Una volta prenotato il volo e ricevuta la Admission Notice dalla università cinese ospitante, abbiamo tutto quello che ci serve per richiedere il visto.

La procedura di richiesta del visto per la Cina può sembrare ostica agli occhi di viaggiatori abituati a viaggiare all’interno dei confini europei, ma sicuramente richiedere un visto per la Cina non è così difficile se si sa a chi rivolgersi.

L’ente di riferimento in questo caso è il ChineseVisa Application Center, un organo di livello internazionale che in Italia ha sede a Roma e Milano. Anche qui abbiamo la possibilità di precompilare il modulo online, ma la richiesta del visto vera e propria e la consegna dei documenti necessari vanno effettuate di persona o delegando una persona di fiducia.

Il modulo va compilato con estrema attenzione e consegnato presso la sede del Chinese Visa Application Center assieme a un passaporto valido, copia della prenotazione del biglietto aereo, Admission Notice dell’università ospitante in originale e una o due fototessere.
La procedura di richiesta standard richiede 4 giorni lavorativi, al termine dei quali il passaporto completo di visto può essere ritirato di persona o ricevuto a casa attraverso corriere espresso.

Per quanto riguarda il tipo di visto da richiedere, esso varia in base al periodo di permanenza in Cina e quindi in base al programma di studi che si è scelto di frequentare. Di solito l’università ospitante offre tutte le informazioni utili del caso.

Col passaporto dotato di visto, l’Admission Notice e la prenotazione del biglietto aereo effettuata non rimane altro che attendere la data di partenza e prepararsi ad affrontare questa nuova e stimolante esperienza che ci si prospetta davanti.
Buon viaggio!